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Seven steps to Hell

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Roberto Monini è una personalità di spicco nel panorama politico bolognese. Quando ne viene denunciata la scomparsa, sul commissario Scozia del Due Torri di Bologna vengono esercitate grosse pressioni affinché si attivi nelle ricerche. Il giorno successivo viene fatta una segnalazione alla polizia postale: c’è un sito Internet in cui sono state postate alcune foto che ritraggono l’agonia di un uomo. E nel sito si fa proprio riferimento a Roberto Monini. Da quel momento per la squadra del commissario Scozia inizia una febbrile caccia al killer, ma chi uccide esibendo su Internet le sue nefandezze sembra inafferrabile. Dopo il secondo omicidio al gruppo d’indagine si unisce anche Andrea Debicke, esperta criminologa romana, ma nemmeno il suo prezioso contributo è sufficiente a fermare la serie di delitti. Un passo dopo l’altro, l’omicida traccia indisturbato le linee del suo folle disegno.

PARTE I

Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.

ZERO

Demetrio muove gli occhi. Tutto il resto è silenzio.

Dalla feritoia lasciata aperta dall’uscio emerge un’eco di luce argentina, che è speranza oltre quella vulva sorda di cenere e morte. È un’ansia di vita repentina, ingenua quasi, e dolce, e ti ci vorresti tuffare se non ne fossi tu la causa.

Demetrio aspetta, alla stregua di un maestro d’orchestra che attende l’attacco perfetto a seguire una frase senza fine: è un punto nero dentro un deserto di quiete, un subbuglio lontano che tinge di presente la perfezione geometrica dell’orizzonte, sotto è sabbia cullata dal vento, sopra è l’azzurro di un sogno dimenticato, nel mezzo la cesura triste di ciò che neppure esiste ma è solo vago concetto.

A pochi metri da lì, dentro la stanza, la vittima violenta se stessa fino a straziarsi le carni per evadere dalla sostanza di sé, che è quella di involontario protagonista, dell’ultimo protagonista di un’incomprensibile messinscena. I suoi sensi sono tesi oltre la porta che vede là in fondo, scura, nomade, ancora di più delle sue stesse incolpevoli membra. Sa di non avere che pochi istanti prima di essere sospinta tra le fauci dell’abisso. E lotta, si contorce, suda, già odora d’ignoto. Cerca di sedurre ogni secondo, vuole trattenerlo, conscia di come il tempo sia solo un ambasciatore che trasporta con sé, con la stessa indifferente ostentazione, messaggi di vita come nuove di morte.

In quel luogo l’ha condotta l’epilogo di una storia iniziata alcune settimane prima.

CAPITOLO UNO

Il commissario Scozia e Sara stanno rientrando da un viaggio in Toscana, per evitare il traffico autostradale hanno preferito percorrere la statale dell’Abetone. Quando sono nei pressi del valico, Scozia arresta l’auto. La donna, che si era assopita, apre gli occhi con un sussulto.

«Dove siamo?» chiede.

«All’Abetone. Vuoi mangiare qualcosa?»

Lei scuote il capo: «Sono ancora piena dal pranzo».

«Allora ci fumiamo una paglia e ripartiamo subito.»

Scozia accende due sigarette offrendone una alla compagna, davanti ai loro occhi si distende placida la valle che per il sopraggiungere delle ombre della sera sta assumendo una colorazione verde scuro. Un silenzio complice avvolge i due poliziotti creando tra loro una piacevole intimità.

All’improvviso Sara solleva una mano, apre il palmo. Un mazzo di chiavi scintilla tra le sue dita.

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Scozia lo guarda con espressione incuriosita.

«È il tuo regalo di compleanno. Avrei voluto dartelo domani… è tutto il fine settimana che cerco di resistere, ma adesso mi sono stancata di tenermelo in tasca.»

Il commissario ha compiuto cinquantadue anni due settimane prima.

«Cos’è?» chiede lui, che ormai non si aspettava più di ricevere regali.

«T100 cromata verde, ti dice niente?»

Il volto dell’uomo si distende in un sorriso: «Davvero?».

Bonneville T100 cromata verde. Il commissario ne ha vista una simile mesi prima nel corso di un’indagine e se ne è subito innamorato.

Sara annuisce: «Ho organizzato per fare il passaggio di proprietà domani».

Il commissario le schiocca un bacio sulle labbra. «Grazie.»

«Spero che faremo un giro assieme prima o poi…» conclude la donna, cercando di trattenere il calore delle labbra dell’uomo sulle proprie.

Dopo un viaggio interminabile l’auto è finalmente arrivata a Bologna. La sera è ormai scesa, anche se il buio non ha la stessa compattezza di quello invernale, è più leggero, friabile. Nella luce del crepuscolo che s’è da poco disciolto s’intravedono già i tratti di una frivolezza carica di promesse.

La tangenziale è trafficata, tanto che Scozia deve guidare con prudenza.

«Che fai? Vieni da me o preferisci andare a casa?»

«Tu cosa vorresti?» domanda a sua volta Sara.

«Che rimanessi.»

«Va bene. Però sono stanca, quindi non ti mettere in testa strane idee.»

«Vedremo» replica lui sorridendo.

«Sì, vedremo…»

L’uomo rimane in silenzio un istante, poi riprende: «Sai una cosa?».

«Dimmi.»

«E se ci rimanessi?»

«Che significa?»

«Da me, intendo.»

«Cos’è? Una specie di proposta di convivenza?»

«Ma vaffanculo, Fiorentino. Io ti parlo seriamente e tu…»

Come sempre la città è lì pronta ad accoglierli. I bagliori della strada sono febbrili scintille di vita, proiettano sui cristalli dell’auto il loro carico di quotidianità che non è mai pensiero né memoria, ma solo rassicurante sostanza, quasi un’estensione del tuo stesso corpo a cui ormai non fai più caso.

L’auto imbocca l’uscita 8. Ci vorranno ancora alcuni minuti prima che giunga a destinazione.

Minuti che saranno ostaggio di silenzi, riflessioni, incertezze. Minuti che rotoleranno più lenti del consueto, imprigionati tra assi rugose che disegnano un recinto di timori inespressi.

Roberto Monini ha appena terminato il suo intervento al XXII convegno su “politica e libertà” organizzato dal suo partito di riferimento. Impeccabile come sempre, ha sciorinato un lungo discorso fatto soprattutto di belle parole. Il fragore degli applausi è stato appena scalfito da qualche timido fischio, tutto sommato è stato un successo.

Da alcuni anni l’uomo ha abbandonato la carriera legale per gettarsi nella mischia politica, sta cercando di entrare nel ristretto gruppo di quelli che contano in Regione. E ci è quasi riuscito, anche se ha dovuto sacrificare molto del resto della sua vita.

Monini saluta la platea che continua ad applaudire mentre lui abbandona il palco. Esce in fretta dalla sala convegni seguito come un’ombra da Sergio, il suo segretario.

«Che branco di coglioni» sussurra l’uomo appena è al riparo da orecchie indiscrete. Sergio, alle sue spalle, accoglie il commento con una smorfia di disgusto.

«Abbiamo altri appuntamenti oppure posso andare a rilassarmi?»

Il segretario fa segno di no, la giornata non prevede ulteriori impegni.

«Portami a casa, allora» conclude Monini.

Dietro di loro qualcuno esce dalla sala. Osserva i due uomini salire su una grossa berlina scura che poi si allontana facendo stridere le gomme.

È Demetrio.

Poco prima ha assistito al discorso del politico senza fiatare. Dalla sua posizione, in piedi a lato del palco, ha potuto apprezzare alla perfezione ogni sfumatura dell’intervento. Ha osservato con cura i movimenti studiati dell’uomo, il suo gesticolare quieto, suadente, il mutamento delle espressioni del volto in base al contesto del discorso. Le doti di oratore di Monini non si discutono.

La berlina si è ormai dileguata nella sera. Anche Demetrio sale sulla sua auto, che però, a differenza dell’altra, è un’utilitaria vecchia e rammendata. Prima di immettersi nel traffico, accende la radio sintonizzata su una stazione che trasmette musica jazz.

Il casale che l’uomo ha ereditato dai suoi genitori sorge in un’area isolata poco fuori Zola Predosa. Se non fosse per l’incantevole luna piena che la notte mostra con fierezza, la carenza di luci artificiali renderebbe la zona tenebrosa. Demetrio conosce la strada a menadito, non ha bisogno di vederle per evitare le buche di cui è disseminato lo stradello di accesso. Dopo averlo percorso, gira attorno alla costruzione in modo da parcheggiare sul retro.

Il profilo dell’edificio si staglia contro il riverbero della luce lunare.

Demetrio attraversa lo spazio sormontato da una tettoia, un vecchio riparo per il fieno ormai in disuso, entra dalla porta di accesso laterale ritrovandosi in quella che era la sala principale del pian terreno.

L’uomo avanza verso il lato destro dell’ambiente. Sul pavimento, tracciato con vernice rossa, c’è un grande ettagono. Su ogni vertice della sagoma è posizionato un cero. Demetrio li accende tutti, tranne due che sono coricati a terra, si spoglia, infine raggiunge il centro della figura misteriosa, si siede con le gambe incrociate abbandonando la mente ai suoi propositi.

Prima era il buio, ora giunge la luce.

Prima era il freddo, adesso arriva il calore.

Prima era il silenzio, ora sopraggiunge la voce.

Negli ultimi anni ha imparato ad ascoltarla, la Voce. All’inizio ne era spaventato. Non riusciva a sopportarne il tono lacerante, le parole sconnesse, la sua stessa esistenza lo lasciava senza fiato. A lungo andare, invece, lei è diventata sua amica. Lei sa sempre come parlare al suo cuore, lo conforta se necessario. Non è come tutti gli altri.

Lui sa che ora lei lo sta osservando, così chiude gli occhi per accoglierla senza ostacoli.

Avvolto dal manto di un silenzio tetro, gli sembra quasi di sentire il rumore delle fiammelle che ardendo consumano lo stoppino dei ceri.

Attende con ansia che lei gli parli, vuole dirle che va tutto bene, che quel giorno ha seguito la sua vittima.

Infine, eccola.

Ciao Demetrio, sei arrivato finalmente.

Ciao.

Dove sei stato?

Ho seguito Monini. Oramai la sua ora è vicina.

Sei sicuro di volerlo fare, Demetrio?

Io non ho scelto. Io sono stato scelto e per questo pago un caro prezzo. Ma non mi lamento. Anzi mi accorgo che il dolore mi ha reso più forte. E ora posso farlo sapere al mondo.

Va bene, Demetrio, ma sii prudente…

C’era luce, ora è di nuovo buio.

L’uomo sente in lontananza le note di Seven Steps to Heaven, con la tromba di Miles Davis che s’inerpica lungo pendii scoscesi. Prima serpeggia vivace, poi accelera sostenuta dal battito vitale del rullante fino ad arrestarsi sul precipizio degli inferi trattenendo se stessa in un’apnea attonita.

In realtà non c’è nessuna musica, se non nella sua testa.

Dopo qualche minuto l’uomo si alza, spegne tutte le fiammelle tranne una. Rimarrà accesa fino a che un vento di morte non aliterà sopra di lei.

Con calma si riveste.

Tra poco tornerà in città, tra i suoi vicoli, a smaltire la notte.

03 luglio 2018

Aggiornamento

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Commenti

  1. 7 STEPS TO YELLOW

    Conosco il commissario Scozia da anni, per non parlare dell’ammirazione verso la sua vice Sara Fiorentino. Sono proprio di casa, amica, collaboratrice occasionale quanto involontaria a causa del mio sesto senso e mezzo, quasi sette, come i gradini del paradiso o dell’inferno nel libro. Oppure quelli per salire dalla strada all’ingresso del Commissariato Due Torri a Bologna! (Ok Laura, non divagare) Ad ogni modo mi rendo utile.

    Se vi state chiedendo cosa ci fa un’architetto in quel mondo aspro alle prese con i lati più cupi dell’umanità di cui facciamo parte, non ho una risposta breve da fornire. Diciamo che l’attitudine ai valori dell’abitare porta spesso a scavare fondo, a lambire territori limitrofi il dominio esclusivamente tecnico, anche psicologico, del vivere sociale. Insomma: le manie, le ossessioni, i raggiri, le speculazioni, gli abusi perpetrati nel mio stretto campo di indagine professionale, sono, se vogliamo, un discreto archivio poliziesco a tutti gli effetti. (Poi amo impicciarmi per principio e finché mi sopportano perché smettere? ;-))

    Al momento le trame di quest’ultimo caso sono ancora indigeste. O meglio, sono buonissime nel portare a conclusioni scontate, superflue alla comprensione vera degli accadimenti. C’è un lieve aroma di delusione. Perché non vi impicciate assieme a me e date una mano? Nel frattempo vado a fare un rilievo di un rustico qui intorno, ma senza nastro giallo CRIME SCENE. Agli architetti non lo fanno usare; che spreco!

    Laura Bonaguro

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Alessandro Prandini
Alessandro Prandini è nato nel 1965 a Maranello. Ha conseguito la laurea in Matematica presso l’università di Modena nel 1990. Si occupa di informatica come responsabile della ricerca e sviluppo software presso un gruppo di aziende con sede a Reggio Emilia. Vive a Suzzara con la moglie e i due figli.
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