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Sparizione a Grey River

Sparizione a Grey River campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Cosa sono questi Esseri? Nessuno li ha mai visti chiaramente, in pochi sanno che esistono, ma loro ci osservano; sono il brivido che ti percorre la schiena, sono gli occhi che ti sembra di aver visto nel buio, e sono ovunque, invisibili.
Will ha 35 anni, una vita normale e un lavoro ordinario, e si sente oppresso da tutto questo. Continua con quello che ha sempre fatto, anche se in fondo vorrebbe che cambiasse. Finché un giorno il suo collega e amico Steve sparisce in modo inspiegabile. Messosi sulle sue tracce, Will si scontra con un uomo scorbutico e impulsivo, dal passato triste e tormentato di nome Edgar, che dice di sapere cos’è successo a Steve. Edgar però, dà la caccia a strani Esseri che ben presto si scoprono non essere frutto della sua immaginazione. Diviso tra l’odio per queste creature e un misterioso legame che li lega, riesce a vedere cose che le altre persone non possono percepire. Will, nella speranza di ritrovare il suo amico, rimane incastrato in una serie di eventi che non riesce più a controllare, e deve scegliere se fidarsi di un vecchio pazzo o di se stesso.

Perché ho scritto questo libro?

Perché adoro le storie: leggerle, ascoltarle, vederle e sperimentarle. Lasciarmi trascinare dalle idee e poco a poco vedere dove mi portano. Mi piace sorprendere, mi piace la sensazione che si prova nell’essere sorpresi. Gli occhi che si aprono, il sorriso che affiora poco dopo. Ecco perché per me sorprendere il lettore è uno dei miei obiettivi principali; con questo libro, e con tutto quello che scrivo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

In quel momento di quella solitaria notte estiva i tre ragazzi erano ancora vivi.
C’era una casa. Vista dall’alto, un piccolo punto lontano dalle altre abitazioni e circondata dal verde, sola, come una lacrima su un foglio bianco. Davanti alla cancellata di ferro del cortile di quella casa si trovavano ora tre persone. Kevin, magro, capelli castani, era molto teso ma non voleva mostrarlo, quindi finse di asciugarsi la bocca coprendo la tensione del viso con la manica. Ingoiò la saliva molto rumorosamente; doveva essere densa e pesante.
Il verso d’una civetta riecheggiò in lontananza. Marta e Robert stavano guardando l’imponente cancello arrugginito che dava sulla casa, vecchio, e inclinato di lato come se si reggesse su un bastone.
Marta concluse una frase. I suoi capelli scuri venivano spostati leggermente dal vento in una continua danza, come se non fossero capaci di stare fermi. Aveva ventitré anni, tre in meno di Robert e Kevin, lunghi capelli nero notte, dei seni giusti per la coppa di una mano e un fisico perfetto e questo era il motivo per cui Robert era lì quella sera. L’avrebbe seguita qualsiasi cosa lei avesse fatto.
Robert si tirò su i pantaloni corti, mettendo in evidenza i polpacci, si sistemò il ciuffo biondo e con un balzo si arrampicò sul grigio muretto in pietra che circondava la casa. Con la stessa grazia con cui era salito, si lasciò cadere dall’altra parte con un salto, mettendo nuovamente in mostra la sua prestanza fisica. Robert era molto più bravo di Kevin nello sport, questo era sicuramente un punto a suo favore.
«Andiamo, Kevin», continuò Marta.
«Arrivo, arrivo» rispose il ragazzo fingendo dell’entusiasmo, ma non si sentiva per niente bene. Avrebbe preferito starsene a casa, rinchiudersi in camera sua a studiare.

Continua a leggere

Che stupida idea venire fin qui. Non sono più un ragazzino, perché dovrei fare queste stupidaggini… si era detto prima di partire, eppure eccolo lì insieme agli altri due. Non voleva ammetterlo a se stesso, ma anche lui, come Robert, stravedeva per Marta. Porca miseria se era bella. E quando quel pomeriggio lei gli aveva chiesto di accompagnarla alla vecchia casa degli zii, abbandonata perché troppo costosa da far tornare abitabile, lui aveva detto di sì. Non era sicuro del motivo di quella richiesta, sperava di scoprirlo col passare della notte, aggrappato ad un’assurda speranza, quella di avere una possibilità con lei, perché no? Lei frequentava dei corsi nella sua stessa università, biochimica, e avevano iniziato ad avere delle normali conversazioni nei corridoi prima o dopo le lezioni. Niente di che: “Come va oggi?”, “Brutto tempo, vero?”, “Ah, sì, quel tipo è proprio uno stronzo”. Però ricordava perfettamente un momento dopo una lezione del Professor Mendoza, del quale a suo tempo anche Kevin era stato allievo, in cui avevano avuto una conversazione più intensa del solito. Forse era stato qualcosa nel tono della voce, o una risata, ma lui aveva visto una possibilità, e quella sera l’avrebbe colta. Cavolo se l’avrebbe fatto. Quando lei lo guardava aveva qualcosa nei suoi occhi marroni, densi, come legno, qualcosa, che gli diceva che c’era intesa, che lei ci stava. Un sorriso, che provocava un dolce brivido in lui. E poi, una settimana dopo, questa strana richiesta. Doveva farlo, anche se la semplice idea lo spaventava. Case abbandonate e luoghi bui non li aveva mai sopportati. Da piccolo faceva di corsa il tratto davanti alla casa dei vicini, perché un bambolotto vicino al campanello lo inquietava. Una faccia sempre felice e dei denti pieni di terra, forse portata dal vento. Quello che tuttavia quella sera non si aspettava, era la presenza di Robert Cooper. Faceva la sua stessa facoltà, solo che, se Kevin stava facendo il dottorato, Robert non era nemmeno vicino alla laurea, anche se avevano la stessa età.
Scavalcarono anche loro due il muretto, prima Kevin, senza risparmiarsi un po’ di goffaggine, e poi Marta; la sua gonna, mossa dal vento, si alzò mezzo secondo prima che lei toccasse terra, lasciando intravedere un pezzo in più di coscia, e l’immaginazione vide anche il resto.
Tutti e tre attraversarono il prato tra l’erba alta. Camminare dentro alla neve non avrebbe fatto molta differenza. Non era facile muoversi e in alcuni punti era più comodo saltellare piuttosto che camminare. Era estate e avendo i pantaloni corti l’erba dava ancora più fastidio; solleticava le caviglie in maniera bizzarra. Dopo una decina di metri si bloccarono di colpo all’unisono: le gambe di Kevin tremarono alla vista della casa che tra l’erba squarciava la notte. Le vecchie pareti esterne graffiate dal vento sembravano gonfiarsi e sgonfiarsi in una serie di respiri affannosi.
Marta parlò per prima frantumando il silenzio che si era creato in quell’istante, «Ci siamo», disse in tono di sfida. «Diamo una controllatina».
«Certo», rispose deciso Robert. Non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
«Perfetto», concluse lei, lasciando sospese le parole come se dovesse aggiungere qualcos’altro.
Avanzò ondeggiando i fianchi fino alla porta d’ingresso: era molto pesante e di un legno scuro. La spinse in avanti: era aperta. Davanti a loro si estendeva un buio ed ampio salone. Le pareti trasudavano sporco e polvere, un odore impregnato di vecchio e chiuso. Nessun rumore tranne il respiro del vento dietro di loro.
Marta e Robert accesero all’unisono le torce con un click ed entrarono, ma Kevin rimase un attimo sulla soglia: io torno indietro, pensò.
Quella mattina si era svegliato non bene, con una leggera pressione allo stomaco. Gli succedeva spesso quando aveva un po’ d’ansia, solo che oggi se l’era portata dietro per tutto il giorno. Non sapeva perché era lì, c’era e basta, come un presagio, e stava solo aumentando.
Guardò dietro di sé il tetro giardino immerso nel buio. Nemmeno l’idea di ripercorrere quella strada da solo lo rassicurava. I lunghi fasci d’erba si muovevano come serpenti.
Marta si girò di spalle e lo guardò negli occhi, «Kevin? Tu non vieni?»
Nemmeno Kevin sapeva resistere a quello sguardo e quella frase lo convinse: Maledizione. Fece un sorriso e poi un respiro profondo a testa china, accese la sua torcia grigia e pesante ed entrò anche lui nel buio.
Il suo fascio di luce era come un tunnel nella montagna e focalizzò l’attenzione su una rampa di scale in mezzo alla sala. A quella luminosità gli unici colori che percepiva erano sfumature di bianco e nero e la scala sembrava l’enorme tastiera verticale di un pianoforte, o una fisarmonica. Marta, senza aggiungere altro, iniziò a salire i gradini e i due ragazzi la seguirono a ruota. I gradini scricchiolavano, come se producessero veramente delle note, e la polvere era ovunque: fortuna che Kevin non soffriva più di asma dalla quarta elementare. La polvere era attaccata sulle pareti in quantità talmente notevole che per un attimo si fece l’idea che fossero tanti piccoli insetti, appollaiati come se stessero dormendo. Mosse un po’ la torcia in aria e tanti granelli di polvere si agitarono davanti a lui come un cielo stellato. Procedeva con il collo incassato nelle spalle, come se avesse freddo. Sentiva la schiena rigida e ora i suoi compagni si muovevano silenziosamente; non sembravano più consistenti di ombre. Kevin tese le orecchie, sentendo uno scricchiolio, o qualcosa che urtava qualcos’altro in lontananza. Avrebbe voluto dire: “avete sentito qualcosa?” ma se ne vergognava e gli altri non sembravano aver udito nulla. Si guardò meglio attorno, focalizzando i dettagli un po’ alla volta man mano che venivano illuminati dalla torcia. Il soffitto considerato dai piedi della scala era parecchio alto; da terra probabilmente quasi quanto un secondo piano di un condominio. I vecchi proprietari dovevano essere parecchio ricchi. C’erano anche due o tre quadri appesi ai muri ma era difficile dire cosa raffigurassero.
Arrivati alla fine delle scale, l’eco di un rumore più forte simile a quello che aveva sentito poco prima si udì chiaramente. Avrebbe potuto addirittura essere uno sparo ovattato.
«Cos’è? Una pistola?» chiese Robert turbato.
Kevin si illuminò nella speranza che Robert volesse andarsene. Ti prego, ti prego. Un irreversibile sensazione di panico stava cominciando ad attorcigliarsi dentro di lui. Tutte le sensazioni che provava, perfino i vestiti sulla pelle, gli davano fastidio come se qualcuno di estraneo lo stesse toccando. Marta, che era immobile, all’erta, ingoiò la saliva e disse una frase che non voleva dire: «Ormai siamo arrivati fino a qui…» Si avvicinò alla porta di fronte a lei ma si arrestò un istante.
«Dai, torniamo a casa.» si convinse a dire infine Kevin, che si stava facendo sopraffare dalla suggestione. Chi se ne frega di Marta. pensò, ma non lo disse. Il respiro del suo petto era ritmato, ma non era sotto il suo controllo.
Guardò Robert e poi Marta. Robert contraccambiò lo sguardo preoccupato ma Marta tornò a rivolgersi alla porta. Aveva uno sguardo deciso, come se ci fosse qualcosa di molto più importante di quello che potevano vedere esternamente loro due, ma cosa fosse, Kevin non lo seppe mai. Lei mise la mano sulla maniglia un tempo color oro e aprì la porta, rivelando con la torcia una stanza immersa nelle tenebre.
«Non vedo niente.» disse lei «Ma…»
Marta si strinse forte le mani sulle orecchie come per attutire un suono acutissimo che non c’era, la sua torcia cadde a terra con un tonfo e poi dal buio fuoriuscì qualcosa. Qualcosa che non avrebbe dovuto esistere. Kevin la vide chiaramente, illuminata dalla torcia a terra, ma solo per un brevissimo istante, poi la cosa sparì. Era molto veloce. Robert raggiunse Kevin con un balzo. Marta era pietrificata, come se non potesse muoversi, come se muoversi non avesse senso. Si girò di spalle, quel poco che le bastò per lanciare un disperato sguardo di aiuto che sembrava dire: “Non lasciarmi sola.” Quell’immagine si impresse nella mente di Kevin come un’impronta nell’asfalto fresco, perché poi… Lei si alzò in volo. Non c’era qualcuno lì a sollevarla ma le sue gambe si alzarono letteralmente in aria come una foglia con un soffio di vento, lasciandola penzolare. Tutto questo accadde in un secondo e poi lei fu risucchiata per sempre nel buio della stanza.
«Marta!» urlò Robert.
L’unica risposta fu l’eco della sua stessa voce. Kevin tornò in sé e corse giù dalle scale. Robert non aveva visto tutta la scena come l’aveva vista Kevin: se così fosse stato, avrebbe saputo che per Marta non c’era più niente da fare. L’esitazione fece rimanere Robert immobile per qualche altro secondo. Sentì un rumore e poi una sensazione di freddo in mezzo allo sterno. Confuso, si guardò il petto, realizzando che il freddo in realtà era calore, un calore mai provato prima, che fece raggrinzire la pelle e la carne del suo torace come petali appassiti, arrivando a creare un foro. Le sue ginocchia si fecero deboli e cadde a terra. Morto.
Kevin uscì dalla stanza senza voltarsi di spalle per la paura di quello che poteva esserci dietro di lui. Poteva essere ad un centimetro dal suo collo, dalla sua schiena, dalle sue caviglie. Correva disperato, mentre la stanza attorno a lui gli sembrava sfumata.
Una pressione avvolse il suo polpaccio e cadde con la faccia sulla terra secca. Dolore fortissimo. Polvere gli entrò nel naso e negli occhi. Si rotolò e guardò in alto con la vista sfocata, le vene pulsanti come se stessero alimentando un’automobile. Qualcosa di appena percettibile, come il vapore del calore all’orizzonte, si estese sul suo corpo. Poté distinguere una sagoma ma non riuscì a vederla chiaramente, fino a che lo spettro non allungò un arto sopra di lui.

02 aprile 2020

Aggiornamento

Ti parlo un po' dei personaggi del mio libro.
https://www.facebook.com/ZanonSonny/videos/216064532993622/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro unico con una trama avvincente e coinvolgente! Il susseguirsi degli eventi e la continua suspense mi hanno fatta restare incollata al libro tanto da averlo finito in appena un pomeriggio! La trama è molto appassionante, ricca di colpi di scena. Si conclude in modo esaustivo, senza lasciare nulla in sospeso. Insomma, un libro che non è catalogabile all’interno di un singolo genere in quanto è un mix e che per questo consiglio a tutti!

  2. (proprietario verificato)

    A chi non è piaciuto stranger things o Dark?
    Sparizione a Gray River è figlio della sua era, ovvero della nuova onda simil pop-80 alimentata da misteri, strane creature e complotti. Nonostante però il libro sprizzi Stephen King da ogni pagina, all’avanzare della storia lo scrittore introduce elementi narraviti sempre diversi che tengono incollato il lettore ad uno stato di suspance costante. Questo, almeno personalmente, mi ha spinto a consumare una pagina dopo l’altro spinto dal desiderio sempre più pressante di rispondere a tutti gli enigmi che vengono inseriti in maniera coerente con il procedere del racconto (se conoscete la serie tv Lost ecco, la sensazione è quella).
    Il libro è scorrevole e la dinamica buona, ma il vero punto forte del romanzo è sicuramente la trama, la quale viene conclusa in maniera soddisfacente senza lasciare cerchi aperti ( per citare il libro 😉 ). Sicuramente consiglio questo libro a qualsiasi avventore di Bookabook, ed a tutti gli amanti del genere fantasy-scientifico!

    Marco

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Sonny Zanon
Ciao, mi chiamo Sonny Zanon. Fin da piccolo sono stato appassionato di cinema e lettura, e in seconda media vinsi il primo premio per un concorso di poesia della scuola. Mi piacevano soprattutto i thriller, tanto che per tutte le elementari la notte non volevo andare a dormire per paura di fare brutti sogni; e li facevo eccome! Smisero solo quando mio padre un giorno mi regalò un acchiappasogni. Adoro rompicapi, indovinelli, labirinti e tutto ciò che ha bisogno di una seconda lettura per essere capito veramente. Nel 2017 ho scritto il mio primo romanzo: “Attraverso”. Scrivo per passione, e curo una rubrica di racconti sul mio sito: www.sonnyzanon.com
Ho un Master Pratictioner in PNL conseguito all’estero, e nella vita di tutti i giorni tengo corsi di formazione per studenti e professionisti sulle Tecniche di Memoria e le Microespressioni Facciali, lo faccio da cinque anni.
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