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Socrate: l'uomo dietro al mito.

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Consegna prevista Febbraio 2021
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L’intima conversione di un filosofo che è prima di tutto uomo. Non esiste più il Socrate imperscrutabile, freddo e insegnante: adesso è un miscuglio magistrale di sentimenti e passione, di pregi e difetti, è prima di tutto allievo. Per affacciarci alle vite apogrife del primo filosofo, inevitabilmente bisogna imparare a conoscere l’uomo dietro il mito, colui che fu processato ingiustamente a causa di un dietro le quinte che ha il sapore del thriller e del romantico. Anche Santippe non è più la donna bisbetica e insopportabile che la storia ci tramanda, ma innamorata e addolorata, emancipata e forte, la prima donna nella storia che seppe distinguersi per virtù. Una versione inedita della storia anche per Fenarete e Sofronisco, i genitori di Socrate, che furono vittime e assassini di se stessi e degli altri, in un racconto appassionato che predilige il giallo storico e quell’amore che la storia non ci tramanda.

Perché ho scritto questo libro?

Tutto in questo romanzo vuol essere la consacrazione di un credo più profondo, che è la scrittura intrecciata all’amore, a una diversa prospettiva del mondo e della storia. Non sempre le cose, anche nella vita di tutti i giorni, ci vengono presentate nella maniera giusta, molto spesso si predilige solo una faccia della medaglia e questo non permette alla gente di guardare le cose con lucidità. Per questo ho scelto di prospettarvi un punto di vista diverso, ma comunque documentato da fatti reali.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO
Un clamore si levò dalla folla inferocita.
Reclamavano la condanna, bramavano il suo cadavere come bestie affamate.
Dei 500 votanti, 250 erano a favore e 250 contro.
Santippe aveva in braccio il più piccolo dei suoi tre figli che le si raggomitolava sul seno, stretto nell’amore materno. Licone, nel mezzo della folla, ne distinse gli occhi terrorizzati, spenti, occhi silenziosi che celavano urla agghiaccianti, lacrime di severo pentimento.
Aveva condannato a morte un uomo per lei.
Si alzò in piedi di scatto, ma era troppo tardi.
Il voto decisivo del processo contro Socrate era stato pronunciato.

1 CAPITOLO
L’astro re era sempre stato lì, fisso in cielo come uno spettatore in una postura solenne e composta, a comporre il disegno degli Dèi tanto misericordiosi quanto temibili. Eppure,quando mi conobbe, il giovane Socrate vide il creato squarciarsi, il castello delle certezze crollare in un’accozzaglia di macerie. Era stato l’unico uomo ad aver incontrato un qualcosa di Divino e Demoniaco senza prima trapassare: i meandri della morte non l’avevano stretto in una morsa dissacrante, lo avevano piuttosto lasciato libero di conoscere quel che dopo c’è e c’è sempre stato senza il pegno della vita. Ma, possiamo immaginarlo, per un giovane non è facile conoscere i segreti del creato senza abusarne o senza fare di un’occasione una necessità, per cui l’adolescente che poi sarebbe diventato il padre della filosofia fece di me un servitore e un padrone, un amico e una guida, un mezzo e una fonte. Fu nel trascorrere dei mesi, quando la frutta maturava e i fiori si schiudevano cullati dalla calda luce di madre sole, che Socrate, in un giorno come un altro, dopo aver indossato la tunica e i sandali, si decise a fare domande sulla mia natura. E mentre io, che provenivo da una dimensione dove nessuno può nascere o morire, che non conosce la fame e la sete come il tempo e lo spazio, lo vedevo evolversi nella pubertà, mi ritrovavo a rispondere a domande del tipo: “Come possono un Dio buono e uno cattivo condividere la stessa forma?”

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“Io ho forma solo nella tua testa e non sono né l’uno né l’altro” dicevo.
“Mi stai dicendo che non esistono Dèi buoni e cattivi?”
“Ti sto dicendo che buono e malvagio sono sinonimo di ingenuo e stolto” e ad altro, capitemi, non potevo rispondere. Non posso nemmeno, dal canto mio, pretendere di annoiarvi con queste digressioni sul buono e il cattivo, giacchè è una verità universalmente riconosciuta che la giustizia divina non corrisponde a quella umana. C’è da dire anche che al giorno d’oggi gli Dèi non esistono più, se non in poche culture ancora ancorate ai dettami antichi e che la sacralità è stata incentrata tutta nella figura di Dio, che viene pensato, venerato e santificato come uomo, come per sentirsi più vicini all’onnipotente. Ma se alcuni di voi fossero stati trasportati in un tempo lontano, diciamo il tempo di Socrate, tra le vie di un’Atene omertosa e villana nelle menzogne quanto nella verità, avrebbero visto quanto il culto fosse importante e quanto l’uomo può cambiare Dèi di continuo, pur rimanendo ancorato a un credo. E perdonatemi se non sono abbastanza chiaro nell’esposizione dei fatti, ma abbiamo così tanto di cui parlare che prima di Socrate bisognerebbe inquadrare il contesto in cui è cresciuto. Una volta, un uomo saggio, di cui non rivelerò il nome perché non c’è identità nella saggezza ma solo nell’arroganza, mi disse che i vizi e le virtù di un uomo le fanno tre cose: i genitori, gli studi e le compagnie. E guai, ragazzi miei, ad avere compagnie sbagliate come capitò al buon vecchio Socrate, che crebbe con un tale senso del dovere verso la cultura da oscurargliene il piacere. M’ero presentato come qualcosa di Divino e Demoniaco e il fanciullo che non è stato conservato nella memoria del mondo, sgattaiolò lontano in preda a spasmi di terrore.
“Socrate”gli dissi io, placando la frenesia dei suoi respiri che incidevano l’aria con ostilità “Non c’è da avere paura. Non sono venuto qui per farti del male, ma per aiutarti a fare giustizia”.
“Daimòn…” disse in un soffio il giovane Socrate, che ancora conosceva ben poco di se stesso e del mondo. Comunque, quei giorni furono forse i più spensierati nella vita del maestro, con il cuore pacificato dalle note legnose che danzavano nell’aria, le geometrie di luce che s’affollavano tra le iridi e le pupille, mentre gli scorci d’ombra, alla stregua di bimbi dispettosi, guizzavano qua e là, seminando i chiarori. La luce e l’ombra, c’è da specificarlo per non far perdere nessun dettaglio al lettore, si impastavano in un mutamento continuo ch’era di insopportabile bellezza, l’alito di vento che nasceva in quel ciclo dell’anno sapeva di brezza soave e delicata. E, anche se vi annoierò e chiedo scusa per questo, non posso esimermi dal dirvelo: il radioso ventaglio del giorno, che nasceva dalle mani impalpabili degli Dèi, si spandeva per Atene con il suo calore tanto pronunciato da trovare la sua fisicità nei rivoli di sudore dei giovinetti, incantati dallo spettacolo. “Ho parlato di te, sai, Daimòn. Mi hanno preso per pazzo. Alcuni di quelli che credevo con me non mi rivolgono più la parola e, se i loro occhi increduli si posano, per scelta o per caso, su di me, lo fanno con un tale disprezzo che preferirei non essere guardato” sarei pazzo se non vi dicessi che po’ di tenerezza me la faceva, il piccolo Socrate, quello che sapevo, un giorno, sarebbe diventato il fulcro della Giustizia Ateniese. Per un istante maledissi chiunque ci fosse lassù, perché sappiamo che non posso rivelare niente al riguardo, essendo quelli (o quello) al di sopra di me e di tutti gli altri: non poteva aver creato un qualcosa di così fragile nella rete di un Universo tanto grande e forte.
“Avresti dovuto tenere la bocca chiusa, Socrate. Ma non è mai male dire la verità o conoscerla. Devi solo capire che non tutti sono pronti ad accettarla. Ricorda: se mai dovessi perderti anche tu, nelle lande desolate di un mondo che ha smesso di guardarsi dentro perché troppo impegnato a curiosare fuori, non smettere mai di cercarti. C’è molto più di divino in un’unica persona che continua a cercarsi, di mille che hanno smesso di farlo”. C’è da dire che voi mi sentite (o leggete?) parlare in una lingua comprensibile a Socrate e che in futuro sarà anche capibile al lettore (se qualcuno sarà così gentile da tradurla), ma le mie lingue erano molteplici e il silenzio era una di queste. Era nel silenzio che mi raccoglievo con Socrate, essendo questo un prolungamento della voce che non tutti sanno adoperare a dovere, senza incappare in false rivelazioni e dissacranti accettazioni.
“A parlare con te finirò per non dedicare più tempo a nessuno” il giovinetto sorrise sornione, il naso camuso a sottolineargli ogni accenno di espressione.
“Se non vuoi non sei costretto. Puoi stare con gli altri tutto il tempo che vuoi. Ma quando ti sentirai solo, fermati a parlare con te stesso, o con me, che ormai faccio parte di te. Troverai una voce pronta a consolarti e a rimproverarti, se necessario”.
Con il cuore gonfio di gratitudine, Socrate si segnava i miei insegnamenti su un taccuino, così da fugare il rischio che con il trascorrere di un tempo troppo veloce e sfuggente andassero perdute nell’abisso del dimenticatoio.
“Non è scrivendo che incatenerai i tuoi ricordi. Non lo sapevi? Il tempo spazza via tutto ciò che non ha davvero permeato il tuo spirito. Scrivere su un pezzo di carta è come affidare uno spicchio di memoria a della polvere. Ti sembra un posto sicuro dove custodire i tuoi ricordi?”.
Ci sono diversi periodi della vita che ad un uomo non è dato scordare, senza contare se sia una maledizione o un privilegio il fatto che la mente serbi, in sé, un cassetto inesauribile destinato solo ai ricordi, compresi quelli più dolorosi. La questione, com’è naturale che sia, non vale solo per gli uomini, ma anche per gli Dèi e per coloro che ne sono l’emanazione: non credo che scorderò mai di come negli occhi sgranati di Socrate si delineò la prima scintilla della sua filosofia. Non scrisse più. Discorsi e sensazioni convogliavano solo negli anfratti della sua anima, destinati a colei a cui si sarebbe votato per una vita intera. La sua filosofia.

Socrate non fu solo filosofia. Fu, prima di tutto, uomo. E, come uomo, conobbe gioie e sofferenze, vittorie e sconfitte. Nessun uomo può sopravvivere, da solo, e Socrate lo aveva capito. A quel tempo, Atene era un intrigo di maldicenze, dunque preferì circondarsi delle sue aspirazioni e dei suoi sentimenti, per condividerli con il Daimòn. Nessuno seppe mai davvero cosa egli fosse- se non un qualcosa di Divino e Demoniaco- secondo le volontà di Socrate. Questo segreto scivolò con lui nella tomba. E’ certa solo una cosa: l’unico che non abbandonò mai il filosofo fu proprio il suo compagno di una vita: il Daimòn Socratico.

2 CAPITOLO
Accanto a Socrate il lume brillava fiocamente, irradiando una luce sommessa. Alcibiade, supino, era sveglio e vigile, in attesa di qualcosa che nemmeno a noi è dato sapere. A un Dio non tutto si fa conoscere, anche se Lui tutto conosce. E, lasciatevelo dire, anche se questo mi costerà credibilità e uno spicchio della vostra considerazione, se non capite questo concetto, che per quanto intricato è palese a chi sa, allora non vi è dato sapere più di quello che avete letto distrattamente. D’altronde, chi può dar torto a degli uomini che, prima della la battaglia di Potidea, avevano ripudiato il sonno come consolazione all’eventualità di una morte violenta e dolorosa. Dividevano la tenda, Socrate e Alcibiade e quante se ne raccontavano a patto di non sprofondare nel silenzio, anch’esso stanco e addolorato, ‘chè era sempre in esso che si rintanava chi aveva perso qualcuno. All’imbrunire, quando i crepuscoli di parole rifulgevano di luce tenera e soffusa, capitava che i discorsi si facessero più intensi in attesa del giorno che doveva venire, perché potevano essere gli ultimi della loro vita. Avevano perduto amici in battaglia, caduti per mano di amici dei nemici, caduti anch’essi sulla terra nuda e impregnata di sangue. A voi lettori, in attesa che i due soldati consumino la loro veemenza nel discorrere, voglio parlare un secondo della guerra e di come la giustizia umana e quella divina siano tra loro incoerenti e inapplicabili all’atto pratico. In teoria, secondo la legge di colui o coloro che professiamo, nessuno dovrebbe fare del male a nessuno, impegnato a contemplare le meraviglie offerte, come il sole, il mare, il cielo e ultima non per importanza, la vita. Questo vorrebbe la giustizia divina, essendo questa radicalmente opposta alla natura dell’uomo, che dalla nascita si attacca ai beni terreni e alla polemica, all’acredine verso i suoi simili e al potere, che è sinonimo massimo di debolezza e vizio. Ed è esattamente per questo che l’applicazione di questo concetto è inverosimile e lo sarà fino alla fine dei tempi, giacchè l’uomo è fatto di carne e con la carne agisce, beffeggiando lo spirito che è l’unico anello di congiunzione con l’Eden. Signori, non è mia intenzione tediarvi con astruse digressioni sulla vostra natura di peccatori, ma concorderete con me che l’uomo e il potere sono due combinazioni pericolose: se è il primo a prendere il controllo, il secondo, come un diavolo tentatore, offrirà in pegno l’ambizione, annullando le coscienze e vincendo la battaglia ultima. Posso anche dirvi, senza pretese, che non serve uccidere qualcuno materialmente per diventare assassini: si uccide una cultura, un futuro, un desiderio. Reprimere i sogni, ad esempio, cosa che vedo fare a molti di voi, per cullarvi nella pigrizia, vi classifica come il peggiore omicida di ogni epoca. Con la guerra, anche la speranza vola via, anch’essa un po’ malridotta, anch’essa terrorizzata. E chissà se alla fine riesce a scovare un nascondiglio, e chissà se vi si rintana, malnutrita e malconcia, privata del suo compito. La guerra, è in grado di intrattenere una corrispondenza continua con la morte e, alleandosi con le violenze, incute timore persino alla speranza, che comunque rimane l’ultima arma contro la distruzione. Insomma, so che leggere di guerra non è quello che vi aspettate se parliamo di Socrate, che da sempre è la luce della conoscenza. Allo stesso tempo, so che molti di voi avranno iniziato a seguire le vicende del nostro beniamino con la speranza di affrontare una lettura piacevole e fresca, ma è regola della morale informare di cose ben più importanti che accaddero nella sua vita e che, ogni giorno-anche se con armi diverse, come può essere un telefono cellulare o possono essere un paio di cuffie- capita nella vostra, di vita.
E’ giunto il momento di tornare ai nostri due beniamini, che non si sono certo accorti della nostra assenza come noi della loro, ma che piuttosto non si sono risparmiati negli argomenti. “Vigliacco, vigliacco” si ripeteva Alcibiade, sussurrando per non coinvolgere il compagno nei suoi deliri.
“Va tutto bene?” Socrate si era chinato verso di lui. “Oh sì, è tutto in ordine. Solo… secondo te è giusto aver paura di morire? Insomma, un soldato dovrebbe essere un esempio di coraggio e fermezza agli occhi di tutti. Non credo di essere pronto. Maledizione, sono un vigliacco”.
“Credo sia normale avere paura. Il sangue non è per tutti e forse è meglio così. Ho imparato che c’è un tempo per ogni cosa. Non tutti capiamo abbastanza in tempo cosa fare e cosa no”. Al che Alcibiade aveva fatto una smorfia, quasi seccato “Peccato che la storia si tracci soltanto con le grandi imprese, lasciando indietro la scia di piccoli uomini che le hanno compiute. Agire in grande, da piccoli… è un’ingiustizia. Perché le imprese non si compiono da sole, non respirano e non superano nessuna paura, quel ruolo spetta alle persone, a loro basta essere tramandate nei secoli. A dire la verità, non è giusto morire in centinaia per una battaglia che ha iniziato uno solo. Ma io non voglio che tu muoia, Socrate”.

28 maggio 2020

Aggiornamento

Cari amici,
finalmente abbiamo superato il 50% di pre-ordini e io sono qui incredula, perché pubblicare per me è sempre stato un sogno, uno dei più belli che si possano fare. Mi fa sorridere pensare che abbiamo cominciato solo pochi giorni fa e, pian piano (si spera!) ci si avvia verso la fine di questa campagna. Il fatto che abbiate scelto e, mi auguro, sceglierete il mio romanzo è per me fonte di grande stimolo e mi rende orgogliosa, perché evidentemente, come è successo a me, anche a voi Socrate è arrivato prepotente e meraviglioso, con quel suo fare a volte inesperto altre sapiente. È un personaggio che ho creato circa un anno e mezzo fa, che mi ha letteralmente stravolto la vita. Quando ho concepito Socrate e il Daimòn, in particolar modo, non pensavo che avrei dovuto lasciar andare il mio romanzo come si fa con un figlio al primo giorno di scuola, tutt'altro. Credevo che l'avrei sempre tenuto con me, tra le mie braccia di "mamma", che nessuno avrebbe mai letto il frutto della mia fatica. Invece eccovi qui, a sostenermi, a supportarmi e, questo è il caso di molte persone, a sopportarmi.
24 maggio 2020

Aggiornamento

Questo romanzo per me non è stato facile. E' nato davanti a un camino, davanti al fuoco che zampillava con quel suo fare dolce e mostruoso. Ho immaginato un demone che, con lo stesso tendere delle fiamme verso il cielo, si contorceva in sé per innalzarsi, "elevarsi" alla perfezione, evadendo dal buio. E mentre immaginavo, a un tratto mi sono resa conto che le mie dita scrivevano da sole, spinte se vogliamo dal profumo della legna che si diffondeva in tutta la stanza. Nessuno era accanto a me, ero sola. Non esisteva più nessuna delle persone con le quali prima mi ero intrattenuta a scambiare qualche chiacchiera di circostanza. Chiudo gli occhi adesso che il libro è qui, in campagna per bookabook e cerco di rimembrare quei momenti lontani, quando il mio cuore portava nel grembo delle sue dita impalpabili una delle opere che mi avrebbero cambiato la vita. Chiudo gli occhi e ripenso alla pelle che, a contatto con quel calore quasi materno delle fiamme in autunno, percepivano dei brividi di piacere. Le palpebre si stringono, perché non riesco a smettere di sentire quel godimento ch'è la scrittura. Nella mia vita mi sono sempre criticata, ho sempre cercato di trovare il difetto nel pregio, ma grazie a quest'opera, forse per la prima volta, mi sono data una pacca sulla spalla e mi sono detta "Brava Carlotta, ce l'hai fatta".
19 maggio 2020

Aggiornamento

Dall'articolo di "La Voce":
"C’è da dire che voi mi sentite (o leggete?) parlare in una lingua comprensibile a Socrate e che in futuro sarà anche capibile al lettore (se qualcuno sarà così gentile da tradurla), ma le mie lingue erano molteplici e il silenzio era una di queste. Era nel silenzio che mi raccoglievo con Socrate, essendo questo un prolungamento della voce che non tutti sanno adoperare a dovere, senza incappare in false rivelazioni e dissacranti accettazioni”
Questo è il punto d’avvio del romanzo ‘Socrate: l’uomo dietro al mito’, romanzo della nostra redattrice Carlotta Casolaro, pre-ordinabile da oggi, 19 Maggio, sul sito della casa editrice bookabook nella sezione Crowdfunding.
Certamente questo metodo di pubblicazione, nuova frontiera dell’editoria in Italia, non vi sarà nuovo: da qualche anno a questa parte, infatti, per risolvere la crisi in cui gli editori versano da tempo, si è deciso di ricorrere al metodo secondo cui è il lettore a decidere il romanzo da pubblicare. Il romanzo di Carlotta Casolaro, al contrario del già conosciuto e apprezzato metodo del Crowdfunding, decide di trattare di un argomento pressocchè sconosciuto al grande pubblico. Chiariamoci, Socrate è conosciuto da tutti, il primo filosofo che inaugurò la tradizione del pensiero come modo per controllare ogni emozione superflua, ma l’autrice sceglie di parlare di Socrate inteso dal punto di vista umano, dunque un uomo come tutti, dotato di sentimenti incontrollabili al punto di dover fare di tutto per dominarli, con pregi e difetti.
Carlotta, tu collabori con noi de ‘La Voce’ e altre importanti testate sia nazionali che internazionali, pur essendo molto giovane e oggi è uscita l’anteprima della tua opera. Come ti senti?
Emozionata, molto. La cosa mi sembra ancora strana, perché in un periodo come questo, tragico per il nostro paese e non solo, non mi aspettavo che la mia vita sarebbe cambiata così. Ho 20 anni, ma pretendo sempre molto da me stessa, quello che ho me lo godo, ma non mi basta mai.
Cosa rappresenta per te ‘Socrate: l’uomo dietro al mito’?
Per me questo romanzo rappresenta un po’ una consacrazione di un sogno, di tutti i sacrifici che ho fatto e che farò, rappresenta una nuova prospettiva di questo meraviglioso personaggio storico che è Socrate. La gente ha bisogno di vederlo non più solo come una figura scolastica o “pesante”, ma come un uomo come tutti.
Cosa dobbiamo aspettarci da questo romanzo?
Tanto, tutto. Introspezione, intrighi amorosi, mistery thriller, insomma tutti i dietro le quinte del processo contro Socrate, raccontati in un modo diretto ma rappresentativo, di modo da riscontrare i gusti di un’ampia fetta di lettori.
Ma c’è un’altra novità che fa ben sperare per il futuro di questo titolo: è il primo romanzo, in Italia, a parlare di questo aspetto inedito di Socrate dal punto di vista del Daimòn, quel qualcosa di Divino e demoniaco che lo accompagnava da tutta una vita.
“Come possono un Dio buono e uno cattivo condividere la stessa forma?”domandò il giovane Socrate.
“Io ho forma solo nella tua testa e non sono né l’uno né l’altro” risposi.
“Mi stai dicendo che non esistono Dèi buoni e cattivi?”
“Ti sto dicendo che buono e malvagio sono sinonimo di ingenuo e stolto”.
Carlotta Casolaro mette a disposizione del lettore, a fine di ogni capitolo, le differenze inventive e storiografiche del processo contro Socrate e ci svela un retroscena sull’anteprima di copertina, che sarebbe stata appositamente disegnata per la sua opera da Stefano Calluori, artista polivalente che ha rappresentato la figura di Socrate come in uno specchio, proprio per indicare questa sua duplice natura di filosofo e uomo: “Sapevo che solo lui, per l’anteprima, sarebbe riuscito a mettere su carta Socrate come lo avevo sempre immaginato ed ecco qui: il lavoro è perfetto”.

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Carlotta Casolaro
Carlotta Casolaro, nata a Foggia il 18/08/1999, ha collaborato con svariate realtà editoriali e giornalistiche importanti. Scrive regolarmente per il Blog della Fazi Editore, collabora come giornalista freelancer con TPI (The Post Internazionale) e con il Gruppo Gedi, è di redazione nel quotidiano nazionale e internazionale La Voce e scrive per la rivista Pulplibri. In passato ha collaborato anche con Foggia Reporter, Lettoquotidiano, Meteoweb ed Exibart. È stata pubblicata dalla Laura Capone Editore nell'antologia "Scrittori Contemporanei" a soli 15 anni. Nel 2019 ha aperto un blog letterario "La Dottoressa SchiacciaLetture" con un team di professionisti, registrando in meno di un mese più di 5000 visitatori. Carlotta ha la passione della scrittura dall'età di 8 anni e gestisce come speaker la rubrica di attualità e cultura "Uno sguardo sul mondo" su Radio L'isola Che non C'è.
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