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Chi non ha mai voluto, una volta nella vita, piegare la realtà alla propria fantasia?

La vita di Giorda Mulligan, un ragazzino scozzese balbuziente, da ordinaria diviene straordinaria quando riceve in regalo una misteriosa penna stilografica capace di teletrasportarlo ad Ariannyca, un mondo fantastico popolato da elfi, giganti di ghiaccio e animali parlanti, dove le città si nascondono tra le nuvole e la magia anima ogni cosa. Ma tutto questo splendore rischia di svanire: gli Spettri della Dizione, demoni terrificanti capaci di imporre errori di dizione, sono evasi dalla prigione di Turang e reclamano vendetta. Anche se probabilmente è stato il caso a portare Giorda ad Ariannyca, il suo destino sarà quello di affrontare la personificazione delle sue peggiori paure, in un viaggio in cui, per trovarsi, dovrà necessariamente perdersi.

Prefazione 

A chi non è mai capitato di privarsi di fare qualcosa a causa della timidezza? Chi non ha mai avvertito quella voce frenare una nostra idea o un nostro gesto, semplicemente perché ritenuto da noi stessi fuori luogo o fuori dalla nostra portata? Chi può dirci, oltre a noi stessi, se siamo o meno in grado di compiere qualcosa senza vergognarci delle conseguenze? Credo sia questo il punto di partenza dal quale ho iniziato a esprimermi, tirando fuori ciò che la voce non riusciva a dire grazie a parole scritte e impresse su carta. Ho creato un mondo nel quale gli eroi combattono il male, affinché la piccola Arianna abbia sempre un posto in cui rifugiarsi in compagnia, quando la pioggia sarà troppo copiosa per uscire o i giorni troppo grigi per essere affrontati col sorriso. Ho creato un mondo in cui chi teme il giudizio altrui è libero di essere nessun altro oltre che se stesso, con tutti i pregi che lo caratterizzano. Giunto al termine di questo lungo viaggio, ho compreso finalmente cosa fosse per me tutto questo universo composto di colori e fantasia. Ariannyca è la materializzazione di un posto in cui tutto ci è permesso, dove l’impossibile diventa possibile, come affrontare draghi, utilizzare la magia oppure sentirsi liberi di esprimersi senza timore, specialmente per chi, come il sottoscritto, da sempre combatte con l’imbarazzo per i propri difetti di pronuncia. Non è altro che quel posto magico presente in ognuno di noi, dove gli eroi della fiaba hanno le nostre fattezze e non temono confronti, nemmeno quello con il riflesso che tutti i giorni incontriamo allo specchio. Siate gli eroi della vostra fiaba, così come Giorda e i suoi compagni lo sono stati per la mia.  

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Prologo 

Per quanto si sforzasse e lo chiamasse con tutte le sue forze, il campione non rispondeva. Ci aveva provato più e più volte e alla fine aveva sempre dovuto congelare lo scorrere del tempo per far sì che le forze del male non prendessero il sopravvento su un regno ormai incapace di difendersi, poiché troppo abituato alla pace e alla tranquillità. Alba non sapeva più da quanto tempo convivesse con questo tormento. Si arrovellava costantemente il cervello e attorcigliava i lunghi e lucenti baffi di drago, chiamando e ripetendo inutilmente quel nome, senza mai però ricevere risposta. Sorvolò distrattamente i monti e le pianure, rimirando quel mondo al quale tanto era affezionato e che, da un momento all’altro, sarebbe caduto in disgrazia a causa di un male inevitabile e un eroe disperso chissà dove nello spaziotempo. Era stanco, troppo stanco per continuare a reggere quelle pesanti lancette, che giorno dopo giorno gravavano sempre più sul suo lungo dorso squamoso, troppo debole per fermare l’ineluttabilità del destino e troppo deluso dal silenzio di una voce che gli avrebbe dato ancora la forza per continuare a battersi e a vivere.  

Con un ultimo sprazzo di energia l’enorme drago arcobaleno planò in cima a uno spiazzo nascosto tra le montagne e con le forze residue si trascinò all’interno della lunga e profonda caverna dove, sapeva bene, avrebbe potuto addormentarsi e lasciare che il corso della storia riprendesse il suo andamento. Con gli occhi socchiusi arrivò fino al limitare del lago e avvertendo un improvviso mancamento si lasciò cadere nella fredda e cristallina acqua, affondando pesantemente verso un fondo che sembrava non arrivare mai.  

«Perché mi hai abbandonato?! Perché hai abbandonato la tua casa e la tua gente? Vieni a me e aiutami a ripristinare il destino di questo mondo, o valoroso Jonah» sussurrò flebilmente prima di perdere i sensi e rilasciando quell’ultimo barlume di energia che ancora gli consentiva di vivere. Come una statua di pietra, Alba si accasciò sul fondo del buio e silenzioso lago, spezzando quell’incantesimo che per tanto, troppo tempo, aveva mantenuto con vigore, e chiudendo per sempre le pesanti e colorate palpebre, così da abbandonarsi a un sonno dal quale non si sarebbe più svegliato.  

O almeno così pensava sarebbero andate le cose, poiché improvvisamente una delicata stretta gli fece sussultare il cuore, facendogli alzare il capo e aprire gli occhi di scatto. Una nuova stretta, più forte della prima, gli diede la conferma che ciò che aveva appena sentito non era stato solo uno scherzo beffardo della sua stanca mente. Quella fitta era reale e poteva significare solo una cosa. Jonah, o qualcuno per lui, aveva finalmente risposto al suo disperato appello. Con uno sbuffo soddisfatto tornò a poggiare il capo sul fondale, dove poté finalmente trovare riposo e abbandonarsi a quella stanchezza che da ormai troppo tempo lo reclamava.  

«Buona fortuna, campione, chiunque tu sia ad aver risposto al mio richiamo» sussurrò in un ultimo soffio, poi si spense definitivamente e iniziò lentamente a dissolversi, svanendo in breve da quel lago nascosto e disperdendosi in esso come tanti piccoli fiocchi di fredda e candida neve, trasportati chissà dove dal forte e impetuoso vento del destino.  

Capitolo 0.  
Le parole di nonno Jonah 

Il cielo bianco si specchiava nel fiume Ness, con le sue nubi stracolme di fiocchi di neve, che da più di una settimana gremivano a ondate intermittenti le Highlands. Non era un fenomeno raro che in Scozia cadesse neve, insolita però era la forte bufera che da giorni attanagliava la penisola, riversandovi vento gelido e cristalli di ghiaccio a oltranza. La città di Inverness non faceva eccezione e il freddo novembrino che spirava ormai da settimane invogliava gran parte dei cittadini a stare chiusi in casa, con i riscaldamenti accesi e i fuochi scoppiettanti nei camini. Ovviamente i più anziani e temerari non si spaventavano e molti di loro in quei giorni di giaccio si vantavano della loro tempra fisica e morale, ostentandola con frasi tipo: “Cosa vuoi che sia questa brezza, noi veri scozzesi il freddo lo portiamo nelle vene dalla nascita”.  

Ed effettivamente era vero, molti di loro erano cresciuti affrontando temperature più rigide e nevicate molto più invadenti e fitte di quella che in quel momento attanagliava il paese. Anche se, insomma, quella che imperversava in quei giorni non era poi da prendere tanto alla leggera!  

A parte questo, ciò su cui tutti concordavano era che la loro splendida cittadina, che includendo tutta la contea contava circa sessantamila abitanti, risultava ancor più meravigliosa immersa in tutto quel bianco. Appariva molto più pulita e curata del solito e l’atmosfera ovattata che si percepiva in quei giorni metteva buon umore e serenità nell’animo. Le luci dei negozi abbellivano l’ambiente ancor di più, facendo sembrare il Natale più vicino di quello che fosse realmente. Le strade venivano rigorosamente battute dagli spazzaneve e i servizi locali cercavano di garantire in tutti i modi l’efficienza e la reperibilità in qualsiasi campo, dal sanitario al pubblico. Persino i battelli che traghettavano i turisti sul fiume Ness cercavano di rimanere sempre attivi e di non sospendere le traversate, quando ovviamente le avversità climatiche non si facevano troppo insistenti e non rischiavano di diventare pericolose. Per fortuna, da molti anni a Inverness non succedeva nulla di sconvolgente o così pericoloso da richiamare l’attenzione mediatica globale, e questo ai cittadini non dispiaceva.  

Insomma, tutto era tranquillo e pacato e niente sembrava potesse squassare quella staticità, proprio come niente sembrava potesse squarciare quelle nuvole che dall’alto osservavano la Scozia.  

Nonno Jonah era appoggiato alla finestra della sua stanza mentre fumava la pipa e con sguardo pensoso scrutava le nubi bianche, come se riuscisse a trapassarle e a vedere cosa nascondessero dietro di esse. Era una sua peculiarità quella di guardare attraverso l’animo delle cose o delle persone e grazie a questa dote riusciva sempre a indovinare se il piccolo Giorda fosse sereno o avesse qualche oscuro pensiero che gli turbava la mente. Fin da quando era nato, Jonah Rosenberg era stato quasi sempre al fianco del nipotino, salvo quando i viaggi di lavoro lo tenevano lontano da casa per qualche periodo più o meno lungo. Veterano dei trasporti, Jonah aveva visitato tutta la Scozia e in qualche occasione aveva intrapreso viaggi anche fuori dalla Gran Bretagna. 

Da giovane era stato un ragazzo alto, vigoroso e possente e queste qualità si potevano ancora notare in lui, nonostante la veneranda età di settantotto anni. Oltre al lavoro, ciò che nonno Jonah amava di più era trascorrere il tempo con il piccolo Giorda e molto spesso passava ore e ore a raccontare dei suoi viaggi nel mondo e delle numerose avventure che aveva affrontato nel corso degli anni. Tra queste, Giorda prediligeva la storia nella quale suo nonno e la sua defunta nonna Rose Everwood si erano conosciuti, innamorati e in seguito sposati. Era anche la più dolorosa da raccontare per Jonah, poiché nonostante gli anni non aveva mai cicatrizzato la ferita che la scomparsa di Rose aveva lasciato in maniera indelebile nella sua esistenza, nel suo cuore e nella sua vita. Ma non per questo si demoralizzava, nossignore, prendeva fiato e cominciava a raccontare, facendosi ogni volta un pizzico più forte e coraggioso di prima.  

Era un uomo saggio e coscienzioso, e cercava di trasmettere a Giorda quanti più insegnamenti poteva. Era questa l’àncora alla quale inconsciamente si era aggrappato per sfuggire alla fredda presa della solitudine e del silenzio. Era Giorda la chiave della prigione che Jonah si era costruito inconsapevolmente attorno e ogni volta che parlava con lui faceva un passo verso la libertà, portando con sé le pesanti catene che sempre e per sempre lo avrebbero legato alla memoria della sua vita e della sua storia d’amore.  

Nonno Jonah faceva tutto questo anche per Giorda, affetto da una forma acuta di balbuzie che si era manifestata in tenera età e l’aveva reso titubante nei rapporti interpersonali a causa della vergogna che provava per la faticosa problematica in cui incappava ogni volta che doveva formulare una frase o esporre un pensiero. Jonah ne era consapevole e con i suoi racconti cercava di spronare il piccolo Giorda all’interlocuzione, spingendolo ad aprirsi e a non chiudersi in se stesso. Poteva migliorare col tempo la sua dizione, questo Giorda lo sapeva, ma doveva credere in se stesso e soprattutto aveva bisogno di qualcuno che credesse in lui. E quel qualcuno era proprio nonno Jonah. Col tempo infatti il ragazzo fece notevoli miglioramenti e, nonostante la balbuzie fosse ancora presente, era diventato più loquace, socievole e ottimista. Era un bravo ragazzo e portava rispetto e orgoglio a papà Francis e mamma Allie. Eppure, nonostante il sorriso che aveva sempre in volto e gli occhi vivaci che possedeva, il ragazzo non aveva ancora accettato del tutto il suo problema e in segreto, quando nessuno sguardo era posato su di lui, un’espressione malinconica si apriva sul suo volto, come una ferita, ferita che Giorda era diventato abile a ricucire senza dare nell’occhio. O almeno non nell’occhio di tutti. Nonno Jonah lo conosceva e col suo sguardo profondo lo osservava, sapendo cosa volesse dire sentirsi soli e incompresi anche in mezzo a una folla.  

Era a questo che stava pensando mentre scrutava le nuvole e aspirava ad avide boccate grandi quantitativi di tabacco. Lo assaporava per lunghi secondi, prima di lasciarlo fuoriuscire dal naso e dalle labbra, come un vecchio treno che sbuffando si avvicina alla stazione. Spostò il peso da un piede all’altro, rimuginando pensieri e rimestando nella memoria alla ricerca della risposta al quesito che da giorni si stava ponendo. Lentamente abbassò lo sguardo sull’oggetto che distrattamente stringeva nella mano sinistra, soppesandolo e scrutandone minuziosamente i dettagli. Era leggero come una piuma, piccolo e delicato, eppure… nascondeva in sé un segreto che pesava più di una montagna, di un continente, di un intero pianeta. Delicatamente lo rimise nella sua scatolina di legno, la chiuse e la ripose nella tasca dei pantaloni, quindi diede un’altra boccata, ancor più lunga della prima, e sbuffò nuovamente, esalando con un pesante sospiro le sue ansie oltre alla coltre di fumo bianco, che lentamente andò a dissiparsi contro il vetro della finestra. 

«I tempi sono ormai maturi» mugugnò a se stesso, poggiando la pipa sul davanzale e tornando a perdersi con lo sguardo nelle bianche nuvole che fittamente riempivano il cielo gelido di fine novembre.  

Il camino scoppiettò rumorosamente dal soggiorno, destandolo definitivamente dallo stato di trance. Si passò una mano sul volto con fare stanco, quindi diede le spalle alla finestra e iniziò a camminare, pensando che forse era arrivato il momento di dare in pasto alle fiamme qualche altro ciocco di legna. Passò davanti alla cassettiera in legno di noce e incrociò allo specchio i suoi occhi scuri, fissandoli di rimando e scrutando la sua immagine riflessa. Osservò i capelli argentati che portava tagliati a una lunghezza media. Scrutò la folta e curatissima barba, che gli ricopriva la mascella e il mento, e diede una sistemata al colletto della camicia e al gilet di cotone scuro che vi portava sopra. La mano completò il suo percorso sulla tasca dei pantaloni marroni dal tipico taglio da uomo, come ad assicurarsi che il prezioso tesoro vi fosse ancora custodito.  

Sistemata la sua figura, lesse l’ora sull’orologio da taschino che portava nel gilet e continuò con incedere lento e stanco verso il soggiorno, domandandosi nel mentre quando Giorda sarebbe tornato a casa. Fuori nevicava debolmente, anche se si era ormai abituato a quel clima così rigido a forza di ripetere a mo’ di filastrocca: “Il freddo i veri scozzesi lo portano dentro”.  

*** 

«Il freddo l-lo porteremo anche d-dentro m-ma io proprio non lo sopporto» borbottava in quel momento Giorda Mulligan avanzando lungo Huntly Street. Camminava rapido e col capo chino, lasciando trapelare sbuffi di aria condensata attraverso la sciarpa di lana nera. Una ciocca castana spuntava da sotto il grigio berretto pesante, andando di tanto in tanto a infilarsi nei suoi occhi verdi. Le mani foderate da un paio di guanti erano chiuse a pugno nelle tasche del lungo parka mimetico, quasi serrando il corpo in un abbraccio per non far fuoriuscire nemmeno un briciolo di calore, mentre gli stivali di cuoio marroni avanzavano imperterriti scricchiolando sul manto di cristalli di neve che rivestiva i marciapiedi, come piccole navi rompighiaccio gemelle che avanzano a intermittenza nelle bianche distese artiche. 

Passò davanti al Bakery Shop del signor Nigel, annusando il profumo del pane e dei dolci appena sfornati e rievocandone il sapore provato tante e tante volte, così da farsi venire l’acquolina in bocca.  

Magari dopo torno a prendere qualche brioches per il nonno, pensò mentre attraversava il Ness Bridge con passo veloce. Socchiuse appena gli occhi, giusto il tempo necessario per mettere a fuoco la figura che stava cercando, per poi riaprirli immediatamente con fare stizzito nel constatare che la persona con la quale doveva incontrarsi non era ancora arrivata. Tirò fuori dalla tasca dei jeans il suo cellulare, controllando se per caso ci fosse qualche messaggio WhatsApp. Niente. 

«Sempre l-la stessa st-toria, mi dà un orario e-e poi non lo rispetta mai. E io scemo c-che ogni volta mi scapicollo pe-per arrivare in orario» disse cercando inutilmente la figura di Mary Lindberg lungo il ponte.  

Mary era la sua amica d’infanzia, la sua confidente nei momenti di riflessione e la sua spalla nelle situazioni di quotidiana follia. Con lei aveva condiviso ogni cosa: il primo dente da latte perso a causa di una caduta mentre giocavano a rincorrersi nel giardino della scuola, il primo segreto condiviso con qualcuno che non fosse nonno Jonah, le prime avventure estive a cercare le stelle cadenti lungo le strade di Castle Road, il primo bacio dato per una scommessa persa. Il bacio. 

Era lì che Giorda aveva iniziato a guardare Mary non solo come una figura di giochi ma come una ragazza, una compagna con la quale condividere non solo i compiti per le vacanze di Natale ma anche una passeggiata romantica lungo le strade di Inverness, una cioccolata calda nella loro bottega locale preferita, un regalo unico che contenesse come messaggio una frase come: “Sei speciale”. Ovviamente le cioccolate, le passeggiate e i regali c’erano già, ma erano gesti da amici più che da innamorati.  

E proprio mentre lo sguardo di Giorda si perdeva inesorabilmente lungo le acque ghiacciate del fiume e la mente navigava su di esso a vele spiegate, una botta tremenda lo colpì al lato destro della nuca. Paff!  

«Ehi!» gridò colto alla sprovvista, toccandosi il punto colpito con la mano guantata e cercando con lo sguardo il colpevole dell’agguato. Gli occhi verdi incontrarono quelli azzurri della colpevole, ma non ebbero nemmeno il tempo di posarvisi che un altro colpo sfiorò la guancia del ragazzo.  

«Mary! Questa m-me la paghi!» ringhiò chinandosi per raccogliere una manciata di neve dai bordi della strada, pronto a vendicarsi dell’agguato inflittogli dall’amica. 

«Svegliati bell’addormentato o la prossima volta ti butto direttamente nel fiume!» gridò di rimando Mary, ridacchiando divertita alla vista dell’amico che trafelato si approntava a iniziare un’epica battaglia con la neve. Osservò attenta i gesti di Giorda, mentre da una mano all’altra si passava velocemente la neve raccolta in precedenza, compattandola a ogni colpo e rendendola sempre più piccola e tonda. Un proiettile bianco partì a tutta velocità verso la sua direzione, ma la traiettoria era fin troppo ampia e prevedibile, per lei non fu un problema evitarlo. Seguì per un attimo con lo sguardo la palla che la oltrepassava e andava a infrangersi contro la balaustra ghiacciata, disperdendosi così in dieci, cento, mille frammenti di finissimo ghiaccio che tornava a ricongiungersi al manto bianco presente sul marciapiede, poi si concentrò nuovamente sul suo obiettivo e sferrò un nuovo attacco. Paff! Di nuovo la palla di neve colpì il bersaglio; stavolta lo centrò al torace.  

«Ahi! Se ti p-prendo sei sp-pacciata, fiocco di neve!» urlò Giorda, per poi iniziare a correre verso di lei come un fulmine. Le cose si complicavano per Mary, poiché lei era infallibile nel centrare i bersagli, ma Giorda aveva a suo favore l’agilità e la velocità. Lo sapeva bene, per questo prima di iniziare a correre cercò di creare un diversivo lanciandogli una nuova palla di neve con l’intento di rallentarlo.  

Mossa sbagliata, pensò Giorda sorridendo beffardo mentre si abbassava per evitare il nuovo colpo. Era alto un metro e settantacinque circa, quasi quindici centimetri in più rispetto a Mary e il dislivello giocò a suo sfavore, poiché la palla di neve gli sfiorò il cappello e glielo sfilò dalla testa. 

«Non mi prenderai mai, spilungone! L’ultimo che arriva da Benny paga la cioccolata!» urlò la ragazza ridendo e correndo allo stesso tempo, mentre Giorda raccoglieva il cappello da terra e ricominciava a correre per raggiungerla. Il vento gelido sferzò la strada, sollevando una lieve coltre di nevischio, scompigliandogli i capelli marroni e costringendolo a socchiudere gli occhi lacrimanti. Solo un attimo, una folata di vento e Mary era sparita dalla sua vista così com’era apparsa. 

Non oggi, pensò il ragazzo iniziando a correre lungo Bank Street, mentre nella mente pensava alla strada più breve per raggiungere la cioccolateria. Rapido correva lungo la via, evitando il traffico pomeridiano e i passanti, infilandosi in dedali di stradine interne e sgusciando tra le vetrine dei vari negozi, mentre gli occhi saettavano a destra e sinistra alla ricerca dell’amica. Intravide il cappotto rosso e il cappello di lana bianco a circa duecento metri di distanza. Mary non possedeva la sua velocità, ovvio, però non era nemmeno lenta. Giorda accelerò ulteriormente la corsa, allungando la falcata e bilanciando il ritmo respiratorio. Proprio come un leone che punta la propria preda, focalizzò la schiena di Mary tra il viavai delle persone, che a quell’ora si dedicavano allo shopping prima di rincasare oppure che staccavano dal lavoro, e su di lei concentrò tutta la sua attenzione, spingendo gli scarponi al suolo con maggiore foga e avvicinandosi sempre di più all’ormai spacciata amica. Cento metri, ottanta metri, venti metri, Mary ormai era pochi passi davanti a lui e un sorriso di eccitazione si allargò sulla sua faccia chiazzata dal vento freddo e dal calore del corpo. Poteva udire distintamente il suo respiro affannato e lo scalpiccio degli stivali da neve sul suolo, e questo lo esaltò ancor di più.  

«Pres…» ululò euforicamente allungando la mano destra per afferrare l’amica, ma proprio in quel momento… 

Paff! Un nuovo proiettile bianco si abbatté sul suo viso, accecandolo e costringendolo a fermarsi. Sentì solo la risata trionfante di Mary e capì all’istante che l’aveva beffato. Aveva di proposito decelerato gradualmente per farlo avvicinare e aveva calcolato al millesimo di secondo i tempi per scagliare la palla di neve che si era precedentemente procurata. Giorda sapeva che l’amica possedeva un’astuzia quasi militare e spesso sottovalutava questa sua arma vincente, finendo così per farsi abbindolare ripetutamente e perdendo le gare improvvisate lungo le vie di Inverness.  

«Ci si vede al traguardo, babbeo!» lo schernì la ragazza allontanandosi nuovamente e distanziandolo sempre di più tra le risate. Giorda si ritrovò ansimante a specchiarsi nella vetrina di un negozio, pulendo la neve dal volto e tornando a guardare la strada per localizzare nuovamente l’amica. Qualche passante gli lanciava occhiate curiose o se la ridacchiava sommessamente per la scena alla quale aveva appena assistito.  

Bella figura, Giorda, pensò cercando di non dar peso alle persone che aveva attorno e focalizzando di nuovo la sua attenzione sulla strada da percorrere. Studiò mentalmente il percorso e riorganizzò i pensieri, quindi ricominciò a correre verso un vicolo che l’avrebbe condotto in Church Street, poi avrebbe dovuto fare circa un isolato per raggiungere la traversa di Queen’s Gate e arrivare all’incrocio di Academy Street, dove avrebbe finalmente potuto riposare e gustarsi vittoriosamente la tanto agognata cioccolata. 

Correva a testa bassa come un forsennato, sollevando sbuffi di neve dalla strada e urtando involontariamente qualche passante che aveva la sfortuna di trovarsi sulla sua traiettoria. Sentiva le gambe e i polmoni in fiamme, ma ciò nonostante continuava la corsa senza fermarsi. Superò la frutteria della Signora Lincoln, svoltò a tutta velocità e si trovò davanti Queen’s Gate in tutta la sua lunghezza. Le gambe iniziavano a dolergli per l’immane sforzo al quale le stava sottoponendo, ma Giorda era deciso più che mai a vincere. Correva, senza neanche più chiedersi dove fosse finita Mary. Domanda che avrebbe dovuto farsi, perché era impossibile che in così poco tempo quella ragazza fosse totalmente svanita dalla sua vista. Le strade per arrivare alla cioccolateria erano molte, Giorda lo sapeva, ma sapeva anche che la più rapida tra tutte era quella che stava percorrendo in quel momento. E purtroppo per lui, anche Mary lo sapeva bene.  

Iniziò lentamente a rallentare e a riprendere fiato, lasciando che un sorriso di trionfo increspasse le sue labbra, certo del fatto di aver superato l’amica e di avere la vittoria in tasca. Mancavano ormai poche centinaia di metri al locale, già scorgeva l’insegna a bandiera raffigurante una tavoletta di cioccolato sorridente.  

Udì d’un tratto il motore di una macchina avvicinarsi alle spalle e girò lo sguardo sulla strada giusto in tempo per notare l’autobus numero tredici che avanzava a velocità moderata sulla strada. D’un tratto gli occhi di Giorda incrociarono quelli azzurri di Mary, che con un sorriso trionfante lo guardava e lo salutava con la mano destra poggiata al vetro del finestrino. Sentì la vittoria sfumare improvvisamente, così come le forze che fino a un momento prima l’avevano sostenuto. Si fermò e con la mano destra tastò la tasca posteriore dei pantaloni, assicurandosi di avere il portafogli con sé. Quindi ricominciò a camminare lentamente, sospirando come l’autobus che, fermatosi a circa cento metri più avanti, lasciava scendere una figura con indosso un cappotto rosso e un cappello di lana bianco, proprio davanti alla cioccolateria di Benny. 

23 gennaio 2020

Aggiornamento

Un ringraziamento speciale alla redazione de "Il Caffè" per lo spazio che hanno concesso a me e Scrivilo e per il bellissimo articolo che hanno realizzato 😁
20 gennaio 2020

Aggiornamento

Ebbene si cari amici, i media locali si sono interessati a Scrivilo e alla nostra avventura, dedicandoci un bellissimo articolo che viene riportato nel link sottostante: https://www.castellinotizie.it/2020/01/21/ariccia-la-balbuzie-diventa-un-romanzo-fantasy-la-sfida-dello-scrittore-eros-marchionne/?fbclid=IwAR3cs9vxsfhdKPKfSiMntvzyJmJGv_bhXNTjPJGnb9e2mBeZN0K4wU2u6ww Possiamo raggiungere le librerie, basta crederci veramente ed impegnarsi oltre ogni possibilità :) Io ci credo e voi?

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Eros Marchionne
nato ad Ariccia ventinove anni fa, è cresciuto con la passione del disegno, dei fumetti, della cucina, che è diventata poi la sua professione, e della lettura. Nel 2018 diventa papà e, ispirato dalla nascita della figlia, decide di dedicarsi alla scrittura, per regalare alla piccola Arianna un viaggio inaspettato e indimenticabile. Scrivilo è il suo romanzo d’esordio.
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