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Secondo il Kanun

Secondo il Kanun
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Consegna prevista Dicembre 2021
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I racconti descrivono l’essenza dell’identità albanese, come l’ospitalità, l’onore, mantenere la parola data e il rispetto per la chiesa e gli anziani saggi. Il libro inizia con il racconto Kanuni, che permette al lettore di scoprire questa antica legge che regolava la vita quotidiana delle famiglie e della società albanese del tempo. Il Kanun era considerato una vera e propria costituzione e, anche se non scritto, era rispettato rigorosamente da tutti.

L’Ospite, basato su una storia vera, esalta lo spirito ospitale di un pastore, il quale rispettando il Kanun accoglie nella sua casa il suo nemico. Nel Besa, che vuol dire mantenere la parola data in albanese, due giornalisti inglesi durante un viaggio in Albania si stupiscono di come “Besa” sia un’istituzione fondamentale nella vita di questo popolo. La Vergine invece racconta come una donna albanese potesse assumere il ruolo dell’uomo nel caso in cui una famiglia non avesse figli maschi.

Una raccolta di storie quasi surreali.

Perché ho scritto questo libro?

Secondo il Kanun è un omaggio alle particolari e uniche tradizioni albanesi che rappresentano lo spirito amichevole e pacifico di questo popolo. Prendendo ispirazione da questi comportamenti e costumi della mia gente, ho scritto il libro per far conoscere ai lettori le radici storiche e l’anima di questo antico popolo della penisola balcanica. In questo mondo teconlogico, rievocare le tradizioni e i valori popolari può arrichire il nostro essere e il nostro modo di vivere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Kanuni

Per la prima volta nella mia vita ho sentito la parola Kanun quando ero piccolo. Non ricordo bene se avevo otto o nove anni. Ero in terza o quarta elementare. La sentii uscire dalla bocca di mio padre: “Io sono nato e cresciuto lì dove è stato scritto e rispettato il Kanun. Io sono figlio di mio padre e di mia madre quanto lo sono del Kanun”. Non ho mai dimenticato questa sua “dichiarazione d’amore” verso il Kanun che non era nient’altro che una raccolta di leggi antiche. Lui veniva dal Nord dell’Albania, dalla zona dove il Kanun era stata l’unica legge che esisteva. Molte volte lo sentivo raccontare episodi che avevano a che fare con il Kanun. Mi ricordo che esaltava il ruolo del padrone di casa. Forse perché anche lui lo era, e diceva: “non c’é cosa più importante per una famiglia che avere una persona saggia che la guidi”. A dir la verità a lui piaceva molto comportarsi secondo quanto diceva il Kanun. Ciò si vedeva quando parlava in casa con un tono un po’ alto e quando dava ordini a tutti noi, a mia madre, a mia sorella e a me. Ripeteva spesso la frase: “io sono il padrone di casa”, e mia madre gli rispondeva sempre in modo un po’ ironico: “ma chi lo dice che non sei il padrone di casa”. Ricordo anche che usava molte frasi del Kanun, come: “mai contrastare quello che dice tuo padre”, ”con l’ospite devi essere sempre gentile”, ”non permettere a nessuno di calpestare il tuo onore”. I suoi discorsi erano sempre legati a questa parola, Kanun, che dominava il suo modo di comunicare.

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La Vendetta

Kola aveva deciso. Aveva parlato anche con i suoi genitori. Tutti erano d’accordo. Era l’unica via da seguire. Il problema era solo quando. “Perché devo aspettare ancora? Più ci penso e più diventa difficile. Devo andare subito. Non devo perdere più tempo. Non dovranno succedere mai più queste cose. Non deve più scorrere altro sangue. Basta. Deve finire qui. Oggi stesso. Domani sarà troppo tardi”. Uscì e si incamminò verso la casa del suo “nemico”. La famiglia di Kola era nata in quelle terre montane. Là su gli conoscevano tutti. Erano uomini valorosi. I suoi avi avevano combattuto contro gli unni, i romani, i goti, i bulgari, i serbi, i turchi. D’altra parte la sua famiglia era nota soprattutto per i molti casi di morte a causa di “vendetta”. Avevano ucciso tanti, ma li avevano anche uccisi in tanti. La loro fierezza era unica, ma anche il loro rispetto verso il Kanun non era da meno. I vecchi della famiglia erano famosi per la loro saggezza. Nei secoli avevano partecipato come membri autorevoli dell’Assemblea dei Saggi. Molte persone gli erano grate per le loro “buone parole”. Sapevano far riappacificare la gente.

Besa

Loro erano due giornalisti inglesi appena arrivati in Albania. Uno si chiamava Ted, scriveva per il “Daily Mail”, l’altro era Ron, scriveva per il “Sun”. Era la prima volta che mettevano piede in questo paese considerato la porta fra l’Occidente e l’Oriente. Non sono stati ne erano tuttora entusiasti di questo loro incarico. Li avevano nominati e non potevano che accettare. L’unica cosa che avevano trovato utile fare e che avevano realmente fatto era stata conoscere un po’ la storia e in generale la realtà albanese. Ted aveva trovato una mappa dell’Albania e aveva discusso con Ron per la forma che aveva il Paese. Ted diceva che assomigliava ad un “guanto chiuso”, mentre Ron diceva che aveva la forma di una “bara”. Avevano trovato anche altre somiglianze come per esempio una “Gran Bretagna in miniatura”. Ma tutti e due sapevano che l’Albania attuale non era altro che una piccola Albania a cui erano stati definiti i propri confini esattamente in una Conferenza Internazionale, tenutasi a Londra, la loro città, nel 1913. Questo li faceva sentire un po’ in colpa, anche se non avevano niente a che fare con quella storia dell’inizio del XX secolo.

La Chiesa

Don Davidi faceva da molto tempo il parroco nella zona di Kelmend, che si trovava nel nord dell’Albania. La sua chiesa stava in Selca, uno dei quattro villaggi di questa montagna bella, quasi vicina al cielo. Aveva un buon rapporto con la gente del posto. Dicevano che aveva rifiutato di andare a fare il vescovo in un’altra città. Semplicemente aveva risposto: ”voglio rimanere qui con la mia gente. Sono molto felice di stare con loro”. La chiesa era una delle più antiche della zona. Ogni giorno era piena, mentre di domenica anche fuori nel giardino si riuniva molta gente. Gli abitanti di Selca erano molto credenti. Tutti erano di religione cattolica. Nessuno del villaggio si convertì all’islam durante la dominazione turca. Tutti rispettavano il loro parroco e lo chiamavano “il nostro padre”.

La Vergine

Sua moglie stava per partorire. Le si erano rotte le acque. Le doglie erano forti. Avevano chiamato la levatrice. Era sempre lei, l’unica. Lei era la ginecologa e l’infermiera. Era quella che aiutava a partorire tutte le donne del villaggio. Arrivava puntuale. Lo faceva senza chiedere nulla in cambio. Aiutava le madri a partorire e basta. La chiamavano “la signora delle nascite”. Era brutta da vedere, ma il suo lavoro era veramente bello. Che c’era di più affascinante che aiutare le donne a partorire e far nascere i bambini! Tutti i maschi e le femmine del villaggio erano passati dalle sue mani. “Spingi, dai forza, spingi ancora, ancora un po! Ecco fatto!”. Queste erano le sue solite parole. Poi augurava la madre, lavava il piccolo, lo vestiva e lo metteva dentro la culla che stava li vicino a lei. Qui finiva la sua missione e subito andava da un altra parte, dove la chiamavano. C’era molto lavoro da fare. Ai montanari piaceva avere tanti figli. Oggi doveva assistere la moglie di Giorgio. Lui la salutò e uscì di casa. Non poteva rimanere. Era un uomo. Un montanaro. Partoriva sua moglie. Lui già lo aveva fatto il suo dovere. Queste erano cose da donne. Cosi aveva fatto anche quando erano nate le sue tre figlie. Prese la strada che lo portava alla chiesa. Nel giardino non vide gente. Entrò dentro. Fece il segno della croce e si sedette. Non c’era nessuno. Cominciò a pregare. “Dio mio! Mio Signore! Ti prego, fai che Maria (cosi si chiamava sua moglie) faccia un maschio, un uomo. Ti supplico! ”Poi rimase in silenzio con la testa in giù. Nel frattempo il prete che lo vide lì solo si avvicinò a lui e gli disse: ”caro fratello, benvenuto nella casa di Dio. Ma dimmi un po’, perché sei venuto da solo? Forse ti vuoi confessare?”. Giorgio si alzò, e baciando la mano al prete rispose: ”no, sono venuto solo per pregare Dio”. E continuò: “io e mia moglie aspettiamo un altro bambino. Io ho pregato Dio di avere un maschio, già abbiamo tre femmine. Ecco, per questo sono venuto in chiesa”. Il prete si mise a ridere e disse: ”che sia una creatura sana, perché tutti sono uguali, figli di Dio”. E dandoli una pacca sulla spalla andò vicino all’ altare. Fuori cominciò a piovere. Giorgio si alzò, salutò il prete e uscì facendo di nuovo il segno della croce. Poi mise la sua giacca in testa e si diresse verso la casa. Stava per diventare buio. Si sentì il cane abbaiare. Lui lo chiamò. Il cane arrivò in un attimo e si mise davanti a lui. Era una cagna. Tutte femmine a casa sua:la moglie, le figlie e la cagna. Tre volte aveva fallito. Femmina dopo femmina. Non riusciva ad avere un maschio, un uomo, come lui. Forse era la volta buona. ”O mio Dio, aiutami!”, mormorò lui.

Il matrimonio

Toma amava Marta, o, per meglio dire, le piaceva. L’aveva solo vista. Come poteva dire che la amava? Non si erano mai scambiati una parola, ma certamente c’era simpatia. Lui era attirato dai suoi capelli e dal suo bel corpo. Era bionda e alta. Poi il suo sorriso. Per non parlare del suo vestito, semplice, ma colorato. Si poteva dire che era l’inizio di qualche cosa di speciale, ma che non era ne amore, ne … Per la prima volta la vide nella fontana del villaggio dove lei andava a prendere l’acqua. Le domandò come si chiamasse, ma non aveva mai ricevuto nessuna risposta. L’aveva anche salutata, ma ancora una volta non fu ricambiato. Poi la perse di vista per un po’di tempo. Toma chiese in villaggio se sapevano dove abitasse Marta, ma non si avvicinò mai alla sua casa. Passarono giorni, mesi, ma Lei non si faceva più vedere. Lui pensava che anche lei lo amasse. Una volta, dopo il loro primo incontro, lei gli aveva sorriso e lui l’aveva presso come un segno di simpatia. Era usanza da queste parti che la donna, in generale, e le ragazze in particolare, non guardavano mai gli uomini. Camminavano con la testa bassa senza guardare nessuno in faccia, mentre Marta non solo lo aveva guardato, ma anche gli aveva fatto un sorriso. Da tutto questo Toma si fece l’idea che lei sentisse veramente qualcosa per lui. Però pensava che tutto questo era da vedere in futuro. Cominciò anche a sognarla. Sempre nello stesso posto, nei pressi della fontana. Una notte sognò che gli diceva il suo nome. ”Mi chiamo Marta”, gli avrebbe detto. Anche lui le aveva detto il suo nome. Poi le aveva chiesto un po’ d’acqua e lei gliene aveva data. Dopo qualche istante tutti e due si erano presi per mano e si erano messi a correre. Non ricordava bene se alla fine si erano baciati o se lei lo avesse rifiutato e se ne fosse andata.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Frederik Mikeli
Frederik N. Mikeli nasce nel 1954 a Tirana, Albania. Nel 1976 si è laureato in lettere presso la facoltà di storia e filologia all'Università di Tirana. Per cinque anni è stato professore della lingua albanese e letteratura albanese e straniera. Poi, negli anni Ottanta, per quasi dieci anni ha lavorato come giornalista a Radio Tirana, sezione esteri. Agli inizi degli anni Novanta, dopo la caduta del regime comunista, passò al governo come consigliere diplomatico fino a marzo del 1997. Nel novembre del 1998 arrivò in Italia e dal 2005 vive con la sua famiglia a Roma. È autore di molti articoli e analisi di politica internazionale pubblicati in diversi quotidiani albanesi. Nel 2001 pubblicò il saggio “Homo sum”, mentre nel 2008 una raccolta di poesie intitolato “Sic est vulgus” e un anno dopo un libro di aforismi chiamato “Verba sunt”. È sposato con due figli.
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