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Seduti a tavola

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Sofia, Marco ed Elisa. Sofia convive da circa un anno con una donna nel suo loft del centro di Roma. Marco ha appena scoperto di avere una terza figlia che vive in Brasile, mentre Elisa è schiacciata dai sensi di colpa per la relazione che sta portando avanti con il marito di sua sorella. È domenica 23 ottobre 2013 e i tre ragazzi si preparano per il pranzo della domenica a casa dei genitori. Tutti e tre sanno quanto sono grandi i segreti che nascondono e in quella domenica l’unica cosa che desiderano fare è liberarsi. Le loro vite, il presente che incombe, il passato che ritorna. Le intenzioni sono grandi. Sofia è impaziente, Marco incosciente, Elisa ha paura ma non sanno che qualcuno parlerà al posto loro.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere perché volevo raccontare la storia della mia famiglia. Scrivendo ho capito che parlare della propria vita è difficilissimo, soprattutto toccare tasti dolenti. Poi ho dato spazio alla fantasia. Scrivere per me è questo, nutrire e assecondare la mia immaginazione e la libertà. Seduti a tavola è frutto della mia immaginazione, ma anche del mio vissuto, da dove è scaturita la prima ispirazione proprio durante un pranzo della domenica in famiglia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sofia 23 ottobre – il giorno del pranzo
Io non credo che essere innamorata di una persona possa creare dei problemi
al di fuori della coppia. L’amore è un sentimento troppo accusato. Credere di poter
rinunciare alla propria vita per qualcun altro, è divino e inconsueto, non tutti hanno
la capacità di farlo.
Complimenti Sofia, che pensieri inutili! Anzi, che pensieri stupidi! Una persona
innamorata non può creare discordia, dissapori o che dir si voglia? Una persona
innamorata può tranquillamente rovinare l’esistenza del prossimo: padre, madre,
sorella, amica. E più ne sono consapevole, più mi sto logorando.
Sono finita in questa impasse che mi sta mangiando. Giorno dopo giorno dopo
giorno.Continua a leggere
Continua a leggere

Cerchiamo di guardare i fatti. Un momento di riflessione. Sono una donna di
trent’anni, mediamente carina, rispecchio il classico tipo mediterraneo: scura di
carnagione, occhi marroni, capelli lunghi e folti. Ho un lavoro dignitoso, anzi direi più
che dignitoso! Lavorare presso una radio è senza dubbio il sogno di tantissimi,
giovani e non.
Peccato che per me andare on-air è sempre stato un problema; nonostante
avessi tante cose da dire ho sempre subìto una sorta di blocco, forse ansia da
prestazione o giù di lì. Quindi sono rimasta dietro le quinte ma comunque a
occuparmi dei contenuti.
Vivo a Roma in un monolocale, che in realtà è più un loft. Ristrutturato a
dovere circa un anno fa.
Quando l’ho affittato non era niente di più che una vecchia panetteria con i
tetti alti, adibito a luogo abitabile dalla figlia del fornaio di via dei Gracchi. Oggi è il
mio rifugio, la mia casa.
Sono una tipa simpatica che soffre semplicemente di qualche disturbo
comportamentale, forse una lieve sindrome bipolare, associata a una lieve
meteoropatia, diciamo pure che sono borderline.
Ma me la cavo. Nel senso che tengo a bada i miei mostri.
Nonostante ciò, a prescindere da questa vita mediamente tranquilla e a tratti
felice, divertente e se vogliamo spensierata, sono caduta in questa impasse. Come
ho fatto non lo so, ma ormai ci sono dentro e in qualche modo devo uscirne e ho
deciso che lo farò oggi! Mi siederò a tavola e con le parole migliori, anzi con il
linguaggio forbito che tanto la mia famiglia ama adottare in queste occasioni
conviviali, dove si parla di politica e di temi esistenziali, dirò tutto.
Oddio, dirò tutto.
Dirò che ormai sono sei mesi che Cindy si è trasferita nel mio loft, che oggi
sono la donna più felice del mondo – o quasi, comunque credo di esserlo – che tutte
le mie psicopatie sono svanite – o quasi o comunque credo che siano svanite.
Insomma sto bene.
E’ più di un mese che non vedo il Dott. Marciano.
Il povero Dott. Marciano. Mi ha chiamato più volte e lasciato messaggi sulla
segreteria, gli ho risposto solo dopo quattro giorni e quando mi sono fatta viva mi ha
urlato per telefono che sono una pazza e che credeva che avessi fatto un gesto folle.
Poi per fortuna si è tranquillizzato e mi ha permesso di andare a trovarlo per
l’ultima volta, per l’ultima chiacchierata, come le chiama lui.
Quindi, appena tornata da Lisbona, armata di impermeabile e motorino,
mentre un temporale settembrino le tuonava di santa ragione, sono giunta per
l’ultima volta al numero 35 di via di Ripetta.
Quanti ricordi. Quel numero 35. Quanto l’ho odiato. La prima volta a via di
Ripetta avevo 11 anni, mio padre mi aveva portata da Marciano perché a scuola
avevo appiccicato una gomma da masticare tra i riccioli d’oro di Ilaria Carboni.
Ilaria della sezione F. che si era permessa di rubarmi il fidanzato. Fu quando li
avevo visti, mano nella mano durante la ricreazione, che avevo iniziato a covare la
mia vendetta. All’uscita di scuola, lo stesso giorno, simulando un improvviso gesto
d’affetto, mi ero avvicinata alla povera, ignara Ilaria e le avevo accarezzato la folta
capigliatura: nella mano avevo un chewingum sudicio e gonfio di saliva. A quel
punto, spedita dal preside, chiamata a casa, punizione, ma soprattutto terapia.
Ovviamente quella era stata l’ultima goccia, l’ennesima dimostrazione di un
comportamento passivo-aggressivo. Così disse Marciano. L’odioso Marciano che poi
divenne l’amato e infine l’amico.
Mentre facevo le scale che mi conducevano all’ultima chiacchierata ho rivisto
tutta la mia vita. Erano esattamente ventuno anni che entravo nel portone al civico
35 di via di Ripetta. Lo studio di Marciano era stato senza dubbio la mia seconda
casa, in quelle stanze avevo passato tre ore a settimana, il lunedì e il mercoledì. Era
un po’ come la palestra, quella mentale ovviamente. È stata la mia palestra mentale
fino a quasi tre mesi fa, e adesso mi è rimasta l’acquagym. Come si dice, mens sana
in corpore sano. Per oggi mi fermo al corpo, poi vedremo. Anche se secondo me la
mens ormai è quasi sana.
In realtà, io sto bene. La terapia sarebbe dovuta durare tutta la vita? Non
credo proprio! Così mi sarei ritrovata a sentirmi pazza per davvero, anche se ci sono
andata molto vicino. Sarebbe stata la mia rovina e non la mia salvezza.
Comunque ormai quello che è fatto è fatto. Ho 30 anni e sono innamorata di
una donna bellissima che mi ama a sua volta. Cindy mi ha salvata. Di certo non i miei
genitori.
E adesso, come se non bastasse, come se non mi avessero già abbandonata e
lasciata al mio destino, ancorata al Dott. Marciano, ci si mettono di nuovo con il loro
modo di pensare bigotto e quasi ottocentesco. Durante l’ultimo incontro Marciano
mi ha detto: “Sofi cara, se non ti liberi da questo peso, imparerai a sopportarlo e
arriverai perfino a giustificare tutte le tue paure. Devi farlo subito, liberati!”
E forse l’occasione ideale arriva proprio oggi.
Pranzo in famiglia e non un pranzo qualsiasi, quello della domenica.
La mia famiglia. Quella ingombrante perché numerosa, affidabile perché
comunque presente, terribilmente amabile e odiabile. Sei sopraffatto e poi sei solo,
sperduto, abbandonato. Occhi puntati su di te e poi espressioni di indifferenza
perché in fondo ognuno di noi ha la sua vita.
Dalla naturale indifferenza in poi ho capito che dovevo iniziare a badare a me,
in maniera sana, costruttiva ma soprattutto indipendente.
E devo ammettere che non è stato facile. Infatti mi sono perdutamente
innamorata di Marciano, ma in realtà non era amore, era come se fosse mio padre,
mia madre, i miei fratelli. Una follia. Marciano è stato quasi molto bravo e a un certo
punto della storia ha capito quanto fossi persa e quanto avessi bisogno di ritrovare i
miei punti fermi.
Le ripartenze sono state tante, come il tossicodipendente che ci ricasca.
Incontri sbagliati, tanti uomini sbagliati. Donne sbagliate meno, ma comunque
sbagliate. Oggi finalmente ho l’occasione di azzerare tutto anche con la mia famiglia.
L’ho già fatto nella mia vita e per me stessa, ma senza includere la mia famiglia non
posso dire di essere arrivata fino in fondo.
Ma torniamo a oggi, sono solo le 07:00 del mattino e il mio pensare è già stato
così risolutivo? Sento che sto per avere un attacco di panico.
In realtà mi basta soltanto voltare lo sguardo verso di lei che mi dorme
addosso. Guardarla persa nel suo sonno potente mi tranquillizza. Sa perfettamente
quello che mi aspetta oggi. Ieri sera è stata dolcissima, cenetta messicana io e lei, lo
sa che adoro il messicano.
Soprattutto che adoro mangiarlo dopo aver fatto l’amore.
ELISA 23 ottobre – il giorno del pranzo
Tre etti di farina, due uova, 500 g di zucchero e un pizzico di sale. Sale? Sì, un
pizzico di sale. È normale trovare un pizzico di sale nella ricetta di una torta al
cioccolato? Forse la dicitura è sbagliata o forse sono io talmente impedita che di
ricette, dolci e cose buone non ne capisco proprio nulla. Soprattutto di cose buone.
In questo momento della mia vita, in cui mi sforzo di essere un’altra persona, una
brava donna di casa che sa badare ai suoi figli e prepara un dolce per il pranzo della
domenica, penso solo a quanto sono sbagliata e a quanto mi piaccia esserlo. Sentire
i pugni nello stomaco prodotti dai rimorsi. È una sensazione che dovrebbe far star
male chiunque, mentre io la adoro.
Persa nelle mie elucubrazioni mentali, miscelando l’impasto di questo
maledetto dolce. Sono solo le 07.00 del 23 Ottobre 2013. Una domenica mattina
come tante altre, da sei mesi a questa parte: in cui più sposto la sveglia e più i miei
occhi spalancano le palpebre a orari improbabili. Oggi erano appena le 05.40.
Il problema è che non resisto dentro al letto insieme a lui, le lenzuola si fanno
spesse, inizia a mancarmi l’aria. Prima riuscivo ad aprire gli occhi e a temporeggiare
qualche tempo, giusto il necessario, quello che serviva a Michele per svegliarsi. In
questi ultimi tempi mi auguro solo di fuggire il prima possibile da questo connubio,
dalla condivisione che è propria di qualsiasi matrimonio che si rispetti. Tutto questo,
naturalmente, solo per un uomo.
Per un uomo che mi ha rubato il corpo, l’anima e la mente. Che immagino a
ogni angolo della strada, della casa e della mia vita. Spero costantemente di
incontrarlo ogni minuto della mia inutile esistenza.
Mi perdo in questi pensieri e fantasie, mentre l’impasto del dolce al cioccolato
assume delle sembianze orrende. Ma non mi interessa. Anzi, è l’ultima cosa che
possa interessarmi.
Il problema è che quando lo vedo non posso fare a meno di pensare alle
nostre pelli, unite e vicine che si scambiano il sapore e l’odore. E più sono
consapevole della follia di quanto è accaduto e tutt’ora spesso accade, più vorrei
stringerlo tra le mani.
E sapere che invece a farlo tutti giorni, a poterlo avere ogni volta che l’istinto
lo reclama, sia una delle persone più vicine alla mia maledetta vita mi devasta
definitivamente.
Vicina come una sorella.
Sono esattamente sei mesi che ho una relazione instabile con mio cognato.
Non merito nulla, se non il disprezzo della mia famiglia. Disprezzo che ancora non è
arrivato, ma in realtà è solo questione di tempo. Sto aspettando sottovuoto che
qualcuno mi ridesti dalla lunghissima apnea. Sarà un risveglio tremendo, sarà amaro,
duro e surreale, forse mi porterà alla follia, ma almeno espierò le mie pene. Mia
sorella non vorrà più vedermi, nemmeno incrociare il mio sguardo.
Rovinerò una famiglia, anzi due. I miei figli soffriranno e conosceranno la
verità e io mi vergognerò come una ladra.
Ogni singolo pensiero è un pugno in più al mio stomaco stanco.
Ma cosa dovrei fare? Come potrei non pensare? È possibile smettere di
pensare? Forse sì. Dovrei staccarmi la testa dal collo, magari metterla dentro un
congelatore, aspettare che passi la tempesta e poi scongelarla.
Invece sono sul punto di scoppiare in un pianto isterico; lo sento che sta per
arrivare, uno di quei pianti in cui le lacrime sembrano non finire mai e ci si ritrova
senza fiato, con gli occhi gonfi a dismisura e quasi non più in grado di guardare;
eccola, sento che la prima lacrima sta lì lì per uscire, pronta a scivolare via.
Ma improvvisamente tuona il citofono, quindi, riesco a trattenermi.
È Mirla, la donna che aiuta la mia famiglia da quando sono in grado di avere
memoria. In passato ha vissuto con noi, eravamo piccolissimi, oggi aiuta me e i miei
fratelli con i figli e le faccende di casa.
Appena entra, afferra la prima sedia disponibile e ci si mette seduta: è
visibilmente accaldata, si vede che ha fatto le scale a fatica e per quanto sono
concentrata sui miei maledetti pensieri quasi mi dimentico di chiederle come sta,
come si sente dopo che Ronnie è venuto a mancare. Inizia a parlare di quei momenti
tremendi che rendono consistente la mancanza di una persona. Così consistente da
trasformarla in qualcosa di concreto, una presenza assente. La solitudine è un
cattivo malanno in questi casi, a volte o quasi sempre il più cattivo.
Immagini la persona che non c’è più nell’arco di tutta la giornata, la vedi
accanto a te e quasi ci parli per quanto ti manca, anche se non esiste più, non è
presente fisicamente, ma comunque la percepisci come se fosse lì e quella
sensazione è quanto basta per farti parlare da solo anche davanti a un pubblico.
Mentre Mirla mi racconta queste sensazioni, gli occhi le diventano languidi.
– È difficile concepire, o forse soltanto pensare, una vita senza di lui. Come si
fa? Dopo 20 anni di matrimonio. Vorrei tanto che l’asciugamano del bagno non fosse
mai piegato e ben teso. Vivere la mancanza di una persona e viverla tutti i giorni è
massacrante, logorante. Gli odori svaniscono, quella sensazione che ti fa sentire la
presenza, come quando afferri un oggetto ancora caldo, si perde nel tempo. Ti
aggrappi ai ricordi, che non sono mai quelli di una vacanza insieme, della nascita dei
figli, del matrimonio. Affiora invece la memoria della vita quotidiana. Delle piccole
cose che mai avresti pensato di poter ricordare così minuziosamente. Del ritorno a
casa la sera dopo una giornata di lavoro, quella presenza in cucina a volte un po’
scomoda. Ronnie era un mangione, non riusciva ad aspettare l’ora di cena, così si
piazzava in cucina con me, spizzicando tutto quello che gli capitava sotto tiro.
Quando poi esagerava, io mi innervosivo, così lui smetteva.
Mirla sembra sotto l’effetto di un incantesimo, guarda un punto fisso mentre
mi parla e poi si volta verso di me con uno scatto.
– Ma sai piccola mia qual è la cosa più dura?
– Cosa Mirla?
– Dormire e svegliarmi la mattina in quel letto. – Dopo quasi due minuti di silenzio,
riprende a parlare. – Volevamo cambiarlo. È vecchio e malconcio, un brutto
materasso, su una rete di legno. Ci sentivamo stretti tra quelle lenzuola. Ronnie era
un bell’omone e lo spazio era solo quello di una piazza e mezza. Mi ritrovavo sempre
a dormire in un pezzetto di materasso. Oggi invece mi sento sperduta in uno spazio
immenso. Così abbondante da poter contenere anche quattro persone. Quattro
persone come Ronnie, tanto è grande questo vuoto. Sembra che tutto abbia perso
di senso.
Gli occhi di Mirla sembrano persi, poi a un tratto mi guarda coraggiosa. – Ma
in fondo, piccola mia, non è così, non lo è affatto. Tutto ha un senso, la casa, i nostri
figli, il contatto di adesso. Io Ronnie lo sento, è intorno a me sempre, in ogni cosa
che faccio. Mentre salgo le scale, pulisco i vetri di qualche casa, aspetto sull’autobus.
È parte di me.
È un sorriso ampio quello che adesso scalfìsce l’immagine triste di questa
donna; un sorriso così ampio che mi spiazza.
E subito, da donna egoista quale sono, il primo pensiero riguarda me. Avrò
mai anche io tutto questo? Un uomo da amare per la vita, solo lui finché morte non
ci separi? A questo punto anche oltre la morte, viste le testimonianze. Io lo avevo,
ma ho lasciato che svanisse. Dentro di me il pensiero di lui non c’è più. Dentro di me
il pensiero di lui, mio marito, è diventato il pensiero per qualcun’ altro.
Vivo costantemente il pensiero di un altro uomo.
Quel sorriso così bello, ma allo stesso tempo malinconico, mi spinge in un
abbraccio. Il calore di Mirla. Sempre lo stesso da venticinque anni.
Il calore del suo abbraccio mi sprigiona un ricordo: la prima volta che l’ho
incontrata avevo 9 anni e due genitori impegnati a occuparsi delle loro vite. Mi
attaccai subito a quella donna, così materna, amorevole, presente. Io, Sofia e Marco
passavamo le giornate intere in sua compagnia. Quando uscivamo da scuola, io e
Marco le saltavamo al collo, mentre Sofia rimaneva sempre dietro, un po’ in
disparte. Con il passare degli anni divenne parte integrante della famiglia, fin
quando mamma non decise di mandarla via. Credeva che si stesse appropriando dei
suoi figli, proprio sotto i suoi occhi. Prima aveva iniziato a dire, soprattutto a me, che
non dovevo baciarla sulla bocca, poi mi disse di smetterla di starle sempre addosso,
sempre in braccio. Purtroppo però tutte quelle privazioni sortirono un effetto
contrario. Tutte le notti, o perlomeno sempre quando Mirla occupava la stanza di
servizio, dopo essermi accertata che l’intera casa fosse sprofondata nei suoi sonni
tranquilli, fuggivo dal mio letto. Condividevo la stanza con Marco, che prendeva
sonno quasi subito, appena toccava il cuscino: un’immagine orrenda ai miei occhi.
Mi lasciavo alle spalle la porta della cameretta che custodiva Marco, puntavo gli
occhi sulla stanza dei miei genitori in fondo al corridoio, la luce sempre accesa, come
se fossero sempre in vedetta; o almeno all’epoca pensavo lo fossero e per questo
vivevo le mie scappatoie da Mirla come delle vere e proprie missioni. Solo dopo anni
ho scoperto che papà si svegliava spesso nella notte e si accorgeva della mia
assenza. Ma è sempre stato mio complice e questo mamma non era riuscita a
impedirlo.
Marco 23 ottobre – il giorno del pranzo
Arianna, Michela e adesso Francesca. Le donne della mia vita.
E adesso Francesca. Già. Un nome italiano per due occhi scuri come il
carbone, grandi e immensi. Gambe lunghe e sorriso magico. Stregante come quello
della madre. Mentre dormo tra le ragazze che un giorno, spero, diventeranno le tue
compagne di avventura, guardo la tua foto. Sei bellissima, una donnina perfetta. Di
te so così poco che posso solo dar sfogo alla mia immaginazione, fin quando non
sarai qui, disarmata e pronta a farti conoscere.
Invece ormai di Arianna e Michela sto imparando a conoscere tutto, ogni
centimetro del loro corpo e della loro mente. Consapevole che prima o poi non sarà
più così, perché cresceranno e inevitabilmente i loro segreti si faranno più grandi,
così grandi da doverli nascondere a un padre che “certe cose potrebbe non capirle”.
Ma a me piace pensarla in tutt’altro modo. Sarò per tutta la vita il loro confessore,
oppure, come dice Michela – lo sussurra al mio orecchio quando cerca il contatto –
“sarai il mio miglior amico, per sempre”.
Vorrei che per te fosse lo stesso; lo so, sei lontana, ma magari un giorno non
lo sarai più. Un giorno prima o poi tua madre prenderà la decisione più giusta,
tornerà a vivere in Italia e finalmente potrò starti vicino, come qualunque figlio si
merita e qualsiasi padre ha l’obbligo di fare.
Ti prometto che quando sarai qui, tutti sapranno della tua esistenza e, pronti
ad accoglierti, non mancheranno di festeggiare il tuo arrivo con regali e accorgimenti
di ogni genere. Questo è il mio desidero e ciò che mi auguro. So che la mia vita è
quasi un disastro, ma sto rimettendo insieme i pezzi. Apprezzato o meno dai tuoi
futuri nonni, io vado avanti per ricongiungere il mio nucleo, i miei affetti più
importanti.
Andremo al parco tutti i insieme, come una vera famiglia.
Che rabbia essermi perso quei momenti fondamentali. Imparare a mangiare il
gelato senza tornare a casa con indosso magliette di cento colori, camminare,
parlare, dire papà. Chissà se l’hai mai detto. Dentro di me, in segreto, spero di no,
ma se così fosse mi dispiace, perché avrai sofferto anche di questo.
Quando Anna verrà a sapere della tua esistenza, difficilmente se ne farà una
ragione. Ma potrà mai minimamente interessarmi questo? Direi di no. Sei mia figlia
e in quanto tale farai parte della mia vita. Non dovrai mai pagare tu per gli errori che
ho collezionato io. Se mai poi avere dei figli possa essere giudicato un errore. Solo
abbandonarli è una vera barbarie, ma non prendersi cura di loro, accudirli e amarli.
È stato questo che ho cercato di fare in questi anni: il ruolo del genitore è
difficilissimo, un’impresa quasi storica. Oggi lo penso, ne sono convinto. Mentre ieri
non mi capacitavo degli errori o delle mancanze di mia madre e mio padre.
Queste immagini partono dalla mia testa, si posano sul petto e mi opprimono
il respiro. Sento questo macigno che nel corso degli anni si è alimentato e cerco di
scrollarlo di dosso guardando, ai lati del mio letto, le mie creature. Michela dorme
abbracciata alla mia gamba destra, mentre Arianna, già troppo indipendente, respira
calma alla mia sinistra.
Oltre il cuscino di Michela, l’orologio segna le 07:00 del 23 ottobre 2013.
Un giorno come tanti altri. Una domenica come tante. Passata a fare il padre.
Anzi, il mammo. Senza che tutto questo possa minimamente turbarmi. Adoro fare il
mammo. Le mie piccole sono tutto nella mia vita, insieme a Michelle, la mia
ballerina dello sballo, sud americana e bella come poche.
Non voglio immaginare la faccia di Anna quando oggi la conoscerà. Poi verrà a
sapere di Francesca e a quel punto cosa succederà? Storcerà il naso, gli occhi e il
mento, producendo una smorfia sul volto quasi inguardabile. In questo caso non
dovrò arrendermi, non volgerò lo sguardo a terra lasciandoglielo fare ancora una
volta: ridurre la mia esistenza a “una cazzata dietro l’altra”, l’espressione più pacata
che mia madre abbia mai adottato in questi anni riferendosi a quasi tutto ciò che ho
costruito sino ad oggi.
È vero, ho 34 anni e sono già padre di due figlie, anzi tre, l’ultima spuntata tre
mesi fa, di cui non ero a conoscenza. Arianna e Michela sono le figlie di Sveva. Dopo
la nascita di Michela, Sveva ha deciso di partire per un viaggio intorno al mondo
insieme al suo attuale compagno, due anni fa è tornata e pretendeva di riprendersi
le bambine, ma per fortuna il fato ha voluto che le cose andassero in maniera
diversa.
Durante il viaggio si è fatta di tutto, povera scema. È tornata con il cervello
fuso e così il giudice, per fortuna, compresa subito la situazione, ha dato
l’affidamento esclusivo a me. Sveva può vedere le sue figlie, basta che lo decida di
comune accordo con me. Ma quando mai l’ha deciso? Dopo tre o quattro
domeniche in cui ha dato buca alle bambine, le ho impedito anche di contattarle per
telefono. Era una situazione insostenibile, soprattutto per Arianna che a soli 3 anni è
stata abbandonata da sua madre, e che poi a 6 anni l’ha vista tornare come uno
tsunami.
Il giorno in cui ha bussato alla porta di casa, Arianna è andata ad aprire, quasi non la
riconosceva. Io ero in salone con Michela, mi sono affacciato al corridoio e ho visto
Sveva che tentava di abbracciarla con forza, la piccola che piangeva tra le braccia
rinsecchite della donna.
In fondo il colpevole sono io. Cosa devo confessare a me stesso? Ormai l’ho
già fatto tante volte, dai Marco riacquista consapevolezza delle cazzate che hai
fatto!
Anche se avevo solo 25 anni quando io e Sveva ci siamo conosciuti, sono stato
io a portarla sulla cattiva strada, innamorati persi l’uno dell’altra. Quanto ci siamo
amati, ma a che prezzo! Un prezzo altissimo: due figlie a 26 anni e la
tossicodipendenza di Sveva. Per la seconda vorrei maledirmi, io ne sono uscito con
poco, anzi con molto; grazie alla mia famiglia incasinata, ma comunque sempre
solida alle spalle; lei non aveva nessuno a cui aggrapparsi, neanche me.
Che posso dire? Eravamo troppo giovani per la vita che conducevamo. Sveva
era una ragazza sola, nata in una famiglia miliardaria di Roma, e paradossalmente
era proprio questa condizione a rendere la sua solitudine immensa e a volte quasi
insostenibile. Viveva in una casa gigantesca nel quartiere Parioli di Roma,
completamente abbandonata a se stessa da quando aveva 16 anni; l’unica persona
con cui condivideva ogni tanto un pasto era la donna di servizio. Come si può
esistere così?
La sua era una realtà a metà, te ne accorgevi quando eravamo in compagnia di
altri amici, altri sballati quanto noi. Sveva si perdeva nei suoi pensieri, ma erano
pensieri? A me il suo sembrava più un eclissarsi senza tempo: la vedevi creare uno
spazio vuoto intorno a sé che non ti permetteva più di entrarci in contatto. Restava
in silenzio anche per un’ora di seguito, io ero troppo giovane per affrontare il suo
mutismo e poi lei non mi permetteva di infrangerlo.
Il nostro stile di vita sicuramente non ha semplificato le cose, grandi fumate,
bevute e sniffate. Soprattutto sniffate.
Sveva è arrivata a un passo dal non ritorno, poi è successo il miracolo, quando
ha scoperto che aspettava Arianna. Durante la gravidanza faceva al massimo
qualche tiro di canna e una birretta ogni tanto. Tutte abitudini che non le aveva
prescritto il medico, questo era ovvio, ma grazie al cielo e nonostante la sua
evidente magrezza, il suo fisico era forte e sano e portò avanti entrambe le
gravidanze con successo.
Oggi di lei ho praticamente perso le tracce, a volte immagino un nostro
ricongiungimento. Naturalmente non come coppia, ma una tregua sana per le
bambine sarebbe una bella cosa.
Sofia 8 settembre – l’ultima chiacchierata con Marciano
Come sempre stravaccata sulla mia poltrona, come se fosse a casa sua.
Mentre la guardo dalla porta socchiusa del mio studio, spero che questa si riveli
veramente come l’ultima chiacchierata. Sono più di vent’anni che seguo Sofia in
terapia e oggi è una donna autosufficiente, di me potrebbe non avere più bisogno,
ma tutto dipende da lei. Sembra che il nostro percorso non possa vedere una fine, il
problema è che lei non dà nessuna certezza, troppe volte è caduta e soprattutto
troppe volte l’ha fatto senza rialzarsi in maniera indipendente. Saprà camminare con
le sue gambe? Riuscirà a essere distaccata dai suoi problemi e a prendere sempre la
decisione più giusta per lei? Potrà allontanare da sé il continuo giudizio della madre
e fare in modo che questo non la condizioni? Riuscirà ad amare il padre senza farsi
influenzare dal passato dei suoi genitori? Riuscirà a far accettare Cindy alla sua
famiglia? Cindy riuscirà ad accettare Sofia così come è, senza voler pretendere quello
che non è e non sarà mai?
Non lo so.
È dura quando un paziente se ne va, quando decide di lasciarti per iniziare il
suo percorso di vita, solo o seguito da un’amica, un partner o semplicemente dalla
famiglia. Sofia è cresciuta insieme a me. Grazie a lei ho imparato tante cose della
mia professione. Tra cui la più difficile: come evitare di innamorarsi di una paziente.
In realtà il mio sentimento verso Sofia non era proprio amore. Più che altro è stata
attrazione. “Ancora peggio! Ti rendi conto Marciano? Se avessi voluto rischiare di
perdere la tua credibilità per una vera passione l’avrei capito, ma solo per
un’avventura è follia”. Mi rispose così il mio terapista dell’epoca, il Dott. Spataro.
Quando avevo iniziato a occuparmi del suo caso ero molto giovane, Sofia è
praticamente cresciuta sotto i miei occhi. Non so cosa fosse scattato dentro la mia
testa, ma c’è stato un momento durante la terapia in cui mi sono sentito molto
vicino a questa ragazza, ero attratto dalle sue fobie, dal suo modo di fare un po’
bizzarro e inconsueto. Avevo percepito quanto fosse diversa, e soprattutto quanto il
suo approccio alla vita fosse totalmente improbabile. Era proprio tale aspetto a
richiamare la mia attenzione. Sofia sembrava che fluttuasse nell’aria, sino a una
certa età nulla e nessuno la scalfiva, forse era la cupezza adolescenziale, non le
importava di niente e di nessuno. Mia cara Sofia, mentre ti guardo penso che non
vorrei mai sciogliere il nostro legame e che per bontà professionale non dovrei, tu hai
ancora bisogno di me, ma stai rovinando la mia vita, Melissa ti odia, devi sparire
dalla mia vita.
Seduta, anzi stravaccata sulla poltrona di Marciano, dopo una corsa infernale
in motorino, mi accorsi di quanto non conoscessi ancora bene quella stanza che tutti
i lunedì e mercoledì della settimana ha ospitato i miei pensieri e i miei sfoghi.
Marciano lavorava in un ordine quasi maniacale e per la prima volta pensai, ma non
è che forse il primo ad avere bisogno di andare dallo psicologo è proprio lui?
Ma che stupidaggine, sono veramente una povera ottusa. Tutti gli
psicoterapeuti vanno in terapia. Fosse solo per le assurde follie che a volte sono
costretti a sentire. Per proteggersi. Come quando gli confessai la mia volontà di
assoldare un serial killer per mia madre: quel giorno mi ricordo che sbirciai tra i suoi
appunti, e lessi: dipende fortemente dall’affetto e dalla comprensione della madre.
Una follia, pensai.
La prima volta che sono entrata in questa stanza ero veramente piccola. Una
ragazzina viziatella.
Oggi sono una donna adulta. Il percorso dalla viziatella ad oggi era stato lungo
e travagliato, ma ero giunta, per fortuna, finalmente, a un punto. Volevo stare con
Cindy. Non era la prima volta che avevo una storia con una donna. Ma Cindy era la
prima relazione seria.
Inizialmente, ma solo per un momento, avevo pensato di essere bisex, ma era
solo il frutto delle prime esperienze, dei primi amori e dei primi sentimenti. Come
tutte le bambine di dieci, dodici anni, avevo un’amichetta del cuore, Anna Laura.
Tutt’oggi ci frequentiamo tantissimo, perché, va detto, in queste faccende noi
donne siamo largamente più intelligenti degli uomini. Ero sempre particolarmente
affettuosa nei suoi confronti, poi, in età adolescenziale, verso i 17 anni, dopo la fine
della mia storiella con Francesco, l’attaccamento ad Anna Laura era diventato
ossessivo.
Ero gelosa di lei, delle sue amiche e in seguito anche di tutti i suoi fidanzati.
Ma lei non mi ha mai allontanata, io non ho dovuto subire la stessa umiliazione di
Simone, il ragazzo più bravo della mia classe che ha vissuto una storia simile alla mia
e che ha dovuto sopportare le umiliazioni più brutte per colpa di un amico stupido,
Edoardo. Un ragazzino ignorante che non poteva comprendere assolutamente la
sensibilità di Simone e che quando aveva scoperto che al suo migliore amico
piacevano i maschi, gli aveva dato della povera checca, urlandolo davanti a tutti
durante l’ora di ricreazione. In realtà aveva solo paura di continuare a frequentare
Simone dopo che il padre gli aveva detto che anche lui sarebbe passato per
omosessuale se avesse continuato a essere suo amico. In quel modo, forse, con
insulti e parolacce nessuno l’avrebbe mai pensato. Non potrò mai dimenticare
quell’episodio. “Non avvicinarti più a me, hai capito? Cos’è, mi vorresti baciare
adesso? Brutta checca!”. Quel giorno, impresso dentro la mia mente, mi ricorda
quanto l’amore e gli affetti possano distruggere l’esistenza di una persona. Spesso,
più teniamo gli esseri umani stretti a noi e più alziamo la scommessa. Più li riteniamo
indispensabili per la nostra vita e più quella stessa vita sarà beffarda, si prenderà
gioco di noi, deridendoci. Edoardo e Simone si conoscevano dall’asilo, erano
cresciuti insieme. Avevano condiviso vacanze, scuole, campus estivi; le loro famiglie,
nel corso degli anni, avevano creato un gruppo di amici “speciali”, il cui fulcro erano
i rispettivi figli: non si mollavano mai un secondo. Il problema era sorto
successivamente, verso i sedici anni, quando Simone aveva già ben chiara dentro la
sua testa quale sarebbe stata la sua vita. Dopo anni mi ha confessato persino che
all’epoca lui sentiva che gli piacevano i ragazzi ormai da molto tempo, forse era
veramente molto piccolo la prima volta che aveva sentito chiaramente il desiderio di
baciare un altro bambino. Non era mai stato attratto dalle femmine, il pensiero di
volerle toccare o baciare sulla bocca non gli era mai passato per la mente. Lui non
era come Edoardo. Lo sapeva. Anzi Simone sapeva che avrebbe voluto toccare e
baciare Edoardo e che questo desiderio l’avrebbe portato sempre più lontano da lui
e da tutti i suoi amici.
Io sono stata fortunata, veramente.
ELISA 23 ottobre – il giorno del pranzo – Ripensamenti
Michele e Fabio.
Cosa sta succedendo?
Sono sposata da dieci anni con Michele, il primo uomo che ho amato nella mia
vita, abbiamo due figli bellissimi, Luca e Lorenzo. Una storia stupenda e passionale,
fino a qualche anno fa. Nata all’università, un vero colpo di fulmine tra i corridoi
della sede di Architettura di Roma “Valle Giulia”. Con lui mi sono sentita per la prima
volta veramente una donna.
Prima di conoscerlo, aspettando l’interrogazione per l’esame di progettazione
architettonica, l’avevo già adocchiato in aula, durante qualche lezione. Parlava
sempre con tante ragazze diverse e per questo inizialmente non aveva scatenato la
mia simpatia: dava l’idea del farfallone e in effetti lo era, ma quanto ci sapeva fare!
Sono stata intortata dal suo modo di fare gentile e sicuro in meno di mezzo secondo
e, grazie al cielo, anche lui aveva perso la testa per il mio modo di “arrossire e
abbassare gli occhi quando ero in difficoltà”, così aveva detto. Probabilmente se
anche lui non si fosse invaghito di me, sarei rimasta a leccarmi le ferite per parecchio
tempo. Mi aveva folgorata e io gliel’avevo lasciato fare.
Sono sempre stata una donna debole alle tentazioni, ubriaca di sentimenti per
tutti, fragile, poco consapevole di me stessa. C’è da dire che in fondo non si può
parlare di chissà quanti uomini. Esperienze modeste. Prima di conoscere Michele
due storielle, Miguel a 20 anni, durante l’Erasmus a Barcellona. Lui di anni ne aveva
30, non era bellissimo, ma si era preso la mia gioventù con enorme delicatezza e
amore. Ancora prima di Miguel, solo Mattia aveva avuto la possibilità di baciarmi.
Mattia era stato veramente stupendo, lunghi, lunghissimi baci sotto casa. Per un
anno di seguito si era fatto andar bene solo quello, oggi siamo grandi amici. A
proposito, a Mattia ho raccontato di Fabio. Martedì, no, anzi, mercoledì di due
settimane fa. Non ricordo il giorno preciso e questo un po’ mi fa arrabbiare.
Purtroppo sono la classica persona che si fissa a pensare a queste cose, se non
ricordo una data o un nome divento idrofoba. Forse era l’8 ottobre.
Quel giorno, mentre lo stavo aspettando, come sempre al bar Oren, ero
totalmente in trance. Dopo l’ennesimo incontro con Fabio non sapevo più cosa fare,
non potevo mantenere quel segreto solo per me, dovevo condividerlo e in fretta.
Stavo male. Stati d’animo di natura contrastante si alternavano alla velocità della
luce, istantanee della vita con Michele e dei baci proibiti con Fabio facevano a
cazzotti dentro la mia testa.
Avevo iniziato a prendere tranquillanti e la mia dose giornaliera si era sprecata
nel tragitto che poche ore prima mi aveva portata all’hotel Parco dei Principi:
inghiottiti per riuscire a entrare nella stanza 115 senza troppi rimorsi. Da Oren avevo
preso un’altra pasticca e ordinato una sambuca, sempre in attesa di Mattia. Quando
le sambuche si erano trasformate in due in solo mezz’ora, decisi di chiamarlo per
capire dove cavolo fosse finito; mi rispose che aveva appena chiuso il portone di
casa.
Elisa era seduta sempre al solito tavolino da dieci anni, un’incredibile
sensazione mi avvolse. Pena? Forse sì.
Lo sguardo di Mattia era inquietante, mi guardava con tenerezza o forse c’era
dell’altro. Cos’era, pena? Forse sì.
Giunto al mio tavolo, aveva ordinato una sambuca.
– A quante stai? – mi aveva detto, e io, con tono dimesso, gli avevo risposto tre.
Sì, erano diventate tre, ma di certo non potevano essere quei bicchieri a
scalfirmi, nella mia famiglia l’alcol non è mai stato un tabù, quindi, ahimè, ero più
che sobria.
Una volta attirata la sua attenzione non lo avevo lasciato parlare. Valanghe di
parole lo travolsero, in dieci minuti gli ultimi sei mesi della mia vita raccontati con
una foga mai vista, liberatoria e impetuosa. È stato doloroso, ma poi mi sono sentita
bene subito, leggera e meno in colpa. Lo sguardo di Mattia era rimasto attonito fino
a che non era esploso in una grassa risata, quasi isterica. Sembrava una checca, in
realtà forse lo era. Sconvolta da quella reazione entrai in un silenzio rumoroso, ma
totalmente contrastato da quella risata quasi beffarda. Si stava prendendo gioco di
me?
Arrivato al Bar Oren avevo provato pena per quella poveretta, proiettata da
32 anni in una vita che non era la sua. Come poteva una donna come lei, che amava
viaggiare, intelligente, volenterosa, generosa, dedita alla famiglia e al lavoro,
continuare ad amare un uomo tanto gretto? Michele è un arrivista e uno stupido,
l’ha sposata solo perché è ricca sfondata. Lui non ha cuore. Forse quando si sono
conosciuti all’università erano due ragazzi giovani e ancora inconsapevoli, forse a
quel tempo avrà provato qualcosa per quella donnina, piccola e indifesa.
Ma oggi? Chi è lui oggi? Per me, solo un arrivista.
La baciai sulla fronte, ordinai una sambuca per tenerle compagnia e iniziai ad
ascoltare.
Mi sbattè in faccia uno sfogo mai visto. Ero attonito, completamente senza
parole, ma soprattutto felice.
Felice di ascoltare, vedere e percepire, proprio sulla mia pelle, una donna
imprigionata che si svincola dalle pesanti catene di una vita intera. Una donna in
fermento, si sentiva che stava provando una passione, che aveva trasporto per una
persona, che la condizione che viveva era proibitiva, ma che era proprio questo a
renderla inspiegabilmente elettrizzante. Provare il brivido del proibito, di una
relazione esagerata che era eccessiva su tutto. Sul fatto che Elisa era sposata con un
altro uomo da ben dieci anni, che Fabio fosse il marito della sorella, che ormai si
vedevano quasi tutti i giorni e che per farlo lei raccontava bugie a tutti e in vita sua
non l’aveva mai fatto, nemmeno per una giusta causa.
Mentre entrava nei dettagli di tutti i modi in cui si erano amati, i suoi occhi si
illuminavano sopraffatti dallo slancio e dall’energia che sentiva. Si vedeva che quelle
due ore passate in compagnia di Fabio avevano riacceso la spia della vitalità e
dell’euforia.
Mentre parlava arrivai a pensare che al posto di Fabio avrebbe anche potuto
esserci un altro perché in fondo Elisa aveva solo bisogno di trasgredire alla sua vita.
Da scoiattolo impaurito di tutto che era, oggi si sentiva come una leonessa
consapevole del suo corpo durante la caccia. Ma purtroppo, nonostante l’euforia e la
sua felicità per quello che stava vivendo, i problemi non avrebbero tardato a bussare
alla sua porta: Michele avrebbe consumato la sua vendetta, in un modo o nell’altro.
– Mattia, – mi aveva detto – è una situazione assurda! Ti rendi conto di quello
che sto facendo? Sono un mostro, cosa penseranno i miei genitori, Michele, mia
sorella e soprattutto i miei figli? Il mio pensiero fisso sono loro. Tra dieci anni dovrò
lottare e sostenere i loro sguardi sdegnati, Michele non me la farà passare liscia, gli
farà un bel lavaggio del cervello. Vostra madre è una poco di buono, banderuola e
puttana. Penseranno che il padre ha ragione, dopo il divorzio decideranno di vivere
con lui e io potrò tranquillamente scordarmi dei loro volti e dell’amore che ci ha
sempre uniti. Non è giusto Mattia, capisci? Li ho cresciuti io quei due ragazzi, sono la
cosa più importante nella mia maledetta esistenza, non può allontanarli da me come
se niente fosse.
Conosceva perfettamente quell’uomo. Con Michele non avrebbe avuto
scampo. Poi però, quello sguardo avvilito aveva lasciato spazio a nuove idee, nuove
dimensioni in cui oggi quella donna si ritrovava a viaggiare e puntandomi gli occhi
addosso continuò: – Mattia, sono già cambiata abbastanza per capire che indietro
non ci torno. Davanti a me vedo solo nuove profondità da esplorare e nuovi confini
da attraversare. Voglio viaggiare, anche da sola. Voglio sentire il mio corpo vivo. Sino
ad oggi mi sono percepita sottovuoto, compressa come la roba da mangiare che
metti in frigo. Non è un bel modo di campare, no?
Ovviamente no, ma io lo sapevo. Elisa a scuola era sempre stata un tipo
creativo, pieno di idee, sensibile, poco a suo agio con i ragazzi, anche se li attraeva
tantissimo e aveva attratto anche me. Non si poteva pensare che quel matrimonio
sarebbe andato tanto lontano. Poi, che matrimonio! Elisa che da sempre aveva
sostenuto di volere una cerimonia intima con i familiari e gli amici più stretti, si era
ritrovata a dover subire una festa in pompa magna e fuori dagli schemi che non
c’entrava assolutamente nulla con i suoi desideri. Michele non li avrebbe mai
realizzati i suoi desideri, quelli veri di Elisa. Una donna amante della vita semplice e
tranquilla, legata agli amici di sempre, alla famiglia, una ragazza concreta. Bastava
poco per renderla felice. Con persone come lei basta poco, non puoi sopraffare la
loro vita di cose inutili e futili, non le vogliono, non le sopportano, non le amano e
non le capiscono.
Mentre ascoltavo lo sfogo più piacevole della mia vita, non potevo
immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a poco. L’episodio ideale. Quello che mi
avrebbe dato la conferma di cosa stesse accadendo e di quanto in realtà al mio
puzzle forse mancava un piccolo tassello. Elisa mi raccontava le sue fughe con Fabio
come una vera avventura, ma sembrava che lei cercasse altro, volesse realmente
rivoluzionare tutto della sua vita. C’era qualcosa che non sapevo.
Marco 23 ottobre – il giorno del pranzo
Per fortuna o no, la chiamata di Sofia arriva proprio al momento giusto: lo so
già cosa cerca, vuole stordirmi con i suoi problemi, ma è meglio così, visto che le mie
riflessioni iniziano a farsi così pesanti già di prima mattina. Inoltre, visto che oggi,
come diciamo sempre noi, “ci tocca!”, arrivare più rilassati e quasi privi di pensieri
può soltanto aiutare. Privi di pensieri, magari!
Sofia ha intenzioni serie e io anche.
Lei confesserà la sua convivenza con Cindy e io mi limiterò soltanto a
dichiarare l’esistenza di una terza figlia, che vive in Brasile con la madre altrettanto
brasiliana con cui ho avuto una storia circa dieci anni fa, quando faceva la ballerina
al Moss.
Sarà un pranzo movimentato, ne sono sicuro, un pranzo della domenica
diverso da tutti gli altri: quello della resa dei conti.
Quando Mirla ha bussato alla porta, poc’anzi, erano solo le 9:00. Arianna e
Michela dormivano tra le mie lenzuola. Lo so che hanno la loro camera e che
dovrebbero occupare i comodi letti singoli acquistati all’Ikea, ma non ci riesco. Una
volta che i loro sguardi spuntano dalla porta della mia stanza, non trattengo il
sorriso. A quel punto posso solo sperare che invadano il mio letto, cambiando canale
della televisione, scombinando tutti i cuscini e sotterrando totalmente ogni tipo di
privacy che potrei ritagliarmi.
Mirla è rimasta a casa con le bambine mentre fanno colazione. Ogni mattina
quella donna passa a casa mia e di Elisa per aiutarci con i nostri figli, nostra madre
non sa nulla, ma per me, soprattutto, è un aiuto fondamentale.
Alle 9:30, sono sceso sotto casa, ho attraversato la strada e mi sono seduto al
bar di fronte, un posto che non ha neanche un nome, è solo il bar.
Il mio ritrovo con Sofia ed Elisa.
Mia sorella non era ancora arrivata, così ho ordinato un cornetto e una
spremuta d’arancia, controllato la mail, seguito su facebook un paio di mamme delle
amichette di Arianna e aspettato. Dopo circa venti minuti Sofia è arrivata quasi
senza salutare, ha ordinato un caffè, due cornetti e una spremuta d’arancia. Dio solo
sa dove mette tutto quel cibo che deglutisce ogni giorno.
Il tempo che ha seguito l’arrivo e la colazione di Sofia, avvenute entrambe nel
silenzio, ha riguardato la sua vita di oggi, il suo stato d’animo dopo la conclusione
della terapia dal Dott. Marciano, le ansie e le paure che si sono attenuate, la
proposta alla regia della radio di un programma tutto suo, in cui lei dovrebbe
interagire con alcuni ospiti chiamati a trattare argomenti di attualità. Il suo amore
per Cindy, quante volte lo fanno al giorno o in un’intera notte, la loro compatibilità
fisica e sessuale, la sensazione che prova sulla pelle e come le si drizzano i peli delle
braccia quando Cindy la tocca.
La mia sorellina Sofia.
Felice, finalmente felice. Sembra tutto bellissimo, devo ammettere che la
sensazione immediata che ho provato è stata di serenità e di fiducia nel futuro, nel
suo futuro di donna indipendente e finalmente sicura di sé. Sembra di provare
anche a me questa intensa sensazione di benessere per lei, la ascolto e percepisco il
suo stato d’animo. Euforia allo stato puro, estrema e ingestibile. Questo è un
problema, anzi il problema.
Quanta felicità, ma a che prezzo?
La tendenza è sempre la stessa: vivere le cose belle della vita con estremo
coinvolgimento, perdita degli schemi, degli equilibri. Parla di Cindy come di un
oracolo, come fosse una divinità. E questo è seriamente un grosso, grossissimo
problema. In questo puzzle perfetto, i pezzi hanno trovato ognuno il suo posto.
Cindy, il lavoro, la terapia, di lì a poco anche mamma e papà non saranno più una
questione da risolvere grazie al discorso che si è preparata per il pranzo di oggi: il
piano di Sofia è riuscito. E non prevede fallimenti.
Ma ecco il punto. Mentre l’ho ascoltata parlare, da qualche punto indistinto
dentro di me hanno cominciato a scaturire le prime paure.
Se tutta la questione con Cindy e i nostri genitori andasse nella direzione
sbagliata, Sofia potrebbe perdere il controllo, l’inaspettato non è previsto. Non
reggerebbe un ipotetico abbandono da parte di Cindy. Il rischio è alto.
Purtroppo la mia esperienza di vita con Sofia mi dà ragione. Il dispetto in
quarta elementare a Ilaria Carboni è stato solo il primo di tanti episodi. Ci fu la
fidanzata di Lorenzo, quel povero ragazzo che aveva perso la testa per lei, poi la
moglie di Marciano, Il prof. Dall’atti della triennale di specializzazione, quando la
bocciò per la terza volta all’esame di Storia contemporanea e della comunicazione:
gli strappò dal viso gli occhiali lanciandoli dietro di sé, come si fa quando si vuole
esorcizzare il sale che cade su una tavolata imbandita.
Mia sorella è un soggetto cosiddetto a rischio, non regge le sconfitte, le
umiliazioni, le perdite, le mancanze, i rifiuti. Per questo la terapia con Marciano è
durata anni e sino ad oggi l’ha aiutata e supportata nei momenti più critici della sua
vita, ogni volta scampata allo status depressivo in cui spesso era caduta in passato,
sempre quando aveva interrotto la terapia.
Dopo la sconfitta c’è sempre stata la violenza e infine le depressione:
settimane intere chiusa dentro casa a dormire nel suo letto, a volte ha preso anche
quindici giorni di seguito di ferie, tanto il lavoro non è mai stato un problema; “La
mia Radio” è di un amico di papà, quindi niente da giustificare.

24 aprile 2018

Pantelleria News

Pantelleria News parla di "Seduti a tavola" e della grande opportunità del crowdfunding di bookabook.

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Evita Comes
Sono nata a Roma il 27 giugno del 1987 da mamma pugliese e papà campano. Quarta di quattro figli, la seconda femmina e la piccola di casa. Ho studiato giurisprudenza sognando di diventare la principessa del foro, poi il sogno è cambiato e volevo fare la giornalista, oggi vorrei scrivere e basta, dalla mattina alla sera se fosse possibile. Lavoro nell’editoria aziendale di Eni e da due anni convivo con il mio compagno Blasco e i nostri due bassotti, Be e Wanda. Per vizio vedo storie ovunque e ne sono attratta come una maledizione o una bellissima visione, spero si tratti di ispirazione.
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