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Consegna prevista Settembre 2020
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Il giorno del suo diciassettesimo compleanno, Giorda, ragazzo introverso e balbuziente, riceve in regalo dal nonno una stilografica. L’oggetto, ben presto, si rivela magico e lo porta a misurarsi con gli spettri della dizione, temibili avversari risvegliati dal suo improvviso arrivo nel regno di Ariannyca, luogo magico dove l’impossibile diventa possibile. Con l’aiuto del suo migliore amico, degli elfi, dei Soffiasogni e naturalmente dei valorosi cavalieri della parola, Giorda affronta un viaggio alla ricerca della via del ritorno, che lo conduce dritto verso incredibili avventure, scontri epici e sentimenti. Solo così potrà capire il vero senso dell’amicizia ed entrare in un mondo di cui solo chi è innamorato può varcare la soglia.

Scrivilo è un libro che s’ispira letteralmente alla famosa citazione “la penna ferisce più della spada” ed è una storia che tratta in maniera fantasiosa e metaforica come bambini e ragazzi possano sentirsi nell’affrontare i più comuni problemi di Dislalia.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivilo non è solo un’azione o un titolo, ma una promessa fatta a me stesso. Ho scritto per otto mesi ovunque, principalmente sui mezzi di trasporto, annotando e scrivendo capitoli su capitoli sullo schermo del mio cellulare. Se è stato faticoso? Direi per niente. Ho concluso questo libro col sorriso sulle labbra e con la voglia di continuare a scrivere e raccontare, per leggere un giorno alla mia piccola Arianna le cronache di un mondo nella quale l’impossibile diventa possibile

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 0

Le parole di nonno Jonah
Il cielo bianco si specchiava nel fiume Ness, con le sue nubi stracolme di fiocchi di neve che da più di una settimana gremivano a ondate intermittenti le Highlands. Era un fenomeno comune che in Scozia cadesse neve, ma insolita era la forte bufera che da giorni attanagliava la penisola, riversandovi vento gelido e cristalli di ghiaccio a oltranza. La capitale Inverness non faceva eccezione e il freddo novembrino che spirava ormai da settimane invogliava gran parte dei cittadini a stare chiusi in casa, con i riscaldamenti accesi ed i fuochi scoppiettanti nei camini. Ovviamente i più anziani e temerari non si spaventavano e molti di loro in quei giorni di ghiaccio si vantavano della loro tempra fisica e morale, ostentando frasi tipo “cosa vuoi che sia questa brezza, noi veri scozzesi il freddo lo portiamo nelle vene fin dalla nascita”. Ed effettivamente era vero, molti di loro erano cresciuti affrontando temperature miti e nevicate invadenti. Eppure, l’improvvisa bufera che imperversava in quei giorni, aveva allertato tutti, anche coloro che non erano disposti ad ammetterlo apertamente. A parte questo, una cosa su cui tutti concordavano era che la loro splendida cittadina, che includendo le province contava circa 60.000 abitanti, risultava ancor più meravigliosa immersa in tutto quel bianco. Appariva ancor più pulita e curata del solito e l’atmosfera ovattata che si percepiva in quei giorni metteva buon umore e serenità nell’animo. Le luci dei negozi abbellivano ulteriormente, facendo sembrare il Natale più vicino di quello che era realmente. Le strade venivano rigorosamente battute dagli spazzaneve e i servizi locali cercavano di garantire in tutti i modi l’efficienza e la reperibilità in qualsiasi campo, dagli ospedali alle attività commerciali. Persino i battelli che traghettavano i turisti sul fiume Ness cercavano di rimanere sempre attivi e di non far saltare le traversate, quando ovviamente le avversità climatiche non si facevano troppo insistenti e rischiavano di diventare pericolose. Per fortuna, da molti anni non succedeva nulla di sconvolgente o pericoloso al punto da richiamare l’attenzione mediatica globale ad Inverness e questo ai cittadini non dispiaceva. Insomma, tutto era tranquillo e pacato e niente sembrava potesse squassare quella staticità, proprio come niente sembrava poter aprire quelle nuvole che dall’alto osservavano la Scozia. Nonno Jonah era appoggiato alla finestra della sua stanza mentre fumava la pipa e con sguardo pensoso scrutava le nubi bianche, come se riuscisse a trapassarle e a vedere cosa nascondessero dietro di esse. Continua a leggere
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Era una sua peculiarità quella di guardare attraverso l’animo delle cose o delle persone e grazie a questa dote riusciva sempre a indovinare se il piccolo Giorda fosse sereno o avesse qualche oscuro pensiero che gli turbava la mente. Fin da quando era nato, Jonah Rosenberg era stato quasi sempre al suo fianco, salvo quando i viaggi di lavoro lo tenevano lontano da casa per qualche periodo più o meno lungo. Veterano dei trasporti, Jonah aveva visitato tutta la Scozia e in qualche occasione aveva intrapreso viaggi anche fuori dalla Gran Bretagna.
Da giovane era un ragazzo alto, vigoroso e possente e queste qualità si potevano ancora notare in lui, nonostante la veneranda età di settantotto anni. Oltre al lavoro, la cosa che nonno Jonah amava di più era trascorrere il tempo con il piccolo Giorda e molto spesso passava ore e ore a raccontare dei suoi viaggi nel mondo e delle avventure che aveva affrontato nel corso degli anni. Tra queste, Giorda prediligeva la storia nella quale suo nonno e la sua defunta nonna Rose Everwood si erano conosciuti, innamorati e nel tempo sposati. Era anche la più dolorosa da raccontare per Jonah, poiché nonostante gli anni non aveva mai cicatrizzato l’assenza che la scomparsa di Rose aveva lasciato in maniera indelebile nella sua esistenza, nel suo cuore e nella sua vita. Ma non per questo si demoralizzava, nossignore, prendeva fiato e cominciava a raccontare, facendosi ogni volta un pizzico più forte e coraggioso rispetto alla volta precedente. Era un uomo saggio e coscienzioso e cercava di trasmettere a Giorda quanti più insegnamenti poteva. Era questa l’ancora alla quale inconsciamente si era aggrappato per sfuggire alla fredda presa della solitudine e del silenzio. Era Giorda la chiave della prigione che Jonah si era costruito inconsapevolmente attorno e ogni volta che parlava con lui faceva un passo verso la libertà, portando con se le pesanti catene che sempre e per sempre lo avrebbero legato alla memoria della sua vita e della sua storia d’amore. Nonno Jonah faceva tutto questo anche per Giorda, affetto da una forma acuta di balbuzie che si era manifestata in tenera età e che l’aveva reso restio ai rapporti interpersonali, a causa della vergogna che provava per la faticosa problematica in cui incappava ogni volta che doveva formulare una frase o esporre un pensiero. Questo Jonah lo aveva notato e con i suoi racconti cercava di spronare il piccolo Giorda all’interlocuzione, al cercare di aprirsi e di non chiudersi in se stesso. Poteva migliorare col tempo la sua dizione, questo Giorda lo sapeva, ma doveva credere in se stesso e soprattutto aveva bisogno di qualcuno che credesse in lui. E quel qualcuno era proprio nonno Jonah. Col tempo infatti il ragazzo fece notevoli miglioramenti e, nonostante la balbuzie fosse ancora presente, era diventato più loquace, socievole e ottimista. Era un bravo ragazzo e portava rispetto e orgoglio a papà Francis e mamma Allie. Eppure, nonostante il sorriso che portava sempre in volto e gli occhi vivaci che possedeva, il ragazzo non aveva ancora accettato del tutto il suo problema e in segreto, quando nessuno sguardo era posato su di lui, un’espressione malinconica si apriva sul volto come una ferita, ferita che Giorda era diventato abile a ricucire senza dare nell’occhio. O almeno non all’occhio di tutti. Nonno Jonah lo conosceva e col suo sguardo profondo lo osservava, sapendo cosa volesse dire sentirsi soli e incompresi anche in mezzo ad una folla. Era a questo che stava pensando mentre scrutava le nuvole e aspirava ad avide boccate grandi quantitativi di tabacco. Lo assaporava per lunghi secondi, prima di lasciarlo fuoriuscire dal naso e dalle labbra come un vecchio treno che sbuffando si avvicina alla stazione. Spostò il peso da un piede all’altro, rimuginando pensieri e rimestando nella memoria alla ricerca della risposta al quesito che da giorni si stava ponendo. Lentamente abbassò lo sguardo sull’oggetto che distrattamente stringeva nella mano sinistra, soppesandolo e scrutandone minuziosamente i dettagli. Era leggero come una piuma, piccolo e delicato eppure… nascondeva in se un segreto che pesava più di una montagna, di un continente, di un intero pianeta. Delicatamente lo rimise nella sua scatolina di legno, la chiuse e la ripose nella tasca dei pantaloni, quindi diede un’altra boccata ancor più lunga della prima e sbuffò nuovamente, esalando con un pesante sospiro le sue ansie, oltre alla coltre di fumo bianco che lentamente andò a dissiparsi contro il vetro della finestra.
<< I tempi sono ormai maturi >> mugugnò a se stesso, poggiando la pipa sul davanzale e tornando a perdersi con lo sguardo nelle bianche nuvole che fittamente riempivano il cielo gelido di fine novembre. Il camino scoppiettò rumorosamente dal soggiorno, destandolo definitivamente dallo stato di trance. Si passò una mano sul volto con fare stanco, quindi diede le spalle alla finestra e iniziò a camminare, dicendosi che forse era arrivato il momento di dare in pasto alle fiamme qualche altro ciocco di legna. Passò davanti alla cassettiera in legno di noce e incrociò allo specchio i suoi occhi scuri, fissandoli di rimando e scrutando la sua immagine riflessa in esso. Osservò i capelli argentati che portava tagliati ad una lunghezza media. Scrutò la folta e curatissima barba che gli ricopriva la mascella e il mento e diede una sistemata al colletto della camicia e al gilet di cotone scuro che vi portava sopra. La mano completò il suo percorso sulla tasca pantaloni marroni dal tipico taglio da uomo, come ad assicurarsi che il prezioso tesoro vi fosse ancora custodito. Sistemata la sua figura, lesse l’ora sul suo orologio da taschino che portava nel gilet e continuò con incedere lento e stanco verso il soggiorno, domandandosi nel mentre quando Giorda sarebbe tornato a casa. Fuori nevicava debolmente, anche se chi più chi meno si era ormai abituato a quel clima così rigido a forza di ripetere a mo’ di filastrocca che “il freddo i veri scozzesi lo portano dentro”.


<< Il freddo l-lo porteremo anche d-dentro m-ma io proprio non lo sopporto >>, borbottava in quel momento Giorda Mulligan avanzando lungo Huntly Street. Camminava rapido e col capo chino, lasciando trapelare sbuffi di aria condensata attraverso la sciarpa di lana nera. Una ciocca castana spuntava da sotto il grigio berretto pesante, andando di tanto in tanto a infilarsi nei suoi occhi verdi. Le mani foderate da un paio di guanti erano chiuse a pugno nelle tasche del lungo parka mimetico, quasi serrando il corpo in un abbraccio per non far fuoriuscire nemmeno un briciolo di calore, mentre gli stivali di cuoio marroni avanzavano imperterriti scricchiolando sul manto di cristalli di neve che rivestiva i marciapiedi, come piccole navi rompighiaccio gemelle che avanzavano a intermittenza nelle bianche distese artiche.
Passò davanti al Bakery Shop del signor Nigel, annusando il profumo del pane e dei dolci appena sfornati e rievocandone il sapore provato tante e tante volte così da farsi venire l’acquolina in bocca. “Magari dopo torno a prendere qualche Brioche per il nonno “, pensò mentre attraversava il Ness Bridge con passo veloce. Socchiuse appena gli occhi, giusto il tempo necessario per mettere a fuoco la figura che stava cercando e riaprendoli immediatamente con fare stizzito nel constatare che la persona con la quale doveva incontrarsi non era ancora arrivata. Tirò fuori dalla tasca dei jeans il suo cellulare, controllando se per caso vi fosse qualche messaggio. Niente. << Sempre l-la stessa st-toria, mi da un orario e-e poi non lo rispetta mai. E io scemo c-che ogni volta mi scapicollo pe-per arrivare in orario >>, disse cercando inutilmente la figura di Mary Lindberg lungo il ponte. Mary era la sua amica d’infanzia, la sua confidente nei momenti di riflessione e la sua spalla nei momenti di quotidiana follia. Con lei aveva condiviso ogni cosa: il primo dente da latte perso a causa di una caduta mentre giocavano a rincorrersi nel giardino della scuola, il primo segreto condiviso con qualcuno che non fosse nonno Jonah, le prime avventure estive a cercare le stelle cadenti lungo le strade di Castle Road, il primo bacio dato per una scommessa persa.
Il bacio. Era lì che Giorda aveva iniziato a guardare Mary non solo come una figura di giochi ma come una ragazza, una compagna con la quale condividere non solo i compiti per le vacanze di Natale ma anche una passeggiata romantica lungo le strade di Inverness, una cioccolata calda nella loro bottega locale preferita, un regalo unico che contenesse come messaggio una frase tipo: “Sei speciale”. Ovviamente le cioccolate, le passeggiate e i regali c’erano già, ma erano più cose da amici che da innamorati. E proprio mentre lo sguardo di Giorda si perdeva inesorabilmente lungo le acque ghiacciate del fiume e la mente navigava su di esso a vele spiegate, una botta tremenda lo colpì al lato destro della nuca. Paff! << Ehi! >> gridò Giorda colto alla sprovvista, toccandosi il punto colpito con la mano guantata e cercando con lo sguardo il responsabile dell’agguato. Gli occhi verdi incontrarono quelli azzurri della colpevole, ma non ebbero nemmeno il tempo di posarvisi che un altro colpo sfiorò la sua guancia.
<<Mary!! Questa m-me la paghi!! >>, ringhiò chinandosi per raccogliere una manciata di neve dai bordi della strada, pronto a vendicarsi del colpo inflittogli dall’amica.
<< Svegliati bell’addormentato o la prossima volta ti butto direttamente nel fiume! >> gridò di rimando Mary, ridacchiando divertita alla vista dell’amico che trafelato si approntava ad iniziare un’altra delle loro solite battaglie con la neve. Osservò attenta i gesti di Giorda, mentre da una mano all’altra si passava velocemente la neve raccolta in precedenza, compattandola ad ogni colpo e rendendola sempre più piccola e tonda. Un proiettile bianco partì verso la sua direzione a tutta velocità, ma la traiettoria era fin troppo ampia e prevedibile e per lei non fu un problema evitarlo. Seguì per un attimo con lo sguardo la palla che la oltrepassava e andava ad infrangersi contro la balaustra ghiacciata, disperdendosi così in dieci, centro, mille frammenti di finissimo ghiaccio che tornava a ricongiungersi al manto bianco presente sul marciapiede, poi tornò nuovamente sull’obiettivo per sferrare un nuovo attacco. Paff! Di nuovo la palla di neve colpì il bersaglio, anche se stavolta lo centrò non in testa ma al torace. << Ahi!!! Se ti p-prendo sei sp-pacciata fiocco di neve! >> urlò Giorda, per poi iniziare a correre verso di lei come un fulmine. Le cose si complicavano per Mary, poiché lei era infallibile nel centrare i bersagli ma Giorda aveva a suo favore l’agilità e la velocità. Lo sapeva bene, per questo prima di iniziare a correre cercò di creare un diversivo lanciando una nuova palla di neve con l’intento di rallentarlo. “Mossa sbagliata”, pensò Giorda sorridendo beffardo mentre si abbassava per evitare il nuovo colpo lanciatogli dall’amica. Era alto un metro e settantacinque circa, quasi quindici centimetri in più rispetto a Mary e il dislivello giocò a suo sfavore, poiché la palla di neve sfiorò il suo cappello e glielo sfilò dalla testa. << Non mi prenderai mai spilungone! L’ultimo che arriva da Benny paga la cioccolata >> gli urlò la ragazza ridendo e correndo nello stesso tempo, mentre Giorda raccoglieva il cappello da terra e ricominciava a correre per raggiungerla. Il vento gelido sferzò la strada sollevando una lieve coltre di nevischio, scompigliandogli i capelli marroni e costringendolo a socchiudere gli occhi lacrimanti. Solo un attimo, una folata di vento e Mary era sparita dalla sua vista così com’era apparsa.
“Non oggi’’, pensò il ragazzo iniziando a correre lungo Bank Street mentre nella mente si creava la strada più breve per raggiungere la cioccolateria. Rapido corse lungo la via, evitando il traffico pomeridiano e i passanti, infilandosi in dedali di stradine interne e sgusciando tra le vetrine dei vari negozi, mentre gli occhi saettavano a destra e sinistra alla ricerca della figura dell’amica. Intravide il cappotto rosso e il cappello di lana bianco a circa duecento metri di distanza. Mary non possedeva la sua velocità, ovvio, però non era nemmeno lenta. Giorda accelerò ulteriormente la corsa, allungando la falcata e bilanciando il ritmo respiratorio. Proprio come un leone che punta la propria preda, focalizzò la schiena di Mary tra il viavai delle persone che a quell’ora si dedicavano allo shopping prima di rincasare oppure staccavano dal lavoro e su di lei concentrò tutta la sua attenzione, spingendo gli scarponi al suolo con maggiore foga e avvicinandosi sempre di più all’ormai spacciata amica. Cento metri, ottanta metri, venti metri. Mary ormai era pochi passi avanti a lui e un sorriso di eccitazione si allargò sulla sua faccia chiazzata dal vento freddo e dal calore del corpo. Poteva udire distintamente il suo respiro affannato e lo scalpiccio degli stivali da neve sul suolo e questo lo esaltò ancor di più. << Pres… >> ululò euforicamente allungando la mano destra per afferrare l’amica ma proprio in quel momento… Paff! Un nuovo proiettile bianco si abbatté sul suo viso, accecandolo e costringendolo a fermarsi. Sentì solo la risata trionfante di Mary e capì all’istante che l’aveva beffato. Aveva di proposito decelerato gradualmente fino a farlo avvicinare e aveva calcolato al millesimo i tempi per scagliare la palla di neve che si era precedentemente procurata. Giorda sapeva che l’amica possedeva un’astuzia quasi militare e spesso sottovalutava questa sua arma vincente, finendo così per farsi fregare ripetutamente e perdendo spesso le loro gare improvvisate lungo le vie di Inverness. << Ci si vede al traguardo, babbeo! >>, lo schernì la ragazza allontanandosi nuovamente e distanziandolo sempre di più tra le risate. Giorda si ritrovò ansimante a specchiarsi alla vetrina di un negozio, pulendo la neve dal volto e tornando a guardare la strada per localizzare nuovamente la ragazza. Qualche passante gli lanciava occhiate curiose o se la ridacchiava sommessamente per la scena alla quale aveva appena assistito. “Bella figura Giorda”, pensò cercando di non dar peso alle persone che aveva attorno e focalizzando di nuovo la sua attenzione sulla strada da percorrere. Studiò mentalmente il percorso e riorganizzò i pensieri, quindi ricominciò a correre verso un vicolo che l’avrebbe condotto in Church Street, dove avrebbe dovuto fare circa un isolato per raggiungere la traversa di Queen’s Gate e arrivare all’incrocio di Academy Street, dove avrebbe finalmente potuto riposare e gustarsi vittoriosamente la tanto agognata cioccolata. Correva a testa bassa come un forsennato, sollevando sbuffi di neve dalla strada e urtando involontariamente qualche passante che aveva la sfortuna di trovarsi sulla sua traiettoria. Sentiva le gambe e i polmoni in fiamme, ma nonostante ciò continuò a correre senza fermarsi. Superò la frutteria della Signora Lincoln, svoltò a tutta velocità e si trovò davanti Queen’s Gate in tutta la sua lunghezza. Le gambe iniziavano a dolergli per l’immane sforzo alla quale le stava sottoponendo, ma Giorda era deciso più che mai a voler vincere. Correva, senza neanche più chiedersi dove fosse finita Mary. Domanda che avrebbe dovuto farsi, poiché era impossibile che in così poco tempo quella ragazza fosse totalmente svanita dalla sua vista. Le strade per arrivare alla cioccolateria erano molte, Giorda lo sapeva, ma sapeva anche che la più rapida tra tutte era quella che stava percorrendo attualmente. E purtroppo per lui, anche Mary sapeva bene questa informazione. Iniziò lentamente a rallentare e riprendere fiato, lasciando che un sorriso di trionfo increspasse le sue labbra e certo del fatto di aver superato l’amica e di avere la vittoria in tasca. Mancavano ormai poche centinaia di metri al locale, già scorgeva l’insegna a bandiera raffigurante una tavoletta di cioccolato sorridente. Udì d’un tratto un motore di una macchina avvicinarsi alle spalle e girò lo sguardo sulla strada giusto in tempo per notare l’autobus numero 13 che avanzava a velocità moderata. D’un tratto gli occhi di Giorda incrociarono quelli azzurri di Mary, che con un sorriso trionfante lo guardava e lo salutava con la mano destra poggiata al vetro del finestrino. Sentì la vittoria sfumare improvvisamente, così come le forze che fino ad un momento prima l’avevano sostenuto. Si fermò e con la mano destra tastò la tasca posteriore dei pantaloni, assicurandosi di avere il portafogli con se. Quindi ricominciò a camminare lentamente, sospirando e sbuffando come l’autobus che, fermatosi circa cento metri più avanti, lasciava scendere una figura con indosso un piumino rosso e un cappello di lana bianco, proprio davanti alla cioccolateria di Benny.

Capitolo 01
Cuore di cioccolata
Giorda arrivò alla cioccolateria, sbuffando e ansimando per lo sforzo fatto nel tentativo di recuperare la distanza che Mary si era lasciata dietro. Ovviamente lei era già lì e lo attendeva poggiata al muro del locale, le braccia dietro la schiena e un sorriso trionfante in volto. << Ben arrivato lumaca. Indovina a chi tocca pagare?! >> lo schernì non appena il ragazzo le fu vicino. Giorda, piegato in avanti nel tentativo di recuperare fiato, lanciò all’amica uno sguardo di rimprovero. << Do-dovresti essere tu a pagare, hai b-barato e lo sai be-bene >> disse, sostenendo gli occhi azzurri della ragazza che lo stavano osservando divertiti. << Non dire idiozie Giorda, la scommessa era chi arrivava prima, non come. Hai perso e ora paghi!! Su su, la mia cioccolata mi attende >> lo esortò con voce squillante, girando su se stessa e premendo con la mano guantata il maniglione della porta. Entrarono portandosi dietro un vento glaciale e vennero accolti dal solito tepore e dal profumo di cioccolata che aleggiava gradevolmente in tutto il locale. Il “Chocolate friends” era un locale di media ampiezza, con due enormi finestre intarsiate che davano su strada e che, in giornate come quella, riuscivano a rubare quanta più luce possibile dall’esterno e riversarla all’interno, creando così un ambiente molto luminoso. Le pareti erano tappezzate di quadri che ritraevano antiche macchine usate in passato per la produzione del cioccolato e moltissime foto che immortalavano momenti speciali della vita della famiglia Wilson, da anni unica titolare della bottega. Benny Wilson ne era l’attuale proprietario e teneva il locale con una cura maniacale. Non era raro infatti trovarlo a sistemare i prodotti che possedeva sullo scaffale dietro al bancone per ordine di grandezza o nome, spolverare una per una tutte le fotografie oppure dedicarsi meticolosamente alla pulizia del pavimento o dei vetri. Era un locale vecchio più di cinquant’anni, eppure ogni volta che i clienti vi entravano sembrava sempre la prima volta. Inverness non offriva poi molti punti di svago e col tempo gli abitanti del paese ne fecero un vero e proprio punto di ritrovo, modificandone addirittura il nome in “Chocolands”. Le assi di legno scricchiolarono a mó di saluto mentre Giorda e Mary si avviavano verso il loro tavolo preferito. La fiamma dal camino come sempre li attendeva scoppiettante e vivida, danzando ipnoticamente tra i ceppi di quercia che Benny aveva appena sistemato. Qua e la, lampade a muro emanavano una luce fioca e soffusa, creando un ambiente intimo e confortevole. << A chi tocca oggi pagare?? >> disse Benny voltandosi dal bancone e accogliendo i due ragazzi con il solito sorriso pacioso. Era un signore sulla cinquantina, con un buffo ventre prominente e un viso rotondo e quasi del tutto glabro, salvo per un paio di baffoni brizzolati che spuntavano da sotto un naso a patata e due occhi seminascosti da folte sopracciglia brune che distribuivano gentilezza ad ogni sguardo. Era vestito con la solita camicia di flanella a scacchi rossi e neri perfettamente in tinta con i pantaloni scuri, il tutto incorniciato dall’immancabile grembiule bianco sbiadito dai tanti calendari passati a servire e scaldare gli abitanti di Inverness. Anche lui col tempo aveva assorbito l’odore della cioccolata e più di qualche persona diceva che prima o poi qualche goloso si sarebbe fatto cogliere dalla tentazione e gli avrebbe rifilato un morso. C’era addirittura chi diceva che avesse il cuore di pura cioccolata e i ragazzi non potevano che concordare su questo.
<< C-ciao B-Ben, o-oggi tocca a m-me pagare la cioccolata >>, disse Giorda salutandolo con un cenno della mano e togliendosi il cappello fradicio di neve e sudore. << Non p-può battere i-il sottoscritto in una gara leale e qu-quindi deve ricorrere a dei trucchetti da b-bambini la signorina >> continuò, sbottonandosi il parka umido e sistemandolo sullo schienale della panca. << Saranno anche trucchetti da bambini ma ci sei cascato in pieno, caro il mio adulto >> rispose Mary togliendosi a sua volta gli indumenti inumiditi dalla neve e dal sudore. Tolse anche il berretto di lana bianco e con la mano si ravviò i capelli corvini all’indietro. Aveva capelli lunghi fino alle spalle e, quando poteva, amava raccoglierli in una lunga treccia arzigogolata che richiedeva almeno un’ora buona di lavoro per essere realizzata. Generalmente però li portava legati all’indietro con una fascia elastica, così da impedirgli di andarle negli occhi e compromettere il risultato di qualche gara scolastica, poiché faceva parte della squadra di atletica della scuola. Raramente li lasciava sciolti come quel giorno e quando lo faceva, Giorda le faceva sempre qualche velato complimento sul fatto che in quel modo erano più naturali e, secondo lui, le si addicevano di più. Sistemò il collo del maglione e prese posto al tavolo, picchiettando con le mani sulla superficie legnosa e invitando l’amico a sedersi a sua volta. Giorda aprì la cerniera del maglione e ne allargò il collo per stare più comodo e, quindi sistemò il cappello vicino al camino per farlo asciugare e si sedette. Nemmeno il tempo di ordinare che la porta si aprì nuovamente, lasciando così entrare un’altra folata di vento gelido e due ragazzi tutti imbacuccati dalla testa ai piedi. Erano un ragazzo ed una ragazza, entrambi alti uguali e dalle fattezze quasi identiche. Salutarono amichevolmente Benny, che nel mentre stava prendendo due tazze da dietro il bancone e si avvicinarono al tavolo di Giorda e Mary. << Yo Gi, Yo May! Come butta? É da tanto che siete arrivati? >> chiese il ragazzo, allungando la mano destra chiusa a pugno in segno di saluto. << Ciao T-Tash, c-ciao RI-Rina. N-no, in realtà c-ci siamo ap-ppena seduti. Non abbiamo ne-nemmeno o-ordinato >> rispose Giorda, allungano di rimando il pugno verso l’altro e colpendogli la mano con un buffetto. Erano i gemelli Colmay, avevano gli stessi anni di Giorda e assieme a Mary erano i suoi migliori amici.
Li aveva conosciuti in terza elementare e dopo una scazzottata con Tash a causa di una battuta sulla balbuzie, erano diventati inseparabili. Lui vestiva sempre con abiti di due taglie più grandi della sua, lei con abiti stretti ed eleganti.
Lei era perennemente attiva e metteva entusiasmo in qualunque cosa facesse, lui era già tanto che si alzasse da letto la mattina. Lui amante del genere reggae e di Bob Marley, lei della classica. Giorno e notte, luce e oscurità. Questo erano i gemelli Colmay. Oltre a questi dettagli e al fatto che uno era maschio e l’altra femmina, erano quasi del tutto identici. Da poco tempo la differenza iniziava a notarsi maggiormente a causa delle forme femminili che Rina stava acquisendo, altrimenti in più occasioni i due erano stati scambiati l’uno per l’altra da piccoli. Avevano entrambi fisici slanciati, occhi marroni e riccioli scuri. Rina li portava lunghi sciolti fin sopra le spalle, Tash regolarmente gelatinati e sparati verso l’alto. Si tolsero le giacche pesanti e presero posto accanto al fuoco, scaldandosi le mani e assaporando il tepore che lentamente si espandeva in maniera piacevole nei loro corpi. Nel frattempo Mary si recò al bancone e ordinò a Benny quattro cioccolate aromatizzate all’arancia, quindi tornò e si sedette vicino all’amica. << Allora Rina, hai più avuto notizie di quella cosa? >> chiese acquattandosi al suo fianco e scaldandosi al fuoco del camino. Subito iniziarono a confabulare tra loro, lasciando estranei ai loro discorsi Giorda e Tash.
<< Ciccio, che programmi hai per il tuo comple-danno? Hai pensato a qualcosa vero? >> chiese Tash ammiccando maliziosamente verso l’amico. Da qualche anno avevano storpiato la parola da compleanno a comple-danno in onore degli scherzi che Giorda Mulligan inscenava ogni 20 Novembre, data in cui compiva gli anni.
<< Certo sarà difficile battere lo scherzo che hai organizzato l’anno scorso a quel demente di Lawrence, però qualcosa mi dice che quella zucca piena di rotelle e ingranaggi sta già escogitando qualcosa di formidabile. Lo leggo in quello sguardo da pazzoide che ti ritrovi. Dico bene Gi?? >> continuò, inarcando la schiena all’indietro e sbragandosi letteralmente sulla panca. Giorda certe volte ammirava il modo di fare di Tash. Era come se vivesse su un altro pianeta, come se nulla al mondo potesse mai toccarlo o scalfirlo. Non era un tipo superficiale, intendiamoci, ma viveva la vita riducendo al minimo i pensieri e facendo letteralmente ciò che più gli piaceva o pareva. Molte volte Giorda e Mary scherzavano sul fatto che in realtà lui non fosse il vero gemello di Rina e che la famiglia in tenera età l’avesse adottato, colpita dalla straordinaria somiglianza con la figlia. Nessuno della famiglia Colmay era come lui, tutti erano ligi al dovere e rigidamente severi sull’etica comportamentale ed estetica. Cosa che, ovviamente, non sfiorava nemmeno per sbaglio i pensieri di Tash. Viveva la sua vita con estrema calma e totale menefreghismo verso ciò che secondo lui non era importante o non valesse la pena di apprendere a fondo. Dispensatore di parole e di argomenti, sapeva attaccare bottone con chiunque e andare avanti a parlare di nulla per ore, incantando tutti i malcapitati che avevano la sfortuna di aprire un discorso con lui. Totalmente l’opposto di Giorda in pratica, che il più delle volte preferiva ascoltare piuttosto che parlare. Per questo lo ammirava e in più di qualche occasione si era ritrovato a pensare che non gli sarebbe affatto dispiaciuto essere nei suoi panni. In coppia creavano l’equilibrio perfetto: Tash parlava e Giorda ascoltava. << Ve-veramente no T. Que-quest’anno in realtà stavo pe-pensando di smetterla con gli scherzi del comple-danno. Compirò diciassette anni e-e cre-credo sia arrivato il momento di darci un taglio>> rispose Giorda, poggiando i gomiti sul tavolo e sorreggendosi il volto tra le mani. Tash sgranò gli occhi e dopo qualche secondo di silenzio sbottò in una fragorosa risata. << Ma ti prego Gi!! Ehi ragazze, sentite cos’ha da dire il vecchio saggio qui >> disse, venendo però ignorato dalle due che sembravano tutte prese da chissà quali discorsi.
<< Avanti Ciccio, sono diciassette anni mica settanta! E poi non vorrai chiudere la tua carriera da organizzatore di scherzi perfetti così, senza un minimo di preavviso! Hai una reputazione da mantenere >>. Giorda soppesò le parole di Tash, ripensando allo scherzo magistrale che l’anno prima aveva organizzato a Clark Lawrence, capitano della squadra di Shinty e ragazzo più popolare della scuola, nonché bullo da quattro soldi. L’idiota aveva avuto la brillante idea di prenderlo in giro durante l’ora di educazione fisica proprio il giorno del suo compleanno, ignorando l’abilità innata di stratega che Giorda aveva fin dalla nascita. Cinque giorni dopo Giorda e Tash avevano rubato la bicicletta di Clark dal parcheggio della scuola e, dopo averla smontata praticamente pezzo per pezzo, gli avevano organizzato una sorta di caccia al tesoro anonima. Risultato? Clark Lawrence su tutte le furie che inveiva e prometteva di pestare a morte con la sua mazza da Shinty gli artefici di quello scherzo idiota tra le risate generali dei compagni di scuola e una sonora lezione ricevuta a casa per essersi fatto rubare la bici come uno sciocco. Lo rividero in sella alla sua bici dopo più di un mese. Ovviamente ignorava tutt’ora chi mai avesse osato mettersi contro Big Boy Lawrence, 1.80 di altezza per quasi 100 kg di muscoli. E ovviamente sia Giorda che Tash si erano ben guardati dal rivendicare lo scherzo che avevano architettato e portato a termine nei minimi particolari. Erano veri e propri geni del crimine ma sapevano anche quando era il momento di tacere. Tash un po’ meno, ma a questo pensava Giorda per fortuna. Il suono delle tazze di cioccolata sul tavolo e il delizioso aroma che gli riempì le narici lo riportò di colpo alla realtà. << N-non so T. Forse hai ra-ragione ma… >> disse, prima che Tash prendesse il sopravvento nel tentativo di persuaderlo. << Niente “ma” fratello, non puoi deluderci tutti così! Tu sei il precursore delle malefatte più riuscite qui ad Inverness, sei il genio criminale che tutto può se solo vuole, sei.. Sei… insomma, non puoi tirarti indietro e basta! Non senza prima chiudere la tua brillante carriera con un ultimo e indimenticabile comple-danno! Per citare l’immortale Bob: Non è sbagliato se ti rende felice. Avanti Ciccio, anche May e Rina sono d’accordo con me, vero ragazze? >> disse, lanciando uno sguardo alle due ragazze che questa volta lo stavano ascoltando. << Perché no Giorda? Solo un’ultima volta… >> disse Mary tirando fuori uno dei suoi micidiali sorrisi melensi con la quale riusciva ad ottenere tutto ciò che voleva, specialmente da Giorda. Il ragazzo la guardò e sospirò, sapendo che qualsiasi sua opposizione sarebbe stata inutile, quindi prese la tazza e assaporò una breve sorsata di cioccolata, sapendo che nei tre giorni che lo separavano dal suo compleanno si sarebbe dovuto inventare qualcosa per chiudere in bellezza la sua carriera da genio degli scherzi. << Ehi Giorda, non è che anche a te sta diventando il cuore di cioccolata?! E’ per questo che non vuoi più fare scherzi vero? >> lo stuzzicò Tash, provocando una risata generale delle due amiche. << Ch-chissà T… Magari tr-tra tre giorni lo scoprirai >> ghignò Giorda, gustando la sua bevanda e godendosi il sorriso che lento svaniva dalla faccia dell’amico.

Clark Lawrence lanciò tre sonori starnuti, chiedendosi se qualcuno stesse parlando di lui o se a forza di allenarsi in mezzo a quel freddo non si fosse buscato un raffreddore. Correva con ritmo moderato lungo Castle Road, respirando con le narici l’aria frizzante e risputandola in sbuffi di fumo dalla bocca. La tuta grigia felpata che aveva indosso era chiazzata qua e la di sudore e il cappuccio tenuto ben stretto sopra la testa copriva i neri e lunghi capelli raccolti all’indietro, nascondendoli. Nel crepuscolo i rumori della città andavano acquietandosi e l’unica cosa che si poteva udire per la via, oltre a qualche chiacchiericcio o saluto sporadico da parte dei passanti, era il suono regolare del suo respiro e il ghiaccio che s’infrangeva sotto le sue scarpe da ginnastica con tanti piccoli “crick crack”. Era ormai un’ora buona che stava correndo e a breve sarebbe rientrato a casa, terminando la sua sessione quotidiana di allenamento. Passò agilmente davanti ai negozianti che iniziavano a pulire per chiudere il negozio e con brevi cenni della mano salutò qualche conoscente lungo la strada, fermandosi nei pressi di una fontanella e abbeverandosi a piccole sorsate lente. Si asciugò la bocca con la manica della felpa e si concesse qualche secondo per riprendere fiato e per godere dei colori che il sole, celato dietro a spesse nubi bianche, regalava in quel momento. Respirò a fondo l’odore della neve e dell’aria pulita mista al suo e osservò il vapore che si levava dal corpo possente a causa dello sbalzo termico. Sentì le gambe bruciare per lo sforzo e gustò con appagamento quella sensazione di stanchezza che gli intorpidiva i muscoli delle gambe, che riattivò con una lieve scrollata prima di riprendere a correre. Passò vicino al parco, zigzagando tra i pali di cemento che separavano il grosso cancello dalla strada e giocando con la sua ombra stagliata sulla neve, quindi girò per Queens Gate e si ritrovò a costeggiare sulla sinistra il Chocolands. Buttò uno sguardo attraverso le ampie vetrate del locale e quando i suoi occhi color ghiaccio riconobbero la figura di Mary Lindberg seduta ad un tavolo, la sua corsa rallentò involontariamente. Era senza dubbio la più bella ragazza che avesse mai conosciuto ed era anche una delle poche che non provasse un debole nei suoi confronti. Ad ogni suo invito a vedere le partite che disputava o a tutti i suoi tentativi di corteggiamento, la ragazza aveva sempre innalzato un muro invalicabile, privandolo di ogni minima speranza di potersi avvicinare e conoscerla. A ben pensarci, non aveva mai visto nessun ragazzo avvicinarsi a lei e far breccia tra le sue difese. Solo uno aveva questa fortuna e Clark non riusciva a capacitarsi di come una persona simile potesse avere così tanta confidenza con Mary. Clark riteneva che Giorda Mulligan fosse solo uno sfigato, un ragazzo timido e del tutto insignificante che non solo era privo di ogni nota degna d’interesse ma era anche balbuziente. Cresciuto con rigide regole all’insegna della perfezione fin da bambino, Clark non accettava nulla che non fosse perfetto, nemmeno un disturbo del linguaggio. In più occasioni si era posto questa domanda ed era addirittura arrivato a porla a Mary stessa, ottenendo come risposta un’indifferenza che lo ferì più di uno schiaffo in pieno volto. Senza nemmeno accorgersene, Clark aveva fermato la sua corsa proprio davanti alla vetrina e quando se ne rese conto, riprese a correre con maggiore foga per allontanarsi senza farsi vedere dagli altri dal negozio di Benny. “Prima o poi sarai mia Lindberg, lo giuro sul mio stesso nome” pensò, prima di spingere con maggior foga le gambe e svoltare presso Academy Street, diretto come un fulmine verso la propria casa.

Capitolo 02

Asgard

<< Ciccio, come sei messo con i compiti di domani? >> domandò Tash a Giorda, bevendo l’ultimo sorso di cioccolata ed esalando un rumoroso “aaah” di soddisfazione, prima di poggiare la bianca tazza vuota sulla superficie legnosa del tavolo. << D-devo ancora finire di studiare qualche p-pagina T, lo farò non appena a-arrivo a casa >> rispose Giorda, osservando distrattamente la tazza vuota con la quale stava giocherellando da un po’. << Mi domando perché non chiudano la scuola con questo tempo. Ogni giorno ci costringono ad uscire al mattino presto e ad affrontare il freddo tremendo, senza provare scrupoli o pietà nei nostri confronti. É troppo crudele >> s’intromise Rina, sottolineando l’ultima frase con un cenno della mano e con una delle sue espressioni esagerate che facevano sbellicare dalle risate Giorda e Mary. Tutti assentirono con mormorii di approvazione e Benny, che da dietro il bancone stava ascoltando distrattamente i loro discorsi, emise una bassa risata da sotto gli enormi baffoni. Pulì le ultime tazze che aveva appena ritirato da un tavolo vuoto e le sistemò sullo scaffale allineandole alla perfezione tra loro, quindi gettò uno sguardo al grande orologio appeso al muro che aveva di fronte e si schiarì la voce.
<< Se devi ancora studiare ti conviene rientrare ragazzo, sono quasi le sette di sera e a meno che tu non voglia saltare la cena per chiuderti sui libri… >>, disse rivolto verso Giorda e i suoi amici in tono pacato. Sorrideva, osservando il gruppetto che quasi tutti i giorni veniva al suo locale, provando un po’ di dolce nostalgia nel ripensare a quando era lui a trovarsi dall’altra parte del bancone e suo padre lo ammoniva benevolmente per farlo rincasare e fargli fare i compiti. Effettivamente, constatò Giorda a malincuore, Benny non aveva tutti i torti, si era fatta l’ora di rientrare. Gettò agli amici un’occhiata dispiaciuta e lentamente si alzò, prendendo il portafogli dalla tasca e poggiando la somma della sua cioccolata e quella dell’amica sul tavolo. << Bb-benny ha ragione r-ragazzi, é mm-meglio che mi avvii se a cena n-non voglio mm-mangiare le leggi di diritto e le d-date di storia >> disse, salutando con un buffetto sulla spalla Tash e facendo un cenno della mano a Rina e Mary. Gli altri ricambiarono e Mary gli fece una smorfia buffa che gli rubò un sorriso. Si rimise il parka e recuperò il berretto di lana da vicino al camino, gustandosi il calore che aveva sottratto alla fiamma quando lo mise in testa, quindi si avviò verso la porta. Salutò Benny prima di chiudersela alle spalle e ritrovarsi a fronteggiare il freddo della sera. Si abbottonò bene il giubbotto, tirò su il colletto del maglione fin sopra la bocca e iniziò a camminare verso Church Street. Lanciò un ultimo sguardo attraverso la vetrata del locale e osservò i suoi amici ridere e parlottare tra loro. Sorrise, beandosi del pensiero che era stato veramente fortunato ad averli conosciuti e soprattutto ad essere loro amico.
Con loro non doveva fingere, non doveva controllare la sua balbuzie, non si sentiva nervoso o agitato. Erano pezzi che s’incastravano perfettamente nel puzzle della sua vita e con questa consapevolezza si lasciò la loro immagine alle spalle, ripercorrendo i passi fatti qualche ora prima per tornare a casa.

Asgard se ne stava acciambellato sull’enorme cuscino imbottito che il signore e la signora Mulligan avevano comprato apposta per lui, sonnecchiando al caldo del camino e ignorando qualsiasi altro pensiero che non fosse dormire o mangiare. Era un grosso cane da pastore scozzese di 3 anni, dal lungo pelo nero con delle striature champagne sul muso, sul petto e su tutte e quattro le zampe. Pesava più o meno 25 kg, anche se spesso se ne dimenticava tentando di salire in braccio a Giorda o ai suoi genitori. Docile e giocherellone, amava scorrazzare per il giardino di casa annusando tutto ciò che fosse a portata di naso e abbaiare con gran foga ai gatti del vicinato, senza però avvicinarsi mai troppo a loro. Aprì un occhio nel sentire le chiavi girare nella toppa e osservò la porta, scodinzolando alla vista di Giorda che era rincasato e si stava togliendo giacca, guanti e cappello. Si alzò dal giaciglio lanciando un sonoro sbadiglio e stiracchiò le zampe posteriori allungandole in maniera alternata, quindi si avviò trotterellando in direzione del ragazzo. << Ciao Asgard >> disse Giorda chinandosi sul cane e grattandogli il collo e la pancia con entrambe le mani. L’aveva preso quando era solo un cucciolo e ogni volta che notava la sua stazza, faticava a ricordare quanto fosse stato piccolo prima. Asgard gli annusò le scarpe e i jeans, poi inizio a leccargli le mani con foga, poggiandosi con tutto il peso sulla gambe del padroncino e lasciandosi coccolare come se nulla al mondo fosse più importante. << Ciao famiglia, s-sono tornato! >> salutò Giorda, dando un ultimo grattino dietro le orecchie di Asgard e avviandosi con passo strascicato verso la cucina. La famiglia Mulligan viveva in via Telford Stret, in una casetta a schiera divisa su due livelli. Era fatta di mattoni rossi e grigi e aveva il tetto di tegole marroni scure, con due finestre che incorniciavano la porta di casa e una più grande, posta al piano superiore. La signora Mulligan, amante del verde e delle piante, aveva montato dei supporti in canne di bambù sugli angoli della casa e vi aveva fatto crescere una folta edera rampicante che teneva curata nel dettaglio, come il resto del piccolo giardino recintato da uno steccato rosso che cingeva il perimetro della proprietà. L’interno era composto da un’anticamera dove la famiglia lasciava i cappotti, le borse e tutti gli altri indumenti che generalmente indossava prima di uscire, un ampio salone con un grande camino, un vecchio divano a quattro posti che negli anni si era adattato alle forme della famiglia, un tavolo intagliato in spesso legno di noce con sei sedie tutte attorno, una vetrina nella quale Allie teneva il servizio buono di piatti, bicchieri e stoviglie e un grosso televisore da 49 pollici appeso al muro. C’era poi un cucinotto abitabile dove la famiglia cenava e un bel bagno con doccia e finestra. Al piano superiore vi erano la camera dei signori Mulligan, la camera di nonno Jonah (che dopo la scomparsa della moglie era andato a vivere con loro), la camera di Giorda e un secondo bagno con vasca, anch’esso provvisto di finestra. Quella sera dalla cucina proveniva l’odore invitante della zuppa di porri e patate e del salmone arrostito al forno. Giorda vi entrò, trovando infatti la madre indaffarata ai fornelli ed il nonno seduto al tavolo che leggeva notizie sul giornale locale riguardanti il meteo. Dal piano superiore veniva il rumore dell’acqua della doccia, segno che anche il papà era in casa e si stava concedendo un po’ di relax dopo la giornata di lavoro.
<< ’Sera famiglia! >> disse salutando il nonno con una delicata pacca sulla schiena e dando un bacio sulla guancia della madre. Inspirò a fondo l’odore eccezionale che proveniva dalla pentola coperta e non resistette alla tentazione di assaggiarne il contenuto. << Giù le mani dalla zuppa Giorda! >> lo redarguì Allie stoppando le intenzioni del figlio sul nascere.
<< Fila a lavarti le mani e dai una mano ad apparecchiare la tavola, é quasi pronto >> aggiunse dandogli poi a sua volta un bacio sulla guancia. Giorda provò a replicare ma Allie lo zittì con un solo sguardo, quindi si voltò e si diresse verso il bagno libero per lavarsi. Jonah ridacchiava sommessamente, osservando la scena da sopra le pagine del giornale e scrutando Giorda. Il pensiero tornò alle parole che aveva pronunciato quel pomeriggio ed una domanda si fece largo esplodendogli nella mente. “I tempi saranno realmente maturi? “Si chiese seguendo il ragazzo con la coda dell’occhio finché non svanì oltre la porta, quindi riprese a guardare il giornale senza più leggere cosa vi fosse scritto sopra. “Giorda é forte e volenteroso ma é pur sempre un ragazzo di neanche diciassette anni… Sarà la cosa giusta? “, continuava a domandarsi Jonah accantonando del tutto i fogli di carta e poggiando i gomiti sul tavolo, sorreggendosi la testa con le mani chiuse a pugno con fare pensieroso. << Papà, tutto bene? >> chiese Allie preoccupata osservando il padre e avvicinandosi a lui per mettergli una mano sulla spalla. Il tocco fece sussultare Jonah che si svegliò dai suoi pensieri e ritornò alla realtà della cucina. << Oh, si si Allie cara. Stavo solo pensando a cosa bisognerà fare se questo vento gelido e questa neve non smetteranno di tormentare Inverness >> mentì con tono sereno, sorridendo e toccando la mano alla figlia per rasserenarla. << Ho una fame pazzesca con tutti questi profumi, sarà meglio iniziare ad apparecchiare >> disse, alzandosi da tavola e accantonando per il momento i pensieri che lo tormentavano. Quella sera la famiglia Mulligan cenó allegramente e piovvero fiumi di complimenti per gli ottimi piatti che Allie aveva preparato. Papà Francis raccontò qualche aneddoto della sua giornata e Giorda raccontò della sua corsa con Mary e di come l’avesse imbrogliato, suscitando l’ilarità generale. Nonno Jonah se ne restò in silenzio per quasi tutto il tempo, godendosi il cibo e dando di tanto in tanto qualche boccone ad Asgard che si era prontamente acquattato vicino a lui e lo fissava con occhioni languidi, elemosinando pezzi di cibo e coccole. Finito di mangiare tutti aiutarono Allie a sparecchiare e Giorda si ritirò nella sua camera, sdraiandosi sul letto e prendendo il libro di storia. Alla terza pagina della rivoluzione francese, il suo smartphone vibrò sonoramente, rivelando sul display un messaggio da parte di Mary.

M: 21.05 “ Sei riuscito a studiare qualcosa? “

G: 21.06 “ Veramente no… Ho appena iniziato ”

M: 21.10 “ Prevedo una notte moooolto lunga ”

G: 21.12 “ Già… Domani alla solita ora? “

M: 21.15 “ Ovvio. Ci vediamo alla fermata, cerca di non fare troppo tardi o non ti sveglierai ”

G: 21.22 “ Ok, a domani! “

Giorda posò lo smartphone sul comodino e si sgranchì le dita, pronto ad affrontare una lunga notte di studio. Un’ora più tardi lo svegliò il libro che, scivolando dal suo volto addormentato, cadde sul pavimento producendo un tonfo netto che lo fece sobbalzare. Rinunciò a studiare e si sistemò per la notte prima d’infilarsi sotto le coperte, pensando che domani qualche cosa si sarebbe inventato sicuramente in caso d’interrogazione, quindi spense la luce e si diede la buonanotte.
Sognò di varcare un confine e di sparire in un mondo che mai nessuno aveva visto, un mondo che non esisteva eppure sembrava reale in tutto e per tutto. Un mondo che solo nei sogni può prendere vita per tutte le particolarità che possedeva. Sognò di viaggiare e di affrontare molte avventure, svegliandosi di malavoglia il mattino seguente al suono della sveglia. Ripensò ancora qualche momento a ciò che aveva sognato durante la notte, poi come purtroppo accade spesso, se ne dimenticò e lasciò affondare il tutto nelle acque della memoria. Ancora non sapeva che qualche volta i sogni possono diventare realtà.

L’autobus 25 sussultava nel traffico di Kenneth Street, avanzando e fermandosi ogni 100 metri tra le auto. Mary veniva sballottata avanti e indietro ad ogni frenata, dondolando sul sedile e guardando dal finestrino le montagnette di neve sporca accatastata ai bordi dei marciapiedi dagli spazzaneve. Quella notte c’era stata una nuova ondata di fiocchi e la mobilità, nonostante l’impeccabile intervento degli operatori stradali, andava più a rilento del solito. Guardò l’orologio nero che teneva al polso, un bel modello sportivo di plastica gommata che fungeva anche da cronografo, accertandosi di non essere in ritardo all’appuntamento con Giorda. Si alzò dal suo posto, chiamò la fermata a Montague Row e attese che il bus frenasse la sua avanzata e aprisse le porte, consentendogli di scendere. Poco più avanti, seduto su una panchina, vide Giorda che sfogliava le pagine del libro di storia ancora mezzo addormentato. << Stai ancora studiando? >> chiese sorpresa una volta giunta a qualche passo dall’amico. << S-senza “ancora”, sto s-studiando. Ieri s-sera m-mi sono addormentato >> rispose Giorda, finendo di leggere la pagina e chiudendo il libro di storia per poi stropicciarsi l’occhio destro con fare assonnato. << H-hai fatto c-colazione?? >> chiese a Mary riponendo il libro di testo recuperando un sacchetto di carta bianco dallo zaino, chiudendo poi la zip. Ne estrasse due brioche di sfoglia tiepide e una la porse all’amica, che la prese e ricambiò con un dolce sorriso il gesto.
<< Anche se l’avessi fatta, non potrei mai rifiutare le brioche del signor Nigel >>, disse Mary addentando il dolce con gusto e riversando briciole di pasta sfoglia sulla neve. Giorda fece lo stesso e assaporò il morbido sapore della brioche che a contatto con i denti e la saliva si scioglieva in bocca, riversandovi un tiepido contenuto di crema al latte dal sapore dolce e zuccherino e producendo un flebile “crunch-crunch” ad ogni morso. Finirono in pochi bocconi il resto del dolce e Giorda si alzò dalla panchina, mettendosi lo zaino in spalla e facendo cenno a Mary con la testa di avviarsi verso scuola. L’Inverness High School si presentava come un enorme edificio bianco a due piani, lastricato di finestre lungo tutta la facciata e con un grande spazio erboso attorno, utilizzato generalmente per le cerimonie e le attività sportive. I ragazzi varcarono il cancello esterno ciarlando del più e del meno o dei film visti in tv la sera prima, avanzando verso la struttura a passi strascicati come tanti sonnambuli appena usciti dai loro letti. Giorda stava mostrando a Mary alcune foto che aveva fatto qualche giorno prima col telefono quando Tash e Rina arrivarono alle loro spalle chiamandoli.
<< Buongiorno Ciccio, buongiorno May! Pronti per questa nuova giornata? Oggi la Harrison ha fissato le interrogazioni… Cacchio, speriamo che la neve l’abbia ibernata in casa quell’arpia! >> esordì Tash colpendo Giorda sulla spalla con un pugno giocoso. Giorda incassò il colpo arretrando di un passo e si preparò a colpire a sua volta, fermandosi però alla vista della figura che si trovava alle spalle dell’amico.
<< Signor Colmay, spero si sia preparato sufficientemente per oggi. Ho la vaga impressione che la interrogherò >> disse con voce squillante la Signora Harrison sbucando da dietro Tash e Rina, sogghignando maliziosamente e scrutandoli uno per uno con sguardo altezzoso. Poi senza aggiungere altro li superò a passi corti e rapidi, mescolandosi alla folla e svanendo dalla loro vista. Era una signora sulla cinquantina, dal fisico asciutto e slanciato che curvava lievemente all’altezza della schiena, rendendola ancor più inquietante di quanto già non fosse. Perennemente vestita con abiti formali e dallo sguardo abitualmente freddo e arcigno, Rosemary Harrison amava portare i capelli dal colore grigio topo raccolti in una crocchia tenuta ferma da una matita rosicchiata e consunta. Talvolta indossava degli occhiali a mezzaluna dalla montatura sottile che rendevano ancor più rude e maligno il suo sguardo, specialmente durante le interrogazioni. Giorda e le altre attesero qualche secondo, poi sbottarono a ridere guardando Tash e burlandolo per la figura appena fatta, oltre che per il suicidio appena compiuto con la Harrison. Tash li guardò col solito sguardo incurante e tranquillo, scuotendo il capo e allontanando Giorda che nel frattempo aveva provato a colpirlo a sua volta. <<Don’t worry, be happy! >> intonò a gran voce sorridendo e cingendo le spalle di Rina e Mary, che a loro volta allungarono l’abbraccio a Giorda formando una sorta di catena. Varcarono così la soglia della scuola, cantando all’unisono il motivetto del grande Bob Marley e preparandosi ad affrontare la tremenda sfida che li attendeva alla quinta ora.

Rosemary Harrison entrò nella classe rumorosa stringendo il registro sottobraccio e con passi lenti e decisi. Un solo sguardo alla classe bastò per placare quella mandria di bestie stanche e sfiancate dalle ore precedenti, ricreando quell’ordine che fino a qualche attimo prima sembrava utopico. Arrivò alla cattedra e vi posò il registro, girandosi verso la lavagna e scrivendo a caratteri cubitali la parola “INTERROGAZIONE”, sottolineandola in maniera talmente marcata che il gessetto finì per spezzarsi. Quindi si voltò, prese posto e scrutò i presenti con occhi glaciali e maliziosi, soffermandosi su Giorda, Mary, Rina e ovviamente Tash. Aprì il libro di testo a caso e lesse a voce alta il numero della pagina, sommandolo ed estrapolandone poi il numero corrispondente a quello degli alunni sul registro. Il primo estratto fu Gregor Murreel, esattamente il cognome successivo a quello di Giorda Mulligan. Giorda deglutì ed espirò, aprendo il libro di storia e cercando di memorizzare quante più informazioni possibili nell’arco del tempo che lo divideva dalla carneficina pubblica. Lesse quante più pagine possibili senza ovviamente ricordarsi nulla, preso com’era dall’ansia di essere chiamato alla cattedra. Uno dopo l’altro i compagni di classe vennero estratti a sorte e uno dopo l’altro caddero sotto le domande che la professoressa infliggeva loro come se fossero stoccate micidiali durante un incontro di scherma. Implacabile e senza pietà, dopo circa mezz’ora aveva distrutto le medie di quasi metà degli alunni presenti in classe. Scaldatasi abbastanza e pronta a distruggere il prossimo, la Harrison chiuse con uno schiocco il libro di testo e fissò gli occhi carichi di sadico divertimento su quelli annoiati di Tash.
<< Signor Colmay… Prego >> scandì lentamente, puntando il dito verso Tash e facendogli cenno di avanzare verso una fine lenta e dolorosa. Il ragazzo, sbragato come al solito all’ultimo banco, osservò a lungo la professoressa, quindi si alzò in piedi e con passo privo di fretta avanzò fino alla cattedra. Lì si fermò, sostenendo dall’alto lo sguardo della professoressa che seduta si preparava a distruggerlo. << Dunque signor Colmay.. >> disse passandosi la lingua sulle labbra, come a pregustare la tortura a cui stava dando inizio
<< Qual’era la causa economica della Rivoluzione Francese? >>. Seguì il parlottare sommesso dei compagni di classe che stavano scommettendo in merito al fatto che Tash sapesse o meno la risposta. Il ragazzo mantenne gli occhi sulla professoressa, che certa del fatto di averlo subito colto in flagrante stava facendo girare lo sguardo sulla classe in cerca della prossima vittima. << La diminuzione dei prodotti agricoli e l’aumento demografico, con la conseguente miseria per gli strati sociali più poveri >> rispose Tash nel silenzio generale che si creò subito dopo la sua risposta. La Harrison voltò lentamente la testa e lo guardò, incontrando il sorriso sornione con la quale il ragazzo la stava sfidando. Tutti i presenti seguirono la scena nell’immobilità totale, attendendo il proseguo di quella che prometteva essere una scena memorabile.
La professoressa e l’alunno iniziarono a duellare a suon di domande sempre più complesse e risposte date con sicurezza sfacciata, quasi ribelle. Si sfidarono con le parole, Rosemary attaccando con domande infime e sottili, Tash ribattendo in maniera appropriata ed evitando di cadere nei tranelli che l’insegnante gli tendeva. Andarono avanti per più di venti minuti, finché la Harrison ormai sprovvista di argomenti, tentò il tutto per tutto rifilando a Tash una domanda fuori dal programma che aveva spiegato loro fino a quel momento. << Molto bene signor Colmay, vediamo se sa anche questa: Cosa rispose Maria Antonietta quando un messaggero le disse che i sudditi non avevano più pane per sfamarsi?! >> disse scandendo l’ultima frase con tono basso e gutturale, osservando il ragazzo che sgranando gli occhi e tentava di trovare nella sua mente la risposta. Cercò disperatamente la nozione mancante girando lo sguardo verso la classe, che venne immediatamente zittita da un << SILENZIO ASSOLUTO, IL PRIMO CHE APRE BOCCA SI BECCHERÀ UNA SOSPENSIONE IMMEDIATA! >>. Tash si ritrovò improvvisamente solo, la professoressa aveva mosso le pedine in modo tale da tenere sotto scacco sia lui che tutto il resto della classe. Abbassò lentamente il capo, fissandosi la punta delle scarpe con fare sconfitto. Giorda dal suo banco guardava l’amico e la professoressa, che sicura di averlo ormai in pugno snudò i denti in un sorriso diabolico. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarlo ma, come tutti gli altri, aveva le mani legate. Guardò d’un tratto Rina che era seduta qualche banco più avanti e inarcò il sopracciglio con fare inquisitorio, notando la reazione che la gemella di Tash stava avendo nell’osservare la situazione. Appariva divertita, seminascosta dal libro di testo per non far vedere le risa che a stento stava trattenendo. Giorda era confuso nel vedere ciò, finché dalla cattedra non arrivò una risposta in cui nessuno avrebbe scommesso. << S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche >> recitó Tash in un francese perfetto, scandendo lentamente le parole e sollevando il capo. Sul volto aveva il sorriso trionfante di chi sapeva di aver vinto, ed effettivamente così era. La professoressa Harrison rimase senza parole all’ennesima risposta giusta del suo alunno e, senza avere più argomenti con la quale attaccarlo, fu costretta ad elargirgli un nove pieno e a congedarlo. Tash chinò appena il capo in segno di rispetto per l’avversaria sconfitta, quindi si girò e vittorioso si avvió verso il proprio banco. Passando davanti a Giorda sollevò due dita in segno di vittoria all’altezza del petto per non essere visto dall’insegnante e gli strizzò l’occhio, mimando senza emettere suono la frase “don’t worry, be happy”. Giorda era strafelice per l’esito dell’interrogazione e, preso dall’euforia del momento, non si accorse dello sguardo traboccante d’ira con la quale la professoressa Harrison stava guardando lui e il suo amico. D’un tratto ringhiò a bassa voce una parola che tramutò la felicità di Giorda nel panico più totale. << Signor Mulligan, prego >>. Il ragazzo, attonito, rimase per qualche secondo in silenzio con gli occhi incollati al libro di testo inerte sul banco. Nello sguardo il panico di chi sa di non sapere. L’insegnante sollecitò nuovamente con voce spazientita la presenza di Giorda al suo fianco e lui fu costretto ad alzarsi, cosciente del fatto che non ci sarebbe stata una terza chiamata. Vigeva infatti la regola, nella classe di Rosemary, che un ragazzo potesse essere chiamato alla cattedra un massimo di due volte. Se al secondo richiamo, sia per disattenzione che per impreparazione, il candidato o la candidata non si alzavano dalla sedia, scattava in automatico il non classificato sul registro. Una sorta di count down insomma, alla quale Giorda, come un pugile che si rialza dal tappeto prima di essere dato per vinto, rispose sollevandosi incerto dalla sedia. Passo lento e capo chino, si avviò verso la cattedra come un condannato che marcia per l’ultima volta verso il patibolo. La classe, nella quale fino a qualche istante prima si respirava un’aria quasi festosa, era tornata a farsi silenziosa, permettendo così ai passi lemmi di Giorda di risuonarvi con rumore, come il pendolo di un orologio che ad ogni oscillazione segna il passare dei secondi. Terminò la sua avanzata ritrovandosi al fianco della Harrison, che con sguardo malevolo lo fissava da sotto la montatura dei suoi inquietanti occhiali a mezzaluna. << Molto bene signor Mulligan… Pronto per questa passeggiata al chiaro di luna? >> sibilò minacciosamente verso il ragazzo, che da quella breve distanza poté chiaramente avvertire il lezzo fetido del caffè misto alla bile che probabilmente Tash le aveva scatenato qualche minuto prima.
<< S-si signora >> si trovò a rispondere Giorda, avvertendo lo stomaco contrarsi e costringendosi a non dare di stomaco davanti a tutta la classe. Non voleva apparire più sfigato di quello che già era, non voleva sentire risate o frasi di scherno dovute alla figura barbina che avrebbe sicuramente fatto se avesse ceduto a quella nauseabonda sensazione e rovesciato sul pavimento i resti della colazione che ancora aveva nello stomaco. Drizzò la schiena e assunse un cipiglio fermo e deciso, scontrandosi con lo sguardo della Harrison da vero uomo. Sarebbe in ogni caso caduto sotto i suoi colpi, tanto valeva farlo con onore e con il carattere che ci si aspetta da un coraggioso. Gettò un’occhiata fugace a Tash, che dal suo banco sollevò il pollice in un convinto cenno d’incoraggiamento, quindi inspirò profondamente e si preparò alla tempesta di storia che lo stava per travolgere. La Harrison sguainò un sorriso ampio e melenso, mettendo in mostra la fila di denti che Giorda in quel momento vedeva più come vere e proprie fauci pronte a divorarlo, quindi formulò la prima domanda. << Cosa fece Luigi XIV per risolvere la crisi della rivoluzione che stava scoppiando in quel periodo? >> disse avvicinandosi ulteriormente al ragazzo e incrociando le dita tra loro, assumendo così una posa di falsa attesa. Falsa, perché sapeva perfettamente che non era preparato, riusciva a leggere sul volto del ragazzo l’espressione di smarrimento dovuta dalla mancanza di nozioni che gli sarebbero servite per rispondere. Giorda sentiva il cuore tamburellare nel petto ad un ritmo sempre più crescente e nel mentre tentava di ricordare qualche frase inerente a quell’argomento che aveva letto sul libro. Niente, il vuoto più totale. Pronto ad ammettere la sua sconfitta, espirò con fare stanco e aprì bocca per confessare la sua impreparazione.
Poi avvenne il miracolo.
Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!
Nel silenzio dell’ultima ora risuonò, come un tuono che si schianta su un albero in una notte di pioggia, la campana che annunciava la fine delle lezioni.
Sia Giorda che Rosemary sussultarono, uno per lo stupore di essere appena stato salvato, l’altra per lo shock della seconda preda che era riuscita a farla franca nel giro di pochi minuti. Il confronto con Tash le aveva sottratto molto più tempo di quanto pensasse e il risultato era quello di aver finito l’ora a sua disposizione.
<< Vada a posto signor Mulligan, la prossima volta non sarà così fortunato >> ringhiò la Harrison a denti così stretti che Giorda temette si spezzassero da un momento all’altro. Non se lo fece ripetere, lesto si allontanò dalla cattedra per tornare al suo banco a recuperare i suoi effetti personali prima di andare via. Si accorse solo allora che, fino a quel momento, aveva stretto talmente tanto i pugni che le nocche erano diventate totalmente bianche e provò un lieve torpore quando le riaprì per prendere lo zaino e il giubbotto. Mary si avvicinò a lui e gli diede un affettuoso buffetto sulla spalla. << Te la sei scampata per miracolo Giorda, ancora un minuto e la Harrison avrebbe fatto di te un sol boccone >>, disse a bassa voce sorridendogli e aspettando che terminasse di abbottonarsi il giubbotto. Anche Tash e Rina li raggiunsero.
<< Che vi avevo detto ragazzi? Tutto è andato per il meglio >> disse l’amico spintonando Giorda e Mary verso la fila di compagni che stavano uscendo dalla classe. La Harrison nel mentre stava recuperando le ultime cose dalla cattedra e le stava infilando con foga nella sua borsa rossa, quando gli occhi le caddero sul gruppetto di ragazzi e in particolare su Tash. Non disse nulla, si limitò ad osservarlo elargendo occhiate di puro odio nei suoi confronti, mentre il ragazzo per tutta risposta le sorrise sornione e la salutò con un << buona serata Prof. Alla prossima! >> e chiuse la conversazione con un occhiolino di scherno che irritò ulteriormente la già arrabbiata professoressa. Uscirono dalla classe e nuovamente Tash intonò il ritornello della canzone di Bob Marley a gran voce, facendo girare gran parte degli studenti presenti nel corridoio e strappando un sorriso di divertimento ai suoi amici. Giorda lo osservò e ancora una volta si trovò a pensare che non gli sarebbe affatto dispiaciuto indossare i suoi panni almeno una volta nella vita.

Più tardi quel pomeriggio, Giorda decise di rimanere in casa a studiare, così da scampare all’interrogazione alla quale sarebbe stato sottoposto il giorno successivo. Chino sui libri da più di cinque ore, sbadigliò sonoramente e decise di fare una pausa sgranchendosi un po’ le gambe e portando Asgard a fare una rapida passeggiata dell’isolato. Guardò fuori per assicurarsi che non nevicasse, scese in soggiorno e si avviò verso la porta, chiamando il cane con un fischio secco. Asgard, che in quel momento era intento a gironzolare per la cucina annusando l’aria pregna dei profumi del pranzo, si voltò di scatto e caracollò verso l’uscita, raggiungendo Giorda e travolgendolo in preda all’euforia. << Sta buono… F-Fermo! >> disse Giorda ridacchiando e tentando di placare l’animale nel tentativo di fissare la pettorina al guinzaglio. La lingua di Asgard saettava veloce da tutte le parti e in un attimo Giorda si ritrovò praticamente zuppo dalle mani al volto. Diede un’ultima controllata al moschettone del guinzaglio, si mise il giubbotto e il cappello e si inoltrò fuori, preceduto da Asgard che si lanciò letteralmente all’esterno strattonandolo con forza. << Calmati, s-stiamo uscendo! C-calmati Asgard!!! >> disse il ragazzo con fermezza imperativa, placando così una volta per tutte gli istinti scalmanati della bestia. I due quindi si avviarono con passi svelti lungo Telford Street, Giorda ripassando mentalmente le cose che aveva studiato fino a qualche minuto prima, Asgard annusando e innaffiando con piccoli spruzzi invisibili di pipì tutte le aiuole e i pali elettrici che incontrava. Dopo neanche cinquecento metri i due s’imbatterono in una figura imbacuccata che da lontano si stava dirigendo di corsa nella loro direzione. Giorda non ci fece nemmeno caso, assorto com’era nel suo ripasso mentale, Asgard invece sollevò il naso a tartufo verso l’alto e puntò gli occhi scuri nella direzione dalla quale stava provenendo la figura incappucciata.
Giunto a pochi metri di distanza, Clark Lawrence riconobbe il ragazzo che stava passeggiando con il cane e rallentando la sua andatura disse << guarda, guarda. Pappamolligan e il suo pulcioso a spasso di sera. Cos’è, mammina ti ha dato il permesso di uscire? >>. Terminò la sua corsa piantandosi a pochi metri di distanza da loro, inspirando ed espirando per riprendere un po’ di fiato e posando entrambe le mani sui fianchi ricoperti dalla spessa tuta felpata grigia. Giorda si destò dai suoi pensieri e, una volta riconosciuto il suo interlocutore, fece finta di niente e spronò Asgard ad avanzare oltre tirando con il guinzaglio. Quel gesto di noncuranza provocò una risata da parte di Lawrence, che galvanizzato dall’adrenalina rimbeccò nuovamente << la tua amichetta? Come sta la mia Lindberg? >> chiudendo la frase con un altro sghignazzo. Al sentire il cognome di Mary, Giorda bloccò la sua avanzata e si voltò verso Clark osservandolo con sguardo glaciale e profondo disprezzo.
<< V-va a f-farti fottere L-Lawrence. Mary n-non s-sarebbe tua nemmeno s-se te la comprassi s-su Amazon>> disse esibendo un sorriso sfrontato e alzando il dito medio della mano destra. Clark, che spesso si trovava in mezzo a dispute simili a causa del suo carattere, scoppiò nuovamente a ridere udendo le parole che Giorda gli aveva sputato contro. << C-certo pappamo-mo-molligan. E chi me lo impedirà?! Tu?? >> disse, muovendo un passo verso Giorda con fare minaccioso. A quel punto Asgard, che aveva ripreso ad annusare i bordi della strada, alzò la testa e si concentrò su quello che stava succedendo, snudando le zanne ed emettendo un ringhio basso a mo’ di avvertimento.
<< O-occhio a quello c-che fai L-Lawrence. Ad Asgard n-non p-piacciono i bulli >> bluffò Giorda serio, sperando in cuor suo che l’indole bonaria del suo cane non saltasse fuori proprio in quel momento. Lawrence si guardò attorno come ad accertarsi che non ci fosse nessuno, quindi mosse altri due passi verso di lui, avvicinandosi ulteriormente. Giorda sentiva il cuore accelerare i battiti ma continuò comunque a bluffare fissando il volto di Clark seriamente e allentando scenicamente la presa sul guinzaglio. << C-come vuoi, poi n-non dire c-che non t-ti avevo avvisato >> disse con voce calma e piatta, mentre Asgard rizzava il pelo e scopriva ulteriormente le zanne con fare feroce. A Clark sarebbe bastato battere un piede per veder filare via il cane alla velocità del vento e Giorda dentro di sé sperava che l’altro non fosse così temerario da farlo. Lawrence mosse un ulteriore passo, poi si bloccò alla vista dei denti del cane che sembrava voler scattare da un momento all’altro. “Metterlo fuori gioco non dovrebbe essere un problema ma… se fosse più veloce di me e mi mordesse?” pensò il ragazzo rapidamente, soppesando e valutando i rischi che quella bravata poteva costargli. Osservò ancora per qualche secondo il cane e Giorda, quindi rilassò i muscoli e alzò le mani all’altezza del petto in segno di resa.
<< Va bene, va bene pappamolligan. Non scaldiamo troppo gli animi, stavo solo scherzando >> disse in tono conciliante nel tentativo di rabbonire i due. L’altro, per tutta risposta, non disse nulla e allentò ulteriormente la presa sul guinzaglio, permettendo così ad Asgard di iniziare ad avanzare mettendo in tiro la corda legata alla sua pettorina. << Ehi, non c’è bisogno di aizzarmelo contro… >> disse Clark Lawrence iniziando ad indietreggiare lentamente con fare preoccupato. Giorda capì all’istante che quello era il momento per calcare la mano e metterlo in fuga.
E così fece. << Attacca Asgard >> disse slanciandosi in avanti e facendo finta di mollare totalmente la presa sul guinzaglio. A quel punto tutto quello che doveva fare era godersi la scena che gli si prospettava davanti. Lawrence non ci pensò su due volte, fece dietrofront e iniziò a correre a perdifiato nella direzione opposta alla loro, maledicendoli e urlando a Giorda che gliel’avrebbe fatta pagata prima o poi. Asgard nel mentre abbaiava a squarciagola scodinzolando felice nel vedere l’umano correre, cosa che avrebbe tanto voluto fare anche lui per giocarci assieme. Giorda sbottò a ridere e si chinò su di lui, grattandogli le orecchie e la pancia con entrambe le mani. Asgard si districò dall’abbraccio e puntò il volto del padroncino, leccandolo ripetutamente come se davanti avesse il gelato più grande del mondo.
Tra le risate i due si riavviarono verso casa e durante il tragitto, Asgard pensò solo ed esclusivamente al morbido e caldo cuscino che lo attendeva, pronto ad acciambellarsi comodamente e a schiacciare un nuovo, lungo riposino.

Capitolo 03

Scrivilo Giorda!

Il giorno successivo Giorda andò a scuola e superò, con qualche difficoltà, l’interrogazione della Harrison. Alla fine riuscì a strappare un sette striminzito, ma vista la temibilità dell’avversaria non trovò nulla da obiettare. Il pomeriggio si ritrovarono tutti al Chocolands per scambiare battute e per sapere se Giorda fosse riuscito o meno a decidere su chi e cosa organizzare lo scherzo dell’ultimo comple-danno. << O-onestamente non ci ho p-proprio pensato ragazzi >> disse alzando le spalle e sorseggiando un’ottima tazza di cioccolata alla gianduia arricchita da tante scagliette di nocciole. << Bum, a chi vuoi darla a bere ciccio. Sei un demone dello scherzo, figurarsi se non hai già trovato il bersaglio con la quale calerai definitivamente il sipario >> rispose Tash, seguito dai mormorii di assenso di Mary e Rina.
<> mormorò Giorda poggiando la tazza vuota sul tavolo e leccandosi dalle labbra il rimasuglio della bevanda che vi era rimasta, con totale appagamento. Fuori quel giorno la temperatura era scesa di parecchio sotto lo zero e la cioccolata di Benny era un elisir che regalava al corpo e allo spirito tutto il dolce calore di cui avevano bisogno. << Dai Giorda, non puoi deluderci. Sarà l’ultima esibizione che farai nei panni di genio del crimine, non puoi abbandonare i comple-danni senza chiudere in bellezza >> disse Rina con fare supplicante, mentre Mary si limitava ad osservare l’amico come se vedesse oltre a ciò che aveva davanti. In quel momento a Giorda sembrò di essere passato sotto lo sguardo inquisitorio di nonno Jonah. << E t-tu non d-dici niente? >> disse rivolto all’amica, tentando così di spezzare quella sorta di sguardo che lo stava mettendo in imbarazzo. Mary si limitò a sorridergli dolcemente e a dire << che vuoi che ti dica, la scelta é tua. Fai quello che senti di fare Giorda >>. Andarono avanti a parlare del comple-danno per più di un’ora, poi passarono alla scena del giorno precedente che aveva visto un Clark Lawrence fuggire alla velocità della luce davanti al ringhio giocoso di Asgard.
Si sbellicarono dalle risate e si complimentarono con Giorda per il piano che aveva realizzato, ripromettendosi che avrebbero regalato ad Asgard un osso nuovo di zecca per la preziosa parte che aveva interpretato. Ovviamente Giorda non raccontò proprio tutti i dettagli e mutò la ragione per la quale lui e Clark erano quasi finiti per fare a botte. Verso sera si congedarono ed ognuno tornò alle rispettive case per la cena. Giorda trovò ad attenderlo un ricco banchetto luculliano preparato da Allie e un breve discorso di responsabilizzazione da parte di Francis riguardo al fatto che avrebbe compiuto diciassette anni quella notte e da ora in avanti sarebbe dovuto diventare più responsabile e maturo di quello che già era. Nonno Jonah non disse molto, anche se in più occasioni Giorda si accorse che il suo sguardo era spesso puntato su di lui con fare pensante. Al momento di ritirarsi nelle proprie camere, Jonah si soffermò davanti al caminetto ad osservare le fiamme che pigre danzavano tra i ceppi carbonizzati, godendosi lo spettacolo multicolore che offrivano e ripetendosi che tutto sarebbe andato per il meglio. Allo scattare della mezzanotte, salí le scale e si avvicinò alla porta della camera di Giorda. Sentì provenire da dentro il rumore della tastiera che ticchettava e si rincuorò al pensiero che il ragazzo non stesse dormendo. Quindi prese un bel respiro e delicatamente bussò tre colpi secchi alla porta.
<< Avanti >> disse Giorda voltando il capo dallo schermo del pc alla porta e sorridendo alla vista di nonno Jonah che timido si faceva avanti nella sua stanza.
<< Perdona l’ora tarda figliolo, volevo però essere il primo ad augurarti buon compleanno >> disse Jonah sorridendo affettuosamente a Giorda e chiudendo la porta alle sue spalle.
<< Oh, nonno… >> rispose Giorda alzandosi e abbracciando la figura di Jonah con forza. Avvertì il profumo caldo della sua pelle, l’aroma della pipa e del camino che lo caratterizzavano e inspirò quei profumi come a farne una scorta personale. Quindi si slacciò da lui e lo ringraziò sorridendo. Avvertì però che Jonah non era lì solo per quel motivo, quindi lo esortò a parlare dicendo << Cosa n-nasconde il mio vecchio l-libro d-di storie p-preferito?? >> e guardandolo con gli occhi di chi la sa lunga. Nonno Jonah non riuscì a trattenere un sorriso, che si allargò sotto i baffoni brizzolati come un ombrello sotto una pioggerella primaverile. << Mi conosci troppo bene ragazzo. Ebbene… >> disse scegliendo le parole con cura e creando un poco di suspance con qualche attimo di silenzio. Quindi mise una mano nella tasca sinistra dei pantaloni beige che indossava quella sera e ne estrasse una scatolina di legno di ciliegio, ricamata sui bordi con sottili filature dorate e chiusa da una fibbia a scatto, anch’essa apparentemente d’oro.
<< Buon compleanno Giorda >> disse in tono serio, quasi ansioso per la verità. Il ragazzo prese delicatamente la scatolina tra le mani e passò l’indice sul bordo, seguendo le linee dorate fino a raggiungere la serratura. La fece scattare con un lieve click e forzò appena sui perni per aprire quello che si rivelò essere un astuccio. All’interno, adagiata su un cuscino imbottito di velluto rosso, vi era legata da un sottile spago, anch’esso rosso, la più bella penna che Giorda avesse mai visto in vita sua. Era una penna stilografica vecchio modello fatta interamente di candido avorio bianco con striature perlate. Il puntale laccato in oro creava una perfetta V e sull’estremità vi era incisa una piccola chiave stilizzata quasi invisibile all’occhio. Il corpo della penna consisteva in tre tondini anch’essi d’oro sovrapposti uno sopra l’altro che fungevano da impugnatura tra la punta e lo stelo d’Avorio. Sulla sommità della coda vi era una piccola piuma cesellata in oro, che donava alla penna un’aria ancor più prestigiosa di quella che già possedeva.
<< N-nonno… io.. >> biascicò Giorda tentando di esprimere ciò che sentiva alla vista di quell’oggetto così prezioso, ma Jonah lo interruppe posandogli una mano sulla spalla.
<< Questa penna mi fu regalata da Evelin nel giorno del mio ventesimo compleanno. All’epoca non eravamo nemmeno fidanzati Giorda, eppure mi fece uno dei doni più preziosi della mia vita >> disse Jonah facendo una leggera pressione sulla spalla del ragazzo.
<< Ora voglio che la tenga tu per me, tenendo bene a mente che qualche volta tutti noi abbiamo difficoltà ad esprimere ciò che proviamo o pensiamo in determinati momenti. Voglio che questa sia l’arma con la quale affronterai quei momenti Giorda, voglio che quando sentirai che qualcosa non possa essere espresso con le parole, allora possa essere impresso su carta, sui muri, ovunque tu voglia e senta di poter scrivere>> continuò, lasciando infine la sua spalla e dandogli un lieve buffetto sulla guancia.
<< Quando non puoi dirlo, allora scrivilo Giorda. Una buona penna in alcune situazioni può tornare più utile di una spada >>. Con quest’ultima frase nonno Jonah abbracciò di nuovo il ragazzo e lo baciò sulla guancia, augurandogli la buona notte e lasciandolo solo con il suo regalo tra le mani. Quella notte Giorda faticò a prendere sonno e, spinto dalle parole del nonno, scrisse una lunga lettera nella quale raccontava tutti i sentimenti che provava per Mary, deciso a consegnargliela il giorno successivo. Scrisse e riscrisse la lettera per quattro volte, notando come la penna scivolasse sulla carta come vento sull’acqua. Perfino la sua calligrafia sembrava meno brutta se scritta con quel gioiello stilografico. Alle quattro del mattino, rilesse la lettera che aveva stilato e, accertatosi che fosse perfetta in tutto e per tutto, si addormentò soddisfatto, sognando la reazione di Mary a quel capolavoro che Shakespeare avrebbe ritenuto degno di Romeo e Giulietta.

23 gennaio 2020

Aggiornamento

Un ringraziamento speciale alla redazione de "Il Caffè" per lo spazio che hanno concesso a me e Scrivilo e per il bellissimo articolo che hanno realizzato 😁
20 gennaio 2020

Aggiornamento

Ebbene si cari amici, i media locali si sono interessati a Scrivilo e alla nostra avventura, dedicandoci un bellissimo articolo che viene riportato nel link sottostante: https://www.castellinotizie.it/2020/01/21/ariccia-la-balbuzie-diventa-un-romanzo-fantasy-la-sfida-dello-scrittore-eros-marchionne/?fbclid=IwAR3cs9vxsfhdKPKfSiMntvzyJmJGv_bhXNTjPJGnb9e2mBeZN0K4wU2u6ww Possiamo raggiungere le librerie, basta crederci veramente ed impegnarsi oltre ogni possibilità :) Io ci credo e voi?

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Eros Marchionne
Ho avuto la fortuna di nascere nel 1990, dove la canzoni erano ancora storie che ti toccavano l'anima, la moda culinaria era un po' meno stravagante di quella attuale e la mentalità non era ancora così tanto incentrata sull'apparenza e sull'utilizzo smodato della tecnologia. Sono cresciuto ad Ariccia, un ridente paesino racchiuso nel verdeggiante e fantastico contesto dei Castelli Romani, dove ancora vivo con mia moglie e la nostra piccola Arianna. Fin da piccolo sono stato assecondato nella lettura dai miei genitori, è soprattutto grazie a loro che ho potuto coltivare il mio bagaglio di parole e alimentare la mia fantasia. Amo leggere e cucinare, passione che coltivo dal 2009 e che progressivamente mi ha permesso di arrivare a lavorare in Vaticano. È grazie al tragitto che percorro quotidianamente che ho avuto la possibilità di dar vita a "Scrivilo", il mio libro di esordio.
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