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Il sonno dei ricordi

Il sonno dei ricordi
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Consegna prevista Aprile 2022
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Nicklaus è alla ricerca di una persona, una cosa, un motivo o una ragione, qualcosa che sente di aver perduto. Percorre a ritroso le fasi della sua vita, attraverso ricordi, sogni e flashbacks, finché uno non riesce ad insinuare il dubbio in lui. È quello il punto di rottura, lo stimolo che lo porta a viaggiare non più solo nei ricordi, nella sua mente e nella sua anima, probabilmente alla sua ricerca, ma anche fisicamente lontano da casa, dalla famiglia e da tutto ciò che crede reale. La verità, però, si rivelerà tutt’altro rispetto a ciò che Nicklaus si aspetta, catapultandolo ancora una volta in un’esistenza che non sente sua.

Perché ho scritto questo libro?

“Perché nessuno abbia vissuto una storia non significa che non possa raccontarla”. Ho iniziato a scrivere con questo presupposto, forse per me stesso, finché non ho realizzato che la forza con cui il racconto si era radicato in me era troppa da tenerlo per me. Non potevo tenere per me il viaggio che avevo fatto fare ai miei personaggi alla ricerca di sé stessi. Chissà, forse mi hanno aiutato a trovarne qualcuno che avevo perso durante il mio, di viaggio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

È tutta la vita che mi trovo in questa situazione, e comunque non sembro riuscire a venirne a capo. Non credo si chiami fare terra bruciata intorno a sé, quello è molto più definitivo. Ho difficoltà a cercare legami e a mantenere quelli che già ho, o forse è solo paura di una delusione che può seguire o meno una rottura, di qualsiasi genere. A cosa è dovuta? Ah, è inutile, lo so bene. Non voglio ammetterlo a me stesso, questa è la verità. Ho paura di questo a quanto pare. Con quanto entusiasmo parlo delle cose che mi mancano della vita, eppure non riesco a fare nulla per ottenerle. Non voglio? Probabile. Certo, di cosa potrei lamentarmi una volta ottenute? Maschera il fallimento come ostacolo e nessuno potrà andarti contro. Forse sono solo parole. Poche, troppo poche per poter esprimere qualsiasi concetto. Eppure, ogni cosa, ogni mio pensiero è così chiaro. Ce l’ho davanti, “scrivilo”, mi dico, “sai cosa fare, fallo”. Semplicemente non ci riesco, e mi ritrovo così, fermo davanti allo schermo, quasi privato di ogni mia facoltà, un essere che di umano non ha nulla, che forse neanche è. Come sono finito nella trappola che io stesso ho creato? Forse è il caso di ricominciare.

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Come ho fatto a cacciarmi in questa situazione? Lo vedo da me, riesco a capire il perché. Però? Cosa c’è che mi turba? I dubbi, tutti questi dubbi inutili, infondati. Tutte queste paure, basate sul nulla, sul timore di rimanere da solo. È sempre stata quella la paura più grande che sin da ragazzo ho portato con me: la solitudine. Forse il restare da solo. O forse l’angoscia che ne deriva? Magari è solo la nostalgia di qualcosa che non ho mai vissuto. Potrebbe essere? Non ne ho idea. So solo che vorrei avere più risposte e meno domande e dubbi. Mi riempiono la mente, non riesco a pensare. Eppure, eccomi qui, a chiedermi perché mi trovo in questa condizione. Mi ci costringo? Cosa mi limita o divide dal resto? Ah, quanto vorrei che tu fossi qui in questo momento. Vorrei poter ridere e piangere ed emozionarmi ed abbracciarti finché non avrò più forze. Vorrei averti accanto perché è passato così tanto tempo che ormai la vita mi sembra aver perso di significato. Vorrei averti accanto perché il mondo finirà e non avrò la possibilità di diventare vecchio. Vorrei che tu fossi insieme a me quando brucerà e noi saremo su di esso, su questa grande palla di fuoco che fluttua nel vuoto cosmico. Vorrei poter sedere sul limite più estremo del pianeta e poter dire “ecco cosa c’è dopo”, il fatto è che non ci sarà niente. Resteremo noi, perché abbiamo visto la fine di tutto ma sarà un nostro segreto e nessuno lo verrà a sapere. Fino a quel momento, posso solo farti una promessa: ti ritroverò. Mi dispiace, è tutto quello che posso offrire. D’altronde, cosa mi è rimasto? Il rimorso generato dalla consapevolezza che la colpa è mia se tu non sei qua. L’ultima cosa che ci siamo detti sono stati degli arrivederci, sterili, e privi di ogni significato. Da allora neanche riusciamo ad incontrarci per strada. Ogni volta che passo per lo sterrato che porta a casa tua guardo in quella direzione, nella speranza di vedere una sagoma amica. Ma non succede mai.

Hai creduto in me anche quando io non lo facevo. Basterebbe questo per poter osservare il quadro completo. Sei stata l’unica, inoltre, a cui sia mai piaciuto qualcosa di mio: ricordo di averti inviato un mio scritto, niente di incredibile o particolare, o profondo. Era un testo che scrissi in un momento come questo, un file ormai perso da anni, non ricordo cosa fosse. Ma dicesti una cosa che non ho mai scordato perché non ho mai voluto farlo: “è come sentirti parlare”. Mi colpisti più di tutto quello che chiunque altro avesse mai detto su di me o qualcosa che avessi mai fatto.

Sei rimasta l’amica fedele che non meritavo, nonostante io fossi una carogna come poche al mondo. Cosa ti ha ispirato? So con certezza che se non vedi qualcosa, qualsiasi essa sia in una persona tu non la stai a sentire, non le presti attenzione. Per cui, perché io? Che cos’avevo di speciale io rispetto agli altri da avere il privilegio di esserti amico? È una cosa che non ho mai capito. Ero fatto, e probabilmente lo sono ancora, in una maniera che mi rendeva impossibile legarmi a lungo termine a chiunque altro. Con te ci sono riuscito, forse perché tu mi hai accolto nella tua vita più di quanto abbia fatto io con te, anche se non l’ho mai voluto ammettere. Si, dev’essere per questo che lo sto facendo ora.

Ti guardavo negli occhi, e sai cosa vedevo? Bontà, comprensione ed affetto. Devo ammettere che una tale combinazione di sentimenti è rara, anche tra persone che dicono di amarsi. Tu però provavi tutto questo, e io potevo dire che era così, avendoti avuta accanto per anni della mia vita. Molte persone pensavano che fossi innamorata di me. Onestamente, non so se tale sentimento sia mai esistito tra noi due. Non voglio saperlo, potrebbe distruggere tutto ciò in cui credo da anni, tutto ciò che credo –o credo di credere- sia successo tra noi due. In effetti, sono convinto che di tutto quello che abbiamo passato insieme –oltre a risolvere i problemi altrui-, nessuno dei due ha mai manifestato sentimenti che sarebbero stati oltre, e così, come le leggende, l’amicizia tra uomo e donna esisteva senza secondi fini. L’amore non era tra le cose che ci hanno legato. Mai stato. Semplicemente, mi perdevo nei tuoi occhi. Sempre e solo questo, almeno per il tempo che siamo stati vicino l’uno all’altra. È stato bellissimo passare un po’ della mia vita insieme a te, dico davvero.

Una cosa la so di certo: tutto l’affetto, gli abbracci, le parole, i pensieri, i ricordi, le cose che abbiamo fatto o programmato di fare sono rimaste. Per me sono quelle la realtà. Dopotutto, cos’è la realtà? Non è forse vero che le paure esistono proprio per questo? Perché la percezione della realtà è essa stessa la realtà?

Ciò che non ho mai compreso, di cui non parlavamo mai –non so perché- è il fatto che noi, in giornate passate a parlare, non abbiamo mai menzionato un “noi” nel futuro. Pensaci, io non ho mai chiesto a te, né tu hai mai chiesto a me se cinque, dieci, vent’anni dopo un determinato momento nella nostra vita noi due avremmo continuato ad esistere, se saremmo mai stati legati in futuro, in qualunque modo. Avremmo mantenuto i contatti? Ci saremmo invitati l’uno al matrimonio dell’altra? No. Parlavamo del caffè, se il tempo fosse buono, di cosa facevamo coi rispettivi partner, se avremmo mangiato insieme, dei viaggi che programmavamo e che avevamo fatto, delle persone che abbiamo incontrato, di quelle che abbiamo perso e di quelle che avremmo voluto incontrare nella nostra vita. Era tutto bellissimo, lo so, ma c’è sempre mancato qualcosa, da parte mia, che non mi ha fatto dire di no alla vita quando ci ha separati, qualcosa che non mi ha reso forte abbastanza da prendere decisioni cardine per noi due. Se devo essere onesto, non sono in grado di prendere decisioni simili tuttora. E così, ci siamo persi; ognuno per la propria strada, senza apparente motivo, senza un addio. Semplicemente, è successo; ancora oggi mi interrogo sul perché: mi diresti che so il perché, che non voglio ammetterlo a me stesso e che cerco risposte collaterali, creo problemi e castelli in aria che diano una spiegazione –irrazionale- ad un problema più grande, che una risposta già ce l’ha e che devo essere io, da solo, a trovarla. Sì, è quello che mi diresti.

Quello che penso è che mi manchi, molto. Non comprendo come, ma dal nostro addio casuale penso più a te, a noi, di quanto non facessi prima. Forse è quello ad aver fatto sì che tutto ciò succedesse. A me. Tu mi conosci, molto meglio di chiunque altro probabilmente; sai che sono egoista, che metto me prima di tutto e tutti. Per un periodo, però, eravamo noi prima di tutto. Ho incontrato te, per l’ennesima volta nella mia vita, ed abbiamo cominciato da zero, di nuovo. Quella fu la volta buona. Avevo bisogno di qualcuno, una persona che mi fosse utile non solo come spalla su cui piangere ma che riuscisse a scavarmi dentro: quella persona sei stata tu. Sei riuscita a vedere in me meglio di quanto avessi mai fatto io. Sapevi cosa avrei fatto e come avrei reagito a qualcosa prima ancora che accadesse. Diamine, riuscivi addirittura a capire come stessi, se mi fosse successo qualcosa, semplicemente dai messaggi che ci scambiavamo. Come? Non voglio saperlo, vorrei solo sapere perché non posso avere di nuovo una persona come te? Perché non posso avere di nuovo te? Perché mi fermo ogni volta che voglio scriverti un messaggio? Forse è perché so come reagiresti, o come reagirei io. Tu lo sapresti, come reagirei. È che sento di non avere neanche il diritto di entrare di nuovo nella tua vita così, ora che ti va tutto bene. Ma magari sto semplicemente facendo una cosa che io credo giusta, come sempre dopotutto: mi illudo di proteggere le persone da me stesso solo andando via. Forse lo è stato.

Devo seriamente smetterla e pensare a cose più serie. Del tipo “perché penso cose che non ti dirò mai? Che nessuno ascolterà mai?”, che senso ha tutto questo? Oppure, scrivere pagine intere, batterle a tastiera, vedere il senso delle frasi prendere forma nella mia testa e contemporaneamente davanti a me, o prima sullo schermo e poi nella mente. Prima fare e poi realizzare di aver fatto. Tutto questo mi fa stare bene, sento di fare realmente qualcosa della mia vita quando scrivo. Percepisco la liberazione da pensieri e incubi che porto nella mia testa, di un’angoscia che mi carico sulle spalle, come fosse il peso del mondo intero, e riesco a scrollarmela di dosso. Non dico che il pensiero di te sia un peso, anzi, tende a rallegrarmi molte giornate, se la mente rimane fissa sul fatto che ci sei stata e non su quello che non ci sei più. Ecco il perché, ecco il motivo, l’ho trovato: tu mi aiuti. Si lo so, sembra assurdo anche a me, ma pensaci ed ha senso: tu ormai esisti solo nella mia testa, e prima ho detto che solo ciò che è nella nostra mente è reale, quindi sei più reale ora di quanto fossi anni fa.

Ogni cosa può esserlo, ogni ricordo può tornare a vivere: sono sdraiato sul divano nel salotto di casa tua, con le gambe a penzoloni dal bracciolo destro, la testa su due cuscini scomodissimi, che parlo dell’ultima assurdità che mi è successa o che ho pensato, tu sei in poltrona che fai zapping con il telecomando, neanche guardando la televisione. Ti vedo ora, chiaramente: vedo il sorriso che mi manca da morire, lo sguardo che mi scruta dentro, osservandomi mentre ti parlo, le lentiggini che ti incorniciano il viso, i capelli mossi sulle spalle, il maglione che copre le tue curve, rendendoti solo più attraente, dandoti l’aria che desideri. Mi parli. Rispondi a ciò che dico, senza pensarci, perché è così che fai: sei schietta, sincera, vera, non nascondi ciò che pensi.

Per quanto possa parlare ancora al presente, è il passato, e voglio resti tale, senza modifiche che ne possano alterare lo stato di pace e tranquillità che quel ricordo mi trasmette. Sogno ad occhi aperti, da quando è illegale sognare? E se non lo è, perché mi sento sbagliato? Perché percepisco che qualunque cosa faccia sia sbagliata? Anzi, perché credo che nulla, a parte i ricordi, il rimorso, i sensi di colpa e lo scrivere di tutto questo sia tutto ciò che ho davvero? Perché penso che nulla intorno a me, ma che solo la mia realtà, quella che mi creo giorno dopo giorno nella mia mente, sia reale? Forse sono sbagliato io a guardarmi così tanto e così a fondo dentro. È da quando avevo quattordici anni che scrivo ciò che penso, paragonando me stesso agli altri, ad altre realtà, diverse dalle mie per esperienze e conoscenze. È questo che forse sono: una persona buona, troppo per il mondo in cui vive, che trova pace solo nella sua realtà. Penso di non essere normale. O meglio, sono normale, solo più degli altri. È quello che sono o che sogno di voler essere? Mi rende maturo avere la presunzione di credere di esserlo, o accentua il bambino dentro di me? Per tutta la mia vita ho messo al primo posto il gioco, il piacere prima del dovere. Non so cosa mi abbia reso tale. Sono egoista, un buono a nulla se vogliamo, che scrivo e mi lamento di quanto la mia vita sia così per colpa mia, del fatto che non sono in grado di operare una netta distinzione tra ciò che è utile e ciò che non lo è, tra il giusto e l’errore. E perché lo scrivo proprio a te, che mai leggerai tutto questo? Non so. È che vorrei ancora averti con me, poterti dire cosa non va nella mia vita. Ma non posso. Non posso. Vorrei tornare non solo con la mente, ma anche col corpo da te, poterti abbracciare e piangerti nei capelli. Posso immaginare di farlo, saltare giù dal divano ed abbracciarti, ma come può essere la stessa cosa? Non può succedere che io venga da te, che ti racconti tutto, che tu racconti tutto a me, che ci piangiamo reciprocamente sulle spalle, che siamo di nuovo quello che eravamo. L’ho sempre saputo. Vorrei aver fatto di più per non perderti. Sei speciale e continui ad esserlo dopo tutto quello che è successo che ci ha distrutti. Voglio svegliarmi da questo incubo che va avanti da troppo tempo, poterti guardare negli occhi, un’ultima volta. Ma non lo farò: perderei anche il ricordo che mi è rimasto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Nicola Guarino
Nato a Napoli, vivo in provincia da tutta la vita. Sin da bambino sono stato appassionato di lettura, una passione che si è materializzata su carta ad appena quattordici anni e che da allora non mi ha mai abbandonato. Mi sono sempre sentito estraneo rispetto al mondo in cui sono stato calato e scrivere mi sta aiutando a compensare questa sensazione, facendomi mantenere il distacco e avvicinandomi alla realtà allo stesso tempo. Scrivere mi ha aiutato: ci ho trovato me stesso e forse qualcosa in più.
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