Accedi

Il silenzio delle cose che cadono

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
185% Completato
Svuota
Quantità
Consegna prevista febbraio 2020

La storia di un Lui che insieme a una Lei percorre la strada che lo porta a diventare padre e nel frattempo a girare intorno a se stesso e alla propria vita.

Nove mesi lunghi, fatti di paure, analisi del sangue, zanzare, Spritz, ansia di sentirsi grande e voglia di arrivare.

Lui li ripercorre durante le contrazioni di Lei, dentro la stanza di una clinica riservata a loro e al futuro che li aspetta. Con tutto il mondo fuori.
Il racconto di forti emozioni ma anche il ricordo di una crisi esistenziale, di una forte caduta.

Un collage di piccoli momenti di quotidianità. Semplici e autentici.

Perché ho scritto questo libro?

Mi chiedo sempre, quando leggo un libro, se sia autobiografico o no.

Ecco questa non è la mia storia, ma quella di un uomo che diventa padre, o “Quasi”.

Un percorso difficile che ha a che fare con una rivoluzione individuale e di coppia.

E poi volevo spiegare il suono del silenzio, a parole mie.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Scolapasta

Lei è su al terzo piano, ultima porta a destra, accanto all'uscita d'emergenza. “Se ti metti qui la vedi”, mi ha detto un portantino che stava aspirando una sigaretta elettronica in cortile, aveva la barba appena tagliata, sopracciglia spoglie, una catenina d'oro con un mezzo cuore appeso, la pelle indurita dal sole. Io allora ho fatto una smorfia che non significava proprio nulla e lui ha allungato il braccio verso la finestra scoprendo una palla da biliardo numero otto tatuata sul bicipite, “è lì”, ha detto, poi ha ripreso a tirare, io l'ho ringraziato e salutato con lo stesso movimento: spingendo appena la testa all'insù. “Entro” ho annunciato sbrigativo e sono venuto a sedermi su questa sedia arancione, la più defilata di una fila lunga una parete.

Continua a leggere

L'orario delle visite è alle quattro, perciò non sono ancora salito, in compenso ho segnato il numero di stanza sulle note del cellulare, che è in carica appoggiato su un tavolino basso, qui accanto.

Lo guardo, lo poso, lo ri-guardo, lo ri-poso. Avrò fatto questo gesto almeno sedici volte negli ultimi quattro minuti. Lo schermo illuminato è una finestra aperta da cui mi affaccio per capire quand'è che arrivi.

“Fai con calma” mi aveva scritto Lei qualche ora fa, “ci vorrà un po' “.

“Ok tranquilla” e avevo iniziato a correre spiegando al lavoro che avevo avuto un problema.

Già, un problema.

Continuo a giustificarmi anche davanti a un evento del genere, il senso del dovere è il mio senso a tutto, purtroppo.

In macchina cantavo una canzone spagnola senza conoscere il testo, c'era traffico e a un semaforo mi era venuta voglia di urlare. Non lo sanno mica, questi qui, che mi sta nascendo un figlio.

Il navigatore l'ho lasciato acceso solo per sentire una voce amica che mi indicasse cosa fare da quel momento in avanti. Da oggi, o da domani, o da chissà. Quando mi perderò nell'intento di cercarmi padre, quando di fronte a una rotonda continuerei a girare su me stesso pur di non prendere una decisione.

La musica spagnola comunque fa cagare, lo penso da sempre ma è l'unica che mi fa venire voglia di ballare in macchina. Canticchiavo parole a caso e ho abbassato il finestrino, la carrozzeria bruciava, lo specchietto era talmente sporco che avrei potuto disegnarci un pisello come da ragazzini sulle macchine degli altri.

“Tra un po' forse mi indurranno il parto”, aveva aggiunto Lei, e io avevo gonfiato il petto per riempirmi d'aria. Negli ultimi anni ho imparato a respirare, dopo l'insonnia, la crisi e tutto il resto, ma continuo a farlo con la bocca aperta, colpa del setto nasale deviato. Allora me la mangio l'aria e spesso finisco per soffocare.

La strada per la clinica era abbastanza lunga da farmi scaricare il cellulare, passando davanti all'aeroporto pensavo se il parto si chiamasse così perché ha a che fare con il viaggio, con l'andare talmente lontano da non poter più tornare indietro. Con il singolare presente. Ho la sua valigia qui, infatti, con il cambio per te e per Lei. I tuoi calzini minuscoli, i suoi assorbenti svedesi. L'asciugamanino, il lenzuolino e tanti altri “ino” che da mesi abitano armadi e paranoie.

Il liquido amniotico è carente, le avevano spiegato durante l'ultimo monitoraggio e io non sapevo nemmeno che tendesse a finire, che si andasse in riserva. Per sicurezza porti la valigia alla prossima visita, avevano precisato, e allora stamattina l'ho caricata in macchina mentre Lei correva in bagno. Un’altra volta.

Aveva lo sguardo leggermente cupo. L'avevo capito da quando si era svegliata e invece della solita vocina da bambina mi aveva detto “buongiorno” seria, monocorde.

– Ho paura che sia oggi.

Aveva detto affondando la bocca nel cuscino.

Non so di cosa. Se non è oggi sarà lunedì, ormai siamo troppo in là con i tempi, ormai tocca a me, ma ho paura.

Sono uscito sul pianerottolo, la valigia era in ascensore, le nonne giù che aspettavano, collo dritto dalla tensione, schiena curva dagli anni. Hanno messo in pausa la loro routine da quando sanno di te, hanno annullato vacanze, programmi, tutto. L'avrebbero accompagnata a piedi, la clinica non è così distante da casa.

– Lasciala nel portabagagli e se mi ricoverano me la porti.

Ci siamo guardati e non abbiamo aggiunto altro.

Sono sceso trascinando il trolley per l'ultima rampa di scale, quella che divide il primo piano dal piano terra, ho incontrato la portiera che da dentro il gabbiotto stava litigando con un parente russo, presumo il fratello, in viva voce, agitava le mani e si sistemava la stessa ciocca di capelli dopo ogni frase incomprensibile di lui. Ho superato il cancello, salutato le quasi nonne, infilato la valigia nella mia macchina e sono andato al lavoro. Alle nove e mezza aveva il monitoraggio, il terzo nell'arco di qualche giorno, io alle dieci un appuntamento con un nuovo cliente. Indossavo una camicia a righe già sgualcita per via del sudore e avevo nel portabagagli una valigia con un mucchio di “ino” ammucchiati dentro.

Siamo pronti a partire, sì ma quando si va? Di sicuro scatteremo un sacco di foto, visiteremo ogni angolo, rimarremo affascinati dalla bellezza degli scorci. Impareremo una lingua diversa, all’inizio ci parrà incomprensibile, poi ci accorgeremo che sembra proprio la nostra. Assaggeremo un cibo nuovo, ci scopriremo cambiati mentre con una mappa stropicciata proveremo a non perderci. Sarà stancante camminare, non è mica una vacanza. Poi la notte, prima di andare a dormire, ci racconteremo com’è stato, e penseremo che sì, un viaggio del genere vale la pena farlo. Insieme.

Le mutande. Nel mio zaino ci ho messo a malapena le mutande e il deodorante. L'assicurazione sanitaria ci rimborsa le spese, perciò anche io dovrei dormire qui, abbiamo una stanza tutta per noi, come in luna di miele in Nuova Zelanda. Il vitto è incluso, dicono si mangi pure bene.

Seduto su questa sedia arancione osservo il via vai di passeggini, infermiere, donne panciute, odori, uomini spaesati, nani piagnucolanti, medici in pausa caffè che sghignazzano con le mani infilate in tasca. Passi.

C'è una signora accanto a me che sta scrivendo un messaggio, digita lettera per lettera da dietro le lenti di un occhiale color carta da zucchero. Mi dà i nervi, la sua flemma, la sua estrema inadeguatezza al futuro. Vorrei aiutarla ma se poi mi distraggo e mi chiamano? No no. Aspetto, immobile. E cerco di non fissarla nonostante sia più forte di me. Glielo strapperei dalle mani quel cazzo di cellulare.

Quanto dura l'attesa, dovrebbero arginarla con una diga, una rete di ferro, un muro di cemento. Da bambino volevo brevettare una specie di scolapasta gigante con cui catturando il tempo si filtravano solo i momenti belli, poi da grande sono finito a fare tutt'altro e probabilmente quel bambino non si riconoscerebbe nemmeno nell'uomo che ha smesso di sbucciarsi le ginocchia perché teme di cadere. E chissà quanto avrebbe trattenuto, della mia vita, quello scolapasta gigante.

Passa una donna con le mani poggiate sui fianchi, ha una pancia che scoppia, la pelle del viso tirata. È sola.

Io gratto la cute all'altezza delle tempie, di sicuro mi sta venendo la forfora. Succede sempre quando sono nervoso, i pensieri mi fanno venire le croste.

Vorrei uno spritz, non so se lo fanno al bar della clinica, dovrei chiedere. La donna incinta-sola mi domanda che ore sono. Tre e un quarto, dico. Poi chiudo gli occhi e ripenso a poco fa, all'odore di casa appena pulita. Ero passato a prendere una camicia jeans, che mi fa sentire a mio agio, lasciata aperta con una maglia bianca sotto. Fosse stato inverno avrei messo il maglioncino girocollo nero per presentarmi a te. Piccole certezze aderenti al corpo di una persona insicura.

La serranda del salone era tirata su, perciò sono uscito in balcone ma solo per un attimo, fa troppo caldo, siamo a luglio e la città è una fornace.

Ho mangiato un piatto di funghi e speck avanzati da ieri sera e guardando mezza puntata dei Griffin mi è pure scappata una risata sincera, come se fosse un giorno qualunque. Eppure per molti lo è, a me sembra assurdo non accorgersi di quest'aria qui, tipo quando c'è umidità e non la vedi ma la senti, sulla pelle e dappertutto.

Mentre Brian e Stewie Griffin erano rinchiusi dentro il caveau di una banca, io camminavo sul corridoio trascinando le ciabatte. Le avevo messe per non sporcare il parquet che la prossima volta lì ci saresti passato anche tu.

Tu. Già.

Noi tre. Ho letto non so dove che dobbiamo mostrarti stanza per stanza, accompagnarti come fossi un ospite, spiegarti cosa si fa qui e cosa lì, la cucina il salone il bagno,  casa tua. Ricordo quando firmammo il rogito e la sera scendemmo a mangiare sushi in quel ristorante squallido, che nel mio biscotto della felicità trovai una frase totalmente sgrammaticata di un filosofo sconosciuto. Ci ridemmo e la sera facemmo l'amore. Conservo ancora il bigliettino nel portafogli. Sono un collezionista di souvenir insignificanti di momenti cruciali. Per esempio ho lo scontrino di un panino crudo e brie comprato a Vieste il giorno in cui morì Michael Jackson.

Camminando sul corridoio mi tremavano le gambe, a pensare a come riempiremo questi spazi con te, a dove ti infilerai, quale angolo sceglierai per nasconderti da noi. Noi abituati alla musica acustica di una playlist di Spotify, al silenzio di serate d'estate in balcone, al tempo che rimaneva incastrato nei battiscopa come se non volesse proprio passare.

Sei già ovunque nonostante non ti abbia mai incontrato, come quando ti bendi a mosca cieca e ti accorgi che intorno c'è qualcuno ma non lo vedi. Senti l'aria che si muove, la presenza, l'odore.

La tua stanza è vuota, ordinata, sembrava uno di quegli stadi la mattina di una partita, quando la tosatrice fa su e giù per tagliare l’erba. E intanto fuori c’era la fila, aspettando che aprano i cancelli, e sale l'ansia.

E niente, per il resto boh, vediamo che succede.

Vediamo com’è che continua questa giornata, questa vita.

La signora con gli occhiali carta da zucchero ha smesso di scrivere, ora osserva lo strambo apparecchio dotato di schermo e tasti avvicinandolo al naso, forse vuole controllare che abbia inviato il messaggio nel modo corretto.

Mi giro, dò un'occhiata al mio di cellulare che è una finestra ormai appannata, nessuna notifica, carica del cinquantotto percento. Respiro, ma a bocca chiusa, o per lo meno ci provo.

03 giugno 2019

Aggiornamento

Abbiamo raggiunto l'overgol a un mese esatto dall'inizio della campagna.
Sappiate che ieri ho bevuto alla nostra. Ora smaltisco e mi metto a lavorare sul libro. Grazie grazie grazie.
17 maggio 2019

Aggiornamento

Oggi siamo arrivati a quota 300 copie in due settimane precise. Una roba meravigliosa. Grazie a tutti. Continuate con il passaparola che manca pochissimo. Un ultimo sforzo e offro un giro di biberon pieni di spritz.
06 maggio 2019

Aggiornamento

Su Pianeta Mamma parlano di Il silenzio delle cose che cadono.
Qui il link

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Pensandoci stamattina… Devo farti i complimenti per il titolo, perché l’ossimoro è azzeccato… Mi piace 😘

  2. Ci abbiamo creduto, visto?

Aggiungere un Commento

Quasi Padre
Sono nato nel 1985. Un po’ di esperienze, lavori e vita prima di aprire una pagina Facebook per gioco, raccontando, all’insaputa di tutti, i mesi della gravidanza di Lei. Giorni pieni di dubbi, sorprese e ansie.
Poi è nato mio figlio e ho deciso di continuare a scrivere la nostra storia sui social. Quella di un amore in continua evoluzione, di dolci scoperte e di un uomo che si sentirà sempre un Quasi Padre, perché ogni giorno, in fondo, impara a esserlo.
Quasi Padre on sabfacebook

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie