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Marial è una ragazza solitaria, con un lavoro precario e una casa troppo grande. Dopo la morte della madre alcolista, la ragazza smette di credere in se stessa e nei propri sogni per potersi dedicare alla mera sopravvivenza, non riuscendo però a smettere di pensare a ciò che l’attanaglia: perché la madre si è lasciata morire? Nascondeva qualcosa? La paura di Marial nei confronti della sua nuova vita, solitaria e silenziosa, nasce dall’impronta che l’immagine del corpo inerme della madre ha lasciato nella sua mente. La guardava mentre dormiva, e poi lei è morta. Il sonno, quel qualcosa di inspiegabile, è il più grande incubo di Marial. Perché non riesce a superare la sua paura? A cosa si riferisce quel timore? Il sonno della madre, quel silenzio della vita, è solo l’inizio di un incubo che durerà anche fuori dal letto in cui Marial cerca di dormire. Tra una storia d’amore omosessuale, i sogni e le aspirazioni e i suoi incubi, Marial capisce le regole del gioco. Ma è troppo tardi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo romanzo a sedici anni. Ero una ragazzina insonne e volevo scrivere un racconto da far leggere a dei miei amici. In meno di un mese mi sono ritrovata con un romanzo tra le mani, troppi fogli e tante responsabilità. L’ho messo nel cassetto. Solo due anni dopo ho capito che avevo scritto Sonno per un motivo reale: per capirmi. L’adolescenza gioca brutti scherzi: io ho cercato di deviare la mia strada e di non lasciarmi abbattere. Ho scritto Sonno per risvegliarmi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sua madre morì senza salutarla, addormentandosi sul divano del salotto, col vetro duro e velato di verde d’una bottiglia vuota di Chianti, l’ennesima, tra le dita fredde e dure. Da quel giorno, Marial smise di credere alle promesse della vita, e cominciò a covare un interesse ed un timore ambiguo verso il sonno che s’era portato via sua madre, Ileney. Marial era abbastanza matura da capire che la causa della dipartita della donna non fosse stata la sua voglia di dormire un’ora di più, ma qualcosa di più intimo, radicato nell’animo e nel fegato della donna. Questa convinzione, però, non le addolcì il lutto.

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La ragazza aveva da poco iniziato a lavorare al suo sogno d’essere una scrittrice: aveva pubblicato il suo primo romanzo non di genere, ispirato alle grandi letture della sua vita. Ileney ne era fiera, ma sebbene amasse la figlia e la sua passione, non ebbe la forza di posare il bicchiere quando Marial le disse d’aver firmato il contratto editoriale in città, e che avrebbe passato alcuni mesi tra la gente dell’editoria e i suoi lettori. La donna aveva annuito ad ogni parola della ragazza. Quest’ultima s’era sentita una sciocca per aver parlato con tanta gioia alla madre che non si era neanche degnata d’ascoltarla. Quando, dopo pochi giorni dalla bella notizia di Marial, Ileney morì nel silenzio del suo dolore, la figlia cominciò a covare un ambiguo senso di colpa che le stringeva lo stomaco e le divorava le parole in gola. Era come se i suoi sogni avessero soffocato la vita della povera madre.
Fu in una sera d’estate che Marial si rese conto non solo d’avere ancora del dolore in petto da sopportare, ma soprattutto di avere delle questioni in sospeso, da rivalutare, ben più frustranti, che le avrebbero reso la vita insopportabile.
Quel giorno, passò tutto il pomeriggio sdraiata sul letto, con gli occhi sul soffitto in ombra ch’era diviso a metà dal sole calante, che penetrava dalle finestre semichiuse del suo appartamento. All’orario stabilito, si vestì e uscì di casa.
Il portone sbattè forte sul telaio del portico con un grande tonfo, prolungando il suo eco per qualche secondo nella stradina umida. Marial non si premurò neanche di chiudere la grande porta di legno massicio con la chiave apposita pensando che sarebbe tornata a casa di lì a poco. Camminò per la via ripensando alle parole del suo amico Bernard: l’uomo l’aveva invitata a bere una birra con vecchi amici, e Marial non se lo era fatto ripetere due volte. L’invito le aveva fatto molto piacere. Le piaceva passare del tempo con lui: era uno dei suoi pochi amici, e l’unico – con William – che le era stato accanto dopo la morte di sua madre. Marial camminava con le mani sprofondate nelle tasche della giacca di lana che la riparava dal freddo vento della stagione. Il locale che l’amico aveva scelto per l’occasione era piuttosto vicino all’appartamento della ragazza, in periferia.
Ella si fermò davanti ad una porta ampia in vetro opaco ricoperta per lo più da volantini di altri locali e pubblicità varie. Con una spinta decisa, un movimento abitudinario, Marial aprì la porta del locale e vi entrò salutando il barista e qualche vecchio che era intento a guardare una corsa di cavalli in tv. Voltandosi verso il bancone, il sorriso di Bernard la colse di sorpresa, obbligando involontariamente le sue labbra sottili e scarlatte a piegarsi in un sorriso tale e quale a quello dell’amico. S’avvicinò all’uomo salutandolo con un abbraccio rozzo e disarmonico. Bernard era visibilmente più basso di Marial sebbene avesse una decina d’anni più di lei. Ma Marial lo diceva sempre: non è l’altezza che fa l’età di una persona. Una leggera barba mal rasata di qualche giorno incornicava il mento dell’uomo che non smetteva di sorridere, i suoi occhi opachi brillavano, virando dall’azzurro cupo al verde prato. La ragazza lo guardò con estrema curiosità, mentre nella sua mente una sfilza di domande prendevano il sopravvento: “Che lavoro fai, sempre lo stesso?” pensò di chiedere all’amico durante la conversazione; “Come ti va in famiglia?” pensò ancora, senza smettere di sorridere e alimentare il silenzio che tra loro s’era creato. Marial e Bernard non si vedevano da un po’ di tempo. La ragazza era stata occupata con delle recensioni per delle riviste e aveva cambiato lavori e abitudini, passando da una pizzeria in periferia a un baretto del centro, dietro alla sede comunale di Bellaterra. Bernard, poi, ne aveva passate delle belle: la moglie da cui si era appena separato gli aveva tolto l’affidamento della figlia, Beatrice, e durante un suo sbalzo d’umore glielo aveva concesso nuovamente: il tutto complicò il rapporto dell’uomo con la bimba che non riusciva a capire il motivo per il quale la madre voleva allontanarla dal papà a cui voleva un gran bene. Ma di questo, Bernard non ne parlò mai con Marial, né con altri suoi amici. La storia della sua vita coniugale regalava sorrisi, e proprio per questo motivo aveva deciso di non discuterne in paese. L’ex moglie, però, non risparmiava le battute di cattivo gusto sul suo conto, mentre aspettava il turno dall’estetista.
Bernard dunque decise di rompere il ghiaccio approfittando dell’arrivo di un suo amico, Michel, un compagno di bevute. Marial e il misterioso uomo dai capelli corvini furono presentati con una manciata di parole di circostanza. Michel era alto come la ragazza, il che la consolò nella sua altezza oltre la media. Notando l’altezza del ragazzo, Marial cominciò a chiedersi per l’ennesima volta quale fosse il motivo della sua ossessione per la statura delle persone che provava a frequentare. Si costrinse mentalmente, in silenzio, a valutare i presenti in base alle loro parole, cercando di non pensare alla loro altezza.
Cercò di disfarsi dei suoi pensieri scuotendo il capo, sebbene fosse ben certa che quando sarebbe rimasta sola, nel suo modesto appartamento, l’avrebbero assalita e obbligata a dare un senso ad ogni sillaba del suo pronunciato pensiero.
-Will non c’è?- chiese Marial istintivamente, con la voce acuta e le labbra scattanti. Si guardò intorno, in cerca dell’amico assente: lui sì, era molto alto; segretamente Marial ne elogiava la statura. William, detto Will dagli amici e Guglielmo sulla carta, era un ragazzo di poco più grande di Marial, nascosto dietro ad un ciuffo biondo scuro che gli ricadeva sugli occhi color nocciola, amante della letteratura italiana e appassionato di storia francese. Era un lontano cugino di Bernard, poiché avevano in comune un nonno inglese. Il peso che Marial dava alla sua presenza lasciava sempre
tutti i loro amici senza parole, tanto che il più delle volte si sentiva mormorare tra le strade di Bellaterra che i due fossero amanti. Ma Marial si lasciava scivolare le voci addosso.
-No, ha detto che aveva da fare.- rispose Bernard.
Quest’ultimo controllò il cellulare e sbuffò scurendosi in volto. Michel si voltò a guardarlo e gli chiese il motivo di quella sua aria corrucciata.
-Gianni e Luca sono ad una partita di basket. E Claudio è irraggiungibile da ore.- disse l’uomo alzando gli occhi al cielo. Marial annuì stringendosi nella sua giacca: non conosceva nessuno degli uomini citati da Bernard, e sapeva bene il perché. La sua vita sociale era per lo più inesistente, o per usare parole sue, era scarna. Lo stesso Bernard l’aveva sempre derisa definendola un’asociale cronica. Quelle poche volte che le faceva visita a casa, Bernard camminava per il piccolo salotto come se fosse la sua arena e sfogliava i libri che Marial lasciava in giro per la stanza. Rideva tra sé leggendone i titoli o qualche riga, e quando giungeva a leggerne un’intera pagina si ritraeva dicendo all’amica di uscire di più per evitare di essere risucchiata dentro ad una di quelle strambe storie. Ma lei gli rispondeva che non le sarebbe cambiata la vita uscendo di casa; leggere quei libri, però, l’aiutava ad arrotondare lo stipendio di un lavoro precario, occasionale.
-Claudio è irraggiungibile perché è con Milena.- rise Michel contagiando anche l’amico.
Marial non aveva capito nessuna delle loro allusioni perché non conosceva nessun loro amico. Bernard si accorse del disagio dipinto sul volto dell’amica e smise di ridere.
-Andiamo al tavolo, su!- disse facendo segno a Marial di seguirlo -Jonathan, tre birre medie.- urlò al ragazzo che stava dietro al bancone. Quest’ultimo sorrise timido e corse a procurarsi dei grandi bicchieri di vetro. Marial e Michel seguirono l’amico fino ad un tavolo isolato circondato da divanetti di velluto. Là, una ragazza dai capelli biondi portava le mani bianche intrecciate in un puzzle di dita sottili, appoggiandosi al tavolo di legno scuro. Sorrise ai compagni che le si stavano avvicinando.
-Ciao Clà!- la salutò Michel. Clara era una ragazza del giro, una delle poche, ed era talmente bella da far avvampare i presenti.
Bernard la salutò con un sonoro bacio sulla fronte e si sedette al tavolo, seguito dagli amici. Marial si sedette accanto alla ragazza e la baciò su una guancia, salutandola. Quest’ultima cominciò ad affaticare il respiro per quanto il cuore le stesse pulsando forte in petto per l’emozione. Era risaputo in paese che Marial e Clara avevano iniziato a frequentarsi, ma date le voci, gli appuntamenti si stavano facendo sempre più radi. Marial, però, rimaneva dell’idea che chiunque fosse libero di innamorarsi e di fare l’amore con chi volesse, senza però ostentare la propria preferenza in pubblico in modo esagerato. La bionda guardò Marial e sorrise di un intimo pensiero, senza parlarle.
I compagni della serata iniziarono a parlare del più e del meno. Per includere anche Marial nella conversazione, Bernard troncò il discorso sulla probabile tresca di Claudio e Milena – da cui Clara era rimasta molto colpita e aveva sospirato portadosi
una mano al petto – e prese a parlare del lavoro. Marial si sentì profondamente grata, e riprese tra i suoi pensieri le bozze di conversazione che aveva appuntato per l’occasione.
-Vedi, in miniera non è un granchè. Ci sono nuovi macchinari, sì, ma ci facciamo il culo lo stesso noi che ci lavoriamo!- disse Bernard agitandosi sul divanetto, mentre il cameriere appoggiava impacciato i grandi bicchieri ripieni di un liquido color oro sul tavolo. Michel osservò i bicchieri e con un esercizio banale di logica dedusse che il tavolo doveva essere in pendenza. Il discorso passò dal lavoro duro delle miniere ai modi sofisticati di Michel. La bionda ascoltava in silenzio, imitata da Marial.
-Chissenefrega se è in pendenza!- urlò paonazzo Bernard, alzando il bicchiere sul capo per brindare con gli amici -Il bicchiere va tenuto in mano, e la birra va bevuta: non facciamoci problemi per un tavolo che pende.- concluse l’uomo sorridendo agli amici. Nessuno s’interessò più della pendenza del tavolo, né delle scomodità di quei divanetti su cui si erano seduti. La conversazione proseguì animata da vari argomenti.
Michel, che amava vantarsi d’essere il più abile psicologo del comune di Bellaterra, raccontò dei suoi recenti studi sul sonno e sui sogni in ambito psicologico, ammiccando a Marial e dicendole che presto le avrebbe chiesto un parere sul suo nuovo saggio sulla Mente. L’uomo prese a raccontare un sogno di un suo paziente: -Mi ha detto che non sognava da mesi, e poi all’improvviso, sbam! Ha sognato di vivere in montagna, tra vacche e cani, pieno di gioia ma senza la capacità di sorridere.- disse.
-Un sogno angosciante, immagino.- disse Marial sospirando. Di angosciante, Marial ci vide la sua vita riflessa. Una colica inaspettata, un dolore proprio alla bocca dello stomaco e un’ambiguo senso di nausea si impossessarono del suo corpo, e lei sapeva il perché. Cominciò ad arretrare mentalmente da quella scena della sua vita. “No, non voglio sentire altro” diceva dentro di sé, ma nessuno poteva sentire quella sua angoscia, per cui il discorso prese una piega più personale sotto l’interesse dei presenti.
-Allucinante. Chissà cosa significa.- fece Clara.
Michel fece per aprir bocca, ma il minatore lo interruppe.
-Ma è normale. Anche io dormo tutte le notti ma mica faccio sempre dei bei sogni.- disse Bernard ingoiando tutta la birra che era rimasta nel suo bicchiere. Fece cenno al cameriere, il quale si affrettò a portargliene dell’altra.
-È il mio lavoro, caro.- rispose Michel bevendo un sorso della sua birra appoggiando appena le labbra sottili al bicchiere. -Credimi, quel sogno ha un’interpretazione davvero angosciante.-
-Tutti i sogni sono angoscianti.- fece Marial con aria cupa. Quelle parole le erano nate dal nodo che le soffocava la gola, nette e limpide, ma cariche di odio e di timore.
-Non tutti i sogni, Marial. Il fatto che quel mio paziente non riuscisse a sorridere… Ah, avete presente quando avete male al viso per quanto state ridendo? Ecco, l’opposto!- disse Michel. Clara e Marial annuirono e approvarono la sua descrizione. Solamente Bernard non riuscì a capire per intero il concetto dell’amico. Ma lasciò correre, non se ne interessò più di tanto: era ormai ubriaco.
-Beh, a me pare di aver sempre sognato. Forse qualche volta non è successo, ma non
ne ho ricordo.- disse allora Marial, deglutendo il nodo che le stringeva la gola con della birra fresca. Il minatore alzò lo sguardo sull’amica. S’era come risvegliato dal primo torpore dell’ubriachezza, ed era pronto a riprendere la conversazione.
-Io invece sì, ho sognato e alcune volte non l’ho fatto, come tutti del resto. Certe volte ci penso, e come uno scemo passo il tempo a dare un senso a queste cose.- disse Bernard con la voce impastata di chi ha appena terminato mezzo litro di birra -Penso che alla fine il sogno in sé è un modo di morire, è come una prova generale, sapete, come si fa in teatro. Si va nell’altro mondo e si ritorna: tutto in un notte.-
I presenti si voltarono a guardare Bernard. C’era, nelle sue parole, un’aura di pessimismo puro e lecito che li rendeva inquieti, ognuno per un motivo diverso.
-E forse c’è chi va nell’altro mondo ma non riesce a tornare indietro.- borbottò Clara dal suo angolo. Marial impallidiva sempre di più.
-Interessante visione, ma è troppo pessimistica.- fece Michel finendo il suo primo boccale di birra, esausto -Mi hai ricordato, forse, un certo passo di Leonardo Da Vinci… Come faceva?-
Marial continuava ad agitarsi sulla panca, in silenzio, senza riuscire a cambiare la direzione dei suoi pensieri; il suo cuore rimbombava nel petto caldo, e ripeteva con lo stesso ritmo, la stessa voce, i ricordi: ripeteva “Ileney”.
-Da Vinci scriveva? Non era un artista, un inventore, forse?- chiese Clara agitando le mani davanti a sé, nervosa. Quando si accorgeva di non sapere qualcosa, di essere culturalmente più indietro di qualcuno, s’innervosiva e cominciava ad ansimare.
Marial guardava Bernard che, ubriaco, sorrideva col viso paonazzo e diceva cose a caso. Chiese un’altra birra.
-No, basta birra.- fece allora la bionda, impedendo al cameriere di dare da bere all’amico -Dimmi di più su questa tua visione del sonno.-
Marial e Clara si scambiarono un cenno d’intesa. Il discorso si faceva più profondo, tanto da spaventare seriamente Marial. Certi lati di sé preferiva relegarli al suo sfogo creativo, la scrittura, il flusso di coscienza. Il suo silenzio. Marial era fatta per parlare di sé al silenzio, non alle persone.
Bernard si sentì lusingato per l’interessamento dell’amica, ma era troppo stanco e pieno d’alcol per parlare ancora. Ruttò spavaldo e compiaciuto e sorrise agli amici, in silenzio.
-Non serve a nulla, Marial.- le disse Michel -Bernard è andato, guardalo! Lo porto a casa io che abito vicino a lui.-
-Grazie, va bene.- disse la ragazza allora, che dentro di sé sentiva il bisogno di continuare la conversazione con Bernard, combattendo contro quel suo senso di inadeguatezza, di disagio e nausea che la riempiva d’odio verso di sé. In ogni caso, il minatore ubriaco non era disposto a continuare a fare conversazione. Inoltre la ragazza era curiosa di sapere l’opinione a riguardo della bionda che, silenziosa, aveva avuto i suoi stessi pensieri: era sicura di averli visti galleggiare negli occhi di lei.
Provò a svegliarlo dal suo torpore, ma l’uomo non riuscì a dire nulla di sensato. L’unica cosa che potè fare Marial fu quella di evitare lo sguardo beato dell’ubriaco e alzarsi dal suo posto per tornare a casa. Si sistemò la borsa in spalla e tornò al bancone all’entrata.
Bernard si accasciò su una sedia dell’ingresso mentre Michel pagava il tutto, sorridendo a Marial con l’espressione d’un padre stampata in viso.
-Offro io, questa volta.- disse l’uomo, e la ragazza ammiccò ringraziandolo.
-Vorrà dire che ci saranno altre volte.- fece Marial, uscendo dal locale, dicendosi però che non ci sarebbero state altre occasioni per incontrare quell’uomo tanto bizzarro che aveva alimentato la fiamma del suo timore personale. Avrebbe voluto stimare gli psicologi, ma non ne aveva mai ricevuto un esempio da elogiare, né l’avevano mai veramente aiutata a capire il suo dolore per la perdita della madre.
Mentre Michel cercava di portare il peso di Bernard sulle spalle, quest’ultimo sospirò. Marial si voltò a salutarlo per poi prendere la via di casa, ma Bernard non le permise di aprire bocca.
-Vai a dormire, poi mi dici se non ti sembra di morire.- sussurrò l’ubriaco, tirando grandi manate sulla schiena di Michel. Quest’ultimo ormai rassegnato sbuffò e lanciò uno sguardo alle ragazze, sussurrando a denti stretti: -Non ascoltatelo.-
Ma Marial non ne poté farne a meno: altri pensieri le affollarono la testa, appesantendo così i suoi lunghi e strascicati passi sulla fredda via di casa. Era come se qualcosa di nascosto, di pressante, fosse uscito allo scoperto dopo tanto tempo, senza avvisare che sarebbe cambiata ogni cosa, per Marial, da quella sera.

La porta blindata si chiuse sul suo stesso peso metallico dietro alle spalle della ragazza. Ella si tolse la giacca di lana, fece due passi per l’appartamento per accertarsi che tutto fosse al suo posto – come se fosse un tic, la sua ossessione per la perfezione – e, stanca, si lasciò cadere sul divano di pelle. La stanza era molto grande e areata, due grandi finestre che davano sulla stradina umida erano chiuse da tapparelle serrate per metà mentre i vetri era stati lasciati aperti per cambiare l’aria dopo che Marial aveva fatto esperimenti con le cipolle e la frittura.
Nel silenzio del suo appartamento la ragazza percepiva il peso dei nuovi pensieri che le erano sorti fra gli altri procurandole un forte mal di testa. Il fatto che in casa non ci fosse nulla fuori posto la obbligò a cercare un motivo per disperarsi. “Sto impazzendo a forza di voler trovare il pelo nell’uovo” si diceva, e pur essendone consapevole, il suo desiderio e la sua ossessione venivano alimentati da una forza oscura. All’improvviso la sua vita iniziò a rallentare, e Marial credette di doversi appropriare del peso del mondo. “Non ci ho più pensato, ma…”, rifletteva tra sé, sistemandosi sul divano, “ma Bernard ha ragione: il sonno cos’è? Se ci penso, è simile alla morte, o come dice lui, una prova generale sul palco della vita…”
Marial non si dette per vinta: si sdraiò sul divano e puntò gli occhi bui sul soffitto; l’unica luce che c’era nella stanza era la soffusa area illuminata da una lampada da tavolo. I suoi occhi cominciarono ad appesantirsi sotto il peso del sonno, ma il suo sguardo restò dritto e irremovibile sul soffitto, mentre nella sua mente grandi quantità di parole e di concetti si riunivano per dare corpo ad una tesi che fosse il più possibile rassicurante e vittimistica allo stesso tempo. L’incoerenza umana, che vizio.
Ascoltò l’indomabile ticchettio del tempo che scandiva i suoi pensieri, ricordando di
averlo allacciato al polso come solo in alcune giornate, per cui se lo portò al viso per controllare l’orario: erano le otto di sera. Marial l’aveva immaginato, ma leggere il movimento del tempo sul piccolo quadrante che aveva al polso la sorprese all’istante. Era così gratificante, per lei, vedere il concreto spostarsi del tempo, ma ancor di più la frustrava il fatto d’esserne quasi ossessionata, vittima del tempo e dello spazio, entrambi fusi nel silenzio assordante del suo appartamento. Nella solitudine che la rendeva schiava di sé, la ragazza diede un colpo di tosse, si sedette lentamente e digitò un numero sul suo cellulare. Si portò all’orecchio l’apparecchio, in qualche secondo un suono ritmato e fisso prese a colorare il silenzio che cominciava a spaventarla.
-Ciao, Marial.- salutò William, dall’altro capo del telefono.
-Come stai?- fece Marial -Io non lo so.- disse passandosi una grande mano sul viso stravolto -Sono giorni pesanti.-
-Capisco.-
-Ho un nuovo pensiero e…-
-Ma non mi dire!- disse William interrompendo la fatica di Marial che non riusciva a descrivere il suono del suo dolore.
La ragazza si sentì al centro dell’attenzione, lusingata delle parole dell’amico, ma subito dopo capì che l’attenzione di William era rivolta altrove. Ci fu una pausa; Marial volle approfondire il discorso sulle cause dei suoi dolori.
-Bern mi ha detto che secondo lui il sonno è una morte apparente, una prova della morte. Come se la vita fosse una lunga serie di prove teatrali prima del debutto.- spiegò lei. Dall’altro capo del telefono, William sussultò.
-Ma va! Bern non è mica un filosofo.- disse il ragazzo.
-No, è un minatore ubriaco.-
-Bella osservazione per un minatore, però.- rise William.
-Non ridere: questa cosa non mi dà pace.- disse Marial con tono d’attrice drammatica, scherzando col suo dolore.
-E perché hai pensato che potrebbe essere un problema? Cioè, sei solo fissata. Dovresti vivere senza pensare, per una volta.-
-Lo sai, di Ileney, e sai anche perché ora questo pensiero non mi dà pace.- fece lei -È come se ogni persona intorno a me cercasse di ricordarmi che mia madre è morta.-
-Tutti dormono, Mar.- disse William -Dovresti calmarti.-
-Sì, mi calmerò.- sospirò la ragazza, volgendo lo sguardo al barattolo di pastiglie che giaceva sul piccolo tavolo davanti alle mensole del salotto.
-Non capisco, però.- fece il ragazzo -Quello ormai dovresti averlo già superato, o almeno, ti saresti dovuta calmare a questo punto della tua vita.-
-A questo punto della mia vita, appunto. A che punto sono? Potrei morire domani, o stanotte.-
-Non dire scemenze. Sei in salute, sei solare quando vuoi. E sei un’artista, o sbaglio? Chi vive d’arte non muore mai.-
-Sei tu l’artista, sei tu quello fantasioso!- disse Marial alterandosi. Era certa che il ragazzo avesse una risposta o un’idea, ma pian piano cominciò a perdere la speranza. Sebbene, però, la loro coversazione virasse sempre sul discorso artistico e sul perché
Marial avesse smesso di scrivere, la ragazza era sempre molto divertita dal dialogo con l’amico.
-Sai,- sbuffò lei, stanca di rifletterci -molte volte credo di non avere quella cosa che tanto mi servirebbe per vincere sulla mia paura.-
-Devo ricordartelo io che sei fantastica? Pensi che se non avessi avuto la stoffa, saresti stata capace di scrivere il tuo romanzo?- fece William. Ci fu un attimo di silenzio.
-Ne ho scritto uno, ma non sono più capace. E poi quello ormai è il passato, non è neanche interessante.-
-Io credo di sì.- disse William. Marial sbuffò nuovamente, poi ci pensò e decise di cambiare discorso perché la direzione che la telefonata stava prendendo non le piaceva più di tanto. Si focalizzò sul suo problema principale. Gli occhi ansiosi continuavano a ricorrerle al barattolo di pastiglie.
-Hai un’idea, quindi?- chiese infine Marial. Era esasperata. William rispose che non aveva nessuna idea perché al momento il suo cervello era fisso su un’unica occupazione che era, appunto, il suo nuovo romanzo a cui lavorava da mesi.
-Non so cosa fare, Will.- sospirò la ragazza.
-Scrivi cosa pensi, almeno così avrai sotto controllo tutto il trambusto che abita il tuo cervello.-
-Ah, sì. Come quando andavo a scuola. Ricordi, quindi? Quando ci sedevamo a tavolino e scrivevamo pagine e pagine con ogni cosa ci venisse in mente, per svuotare il cervello e per studiare, sì!- disse entusiasta Marial, sorridendo tra sè -Quanto tempo, quanto tempo…- sorrise ricordando i vecchi tempi.
-Non lo fai da quando…-
-Sì.- s’apprestò a rispondere Marial, intuendo a cosa l’amico stesse alludendo. Quando nel discorso si iniziava a parlare della morte di sua madre, Marial tendeva a sviare l’attenzione del suo interlocutore. Il solo pensiero del viso cereo e abbandonato dalla vita di Ileney le faceva troppo male per dire una parola di più.
-Ecco perché hai la mente affollata e soffri di emicrania.- rise lui- Non ti liberi mai dei pensieri superflui. Dovresti iniziare a filtrare.-
-Lo farò, ti ringrazio. Almeno ora so come tenermi occupata.- disse Marial.
Dopodiché William le disse che credeva di dover chiudere la loro chiamata perché temeva di perdere la scintilla che lo animava e che gli avrebbe permesso di scrivere di getto tutto ciò che credeva opportuno dire per tessere la tela ultraterrena del racconto. Marial lo ringraziò, e la voce dell’amico scomparve dal microfono del cellulare della ragazza. Ella ripiombò nel silenzio della sua modesta casa semibuia. Guardare il soffitto bianco non le bastava più; i pensieri erano troppi, ormai, e s’affollavano gli uni sugli altri come animali da macello pronti a contendersi l’onore di essere uccisi per primi.
Al momento, però, Marial era troppo stanca e rilassata dopo la birra bevuta di getto, che decise di dormire direttamente sul divano, dicendosi così che alle conseguenze dei suoi pensieri ci avrebbe pensato quando si sarebbe svegliata. Si stese sul divano e si coprì con un telo di cotone, anche se aveva caldo (era una delle sue manie: doveva dormire coperta anche in piena estate). Gli occhi le corsero veloci sulla superficie del
barattolo di pastiglie. Si alzò dal divano controvoglia e prese il barattolo tra le mani, lo aprì e ne fece uscire due pastiglie di color blu spento, quasi grigio. Le guardò per un attimo infinito: con tutta se stessa voleva dormire, voleva concedersi alla morte apparente del corpo, benché temesse che quelle pastiglie la tradissero, morta, sola. Le ingoiò di getto, a gola secca, e tornò a sdraiarsi sul divano con la coscienza pesante ed il cuore leggero. Se fosse dovuta morire sotto l’effetto di quei suoi sonniferi dall’aspetto eccitante, lo avrebbe accettato: alla fine era stata lei stessa a contraddire la sua paura, e ad indursi al sonno. Poco dopo, infatti, Morfeo le sigillò le palpebre in men che non si dica, e la sua mente smise di ronzare e dolerle. Marial cadde in un sonno profondo, buio e senza sogni.
Aprì gli occhi quando la stanza era già inondata dalla luce del nuovo giorno che traspariva dalle fessure delle tepparelle. Il viso sudato era come spiaccicato contro la finta pelle del divano che in quella giornata estiva appena nata l’aveva già relegata a sé, e quando la ragazza si alzò seduta sul divano, esso fece un rumore come di un cerotto strappato in modo lento e dolce. La sua faccia cerotto era rossa di fresco torpore del mattino e le tempie le si erano schiarite come il dolore che la sera prima aveva provato. Come ogni mattina della sua vita da poco più di sei mesi, il suo risveglio venne pizzicato dal ricordo della sua amata madre ch’era mancata nel sonno e non si era mai più svegliata. Marial, svegliandosi ogni mattino, sentiva dentro di sé il senso di ottusa colpa per l’assenza della madre. Da quando Ileney era mancata, una parte di Marial aveva cessato di vivere ed un’altra ancora aveva preso il sopravvento. Oltre alle manìe assurde e al perfezionismo, la ragazza alimentò un certo interesse per i sogni che le affollavano la mente di notte, perciò i più assurdi e divertenti li teneva raccolti in un taccuino dai fogli a righe che non mancava mai di mettere in borsa.
Nel suo silenzioso appartamento, Marial si passò le mani sul viso per rendersi conto d’essere sveglia, un po’ come un cagnolino che si stropiccia il muso sul nascere del sole oltre l’orizzonte del suo giardino. Il suo primo pensiero fu: “Non ho sognato nulla.” La disperazione che il suo animo umanizzava durante tutte le sue giornate prese a crescerle in petto dando così un ritmo di galoppo al suo cuore riposato ma stanco della vita. L’antico terrore verso il sonno tornò a tormentarla. Marial sapeva che era troppo presto per farsi prendere dalla disperazione, che non aveva ancora fatto colazione: “Dopo colazione avrò tempo di farmi tornare l’emicrania” pensò tra sé. Avrebbe voluto avere qualcuno con sé, in quel discreto appartemento che dava sull’umidità di quel paese pieno di cuori pesanti. Ogni mattino, fresca di una dolce dormita dopo una sbronza o una scorpacciata di libri di Zygmunt Bauman, sentiva il bisogno umano della compagnia domestica. Per una ragazza della sua età – galoppava verso la ventina – non era preclusa la solitudine eterna ma non era neanche vietata la beata solitudine di chi amava vivere di sé. Marial navigava in acque inquiete ogni giorno della sua vita: sentiva sempre il bisogno di parlare con qualcuno, di esporre i suoi pensieri e le sue paure, ma quando si trovava con amici – le poche volte che Bernard si ricordava della sua esistenza – non riusciva a spiccicare parola. Il cuore le diventava pesante come un masso, e senza dire una parola se ne tornava a casa, sola,
dopo aver ascoltato i lunghi discorsi degli amici. E per tenersi compagnia la ragazza rifletteva talvolta sulle parole dei coetanei e dei amici occasionali: parlavano di lavoro, di come è difficile vivere da soli alla loro tenera età – se i vent’anni fossero stati considerati ancora tenera età, lei non se lo poteva spiegare – e talvolta chiedevano a Marial del suo lavoro.
-Io leggo e dico la mia.- diceva per l’ennesima volta allo stesso uomo che gli aveva chiesto che lavoro facesse almeno dieci volte. I suoi amici, poi, tornavano a ridere tra loro e talvolta Marial annuiva cercando d’essere partecipe. Ma quando tornava a casa senza la compagnia tanto agognata, nel suo silenzioso castello di vetro, piombava nella solitaria abitudine della riflessione. Aveva tanto bene imparato a riflettere in profondità che quasi credeva di conoscersi per intero, ma qualche volta le capitava di ricordare d’essere umana e perdeva la speranza nella compagnia di se stessa, capendo così che la solitudine non si cura con la compagnia della propria coscienza. È un intimo bisogno umano: socializzare è importante quanto ricordarsi di nutrire il proprio corpo per non cadere morti sull’asfalto, fra tanti sguardi che non vedono e continuano a camminare lungo la propria via.
Marial dunque era in preda alla nascita della disperazione quotidiana: si alzò di fretta dal divano scaldato dai nuovi raggi di sole e si diresse in cucina per mangiare qualcosa. Ingurgitò in fretta una fetta di pane tostato e tagliò una mela in un piattino. Controllò il passare del tempo sul quadrante che ancora portava al polso dalla sera prima e percorse a grandi falcate mezzo appartamento per preparare il necessario per fare una doccia fresca. Il sudore le aveva rovinato l’umore già tiepido, i capelli le ricadevano troppo lunghi sulla fronte in ciocche unte che disperavano un lavaggio dai profumi esotici, come piaceva alla ragazza. Si lavò con calma dimenticandosi della sua meticolosa lista delle regole per il risparmio di acqua, luce e gas. Uscì dal bagno tutta profumata avvolta in un morbido accappatoio, come una piadina, e senza vestirsi si sedette al tavolo della sala, aprì il portatile e cominciò a sgranocchiare la mela. Ben presto Marial terminò la mela ma, decisa ad occuparsi del lavoro, spostò il piattino dalla sua portata e prese a scrivere l’ennesima recensione che le avevano commissionato. Immersa nel suo lavoro, la ragazza non diede retta alla nube oscura che fin dal risveglio aveva cercato di assopirla e renderla schiava della disperazione. Ma quando fu a metà del suo lavoro, i pensieri riaffiorarono. Aveva il compito di recensire l’opera di una giovane autrice emergente che aveva avuto la bella idea di scrivere una smilza trilogia sul tema dell’amore. Era proprio questo il titolo del libro: La teoria del cuore. A Marial era piaciuto sì e no, ma era certa di essere capace di rendere la sua nota oggettiva e critica per il suo lavoro, per cui non le fu difficile trovare le falle e le perle dell’opera. Il problema soggiunse quando si ritrovò a dover scrivere l’opinione personale, due righe sul perché le era piaciuto o meno il libro. La ragazza in accappatoio rimase immobile con lo sguardo sullo schermo del portatile che rifletteva nel candido foglio elettronico l’immagine di una ragazza dai lunghi capelli umidi e scuri.
-Ed ecco che mi tocca di nuovo pensare con la mia testa!- disse ad alta voce, come se qualcuno l’avesse potuta sentire. Il viso mulatto della madre, con scure occhiaie

violacee e labbra bianche di morte, passò per un attimo tra i suoi pensieri, messo in evidenza dallo sconforto che accompagnava quelle sue visioni.
“Mamma…” pensò, ma non ebbe il coraggio di pronunciare nessuna viva sillaba del suo nome. “Ileney”.
Si trovò ad avere la necessità di aprire il piccolo spioncino delle idee e delle opinioni, lasciando così uscire anche i suoi altri pensieri più intimi; perché la sua mente era un fiume in piena, una diga sfondata dal potere dei ricordi.
Scrisse la sua opinione al riguardo sul foglio elettronico, senza distrarsi, e appena ebbe finito di scrivere salvò il file e lo mandò per email al suo capo redattore. Fu veloce, ma non abbastanza da difendersi dall’orda di pensieri che l’attanagliavano dalla sera prima. Rimase seduta al tavolo con lo sconforto dipinto in viso, la pancia che gorgogliava chiedendo altra frutta e gli occhi liquidi di lacrime.
“Dormire è come morire: di notte io cambio, tutti cambiano di notte” si disse, “Ogni volta che vado a dormire, il giorno dopo è come se tutto iniziasse di nuovo: mi lavo, mangio, lavoro… è tutto uguale” pensò, “e sono fortunata. C’è chi dorme e basta.”
I suoi pensieri vagavano senza ritegno mentre le guance le si rigavano di sale liquido. Nella sua confusione, Marial era certa di essere in pace con se stessa. La sua pace consisteva nella maledizione del silenzio, quel silenzio maledetto che aveva scandito gli ultimi attimi della vita di Ileney, la sua amata Ileney: il commovente ricordo di una madre bugiarda. “Chi è mio padre?” le aveva chiesto ripetutamente, e lei non le aveva mai risposto, fino a quando la donna perse la facoltà di rispondere, in caso le fosse venuto in mente di dire la verità alla figlia. Si trovò assalita dal pensiero di solitudine che la costringeva ad un regime di riflessione disperata. Voleva una famiglia a tutti i costi, sentiva di meritare l’amore di un padre come anche l’amore di una madre, che però non c’erano più.
La ragazza in accappatoio, con gli occhi appannati dal dolore ed il capo che cominciava a dolerle, si alzò dalla sedia scomoda che aveva occupato per troppo tempo e corse a vestirsi in tutta fretta. Mentre infilava una camicia qualsiasi e un paio di pantaloni neri, si asciugava le lacrime che le solcavano lo sguardo con il dorso di una mano, e pian piano tornò a vedere il mondo reale con gli occhi di chi ormai convive con la propria disperazione. Indossò la giacca di lana e uscì di casa senza degnarsi di chiudere le finestre. Scese in strada con la fretta addosso, tanto che per poco non cadde dalle scale che salivano fino al suo appartamento, al secondo piano. Il grande portone sbatté dietro le sue spalle e, senza curarsi di chiuderlo con la chiave, Marial prese a camminare con passi molto lunghi e decisi verso il centro del paese.
La notte prima c’era stato un temporale, e a sentire i passanti che ne davano qualche informazione in mezzo alle loro conversazioni insulse, la ragazza venne a sapere che la grande quercia che era stata piantata secoli orsono al centro del paese era stata spezzata da una saetta talmente potente da privare l’albero secolare dei suoi più bei rami.
Marial camminava veloce, pareva volare sulle sue scarpe da pioggia e non guardava neanche le pozzanghere in cui affondava, perché subito si ritrovava a camminare sull’asfalto ruvido senza profondità. Il cielo sul suo capo dolorante era grigio e
prometteva una replica della sera prima, il vento tiepido di un luglio travagliato le scompigliava i capelli compromettendo la loro piega appena sistemata. Giunse in centro dopo aver attraversato una manciata di vie umide e costeggiate da case dai colori atoni, smorti, che non avevano una personalità. Al centro del paese c’era un grande parco dai prati luminosi, l’erba era tagliata rasoterra con precisione maniacale e le poche case che circondavano la vasta piana verde erano di colori sgargianti un po’ smorzati dal grigio del cielo che imponeva la sua ombra desolata sulle loro facciate colorate. Al centro del grande parco, la quercia secolare faceva la sua bella figura e proteggeva i piccoli fiori colorati che erano sbocciati sotto la protezione della sua ombra, sul prato.
In quella giornata che prometteva la pioggia non molti passeggiavano al parco: c’era un gruppo di bambini sui dieci anni, una vecchietta con la borsa del fruttivendolo e un agente della protezione civile che, insieme ad un uomo vestito di giallo fosforescente, scriveva il verbale su ciò ch’era successo alla povera quercia la notte prima. Marial si avvicinò ai due uomini per saperne di più. Si presentò, poi indicò l’albero mutilato:- Cosa è successo?- chiese.
L’uomo fosforescente le sorrise e indicò un lato della quercia dove era visibile lo squarcio che la saetta aveva provocato e le spiegò che in quel punto preciso della quercia, solamente una saetta avrebbe potuto tagliarla: non esisteva forza umana o elettrica (come una motosega) che avrebbe potuto tagliare quei pesanti rami. L’albero infatti era alto poco più di sei metri ed i suoi rami pesavano centinaia di chili, per cui un uomo – anche con l’aiuto di altri dieci uomini – non avrebbe potuto mutilare la pianta e lasciar cadere i rami al suolo senza morire sotto il peso di essi. La teoria dell’uomo fosforescente, poi, era resa più credibile dalle radici nodose fumanti e ancora calde di squarcio. Il solo dubbio che attanagliava gli esperti della protezione civile era il fatto che l’intera quercia non avesse preso fuoco.
Marial camminava intorno alla grande pianta con gli occhi pieni di stupore. Inconsciamente sentiva che i suoi pensieri e la sua disperazione si stavano affievolendo sotto il peso del mondo vivo che, con il suo incantevole rumore quotidiano, riempiva il parco e le strade. Il vasto prato, infatti, cominciò pian piano ad affollarsi fino a far diventare Marial un puntino indefinito con obbiettivi indefiniti. Guardava la maestosa quercia che s’aggrappava ai suoi stessi nodi e puntava i rami che le rimanevano al cielo, come per invocare la liberazione dalle sue radici che le impedivano di difendersi dalle saette pirata.
La ragazza, dunque, si sedette su una vecchia panchina di legno che costeggiava i tralicci del parco, e sprofondando nel suo silenzio prese a ricapitolare i suoi problemi, spalmandoli nella sua mente, cercando di pensare in modo più oggettivo possibile. Ma riflettere non era come scrivere per lavoro attenendosi ad una scaletta: Marial sapeva che, pur nella semplicità minimalista del suo pensiero, il suo dramma era complesso e colorato.
Un bambino dai capelli color carota le corse incontro sorridente:-Di che colore è il tuo sogno?- le chiese senza nemmeno salutarla. Sorrideva impettito e con un vago sforzo nella sua postura troppo dritta, come se volesse sembrare più alto di Marial che era
seduta e accasciata in malo modo sulla panchina. La ragazza ebbe un sussulto e rispose senza nemmeno pensare a cosa stesse dicendo.
-Nero.- disse, riferendosi al buio della sua stanza serrata, di notte.
Il bambino sorrise raggiante, ma poi tornò ad avere un’espressione vagamente seria. Le porse la piccola mano bianca e si presentò.
-Mi chiamo Benjamin.- disse -Chiamami Benji, però, che è più corto.-
-Va bene, Benji. Perché mi hai chiesto di che colore è il mio sogno?- chiese Marial andando subito al punto, mentre il bambino si accomodava accanto a lei, sulla panchina di legno. Benjamin sospirò e puntò lo sguardo su un punto indefinito davanti a sé.
-E tu perché mi hai risposto?- chiese allora il bambino non sapendo cosa rispondere alla sua nuova amica.
-Ho detto la prima cosa che mi passava per la mente.- si giustificò Marial gesticolando animatamente. Il bambino scosse la piccola testa fulva e puntò i suoi grandi occhi verdi in quelli della ragazza.
-La mia mamma mi dice che se una persona mi risponde ha un significato.- fece allora il bambino.
-Significa che non tutti sono maleducati.- rispose Marial, incerta della sua stessa risposta. Sentire la parola “sogno” la fece risvegliare dal suo torpore serio e oggettivo, e la sua mente si riempì di vecchi e nuovi pensieri sparsi che prendevano il controllo della sua mente e del suo corpo, procurandole un fastidioso mal di testa.
-Il nero è il colore del buio.- disse Benji -Stanotte non hai fatto nessun sogno?-
-E tu come lo sai?- urlò Marial alzandosi dalla panchina. Guardava il bambino con terrore, la sua fronte era un’onda unica e la sua voce cominciava a tremare. Il dolore alla testa divenne più forte, crebbe senza misura fino a farla diventare paonazza in un paio di attimi.
-Stai bene?- fece il bambino, preoccupato di vedere il dolore della ragazza che galleggiava sul suo viso rigato dalle lacrime.
-Non sto bene.- rispose -Ora vado a casa. Ciao, bambino.-
-Ciao cometichiamitù.-

Marial riprese la via di casa immediatamente, e dopo una manciata di minuti il grande portone del palazzo si chiuse dietro alle sue spalle. Tornando a casa, non si era fermata neanche una volta ad osservare il cielo e le nuvole che stavano passando sul paese, né s’era ricordata di comprare un paio di birre da sorseggiare in serata. Mentre ripensava alla birra che la sua gola secca reclamava, una voce dentro di sé parlò con grande eco: “Quant’è bello stare sola.”
Il sole era alto nel cielo e gridava al mezzogiorno quando la ragazza si chiuse a chiave nel suo appartamento, come se qualcuno fosse potuto entrare nella sua quotidianità e l’unico modo per scacciare tutti gli altri suoi conoscenti fosse girare la chiave nella toppa della pesante porta blindata. Marial era esausta, ansimava per la breve camminata che, quasi di corsa, l’aveva riportata a casa. Il mal di testa peggiorò.
Dei crampi atroci in zone specifiche del capo la bloccavano e, stringendo gli occhi e
digrignando i denti, Marial smise di fare quello che stava facendo e stette immobile con la speranza che il dolore le passasse in fretta. E all’inizio fu così: il dolore durò qualche secondo, seguito dalle parole del bambino al parco che le rimbombavano nelle tempie con l’intensità d’una martellata. Poi, col passare delle ore e il sole che calava dietro alle altezze dei modesti palazzi del paese, il dolore diventò intenso e prolugato. Il dubbio che le parole ubriache dell’amico le avevano procurato non si era ancora dissolto, dandole così motivo di sfogo. Marial guardò l’ora sul suo polso: erano le sette e venti. Si rese conto di essersi dimenticata di comprare la birra. Senza indugio, si fiondò alla porta dell’appartamento e, lasciando le verdure tagliate sul tagliere così com’erano, si infilò la giacca di lana e uscì contando mentalmente le monete che aveva nelle tasche: le sarebbero bastate appena per una birra chiara e annacquata. Le sue lunghe gambe erano ormai abituate al percorso dall’appartamento al locale abituale, tanto che in una manciata di minuti Marial fu sulla soglia del piccolo locale illuminato da lampade talmente vecchie che la luce al suo interno rendeva tutto di un color giallo fastidioso alla vista; più fastidioso del neon bianco e paradisiaco, diceva talvolta la ragazza quando faceva commenti alle luci che pendevano dal soffitto mal dipinto sulla sua testa.
Entrò nella stanza male illuminata e fu subito accolta da un saluto distratto del giovane cameriere che era intento a lavare delle tazze da caffé. Al bancone c’erano due uomini che bevevano qualcosa al volo, qualche vecchio guardava la partita da un angolo della stanza che dava sulla piccola tv sul muro scrostato. Ormai ch’era lì, decise di sedersi a bere una birra anzichè portarla a casa.
Marial si avvicinò al bancone e indicò il fusto di birra, come aveva sempre fatto Bernard. Il mal di testa si stava placando, mentre il cameriere le porgeva il boccale di vetro. La ragazza si sedette al tavolo della sera prima. Bevve un sorso, poi estrasse una penna dalla tasca della sua giacca e un tovagliolo da dov’era riposto, e si decise a seguire il consiglio che William le aveva ripetuto al telefono la sera prima. Scrisse di sé: i suoi pensieri che l’avevano ridotta ad uno straccio, i dubbi su una parte di sé che riaffioravano e rendevano il tutto più pesante e difficile da sigillare oltre la porta dell’inconscio. Le riflessioni che le parole dell’amico l’avevano indotta a creare si trasferivano sulla morbida e fragile carta del tovagliolo in danzanti lettere corsive, mentre la penna nera vibrava al suo tocco che man mano diventava sempre meno cosciente, fino a diventare un gesto automatico e magico. Il tovagliolo divenne la piana della sua battaglia: stava vincendo la libertà contro se stessa, e man mano che la sua battaglia giungeva al termine, il dolore al capo svaniva, il viso si distendeva in un’espressione di apparente pace della mente e la sua bocca sottile si piegava in un sorriso. Scrisse un tovagliolo su entrambe le facciate, poi ne prese un altro e scrisse anche quello. Quando credette d’essere arrivata alla fine dei suoi giorni di disperazione, un boccale di vetro stracolmo di birra rossa e dall’odore fruttato venne posato con un tonfo sul tavolo di legno, a pochi centimentri dai suoi tovaglioli.
-Amica!- esordì Bernard quando Marial alzò gli occhi su di lui.
-Parli del diavolo e spuntano le corna.- fece lei mettendosi i tovaglioli nella tasca interna della giacca.
-Parlavi di me? Con chi?-
-No, ma ti pensavo. È un modo di dire.-
-Capisco, sì, sì.- rispose il minatore sedendosi sulla panca di fronte alla ragazza. Quest’ultima bevve una lunga sorsata della sua birra, pronta al resoconto della giornata dell’amico.
-Quindi mi pensavi.- ripetè Bernard, fissando l’amica negli occhi. Marial sapeva che quando Bernard la guardava in quel modo era perché intravedeva il caos nella sua mente. L’uomo mutò espressione, preoccupato per la ragazza.
-Hai preso ancora i sonniferi.- disse senza lasciare spazio ad interpretazioni.
-Pensavo a quello che mi hai detto ieri sera.- disse la ragazza tutto d’un fiato, col timore di non scandire bene le parole per l’imbarazzo. Cercò di giustificarsi, ma invano: Bernard non ricordava di cosa stesse parlando.
-Cosa in particolare? Ti riferisci a Giorgio e Milena?- chiese il minatore alzando il boccale alla salute, ingurgitando poi metà della sua birra spumeggiante mentre l’amica formulava una risposta.
-No, Bern, pensavo a quello che hai detto sul fatto di dormire che…- fece lei -Non so, hai detto che dormire è come morire.-
-Ma è una stupidaggine, dai. Ieri ho bevuto un po’ più del solito, lo sai.-
-Sì ma lo hai detto.- ribatté la ragazza.
-L’ho detto perché ero ubriaco e volevo fare conversazione.- fu la risposta logica dell’uomo -Quel cretino di Michel ha iniziato a parlare dei sogni dei suoi pazienti, manco fosse Freud!-
Marial non seppe cosa dire, aveva di nuovo la testa in fiamme. Il dolore e i crampi stavano tornando a infestare la sua mente, quando Bernard – vedendo il dolore dipinto sul suo viso – si decise ad articolare una risposta che piacesse di più all’amica.
-E va bene: l’ho detto perché ero ubriaco ma sapevo cosa dicevo. Pensa te, me lo ricordo ancora.- disse -Magari, non so, l’ho detto perché, se ci pensi bene anche tu, quando dormi non sai cosa succede realmente. Sei distaccato dal mondo, più o meno.- si giustificò -Mi pare di averlo letto in un riassunto di mia figlia, mentre la aiutavo a studiare storia per una verifica a scuola.-
-Di cosa stai parlando?-
-Roba sui romani. Non sono un filosofo, io. Saprai tu cosa può significare un discorso di un minatore ubriaco.-
-Minatore ubriaco, mi piace questa. Un minatore che ha rispolverato un punto della mia vita. Non sei il lavoro che fai, Bernard. Se lo fossi, saresti un minatore laureato in fisica. Che vuol dire?-
-Ho appena finito un turno massacrante,- rispose allora Bernard -non obbligarmi a pensare.-
-Va bene.-
-Va bene?-
-Sì,- disse Marial -va bene. Questa sera, poi, dovrò dormire, no?-
Bernard annuì portandosi il boccale alla bocca. Marial lo imitò, con lo sguardo vacuo e liquido, ormai soggetta al dolore e alla disperazione del non avere risposte concrete.
-Allora buona notte, Bern.- sussurrò dopo aver posato il boccale vuoto sul tavolo. Si alzò dalla panca, pagò il cameriere con le sue ultime monete e uscì dal locale. Il minatore rimase in silenzio, solo, abituato a quell’atteggiamento nervoso della ragazza.
Il cielo estivo era ancora pieno della luce del giorno, ma il ticchettio sul polso di Marial indicava ch’erano le otto e mezza passate. Non aveva più fame, la birra l’aveva saziata, ma quando tornò a casa e trovò le verdure sul tagliere ed il frullatore immobile ripieno di patate e peperoni mezzi frullati, si decise a finire di preparare il suo modesto pasto. Mentre finiva di cuocere una bistecca di lonza si fermò a pensare a Bernard. L’amico che aveva tanto agognato la vita accademica, che aveva studiato ed era diventato qualcuno, ma che per amore si era trasferito in quel piccolo paese ed era caduto così in basso da fare il minatore nelle miniere del ferro, appena in periferia, ai piedi di un colle argilloso e dominato da pochi alberi secchi. Costretto poi a separarsi dalla moglie, con una figlia e delle spese e dei debiti che non gli avrebbero mai più permesso di credere nel suo sogno.
Marial non se lo spiegava: non capiva come un essere umano – spinto dalla coscienza verso il proprio sogno, affinché esso diventi il proprio destino – potesse scegliere di stravolgere la propria vita per amore.
La ragazza, quando si sedette al tavolo per cenare, aveva ancora la testa piena di pensieri. Quello che cercò di approfondire, però, era un nuovo tema: l’amore per Clara. Il sentimento liscio e fragile che tendeva la mano dal cielo e imponeva agli uomini la speranza di un paradiso terreno: era l’amore. Si chiese, soprattutto, se per Clara avrebbe lasciato la via sicura che l’avrebbe portata all’avverarsi dei suoi sogni. Non si diede riposta.
Le ragazze non l’ostentavano per le vie e nei locali, ma si amavano, con la speranza che nessuno desse loro fastidio. E infatti, a Bellaterra, nessuno le aveva mai rimproverate per il solo fatto di amarsi e di desiderarsi l’un l’altra. Marial aveva già provato amore in passato, e non voleva credere di essere davvero innamorata di Clara: sdegnava, allontanava solo l’idea del sentimento che l’avrebbe ridotta ad uno straccio. perché, pensava, l’unico sentimento a cui permetteva di distruggerla era il dolore della memoria, la paura della morte e del sonno eterno.
Ma in quel momento la ragazza – che masticava lentamente la bistecca mentre i suoi occhi si posavano sullo spazio silenzioso della sua casa – si rese conto che l’amore era ciò che davvero sembrava: una membrana di cui le persone abusavano per proteggersi dal terrore, dalla paura più buia e dal silenzio della solitudine. Marial sapeva che per liberarsi dal silenzio le bastava uscire dal palazzo, ma una parte di lei sognava d’essere salvata dall’amore, che nella sua vita scarseggiava, ma che lei sapeva fosse in grado di distruggere il silenzio che l’opprimeva e la obbligava a pensare alle sue paure e ai suoi ricordi più dolorosi. E sebbene odiasse l’idea di essere vittima del flagello dell’amore, il suo pensiero vagava molte volte verso l’immagine della ragazza bionda che aveva baciato molte volte, e che la sera prima le aveva lanciato sguardi d’intesa dalla parte opposta del suo stesso tavolo. Marial la vedeva come una sirena: aveva i capelli troppo lunghi e dorati per essere umana e la sua pelle invitava al tocco di velluto che però nessuno osava muovere. Marial la pensò spesso – nel suo divagare di pensieri pesanti per la coscienza – durante la cena. E si rese conto di odiare il pensiero d’amarla, sebbene il solo pensiero di essere ricambiata e di avere l’onore di affondare il viso nella criniera dorata della ragazza la riempiva di gioia. “Calmati” si disse, “tu non vuoi cedere. Hai di meglio da fare”. E infatti Marial si era ripromessa di dare senso al discorso di Bernard, nel bene e nel male, e avrebbe cominciato a fare ricerche la mattina seguente. Voleva guarire da quella sua smania di verità, ma quel suo continuo senso di inadeguatezza e disagio che le riempiva la gola ogni volta che si parlava di notti e di sogni: era come se si sentisse in colpa per non essere morta al posto della madre, che stava semplicemente dormendo, come anche lei faceva ogni notte. Sebbene sapesse che le cause erano altre, qualcosa dentro di lei le diceva di iniziare le ricerche perché il tutto aveva un senso nella vicenda di Ileney. L’amore per la madre le fece sempre vedere la morte della donna come un lungo sonno, e il solo fatto che il sonno avesse potuto avere uno stretto legame con la morte di sua madre – come quella di chiunque altro – le dava troppo a cui pensare.
Quella sera Marial non ingerì nessun sonnifero, sebbene ne sentisse una lieve astinenza, ma dormì di un sonno pesante e allo stesso tempo fragile, poiché al minimo rumore una parte di lei si muoveva e cercava di risucchiare l’anima in corpo per tornare ad una dura realtà. Durante la notte, però, la ragazza sognò: ricordò di aver ceduto alla curiosità, di essere entrata nel mondo dei sogni per sbirciare cosa accadeva laggiù, ma era tornata subito indietro e aveva posto fine al suo dilemma onirico. Capì di essere in un sogno solo quando si accorse che il cuore in petto non si muoveva più, ma che era viva e respirava meglio che nella realtà.
“Di che colore è il tuo sogno?” udì alle sue spalle. Era Benjamin che sporgeva con il suo esile corpicino di bambino dalla porta del mondo dei sogni. Marial non dovette neanche rispondere: il sogno parlò per lei. Si rese conto in quel momento che si trovava in una stanza buia, nera e di cui non si vedeva né la fine, né l’inizio. La porta luminosa si stagliava davanti a lei come un portale.
“Vieni con me” le disse il bambino. Marial scosse la testa, impaurita dal buio del suo trapasso.
“Il tuo sogno è nero, il tuo sogno è nero…” cominciò a cantilenare Benjamin indicando la povera ragazza che rimaneva inerme, guardandosi intorno. Il suo sogno era nero, sì, e lo sapeva. Non sognò, dunque, ma rimase tra il sonno e la veglia: il suo fragile filo di quiete era come di vetro.
Si svegliò presto, con la luce del sole che entrava dalle fessure delle tapparelle. Il letto grande e fresco era mezzo disfatto, la sua testa affondava nei cuscini di piume. Teneva gli occhi fissi sul soffitto, e si chiedeva cosa potesse significare il suo sogno. “Benjamin è solo un bambino” si disse, “di certo l’ho sognato perché mi ha colta di sorpresa al parco”. Il senso di colpa e di responsabilità non la lasciava: sentiva di dover giustificare ogni sua azione nel mondo dei sogni e nella realtà.
Non aveva intenzione di alzarsi dal comodo letto, ma si era ripromessa di andare in biblioteca a fare delle ricerche da aggiungere alla sua pila di fogli che spiegavano i grandi temi del suo potenziale dubbio mentale. Era una pila di fogli, pinzati tra loro e
divisi in argomenti, che Marial aveva riposto sul tavolo del salotto, vicino alle cartelle del lavoro. Chi avrebbe visto quella pila ben ordinata avrebbe detto che la ragazza si stesse cimentando nella scrittura di un nuovo romanzo, ma lei avrebbe potuto rispondere solamente “no, io non scrivo romanzi, li leggo e basta”, e sarebbe stata certa di mentire. Perché in fondo, Marial sapeva d’essere gelosa delle sue fantasie; le condannava all’esilio eterno nei fogli di word del suo portatile, nascondendo le sue idee al mondo curioso.
Dopo qualche minuto di silenzioso risveglio, Marial si alzò dal letto e si preparò per uscire. Saltò anche la colazione per quanto era agitata e desiderosa di trovare delle risposte al suo dubbio. La fretta la turbò.
Mentre percorreva la stradina che la portava nella sede comunale, la ragazza si rese conto di aver dimenticato di mangiare. Si fermò in una panetteria e comprò una focaccia con l’ultima moneta che le era rimasta in tasca. Erano quasi le otto del mattino, quando davanti a sé sorse il grande edificio del comune che aveva un’ala a parte dedicata alla biblioteca. Essa infatti era molto piccola in confronto alla sede comunale. Aveva soffitti alti appena poco più di una porta, e le librerie di legno scuro quasi toccavano il soffitto per quanto erano alte e rette. C’erano libri ovunque, sui davanzali, a terra oltre che sui scaffali e persino sulle sedie. Marial si sentì come a casa. Anzi, ancora meglio di casa: la ragazza percepì che il silenzio della biblioteca era diverso. Era un silenzio di commozione, di rito, che la gente che ospitava quel luogo sacro della mente rendeva familiare. Era un silenzio che nel suo piccolo faceva un gran rumore, il suono delle menti indaffarate, delle pagine sfogliate che riecheggiavano all’udito come un suono sacro. Lei odiava il silenzio della sua casa, ma amava profondamente l’atmosfera della piccola biblioteca.
Il sole estivo era ormai ritto in cielo a quell’ora nuova, ed essendo che la giornata era appena iniziata e non aveva avuto ancor risvolti negativi, Marial sentì la mente limpida e silenziosa quanto la biblioteca. Non ebbe nessun dolore, né al capo né al cuore, e tutto ciò la rese sollevata e di buon umore, propensa ad essere produttiva e tornare a casa il più tardi possibile con libri e appunti che le avrebbero dato un grande aiuto per diradare le nubi dei suoi pensieri.
La donna che presiedeva al banco della biblioteca la guardò, salutandola con un sorriso per non disturbare il luogo sacro. Un’eco di pace le riempì il cuore quando varcò la soglia del salone principale, dove moltissimi libri erano sparsi ovunque, divisi per genere ed edizione. Quell’ordine bibliofilo la gratificava nell’animo: i colori e i dorsi simili dei libri che si rincorrevano sugli scaffali, in un ordine di perfetta sincronia bella da vedere e sublime da consultare. Si diresse verso gli scaffali più alti, quelli di filosofia e poesia, e cominciò a leggere i titoli sui consumati dorsi dei volumi inclinando la testa di lato, e talvolta uscendo un libricino tra gli altri per consultarne la quarta di copertina o sfogliarlo.
Era stata molte volte in quel luogo di studio e passione, ma non aveva mai consultato con così tanta profondità la sezione dei filosofi e le opere più recenti. Come una lettrice giovane qualunque, Marial era attratta dalla letteratura dell’Ottocento e dei secoli che vi gravitavano intorno. Orwell, Dickens, Flaubert, Dostoevskij, Tolstoj, Rosseau, Voltaire… Ma per il suo umile lavoro, che amava molto, la ragazza era propensa a leggere romanzi e saggi contemporanei che venivano pubblicati a pochi giorni prima della consegna delle sue recensioni che li riguardavano. Amava poter essere una delle prime persone a leggere una nuova pubblicazione. I libri fiction per ragazzi, denominati come un genere a sè, lo Young Adult, e i libri di autori del nord Europa che venivano tradotti da case editrici indipendenti e dal design spettacolare… Il suo sguardo luminoso di passione si fermò qualche secondo su uno scaffale che era denominato come sezione della bibliografia di Umberto Eco. Sorrise compiaciuta, scorrendo le dita lunghe sulle costine dai colori tenui che le ricordavano i punti clou dei romanzi che aveva amato dell’autore. I saggi, poi, le saltarono all’occhio come delfini tra le onde, come per farsi ammirare: splendidi volumi pieni di passione e verità che una Marial quindicenne aveva amato.
Si svegliò dal torpore dei ricordi che, vellutati e commoventi, le pesavano meno delle riflessioni quotidiane sul cuore. Camminò lungo la fila di scaffali di legno scuro, lesse le catalogazioni ma non trovò nulla di quello che le interessava. Come ogni amante dei libri che si ferma in una biblioteca o in una libreria, Marial aveva quel passo leggero ed elegante che, come se fosse in procinto di ballare una danza silenziosa e vuota, portava il corpo verso il vero punto gravitazionale del desiderio, facendo volteggiare le membra dell’uomo quanto della donna verso una nuova lettura.
Marial non era scoraggiata per non aver trovato quello che cercava. Avrebbe lasciato la delusione da parte per quando sarebbe tornata a casa , ma lì dentro, in quel paradiso terrestre, non aveva modo di stare male. Pensava ai suoi dubbi sul sonno e sui sogni della notte precedente come se fossero state delle nubi passeggere, qualcosa da lasciare al caso. “Si rivolverà tutto, io sto bene”, si disse mentre i suoi occhi commossi dal fresco movimento del suo corpo leggevano altre costine di altri volumi sugli scaffali. Nonostante tutto, era felice. Non aveva bisogno dell’amore? Così credeva fin dalla mattina, quando era rimasta distesa nel letto freddo per l’assenza ed il silenzio del suo appartamento. Aveva il suo paradiso lì, in mezzo ai libri della biblioteca comunale. Alcune volte era tentata di chiedere alla donna all’ingresso se ci fosse un lavoro da svolgere in quel magnifico posto, ma poi ci ripensava e rinunciava alla sua vocazione. Le pagine la chiamavano come sirene. E come una sirena, una figura viva e calda, entrò nel suo campo visivo. La ragazza dai capelli d’oro era lì, vestita di blu, che passava le dita sui dorsi dei libri di Umberto Eco. Non voleva farlo, ma il suo corpo venne richiamato dalla gravità della passione, e Marial prese a camminare verso di lei. Si fermò a contemplare nuovamente i libri con un sorriso tirato sul viso e le mani nervose legate dietro alla schiena retta e forte.
-Sono libri stupendi.- disse, poi, e la ragazza si voltò a guardarla di scatto, come se non l’avesse sentita avvicinarsi. “Dopotutto, anche io quando leggo e sono assorta mi chiudo in me stessa e non sento il mondo intorno a me” si disse Marial, giustificando il gesto della bionda.
-Ei Mar, come va?- la salutò, poi tornò al discorso principale -Sì, ne ho letti alcuni, ma mi mancano questi.-rispose lei, indicando alcuni titoli. Marial sorrise e slegò le mani tra loro, indicando un libro che era posizionato al centro della fila.
-Ti consiglio vivamente questo.-
-Il pendolo di Focault?- chiese la ragazza, leggendo il titolo sulla costina. Marial annuì e la ragazza le rispose con un grande sorriso che le illuminò gli occhi azzurro cielo di una gaiezza liquida mai vista. Marial non seppe che dire, mentre era intenta a leggere la pace negli occhi di lei.
Allungò un braccio per avvicinarla a sé, in silenzio, ma quando sentì la pelle fredda di lei al tatto non riuscì a proferire parola neanche sotto dettame della sua coscienza. L’amava, e non se n’era ancora accorta? Clara. Un nome che accartoccia la lingua e che ammonisce la r di chi non sa pronunciare tale lettera senza passare per un francese esiliato.
La bionda si scostò da Marial, si allungò sullo scaffale e prese il libro che la ragazza le aveva consigliato. Lo girò tra le mani e ne lesse una citazione che era stata scritta sul retro del tomo. Guardava Clara in silenzio, ma il suo cuore era in subbuglio. Ogni certezza le stava stretta addosso, quasi volesse insultare se stessa per aver scacciato l’idea dell’amore in quel modo. Sapeva che, prima o poi, sarebbe stata capace d’amare ancora.
-Magari ci vediamo al locale.- disse Marial. La bionda sorrise senza rispondere e prese la via d’uscita. Da lontano, Marial la guardò mentre firmava sul registro dei libri prestati che la donna all’entrata poneva dinanzi a lei. Quest’ultima la guardò in volto, comprensiva.
La ragazza tormentata non aveva trovato libri utili al suo scopo, ma aveva trovato Clara. E sapeva benissimo, ora, che non era un libro ciò che le serviva. Un ideale radicato nel suo cuore si dissolse al solo pensiero che la ragazza fosse la soluzione. “E se sono troppo sola, e per questo mi distruggo a forza di pensare?” si chiese. Marial sapeva che quella era la risposta e non la vera domanda. Decise di tornare a casa dopo aver sfogliato qualche libro. Era mezzogiorno.
Il cielo terso e pieno del calore del sole prometteva una giornata estiva con i fiocchi, ma la ragazza preferì restare in casa a lavorare sulle sue riflessioni. Aprì tutte le finestre per far entrare la luce nella grande sala fredda: il sole la fece sentire di buon umore come non mai. In quei momenti di solitudine non dava peso al fatto di essere senza un centesimo in tasca: era felice e ne ignorava il motivo.
Prese dalla giacca di lana i tovagliolini della sera prima che erano scritti in file fitte di lettere corsive ed eleganti, qualche sbavatura di inchiostro incorniciava le ultime parole scritte di fretta. Si sedette al tavolo della sala e stette immobile a contemplare i tovaglioli e la luce del sole che li illuminava tra le sue mani come ali di fata. Sorrideva tra sé, come se quella fosse la sua vera salvezza. È forse la vera natura dell’uomo essere felice e leggero senza saperne il perché? Marial non aveva le risposte ai suoi dubbi, difficile che abbia avuto anche le risposte ai quesiti sul senso della vita. Si vive e basta, diceva talvolta agli amici. E questi ultimi sorridevano ed annuivano prendendo le sue parole come frasi di circostanza, di noia e mancanza di argomenti di conversazione. Ma Marial voleva solo condividere i dubbi che gravavano sul suo capo dolorante con qualcuno che la capisse, ed evidentemente nessuno la capiva come lei voleva essere capita. Tutti tranne William.

Fissò i tovaglioli, ne rilesse le fitte frasi in nero, li rigirò tra le mani: nulla da fare. “E se io fossi felice?” si chiese, “Non sarebbe un problema: ho vissuto di dubbi e drammi, sola e in silenzio. Un inizio di felicità non dovrebbe pesarmi così tanto”.
Il suo cuore accelerò la sua corsa dentro il suo petto fragile, in preda alla gioia e alla disperazione: non era abituata ad essere priva di cose di cui lamentarsi; non era abituata ad essere felice.

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Nicole Olindo
Sono nata a Vercelli nel 2000. A sedici anni ho avuto la (s)fortuna di dovermi prendere le mie responsabilità, e sono dovuta andare a lavorare, lasciando così gli studi. Sentivo il bisogno di continuare a studiare, a interessarmi di cultura generale e letteratura, ma non ho mai capito come poter soddisfare questo mio desiderio. Un giorno mi sono seduta alla scrivania e ho scritto la prima pagina del mio romanzo. Allora credevo fosse un semplice racconto, un qualcosa da scrivere per diletto. L'ho lasciato nel cassetto dei miei sogni per due anni. A distanza di tempo ho capito che la mia idea mi ha regalato l'opportunità di capire e di crescere. A diciotto anni ho iniziato a lavorare su richiesta di alcune compagnie teatrali, scrivendo commedie a tema e atti unici per video o presentazioni. Possiedo un blog in cui parlo di libri, di web e di scrittura.
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