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Senza titolo - olio su tela

Senza titolo - olio su tela
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Consegna prevista Agosto 2022
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Si può fare ancora arte in una Napoli dove l’umanità ha ceduto spazio al dolore, alla disperazione della guerra, ai bombardamenti quotidiani, alla morte? Questo si domanda Ada, venti anni appena compiuti, un’artista, cresciuta con un padre gerarca fascista e una madre autoritaria.
Settembre 1942. In un rifugio antiaereo Ada conosce Beatrice, donna affascinante e misteriosa. Questo incontro cambierà la sua vita e infrangerà il suo mondo: l’Accademia di belle Arti, il corso di nudo, gli amici artisti. Sarà coinvolta sempre di più nella misteriosa e pericolosa vita di Beatrice, in cui conoscerà anche Amedeo, un fascinoso intellettuale, e queste nuove esperienze la segneranno profondamente. Ma chi è Beatrice, e perché l’Ovra, la polizia fascista, è sulle loro tracce? L’arte per Ada è l’ancora che la tiene legata alla sua esistenza e alla vita stessa, anche se una serie di avvenimenti drammatici la metteranno a dura prova.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo in mente da tempo questo romanzo, che ha come sfondo una Napoli ferita dalla guerra. Negli anni Cinquanta nasce tra gli artisti napoletani una nuova corrente pittorica: l’informale. Definita “la pittura del disagio” proprio perché portatrice “di un malessere diffuso fino ad assumere toni drammatici”. Volevo raccontare tra realtà e fantasia, la storia di un artista che attraversava questo malessere e che tra stupore, avventura e amore cambiava radicalmente la sua vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

AGOSTO 1943

Aveva lasciato l’anima sottoterra da tempo. Schiacciata con la schiena contro la parete in tufo e chiusa tra corpi sudati e impolverati, Ada guardava nel vuoto. La debole luce delle lampade appese a fili volanti penetrava appena nella foschia biancastra e polverosa.

Non c’era traccia di umanità in quella massa confusa di persone. Come in un bassorilievo le figure e le ombre attorcigliate e fuse nella roccia gialla, segnata nei secoli con linee rigide e fitte, dai cavatori di pietra, sembravano formare un sol corpo. Percepiva le loro storie di guerra, di morte, di fame e di disperazione. Facce emaciate, senza più carne sotto la pelle, guardavano in alto tra le volte scure e millenarie per sentire meglio nell’aria umida e fetida i rumori della guerra sovrastante. Il sottofondo continuo del mormorio delle preghiere e delle bestemmie non copriva però i tuoni sordi e cupi che devastavano le loro menti. Solo quando dall’alto si percepiva una esplosione mortale più vicina si zittivano tutti per pochi secondi, ma subito dopo il mormorio ricominciava.

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Ada però non aveva più paura come prima, nonostante i bombardamenti quotidiani dell’ultimo anno di guerra. Non disegnava più, come faceva un anno prima, per vincere il suo terrore quando scendeva nei rifugi.  Ricordava appena la cartellina di cartone con i fogli ruvidi. Disegnava velocemente e con impeto le figure e quei volti che la circondavano, che la opprimevano e di cui sentiva il calore e l’alito sulla pelle del viso, sui capelli.

2.

LA DONNA SENZA MEMORIA

Notò l’uomo dell’Unpa, per la prima volta, a settembre del 1942. Svettava alto, asciutto, nella sua divisa blu, quasi scavato in volto, tra la gente accalcata in uno dei rifugi del quartiere Stella.

Ada frequentava l’Accademia di Belle Arti, ma seguiva anche un corso di pittura in uno studio di piazza Bellini e si vedeva con un gruppo di artisti, che nonostante la guerra erano molto attivi, pieni di entusiasmo e di idee. Come altre volte, aveva fatto tardi. Da via Foria, dove abitava, si era inoltrata per le strade del suo quartiere fino al corso Garibaldi e aveva raggiunto la zona intorno alla Duchesca. Portava sempre con sé una cartellina di cartone rigido, chiusa con i laccetti di cotone. Dentro aveva i suoi fogli per disegnare.

In uno di quei vicoli c’era la sua bottega d’arte. Un vecchio artigiano vendeva tutto quello che le occorreva per dipingere e disegnare. Si fermava spesso a parlare con lui. Le dava consigli sulla carta da usare e sulle matite più adatte, sui colori e altro ancora. Lei non si stancava di sentirlo e lui di parlare. Ma il vecchio si lamentava anche, perché vendeva poco o niente da quando c’era la guerra.

Per raggiungere i suoi amici che l’aspettavano a via Santa Brigida, aveva dovuto allungare il percorso perché alcune strade erano state chiuse o diventate impraticabili per i bombardamenti dei giorni precedenti.

A Napoli i bombardamenti erano cominciati a novembre del 1940, ma adesso si erano intensificati e non erano più limitati alle zone strategiche o militari. La Raf inglese, affiancata dagli americani, bombardava a tappeto la città. Gli inglesi scaricavano le loro bombe di notte e gli americani di giorno.

Quel giorno però, Ada non riuscì a raggiungerli. Improvvisamente si scatenò l’inferno. Le sirene con il loro suono cupo e lamentoso tagliarono bruscamente l’aria dolce della mattina. Da quel segnale il terrore, la rabbia, l’ansia si impadronirono della popolazione. Tutti insieme sbucarono di corsa dai palazzi, dai negozi, dagli androni, dai bassi, da ogni luogo per correre verso i rifugi. E tutti gridavano, e le urla di terrore, di imprecazioni e di richiamo per i parenti che si perdevano tra la folla, diventavano più taglienti del suono delle sirene. Ada imboccò la prima strada che la conduceva ad un rifugio.

Correva, per non farsi travolgere, ma stretta tra la gente si sentiva a volte sollevata in alto oppure schiacciata sulle lastre di basalto della strada.  Perse il contatto con la realtà, la paura la attanagliava in una diversa dimensione. Ma l’inferno di fuoco che veniva dall’alto non le metteva così paura come la folla, che aveva perso ogni pensiero razionale. L’ingresso e la discesa ai ricoveri mostrava ferocemente il vero istinto di sopravvivenza umana. Sui muri delle scale dei ricoveri era scritto “non correre, non gridare, non agitarsi”, ma nessuno l’aveva mai letto.

Nelle viscere della città le urla cominciarono a smorzarsi e la ricerca di una posizione strategica diventò spasmodica. Ada si sedette a terra, con le spalle contro il tufo umido, e chiuse gli occhi. Riusciva a sentire i battiti accelerati del cuore e il sibilo del suo respiro affannoso. Il terrore che spadroneggiava di lei dopo pochi minuti cominciò a placarsi. Si guardò intorno per cercare un legame con la nuova realtà spaziale, emotiva. Non conosceva il rifugio e nemmeno le persone che si erano rovesciate come una frana melmosa nei cunicoli bui. Cominciò ad accarezzare la cartellina che aveva sulle gambe. La folla impazzita la metteva a dura prova, ma era sempre riuscita a salvaguardarla stringendola al petto con forza. Quando il respiro si fece più regolare cominciò la sua ricerca tra i volti che la circondavano.  Era il compromesso che faceva con la sua paura. Scrutare quelle facce l’aiutava a sopportare il suo disagio. Sentiva i pensieri tenebrosi delle menti offuscate, annichilite dalla paura. Vide l’umanità che scivolava via. Istintivamente mise una mano in tasca per toccare le matite, i carboncini, le sanguigne che portava sempre con sé. Poi lentamente sciolse i laccetti della cartellina e tirò fuori i fogli ruvidi dai bordi imprecisi. Tutto si fermò. Aveva vinto solo per quei momenti la paura e cercò il collegamento con i suoi sentimenti più profondi.

Peppe, capo squadra dell’Unpa, tentava di tenere tutto sotto controllo nel ricovero. La sua voce ferma e severa incuteva timore e riusciva a stabilire un minimo di ordine. Non c’era paura sul suo viso, impenetrabile, duro. I suoi occhi azzurri invece penetravano la penombra delle grotte come spade luccicanti.

Lei lo guardò muoversi con sicurezza tra la gente mentre lisciava il foglio ruvido con i polpastrelli. C’era chi lo chiamava per avere acqua o per protestare. Tirò fuori dalla tasca la matita più morbida e cominciò a disegnare il volto di Peppe. Ammorbidì velocemente i tratti spigolosi ed asciutti e sfumò i contorni con i polpastrelli, il palmo della mano e con una gomma pane. I volumi presero profondità e l’armonia delle linee cominciarono a raccontare la storia di Peppe. Aveva fatto due o tre disegni e sugli stessi fogli lo ritrasse in diverse posizioni.

Si fermò, quando si accorse che l’uomo si faceva largo tra la gente e veniva verso di lei. Ada con la matita tra le dita sporche di grafite lo fissò. Sembrò enorme dalla sua posizione. Peppe alto, magro e ossuto si fermò e guardò per alcuni istanti i suoi disegni, si girò e la guardò intensamente.

«Ho bisogno di te!» disse con voce greve. Ada arrossì. Chiuse i fogli velocemente nella cartellina. Legò i laccetti e mise la matita nella tasca della sua giacca. L’uomo non aspettò la sua risposta, era già lontano. Lei si alzò e guardò i vicini che la osservavano in silenzio e seguì Peppe, così lo chiamavano, senza parlare.

Poco distante in un cunicolo più buio un gruppo di donne vocianti cercava di aiutare una donna che si lamentava. Questa era stesa a terra su una coperta. Come cuscino, stracci arrotolati. Probabilmente aveva una frattura ad un osso di una gamba.

Peppe si fece largo tra le donne e la indicò.

«La conosci?» le chiese.

Ada la guardò impietrita. Le donne zittirono e la guardarono.

«No, non l’ho mai vista» fece una pausa.

«Perché lo chiedete a me?»

«Forse abita nella tua zona», lui si girò a guardarla e aggiunse «Io ti conosco. Tu sei Ada la figlia della maestra Matilde. Tua madre era l’insegnate di mia figlia Norina …» Peppe abbassò gli occhi e il suo volto si fece ancora più duro. Ada cercò di scoprire in quel volto tratti conosciuti. Forse l’aveva già visto e adesso non riusciva a ricordarlo. Fece un lungo silenzio e poi si inginocchiò per guardarla meglio.

«Sta qua dallo scorso bombardamento. Non ricorda il suo nome e non ha documenti. Le hanno rubato la borsa.» disse l’uomo alle sue spalle.

La donna aveva lo sguardo perso nel vuoto, inespressivo. Capelli biondi, con dei riflessi color argento, ancora pettinati e lavati. Pelle chiara e curata. Il vestito, strappato in alcuni punti, era di lana nera con piccoli fiori ricamati ed era stato cucito da una buona sartoria.

Ada le toccò una mano e lei si girò a guardarla. Fece una lieve e rassegnata smorfia di dolore.

«Portami via, fammi uscire da questo posto!» disse la donna tra i denti stringendole la mano. Aveva la pelle morbida e senza grinze. Ada tirò la sua lentamente e senza rispondere guardò Peppe.

«Vorrei portarla via da qui. Ma non vuole dirmi o non ricorda dove abita e poi non posso farla uscire in questo stato.» disse l’uomo dell’Unpa.

Ada si girò per fissarla di nuovo e ripassò nella mente gli infiniti volti che cercava costantemente per i suoi disegni. Forse è una amica di mamma, pensò, ma non lo disse a Peppe.

Le grida provenienti da un altro cunicolo fecero allontanare le donne.

«Resta con lei, torno subito» le disse l’uomo che le seguì.

Ada restò sola con la donna e allungò una mano per accarezzarle il viso. 

«Forse posso aiutarvi», le disse sottovoce. Si girò e cercò la sua cartellina. La aprì e prese un foglio bianco. Cercò nella sua tasca un carboncino e ne affilò la punta con un piccolo temperino a serramanico che aveva nell’altra tasca. Si spostò per cercare una luce migliore, si sedette sulla terra gialla del pavimento, incrociò le gambe e cominciò a disegnare il viso della donna.

Chissà quanti anni avrà? È bella però, pensò Ada mentre tracciava sul foglio le linee del viso. Un viso leggermente tondo, ben proporzionato. Il naso piccolo era perfetto come la linea delle labbra. Gli occhi che adesso erano spenti e non si capiva il colore, avevano un taglio dritto e le sopracciglia ben disegnate sulla fronte liscia. Quel volto bianco, sofferente, ma anche misterioso, era entrato in un’altra dimensione sul foglio di Ada e in pochi minuti quelle stesse linee avevano preso forma e carattere. Quando Peppe ritornò, il disegno era finito e lei lo aveva già chiuso nella cartellina.

«Cosa è successo?» chiese Ada.

«Sempre la stessa storia. Persone che hanno perso tutto, casa e parenti, vivono qui sotto da tempo e hanno occupato spazi che dovrebbero essere di tutti».

Restarono a lungo nel rifugio, la sirena con il segnale del cessato allarme, suonò solo dopo tre ore. Il tempo non aveva più valore nelle grotte di tufo. Superati i momenti iniziali di confusione cominciava un’altra vita nella penombra, diversa da quella della superficie. Si appiattivano le differenze sociali, ma qualcuno cercava di ripristinarle e la convivenza diventava difficile. Le circolari fasciste che regolavano la vita nei ricoveri oramai venivano disattese. Ada restò vicino alla donna e Peppe ogni tanto si assentava per sedare qualche litigio e distribuire un po’ d’acqua. Ritornò con uno sgabello di ferro.

«Alzati, siediti qua!» le disse con voce dura. Ada gli obbedì senza parlare. Si spolverò la gonna e la giacca, si sedette sullo sgabello e appoggiò la cartellina sulle gambe.

Peppe restò vicino a lei, in piedi.

«Come sta tua madre? …la maestra Matilde» le chiese dopo un lungo silenzio.

«Sta bene, credo … mamma sta al Vomero. È andata a vivere da una vecchia zia, da quando hanno chiuso la sua scuola …» seguì un silenzio imbarazzante poi continuò

«Io non l’ho voluta seguire, ho l’Accademia e il corso di pittura» arrossì.

Peppe che non sembrava dare molta importanza alle sue parole, la ascoltava senza guardarla.

«Vuoi bere? Ho dell’acqua»

«Sì!» rispose Ada con un filo di voce.

Peppe si assentò di nuovo per un po’. Ada si alzò e si abbassò per toccare la donna. Era fredda, non aveva febbre. Aveva gli occhi chiusi, forse dormiva. Il suo respiro era regolare. L’uomo tornò con una borraccia di alluminio piena d’acqua. Ada fece un lungo sorso.

«Voi avete un viso conosciuto. Vivete nel mio quartiere?»

«No! Io sono della zona Porto …cioè ero …il mio quartiere è stato il primo ad essere bombardato. Adesso non ho più casa … e non ho più nemmeno la famiglia»

Ad Ada ritornò il panico. Intuì il suo dolore e le si strinse la gola. Peppe si voltò e la guardò.

«Accompagnavo io Norina fino a via Foria, la mattina avevo tempo, non lavoravo più, il mio cantiere è andato distrutto…».

2021-11-23

Aggiornamento

Il romanzo ci porta nel mondo di Ada. È il viaggio tormentato di una giovane artista, una pittrice che deve mediare tra una educazione accademica legata ancora ad una realtà non più rappresentabile e la visione del mondo attraverso la propria anima che non è più disposta ad accettare compromessi. Attraverseremo con la sua arte la sofferenza della guerra, l’amore, il mistero, le rinunce, gli amici, gli affetti.

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Alfonso Cusano
Sono nato a Pomigliano D’Arco nel bel mezzo del secolo scorso in una famiglia numerosa e con un padre militare. La mia città di adozione è Napoli. Ho vissuto il sessantotto, gli anni delle grandi idee e anche quelli del cambiamento. Amo la fantascienza, l’arte e la scrittura che sono state le mie compagne di vita. Oggi sono un architetto, ho curato diverse mostre e come scenografo ho all’attivo numerose realizzazioni e collaborazioni teatrali. Scrivo a mano, ma ho un canale YouTube. Questo è il mio terzo romanzo.
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