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Solo i Picchi Verdi ridono

Solo i Picchi Verdi ridono
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Consegna prevista Agosto 2021
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“C’è stato un tempo oscuro, di cui solo gli adulti hanno memoria, che ha preceduto l’epoca di pace che viviamo adesso. Un tempo spaventoso di disordini e rivolte, in cui la religione confondeva gli animi e l’arte stordiva le menti. Questo tempo disastrato è molto lontano da quello che siamo diventati grazie al nostro Signore Immenso Imperatore Amyas Brayden Damien Eskil Filip. Egli ha ripristinato la naturalezza del silenzio, non più interrotto da chiassosi richiami e da oziosi vizi.”

Un mondo nero, in cui è proibita la risata, bandite le religioni e ogni forma d’arte. Vietati i colori ed i canti. Castighi in pubblica piazza, orrendi spettacoli a cui i sudditi del Signore Immenso Imperatore sono costretti ad assistere. Il regno è in festa per l’unica occasione in cui è concesso: il compleanno dell’Imperatore, che ricade nel giorno più breve e buio dell’anno. Per il suo quarantesimo compleanno, Eskil Filip ha in mente qualcosa di speciale, ma non è il solo.

Perché ho scritto questo libro?

Io sogno moltissimo e al mattino ricordo ogni cosa.
La primissima scena è il riadattamento di un sogno che ho fatto. L’ho scritto così per come l’ho sognato; ma le cose cambiano, si evolvono. Diventano quello che sono, pagina dopo pagina. Solo i Picchi Verdi ridono si è scritto da solo. Avevo anche preso degli appunti, seguito lo schema di Propp, tracciato una linea di guida. Poi, però, sono stati i personaggi a dirmi cosa fare. È difficile da spiegare. Posso solo invitarvi a leggere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il sole stava tramontando e persino i festoni appesi per strada sembravano stanchi. Ormai il regno era tutto in fermento: Ilyse Krath era in festa, in ogni piccolo villaggio marittimo a nord, nei piccoli paesi a ridosso del monte Faratz, alle pendici del vulcano Mas Terap, nelle cittadelle del sud che producevano circa più dei due terzi dei prodotti agricoli, nelle grandi città metropolitane, che conoscevano le migliori tecnologie e le innovazioni nel campo della medicina, della robotica, dell’informatica.

Sembravano non essere mai abbastanza gli striscioni neri che annunciavano l’apparizione pubblica di Amyas Brayden Damien Eskil Filip in occasione del suo 40° compleanno. Avrebbe indossato una nuova maschera e tutti provavano ad immaginare che forma avrebbe avuto: al villaggio di Ogaither ci si chiedeva se sarebbe stata tanto diversa da quella semplice e nera che indossava durante i discorsi che teneva ogni primo giovedì del mese, quando ringraziava i buoni cittadini e spendeva parole di elogio per i soldati che “estirpavano la cattiva erba.”

Aveva vietato i colori e resi neri i fiori, grigia la pelliccia di certi animali e aveva fatto sparire i cani, perché giudicati troppo festosi per quel regno; li aveva sostituiti con temibili lupi. I colori, però, resistevano coraggiosi. Il cielo della sera era d’un arancione tendente al rosa, la mattina azzurro, la notte blu; le mele erano ancora rosse, gialle o verdi, l’erba color smeraldo e i pulcini dorati. Gjorgji passava ore ad osservarli dalla finestra della camera da letto dei suoi genitori, che dava proprio sul giardino del vecchio Harbor, con le sue galline, i galli, i pulcini e quelle quattro pecore da cui ricavava un aspro latte da vendere a pochi soldi. C’era anche un maiale, una volta, ma di recente lo aveva ucciso per ricavarne un po’ di carne da mangiare.

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Hartwig sospirò appena e guardò le proprie mani.

«Qualcosa non va?» domandò dolcemente Ekkhard.

«Oh, no. No, padre, ve l’assicuro. Stavo solo pensando a Daiva.»

«Sta guarendo» rispose chiudendo il libro che aveva tra le mani. «Ho seguito il tuo consiglio. Mantas mi ha ringraziato con le lacrime agli occhi.»

Il ragazzo accennò un sorriso. «Sono felice che sia andata così.»

«Adesso credo che mi ritirerò, sono molto stanco. Per fortuna, questa sera, abbiamo cenato prima.»

Osservò suo padre sorridere e allontanarsi e poi si accoccolò sui cuscini di quella panca comoda comoda che adorava. “Anche papà sorride e non dovrebbe… forse aveva ragione mamma ad arrabbiarsi. Noi sappiamo controllarci, ma Gjorg… potrebbe scappargli un sorriso in pubblico e per lui sarebbe la fine.» Sospirò e chiuse gli occhi.

Li riaprì soltanto quando qualcuno gli carezzò la guancia. «Gjorgji… cosa c’è?»

«Potresti leggermi qualcosa? Sento i lupi ululare, ho paura… Norbert è arrabbiato e non voglio chiederlo a lui.»

Guardò i suoi occhi, lo stavano supplicando. Annuì e si alzò in piedi prendendogli la mano. «In effetti, ululano molto forte stasera…» Si avvicinò alla finestra che dava sulla strada e scostò appena la tenda. Con gli occhi verdi cercò quelle bestie.

«Hartie, andiamo a cercare il libro da leggere…»

«Sì, un momento, Gjorg. Voglio solo capire che sta succedendo,» strinse appena le labbra. Poi scrollò le spalle. «Io non vedo niente. Andiamo.»

Tenendo stretta la sua mano, dopo avergli lasciato una carezza sul volto, si allontanò da quella finestra, che era alla destra della porta d’ingresso. Guardò suo fratello. «Che libro vorres…» Si interruppe bruscamente, sussultando. Nascose Georgij dietro di sé e si voltò di scatto guardò la porta d’ingresso, che aveva appena sobbalzato. Sentirono i lupi incredibilmente vicini e il bambino cominciò a tremare terrorizzato.

Hart si chinò e lo prese per le spalle. «No, no, va tutto bene, noi siamo qui a casa, siamo al sicuro, Gjorgji, non ci succederà nulla, d’accordo?»

«Hartie, la porta… guarda…»

Si voltò e vide che la porta si muoveva come se qualcosa vi si stesse abbattendo sopra. Anche il rumore era quello: e si accompagnò presto alle urla di un uomo. Gjorg scoppiò a piangere e cominciò a respirare in maniera irregolare.

«Tesoro, stai tranquillo, ora andiamo in camera nostra, va tutto bene, non piangere!» continuava a dire lui per provare a calmarlo.

Ekkhard e Norbert arrivarono trafelati, di corsa, e un momento dopo giunsero anche Gerda ed Antje.

«Che sta succedendo?» domandò il padre.

«Non lo so, poco fa ho guardato fuori, ma non c’era niente.»

«Antje, porta Gjorgji in camera vostra e rimanete lì.»

La ragazza annuì e portò via il fratello. Norbert avanzò subito dopo il padre, lasciando indietro Hartwig e la madre.

«Stai indietro, Norbert» gli disse Ekkhard, ma lui scosse la testa.

«Può essere pericoloso, non voglio lasciarvi solo.»

I lupi erano così vicini che potevano sentirli ringhiare. Rimasero immobili per qualche minuto, fissando la porta. Smise da sola di tremare. Il pavimento però presto cominciò a macchiarsi: dall’esterno, da sotto la porta, filtrava del sangue, brevi fiumiciattoli che li fecero inorridire.

«Di chi…» azzardò Hartwig, ma suo fratello lo zittì portando un dito sulle labbra. Subito dopo i rumori scomparvero, i lupi dovevano essersi allontanati. Ekkhard fece segno di non muoversi e rimasero lì impassibili per quasi mezz’ora. Dopodiché, aprì la porta. Non c’era niente, nessun cadavere, nessun ferito, soltanto del sangue a macchiare l’uscio di casa. Si sporse appena. Nuove urla squarciarono la notte. Erano almeno tre gli uomini che urlavano. Forse con loro c’era anche una donna. Non seppero dirlo, le urla sembravano tutte uguali ed erano atroci.

Hartwig si allontanò e rivolse le spalle alla porta. Aveva la nausea, era diventato pallido, aveva avuto veramente paura. Quello di Ori era stato il primo episodio in cui tutti, nel villaggio, avevano visto quanto potere avessero gli addestratori di lupi su quelle bestie. Era stata la prima volta che i lupi avevano mangiato, divorato qualcuno, qualcuno ancora vivo, sotto gli occhi dei presenti. Da quel momento, tutti ne avevano avuto il terrore. Antje cominciava a sudare freddo e Gjorg a tremare. Ad Hart, invece, veniva la nausea.

Norbert si accorse del suo stato d’animo e gli circondò le spalle con un braccio. «Va tutto bene, noi siamo al sicuro.» Hartwig si strinse a suo fratello come poco prima Gjorg si era stretto a lui. Non si aspettava questo atteggiamento da parte sua. Nor non era sempre stato severo nei suoi confronti, ma da un anno le cose erano cambiate. Era felice di sentire di nuovo il suo affetto e ne approfittò.

Per tutta la notte, sentirono le urla di almeno quattro anime sofferenti. Qualche frase risultò più chiara: “Mia madre è anziana, lasciatela andare!” “Vi supplico, non abbiamo fatto nulla di male!”

Per tranquillizzare Gjorgji, i suoi due fratelli avvicinarono i letti al suo, cosicché si trovasse in mezzo, come d’altronde era sempre, ma ancora più stretto a loro. Il bambino non si addormentò finché Norbert, stanco del suo pianto, si distese sotto le coperte accanto a lui e lo strinse a sé, carezzandogli i capelli. Hartwig continuava a tenere quella piccola mano. Quanto ad Antje, lei chiuse subito gli occhi e fece finta di dormire. Loro, fecero finta di crederle.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Federica Calafiore
Mi chiamo Federica e il mio nome non mi è mai piaciuto, ma me lo tengo stretto. Ho ventitré anni, un paio di lauree, un numero discreto di amici, qualche insuccesso. Scrivo perché sento l'obbligo di raccontare le storie che ho dentro la testa. A due anni e mezzo, mia madre disse che non aveva più storie da raccontarmi, “comincia tu,” disse. E io cominciai, goffamente. Poi, intorno agli undici, iniziai a incidere su carta quei piccoli mondi. Oggi non scrivo più su carta, perché la mia mano non è veloce come la linea dei miei pensieri. Al pc è tutto più celere. I complimenti intellettuali mi fanno arrossire, tutti gli altri no. Sono un'educatrice professionale, mi piace aiutare gli altri. Il mio vorrei: aiutare gli altri tramite le mie storie.
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