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Se sei scritto, esisti

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Consegna prevista Agosto 2022
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Ero sceso nella camera sotterranea dove il padrone del mondo stava chiuso nella sua scatola, orribilmente piagato, urlante e sofferente. Stavo davanti a lui mentre sopra di noi, al piano nobile, l’orgia impazzava. Volevo sapere se ci aveva concesso quel che gli chiedevamo, la liberazione del Titì dai sequestratori.
“Chi?” mi fa lui.
Gli dico il nome vero del Titì, noto a tutti perché è sui giornali.
“Perché ti interessi tanto a quell’uomo?” risponde con la sua voce dolente il gran conoscitore dei peccati.
“Perché volevo farmi la stagista”.
“Tu menti!”

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce da impressioni sparse relative alla mia vita da giornalista, ispirate a una rubrica del “Foglio” di dieci anni fa tenuta da Maurizio Milani. Poi ha dormito per anni e si è risvegliato diventando una storia. L’ho scritto per divertimento e poi per lasciare traccia di me, perché se sei scritto, esisti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ci sono un sacco di tempi morti, durante un’orgia. Tempi diversi di eccitamento, di orgasmo, di vestizione. Tempi morti per cercare qualcuno, che tutti cerchiamo sempre qualcuno. Ci vorrebbe un buon coreografo per far funzionare bene questa cosa. Tempi musicali, coreografie imparate a memoria, e cazzi tuoi se non arrivi al dunque. Ma la mia proposta al Teatro dell’Opera non è stata ancora presa in considerazione.

Oltretutto non so da quale buco iniziare. E’ tutto un viavai di insetti impollinatori e mi dà fastidio interrompere la gente mentre fa qualcosa, e magari è già in difficoltà di suo. Se c’è una cosa che non sopporto è di essere visto come importuno. In pratica aspetto che mi chiamino.

Mi muovo qua e là. Come si fa a richiamare l’attenzione? Gli devo chiedere il permesso? Gli devo dare del lei o del tu? Se riconosco qualcuno sotto la maschera faccio finta di nulla? O magari quello vuole essere riconosciuto e vuole che vada a salutarlo? Cavaliere, si sposti che mi coddo sua moglie. Anzi: cavaliere ufficiale di merda, togliti dal cazzo che mi chiavo quella troia di tua moglie che me lo succhia sempre (sì, perché c’è anche un sottogenere letterario di queste cose qui).

A un certo punto tiro fuori il cellulare.

Fortuna che l’ho messo nella tasca anteriore del pantalone del mio abito da sera. Ho fatto bene a disobbedire con l’inganno al tizio all’ingresso che si è occupato della nostra vestizione.

Mi curvo sulla finestrella quadrata colorata che apre la via di ogni fuga.

Messenger. Palletta verde accesa. La stagista c’è.

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Cuore in gola, rimorso. Per stemperarlo e non perdere il controllo mi allontano. Peregrino per i corridoi vuoti. Ho bisogno di allontanarmi dall’orgia e di riflettere.

Nel mio vagare, non visto da nessuno, ritrovo lo scalone della stanza dell’inscatolato, che in questo momento è anche inascoltato. Chissà cosa sta dicendo. Se parla, urla o che.

(In realtà non è mai solo, ci sono sempre due guardie tipo corazzieri nel suo buio sotterraneo. Ma quelli non ascoltano. Non sono lì per quello).

Io son curioso e scendo. Nessuno mi vede o ferma. Scendo le scale sempre col telefono in mano, rispondo alle varie chat. Scendo e scrivo, scrivo e scendo.

Le luci artificiali violente, i marmi gelidi, l’umidità che sale, la scatola dell’automutilato non mi spaventano.

Entro. Nessuno mi ferma. Mi piazzo davanti alla nicchia infernale che contiene la SCATOLA.

Me la guardo un minuto buono, la scatola, senza dire nulla e sempre a cellulare in mano.

L’uomo sente la mia presenza ma non dice nulla. Geme piano, lento, come un povero vecchio allettato al quale abbiano aperto la finestra per fare entrare il sole. Ma qui c’è buio e lui ha 37 anni.

Mi viene voglia di mettermi in bocca una cingomma.

La prendo dalla tasca del pantalone dello smoking (la mia seconda trasgressione, oltre al cellulare). La mastico. Nel frattempo continuo a stare attento alla chat. Mastico e ciatto, mastico e ciatto.

Passiamo, io e l’uomo automutilato per essere più buono di Gesù Cristo, cinque minuti e passa in silenzio. A lato, discosti di parecchi metri, i suoi corazzieri muti. Si sente solo il rumore della mia cingomma e ogni tanto l’allegro blip di Messenger oppure di Telegram.

Forse si aspetta che sia io a fare domande, come fanno tutti quando scendono qui. Ma io non c’ho voglia. Sono venuto solo per curiosità. Se vuole parla lui.

Gli sto davanti 5\10 minuti, a un certo punto stacco gli occhi dal telefono e guardo, per quanto è possibile guardare nella penombra, quel grumo.

Sente la mia presenza.

“Non fingere disinteresse. Non saresti qui” pronuncia con uno stormir di vento, una voce da vecchio inquisitore, una voce calma e tormentata.

Io ciancico un po’ con la mia cingomma e faccio pure rumore. Scrivo una lunga risposta sul telefono. Poi alzo gli occhi.

“Il Titì”.

“Chi?”.

E’ bizzarro come il tono interrogativo restituisca umanità a chiunque. Anche all’UOMO INSCATOLATO.

A beneficio della non-onniscienza dell’uomo più sapiente del mondo, più buono di Gesù, ripeto il nome del Titì, quello vero dico, noto a tutti perché è su tutti i giornali.

Lui fa silenzio. “Quello che puoi sapere, già lo sai”.

“Sei buono, soddisfa la mia curiosità”.

“Sei inopportuno. Ma offendendomi mi compiaci. E anche umiliandomi con quel tuo atteggiamento” (credo si riferisse alla cingomma e al telefono).

“Cosa sei, il presidente di un cazzo di club di scambisti? E’ lì che si studia per fare il tuo mestiere?”

“Sì, sono il presidente di un club di scambisti. No, non il presidente, l’ultima delle latrine umane che ci stanno dentro, che ci stanno sotto”.

La sua voce chioccia e lubrica quando dice “latrine” mi infastidisce.

“Questa faccenda qua sopra è una enorme pagliacciata”.

“Tutto lo è. La creazione lo è. E per quanto riguarda la domanda che mi hai fatto, dimmi: perché ti interessi di quell’uomo”.

“Perché volevo farmi la stagista”.

“Tu menti!”. L’uomo INSCATOLATO è un fine lettore di pensieri.

Ciancico la cingomma, la sputo, ora mi dà noia. Gli faccio un sorrisetto.

“Dimmi cosa sta succedendo al Titì perché sei una merdaccia”.

“Oh, sì, questo è un buon argomento. Quell’uomo stasera non mangerà. Non gli sarà lasciato il solito bussolotto che lo sostenta. Aspetterà invano e avrà paura”. L’UOMO INSCATOLATO  passa con naturalezza dalla battuta di terza elementare a una penosa imitazione di dramma. Ma io c’ho fretta e del suo tono drammatico m’importa nulla.

“Poi?”

“Avrà ancora paura, e ancora e ancora. Non gli arriverà da mangiare per giorni. Quel bussolotto, che gli veniva calato dall’alto, era il solo contatto tra lui e la luce superiore. Si sentirà morto, assaporerà e vedrà cosa vuol dire essere morti. Essere morti vuol dire essere soli.” Lo lascio continuare.

“Ognuno di noi è nella stessa condizione di quell’uomo, sequestrato in un pozzo che è la nostra mente. Ognuno di noi è un morto che manda inutilmente la sua voce contro un muro sudicio, e nessuno gli risponde. Non perché non vogliano, ma perché non capiscono”.

“Non gli danno da mangiare perché lo lasciano morire o perché i carcerieri sono stati allontanati?”

“Domani, dopodomani, si accorgerà che non c’è nessuno. Allora si scuoterà dal suo torpore, proverà a muoversi e ad alzarsi in piedi, gli riuscirà quasi impossibile. Si muoverà e capirà che non c’è nessuno a sorvegliarlo. Allora si farà un po’ di coraggio, stremato e senza forze, alzerà una botola, si arrampicherà di sopra…. Uscirà all’aria aperta in un luogo sconosciuto dove non c’è nessuno. Un campo giallo. A lui sembrerà un corridoio sotterraneo senza fine illuminato da una luce pazza. E avrà caldo e sete. Si trascinerà avanti di qualche metro, arriverà a una strada, e dalla strada un’automobile….”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianluigi Sassu
GIANLUIGI SASSU, insegnante di filosofia, figlio di operai, è stato giornalista per 10 anni nelle radio locali sarde. Ha studiato a Cagliari e Londra, scrive versi, ne traduce altri. Vive in Sardegna. Parla sardo, italiano, inglese, un po’ di napoletano. Ha vissuto in una casa senza acqua corrente, ora ne ha una tutta sua e con l’acqua. Scrive pure saggi di filosofia.
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