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Così è scritto

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C’è un motivo preciso per non rispettare una legge umana o divina fino alla fine: l’amore è una forza più grande. Le storie di Joseph e Francesco, intrecciate a duemila anni di distanza, ne sono la prova.
Il primo, falegname conosciuto da tutti a Nazareth come uomo giusto e devoto alla legge di Dio, è distrutto dalla notizia della gravidanza della sua promessa sposa Miriam, combattuto tra l’obbligo di ripudiarla e l’amore che prova per lei.
Il secondo è un giovane prete che ha lasciato i voti dopo essersi innamorato di Chiara. L’uomo sente di aver fallito nella sua vocazione e prova rancore verso quel Dio che lo ha lasciato solo in un momento tanto difficile.
Determinante per entrambi sarà l’incontro con Gabriel, misterioso “messaggero”, come lui stesso si presenta, pronto a fare domande scomode.

 

LA LUCE SULLE PAGINE

CAPITOLO UNO
Era solito svegliarsi al sorgere del sole. Aveva una
finestra proprio davanti al letto e tutti quelli che lo
conoscevano e avevano avuto modo di entrare nella
sua stanzetta gli avevano sempre detto che non era
una cosa buona dormire in quel punto. Ma per lui non
era così. Il sole doveva essere il primo a destarlo dal
riposo notturno, e d’altra parte non c’era mai stato
nessuno accanto a lui che potesse farlo prima.Continua a leggere
Continua a leggere

Regolava sempre la sveglia per le sei del mattino,
un po’ per i numerosi impegni che affollavano le sue
giornate e un po’ perché non riusciva a coniugare il
dormire con le ore del giorno. Di certo non rinunciava

alla possibilità di schiacciare un pisolino a metà
giornata, dopo il pranzo, ma questo non rompeva il
suo schema di comportamento, né toglieva significato

al singolare rapporto che intratteneva con il sole.
Aveva imparato da piccolo che i ritmi naturali delle
cose riguardavano anche gli astri del cielo, sapeva
da sempre che tutto era collegato all’interno di quel
mondo continuamente in ritardo e che, se non avesse
voluto esaurirsi dietro ai mille stress della società a
cui apparteneva, sicuramente il ritmo naturale delle
cose avrebbe dovuto essere per lui culla, medicina e
vita. Per questo, anche se la sveglia lo destava sempre
alle sei in punto, lui si alzava dal letto quando i primi
chiarori dell’alba lo salutavano.
Quella mattina il suo corpo, però, gli concesse
meno sonno del solito. Era ancora notte quando si
accorse di essere sveglio. Glielo fece notare la cassetta

di scarico del WC, che caricava acqua nonostante
nessuno l’avesse azionata. Era evidente che necessitava

di manutenzione, una cosa semplice da fare e che
tuttavia rimandava da mesi. La madre di certo

gliel’avrebbe rinfacciato.
«Sei apatico, Francesco! Ma che ci vuole?!» gli
aveva detto una volta. Era tornato a vivere nella sua
casa natia e lei, vedova e con un solo figlio, dopo averlo

seguito in tutte le sue pregresse trasferte, ne era
stata felice. L’inverno precedente era stato molto
freddo e, considerando che la caldaia era fuori uso,
egli avrebbe dovuto, in un modo o nell’altro, ovviare
al problema. Francesco aveva continuato a dire che
avrebbe chiamato quella persona che conosceva che
avrebbe risolto tutto, ma alla fine non era mai successo.

Né quell’inverno né i precedenti. Eppure a farne le
spese era puntualmente lui, perché, mentre la madre
si era ormai munita di una stufetta che riscaldava alla
perfezione gli ambienti dove stava, nella sua stanzetta

il freddo, a braccetto con l’umidità, gli temprava
corpo e mente per l’intera invernata. La sua poteva
sembrare una reazione alle paranoie materne, ma, in
realtà, cosa non sempre deducibile dalle sue azioni,
lo stimolava solo ciò che riteneva importante, mentre,

se si trovava in una situazione che lo costringeva
a fare qualcosa di diverso da ciò che voleva, tendeva
a divincolarsi con un atteggiamento di fine passività.
Si alzò senza troppa fretta, assecondando ogni
piccola sollecitazione corporea. Non doveva correre
dietro ad alcuna tabella di marcia, e comunque sapeva

che in linea di massima era in anticipo rispetto a
quanto aveva preventivato la sera prima. Quindi, con
molta calma, respirò due boccate d’aria alla finestra
e osservò con piacere che tutto intorno a lui era ancora

immerso in un silenzio singolare. Entrò in bagno
e immerse i suoi primi pensieri sotto i quaranta gradi

del potente getto della doccia. Il silenzio favoriva
il suo risveglio: sembrava parlargli dolcemente. Gli
venne in mente l’inizio delle Sacre Scritture, in cui
si fa implicitamente riferimento al fatto che tutto
era circondato da un silenzio primordiale, assenza di
qualunque cosa si potesse avvicinare a suono o rumore.

Eppure quel silenzio era stato incubatrice di tutto.
Da quel momento, il dopo; un prima non esisteva, poiché

il tempo non aveva ancora fatto la sua comparsa.
Quel silenzio aveva decretato l’eternità circoscritta in
un battito, quello della parola creatrice: Ohr. Luce. “E
luce fu.” Francesco era convinto che ogni vero inizio è
sempre immerso nel silenzio.
Dopo essersi vestito e profumato entrò in cucina
per prepararsi una tazza di caffè. Era il suo rito mattutino

preferito, l’aveva ereditato dal padre, di origini
partenopee. Prese la moka, la scompose nelle sue tre
parti e riempì, fin sotto la valvola, la parte inferiore
con l’acqua, dopo averla fatta scorrere un po’ dalla
fontana del lavello. Poi inserì la parte che accoglieva
il macinato, col cucchiaino mise la polvere, per poi
battere la base sul piano marmoreo della cucina, così
da compattare il tutto. Infine avvitò la parte superiore

vigorosamente, in modo tale da non far disperdere
l’energia della pressione data dal fuoco, che avrebbe
spinto l’acqua a passare, attraverso i fori del filtro,
nella polvere di caffè.
Guardò rapidamente il liquido sgorgare con decisione,

insieme ai suoi colori e al suo inconfondibile
aroma. Gli venne in mente la famosa frase del grande

Eduardo De Filippo, che ripeté con soddisfazione:
«Questo non è caffè! Questo è cioccolato!». Il caffè
era una delle poche cose che gli dava una soddisfazione

immediata, e il fatto che tutto dipendesse dal suo
controllo, compresa la scelta dell’acqua, della miscela
e della temperatura, non gli permetteva di prendersela

con nessuno nel caso in cui non fosse stato di suo
gradimento. Era una questione di equilibri. E, si sa,
ognuno ha il proprio.
Era particolarmente meditabondo quella mattina.

Osservò la cucina con tutti gli accessori e le cianfrusaglie

portate dalla madre. I suoi occhi caddero su
una foto dei genitori scattata moltissimi anni prima
in Calabria, sulle rive del Tirreno. Era evidente, per
lui, che i due si erano amati tanto ed erano riusciti a
prendersi cura del loro rapporto fino in fondo, fino a
quando la morte non li aveva separati prematuramente.

Da allora, per la madre non c’era stata più una vera
gioia. Tirava avanti. Un po’ lo faceva per lui, per non
lasciarlo solo, ma si vedeva che da quando il marito
non c’era più tutto aveva perso colore, come se vivesse
in un mondo bianco e nero.
I suoi genitori erano stati molto determinati a
costruire la casa dove era cresciuto. Era stato un desiderio

più del padre che della madre, ma entrambi
avevano portato avanti il progetto di costruire con le
proprie forze un tetto sotto il quale abitare. Francesco
era orgoglioso di loro; erano stati per lui un esempio
di vita, un faro nella notte in mezzo a un mare di coppie

che naufragavano per assenza di amore, di dialogo.
Loro no. Erano riusciti a respirare insieme, attraversando

anche momenti critici, asmatici, ma mai fatali. Francesco

sentiva la forza che gli veniva dall’aver
goduto per anni di una famiglia sana, secondo i suoi
punti di vista. Non perfetta, semplicemente sana. Lui
stesso poteva gioire dei frutti della loro pazienza, delle

loro sopportazioni quotidiane, della loro tenacia,
che le mura domestiche avevano custodito.
Una volta, un suo docente universitario aveva
spiegato all’assemblea giovane e assonnata che gli
stava davanti l’importanza dell’atavico: «Mi riferisco
a ciò che è originario degli antenati, specialmente
molto lontani nel tempo, e che discende come eredità
da essi. È ciò che deriva dai più lontani progenitori e
che ci rende nani sulle spalle di giganti». Voleva giustificare

il fatto che gli studenti dovessero studiare
enormi quantità di pagine sul pensiero di altri.
Francesco aveva preso la parola: «Mi scusi, professore.

Non è mia intenzione sminuire il nostro lavoro.

Mi chiedevo, però: non pensa che studiare tutto
lo scibile umano intorno a dei pensatori del passato
possa inquinare il nostro modo di pensare e di vedere
le cose? Non potremmo correre il rischio di ripetere
con modalità diverse ciò che in fondo già altri hanno

pensato? Voglio dire,» aveva proseguito il giovane
Francesco mentre il professore lo guardava da sopra
gli occhiali «dopo tutti questi secoli di pensieri e riflessioni,

cosa dovremmo o potremmo aggiungere noi
di significativo?»
Il docente aveva sorriso, si era tolto le lenti e, passandosi

la mano sul volto, aveva risposto: «Noi studiamo

per fare dei limiti altrui il nostro punto di partenza».
I limiti dei suoi genitori erano tutti lì, pronti come
un trampolino per aiutarlo a tuffarsi nella sua personale

esistenza. Perché la sua vita si riempisse di conoscenza,

di comprensione, di limiti. Solo che a lui
sembrava tutto così incomprensibile.
Si perse nei suoi pensieri. Il cinguettio di un uccello

fuori dal balcone gli ricordò del viaggio che
avrebbe compiuto quel giorno. Controllò l’ora sullo
smartphone e si rese conto che, nonostante le sue

elucubrazioni mentali, era in perfetto orario per mettersi
in viaggio e raggiungere la sua città preferita. Chiuse la

porta a chiave, mise la valigia nel portabagagli
dell’auto e vide dall’altro lato della strada uno dei vicini,

che lo salutò con molto calore. «Oggi è una bellissima

giornata. Spero che non dovrai guidare molto, da

solo per giunta» esordì Domenico Montanari,
amministratore delegato di un’azienda che produceva
derivati dalla cellulosa.
«Non si preoccupi, Mimmo. Scendo a Firenze,
ma non so per quanto tempo starò fuori.» Non aveva
ancora capito perché tutti quelli che lo conoscevano
si interessassero a lui. Gli piaceva pensare che forse
ispirava simpatia e affetto, piuttosto che incapacità o
inettitudine.
Si infilò in macchina e si diresse verso l’autostrada.

Il traffico era regolare. Impostò il cruise control a
centodieci, pronto ad affrontare circa duecento chilometri.

Per lui non era mai stato un peso guidare,
anzi, ne traeva piacere, perché nel mentre si godeva
il paesaggio che, anche se noto, ai suoi occhi appariva
sempre diverso. Non si abituava mai alle bellezze che
lo circondavano.
La radio trasmetteva uno di quei programmi in
cui il conduttore butta lì una domanda e gli ascoltatori

nullafacenti, tramite messaggi o telefonate in diretta,

fanno sentire il loro parere. La domanda di quella
mattina sembrava fare proprio al caso suo: «Vi è mai
capitato di dover cambiare vita?».
Sul volto di Francesco comparve un ghigno: lui di
certo ne sapeva qualcosa.
«Pronto, chi sei?» rispose il conduttore alla prima
telefonata in diretta.
«Ciao, sono Walter. Volevo condividere con voi
la mia esperienza in merito alla domanda che avete
fatto. Ecco, la mia risposta è sì. Ho dovuto cambiare
vita. Stavo bene prima, ma dopo il mio licenziamento
ho iniziato ad avere problemi economici pazzeschi.»
«Ci dispiace, Walter. Cosa ti è capitato?» incalzò
l’interlocutore.
«È semplice,» esordì l’ascoltatore «lavoravo per
una società italiana che operava all’estero. Forse non
è il caso che la nomini. Semplicemente nel 2010 è stato

comunicato a più di mille dipendenti che sarebbe
cessato il loro rapporto lavorativo con quell’azienda.
Io ero uno di loro, giovane e senza famiglia da mantenere,

per fortuna. Sono state messe sul lastrico circa

ottocentocinquanta famiglie, che vivevano con lo
stipendio di chi lavorava lì dentro. Una cosa terribile.
Nessuno è stato capace di fare nulla. Le cosiddette
autorità se ne sono fottute altamente, nessuno ha potuto tutelarci.

A casa, via! E allora ho dovuto rimboccarmi le

maniche e me ne sono andato. Adesso sono
tornato per qualche giorno qui, in Italia, a trovare i
miei genitori, ma poi ripartirò per la Germania. Sono
stato fortunato. Lavoro lì e prendo quasi tremila euro
netti al mese. Non vi dico quello che mi dava la società
italiana per la quale lavoravo prima. Però… ecco, lei
chiedeva dei cambiamenti. Oggi, dopo qualche anno,
anche se non è stato facile, posso dire di essere molto

contento della svolta imposta alla mia vita. Guardi
che è terribile non sapere come fare, a quale santo

rivolgersi, e via dicendo. Forse è stata la forza della

disperazione, non lo so. Ma oggi sto bene.»
Le parole di quel ragazzo, che era stato costretto
per forza di cose a cambiare la sua vita e aveva

cercato di raggiungere una stabilità, lo colpirono.

Francesco ripensò al viaggio che stava facendo, a quella sua
scappata a Firenze per andare a vedere un quadro.
Insomma, si trovava nel bel mezzo di un valico, in
pieno cambiamento, e la paura di sprofondare defini-
tivamente ormai lo accompagnava da un pezzo. Aveva
sempre pensato che il cambiamento appartenesse al
naturale evolversi della storia individuale di una persona,

che fosse un’evoluzione dovuta alla preservazione

di ciò che si è. Secondo lui il cambiamento serviva

per rimanere se stessi. L’uomo cambiava per non
cambiare e per non farsi cambiare dall’incombente
prepotenza degli eventi imprevisti. Però, nonostante
la pensasse davvero così, sentiva potente il macigno
dell’instabilità. Dal suo punto di vista, una persona
onesta è aperta al cambiamento, un disonesto si chiude,

si fossilizza nei suoi schemi e nelle sue assiomatiche

posizioni. E per quanto bello possa apparire, un
fossile è pur sempre qualcosa di morto. Ma la morte,
si sa, è quanto di più stabile ci sia.
Francesco voleva vivere, voleva poter essere
guardato in faccia senza maschere, senza nascondere

chi fosse e cosa volesse, perché, sotto sotto, era
orgoglioso di se stesso e la stima che aveva di sé era
notoriamente elevata. In lui non c’era mai stata volontà

di fossilizzarsi in stereotipi o rigidi schemi. Il
fatto stesso di dirigersi a Firenze per ammirare da
vicino un quadro dopo averlo tanto desiderato diceva
una cosa sola di lui: l’apertura al cambiamento. Aveva

quasi un bisogno pressante di osservare dal vivo
quella tela: Il sogno di Giuseppe dell’artista francese
Georges de La Tour.
Il caso aveva voluto che proprio per tutto il mese
di luglio l’opera, appartenente al Museo di Belle Arti
di Nantes, fosse esposta nella Galleria degli Uffizi.
Per lui, che ne aveva fatto fare una stampa a grandez-
za naturale e che per molto tempo l’aveva osservata
giorno dopo giorno in un silenzio riflessivo, era un
chiaro segno che doveva assolutamente lasciarsi andare

a un’ultima meditazione proprio davanti a quella
pittura che gli aveva già comunicato tanto in passato,
parlando a chiare lettere alla sua storia personale e
permettendogli di continuare il suo cammino.

23 aprile 2018

Evento

lungo via Giuseppe Orlandi, Anacapri
Carissimi, Massimo Maresca parteciperà alla III edizione della GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO, una manifestazione culturale promossa dal comune di Anacapri, nella quale per la prima volta leggerà le pagine più belle di Solo cinque minuti... Dalle 17.00 in poi lungo tutta via Giuseppe Orlandi.

Commenti

  1. Massimo Maresca

    Carissima Luisa, grazie di cuore per il commento. Il quadro che accompagna il romanzo è un dipinto di Georges De La Tour, seconda metà del ‘600, chiamato appunto “Il sogno di Giuseppe”. L’osservazione attenta di questa tela mi ha permesso di strutturare meglio il racconto che hai letto e che, vedo con soddisfazione, ti è piaciuto. Di certo continuerò a scrivere! Grazie.

  2. Questo romanzo mi è piaciuto tantissimo. Sopratutto l’originalità nel raccontare una storia di duemila anni fa rinnovandola così tanto. Mi è piaciuto molto l’uso dei numeri per comunicare, l’ho trovata una cosa straordinaria… Poi mi ha appassionata il dipinto di cui si fa riferimento e l’ho cercato, soprattutto al capitolo ‘all’ombra delle forbici’ perché mi aveva incuriosita molto… Volevo vedere questa ombra.
    Entrambi le storie mi hanno fatto sognare e sperare tanto. Sicuramente la consapevolezza di sé e l’onestà profonda ti possono far realizzare i propri sogni anche quando pensi che sia impossibile o troppo tardi..’ Ed è assurdo quanto la certezza dell’ amore sia la base di ogni nostra incertezza’… Complimenti davvero. Continua a scrivere e mi auguro di trovarti presto nelle librerie

  3. Massimo Maresca

    Carissima gio.nobile, grazie del commento. Mi fa piacere vedere che hai sottolineato lo studio della cultura ebraica, panorama esatto alla storia di Joseph. Non si tratta né di fantasia né di roba inventata: le particolarità, che qua e là ho messo in evidenza, si rifanno esattamente agli ultimi studi antropologici, archeologici e storiografici su tutte le fonti di cui oggi disponiamo in merito.
    Bellissimo per me sentirti dire che è “suggestivo” tutto questo!
    Grazie di cuore ancora, nella speranza che tu mi possa sostenere anche con altre persone, potenzialmente interessate a conoscere questa storia.

  4. Il testo presenta un linguaggio molto curato che permette al lettore di vedere l’ambiente, i protagonisti, le storie che si enucleano attraverso le vicende raccontate. L’amore, come sottofondo, apre uno spaccato di vite che lasciano sempre una speranza di donare agli altri. Molto suggestivo lo studio sulla cultura ebraica con tutte le sfaccettature di questo popolo . Un libro da leggere che fa riflettere.

  5. Massimo Maresca

    Cara Sabrina, sono proprio contento di sapere che ti sei percepita dentro la storia, quasi sentendoti protagonista! Penso che ognuno di noi, qualsiasi sia la situazione specifica, in linea generale vive un po’ questa guerra tra l’interno e l’esterno, tra il “dovere” e il “volere”. La maturità di una persona penso passi sempre attraverso lotte del genere. Il punto sta nel capire se stessi, avere il coraggio di riconoscere e chiamare per nome tutte le sfumature che ci compongono. Si direbbe cosa ardua. Lo è! Ma è l’insondabile bellezza della vita… e la storia che ho scritto cerca proprio di far emergere questo: noi siamo fatti per vivere, non per sopravvivere. Ti auguro ogni bene e ti ringrazio per il sostegno che mi dai!

  6. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro e mi è piaciuto molto. Anche per me è stato fonte di riflessione. Due storie meravigliose, due dilemmi da risolvere in contrasto con le”regole” che la società ti impone di seguire……e poi tutto diventa chiaro! . Quello che è meraviglioso è il sentirsi dentro le storie. Vivere le stesse emozioni dei personaggi, quasi a sentirti il protagonista! Consiglio a tutti di leggere il libro .

  7. Massimo Maresca

    Penso che il binomio dubbio-verità vada coniugato con una ricerca sincera, quella nasce da un cuore che preferisce essere autentico piuttosto che stuccato col “premiscelato” imposto dai contesti. Avere la faccia pulita è la sfida forte per ognuno di noi e questa, purtroppo, non sempre è facile tenerla così. Di tanto in tanto capita di dover sopportare un tempo “mascherato” che penso serva, in fin dei conti, a riflettere, meditare, soppesare.
    Auguro a te ogni bene, con la speranza che questa storia ti sia stata d’aiuto o, almeno, ti abbia aiutato a riflettere.
    Grazie per avermi sostenuto!

  8. Michela

    (proprietario verificato)

    ‘Francesco era una persona così, piena di dubbi, e comprese che nella sua storia si era sempre sentito come sferzato di continuo da una frusta, quella dell’onestà, capace di impedirgli di vivere nella menzogna tutta la vita.’..Chi non ha dubbi? Ma chi può vivere nella menzogna per tutta la vita? E poi perché? E che vita sarebbe? Il primo messaggio che mi è stato trasmesso dalla lettura di questo romanzo così intenso, di due storie immense che ti coinvolgono interamente, è che la vera vita va vissuta nella verità, prima di tutto verso se stesso e poi verso gli altri.
    C ‘è bisogno di molto coraggio per tentare, sbagliare e ripartire… ‘La maggior parte della gente non tentava affatto, ma preferiva trascinare i giorni arrabattando ovunque brandelli di sopravvivenza per non pensare, per non osare, per non dover sbagliare e accettare la possibilità di un errore.’ Purtroppo la verità è questa,cioè che pochi riconoscono i propri errori e, cosa ancora più brutta, che per non pensarci sopravvivono! I protagonisti di ‘Solo cinque minuti’, nonostante tutte le difficoltà,gli imprevisti e gli errori che la vita gli mette di fronte,rischiando tutto, decidono di vivere!
    Complimenti all’autore per tutto, per il lessico utilizzato, per la forma, per i contenuti e i dialoghi tra i protagonisti, per i dettagli e ‘per le frasi ad effetto’ che ogni tanto fuoriescono lasciando il lettore senza parole.
    Consiglio naturalmente la lettura a tutti!

  9. Massimo Maresca

    Ciao Michele! Sono proprio contento del tuo entusiasmo e di come hai percepito la storia che ho scritto! Ahimè, si tratta un po’ di un dramma ma alla fine, come hai potuto vedere, entrambi i personaggi trovano la forza vera per affrontare l’ineluttabile. Mi è piaciuto tanto far passare questo messaggio che, in fin dei conti, appartiene un po’ al mio modo di vedere le cose. Della serie “se non cambia il mondo, allora cambia tu”! Di certo non voglio essere riduttivo, qualunquista o addirittura trattare con sufficienza argomenti delicati e meritevoli di ben altra riflessione. Soltanto ho cercato di mettere nero su bianco, nello specifico dei protagonisti, la lotta che in fin dei conti ognuno si ritrova a vivere. Sempre! Auguri Michele e… grazie per avermi sostenuto!

  10. (proprietario verificato)

    Questo romanzo ti lascia certamente in uno stato di riflessione, con la voglia di ritornarci su, di sostare ancora su certe espressioni, dialoghi, particolari descritti che ti fanno entrare dentro la storia senza che tu te ne accorga. Sì… è proprio questo il punto. Ti accorgi che dopo un po’ sei dentro le vicende non riesci a tirartene fuori, ti senti impigliato nel dramma di due uomini.Scatta una specie di empatia con i personaggi di questa storia perché ti accorgi che sotto sotto è anche la tua storia…
    Consiglio a chiunque di leggere questo testo, sia perché ti spinge a riflettere, sia perché il finale ti fa consolare. E oggi chi è che non ha bisogno di un po’ di consolazione?!?!

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Massimo Maresca
MASSIMO MARESCA è nato a Napoli nel 1985 ed è cresciuto sull’isola di Capri. Dopo il diploma come tecnico della gestione aziendale, ha conseguito la laurea in Filosofia e Teologia. Così è scritto è il suo romanzo d’esordio
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