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Status Quo. Ovvero: come uccidere la propria moglie e vivere felici nel 54 d.C

Status quo
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Consegna prevista Giugno 2021
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Come fa un giovane e potente patrizio romano pieno di debiti a conservare il proprio status quo? E i suoi schiavi? Perché la condizione di schiavitù non era uguale per tutti. La soluzione pare essere un buon matrimonio. Un matrimonio che però, in maniera del tutto inaspettata, nasconde ben altro. E qui, nella Roma dell’imperatore Claudio, Sulpicio Aurelio Caro, il protagonista, con l’aiuti dei suoi servi più fedeli, dovrà vedersela con una complicata matassa di guai che mai e poi mai un padre quirito del suo rango avrebbe nemmeno osato immaginare.

Perché ho scritto questo libro?

Può un libro nascere da una grande delusione? Non lo so, so solo che questo è il caso. Io avevo scritto Chi Ha Ucciso Caligola? quello che doveva essere il primo film in 3D diretto da Tinto Brass. Film che, a un mese dal primo ciack, saltò a causa del malore che colse Tinto. Quindi, eccoci qua. Da un primo e vecchio soggetto, che con la sceneggiatura sviluppata poi non c’entra niente, ho dato vita a un romanzo. Magra consolazione? Può darsi, ma spero comunque che piaccia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Collegia juvenum

Il grande Giulio Cesare 

passando il Rubicone 

per non bagnarsi il cazzo 

inculò un centurione…

Il coro angelico cessò quando Marcello fece cenno ai compagni: «Aspettate.» 

«Per tutti gli dei Marcello, è la sesta volta.»

Se riusciva sempre a bere un litro più degli altri, e a tornare a casa con le proprie gambe, lo doveva alla sua mole. O almeno così dicevano, perché lui non era grasso. Era solo robusto. Il vino lo reggeva perché pisciava in continuazione.

«Sì, e devo anche cacare.» Si alzò la toga e si accovacciò. Gli altri si misero a ridere.

«Sei una cloaca (fogna).»

«No, lui è la cloaca maxima.»

«È vero che li concimi tu i terreni di tuo padre?»

«Per forza, fa più merda di un bove.»

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Marcello non vi badava. «Siete banali. Dite sempre le stesse cazzate.»

«Ha ragione» convenne il ragazzo con l’aria del capo. Passò la lucerna a un compagno, si guardò intorno e raccolse un sasso. «Siamo banali», e provò a colpirlo.

«Ma sei scemo?» protestò Marcello.

«Una puttana pagata a chi centra il culo di questo ciccione.»

Detto fatto. S’accovacciarono dove il raggio di luce offerto dalla lucerna era più intenso, alla ricerca della materia prima. E attaccarono a tempestarlo di sassate.

«Fatela finita stronzi! Fatemi cacare in pace!»

«Disgraziati! Ma che state facendo?» 

I ragazzi si voltarono: da dove sbucava quel vecchietto? «Questo non è un lupanare. Andate via delinquenti.»

Oltre alla lanterna, il vecchio impugnava un bastone lungo quanto il suo braccio. Forse un guardiano. Il ragazzo con l’aria del capo si guardò intorno, e intuì che i platani, i tigli, i cipressi e i sicomori che svettano su aiole di viole, rose, anemoni e giacinti non facevano parte di un giardino pubblico. Se quel vecchio era un guardiano, al di là di tutto quel verde riposavano lussuose domus (abitazioni). Si trovavano in un quartiere elegante. Perfetto.

Sorrise e si parò davanti al vecchio.

«Sai invece che facciamo vecchiaccio? Entriamo e ci scopiamo le belle schiavette di casa. Dopo, ci portiamo via tutto quello che ci piace, e prega gli dei che ci sia una buona riserva di vino, o sfasciamo tutto.» Si voltò verso gli altri, e Marcello si tirò su. L’idea di un’altra bevuta e una bella scopata lo riscossero da tutti i suoi guai intestinali. 

Si fece avanti.

Il vecchietto mulinò il randello. «Bada… non ci provare.» Marcello avanzò di un passo, con calma. Al pari del padre, era un fanatico dei combattimenti fra gladiatori. Gli era pure riuscito di avvicinare Perseo, nuovo idolo delle folle – quindici trionfi consecutivi e tre pareggi, mica discorsi – il quale gli aveva svelato il segreto della vittoria: ostentare sicurezza; anche se feriti a morte. Solo così si genera ansia nel proprio avversario. E l’ansia partorisce fretta.  

Detto fatto. 

Marcello si piegò sulle ginocchia. L’altro pensò a un attacco e si fece sotto: due colpi menati alle farfalle che Marcello schivò tranquillo e nonostante la propria stazza. Quando il vecchio alzò di nuovo il braccio per far partire il terzo colpo, e si ritrovò con la guardia scoperta. 

Marcello gli piantò una craniata in faccia. 

«Ora!»

Gli altri si scagliarono sul poveretto: i primi colpi alla bocca dello stomaco per lasciarlo senza fiato; i secondi alle palle per renderlo inoffensivo.

Me ne stavo beato, cullato come un bimbo tra le braccia di Morfeo a russare come un animale, quando quell’idiota di Timocle piombò nella mia stanza. Giustificato, per carità, ma mi svegliò con tanta delicatezza che per poco non mi prese un colpo.

«Timocle! Brutta bestia, sei impazzito?»

«Scusa domine (padrone) ma…»

«Cos’è questo casino?»

«Appunto. C’è una battaglia qui fuori.»

«E io stavo dormendo.»

«Lo so però… magari dovresti…»

Scossi la testa e mi alzai. A che scopo avere dei servitori se dovevano scocciarti per ogni cazzata?

Acchiappai la prima veste che mi capitò a tiro e me la strinsi attorno ai fianchi. Per fortuna faceva caldo.

Uscii fuori.

La battaglia – sempre esagerato Timocle – era terminata. Venti dei miei schiavi avevano riportato alla ragione dieci ragazzi scalmanati a suon di calci in culo. Unica vittima il vecchio Arsace, a cui il naso rotto non aveva tuttavia tolto il fiato per inveire contro quegli stronzi (come li stava chiamando lui, e senza riportare gli altri complimenti nei riguardi delle loro madri). 

Un poliziotto appartenente al corpo dei vigiles nocturni mi si avvicinò tutto marziale. «Ho sentito gli schiamazzi e sono accorso subito. Ora li porto via e qualche bella nerbata non gliela toglie nessuno.» Non s’azzardò ad allungar la mano per chiedere soldi, ma poco ci mancò. Lo ignorai e mi avvicinai a quei pezzenti. Che poi si fa per dire: le loro tuniche di lino erano ornate con strisce di porpora. Cominciavo a capire perché Timocle mi avesse svegliato.

Svanita ogni boria dopo tutte quelle legnate, se ne stavano immobili, a testa bassa, ma quella peluria rossiccia sul viso di uno di loro (quello con l’aria del capo), non mi sfuggì. Gli misi il dito sotto al mento, costringendolo ad alzar la testa. Quando la luce delle lanterne illuminò il suo volto, il vigile ringoiò il catarro che stava per sputare. 

«Ciao Nerone» gli dissi.

«Ave a te, senatore Sulpicio.»

«Se… senatore?» chiese il vigile.

«Sì», risposi senza distogliere lo sguardo dal ragazzo, «senatore Sulpicio Aurelio Caro. Allora, caro Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, che vogliamo fare?»

Il ragazzo non rispose.

«Forse il tuo patrigno, che guarda caso è anche il nostro imperatore, sarà felice di sapere che vai in giro di notte a fare il teppista, non credi?»

«Be’… senatore,» attaccò a balbettare il vigile «non so se è il caso… insomma… se è il giovane…»

«Vai pure. Hai fatto un buon lavoro.»

«Grazie senatore. Mi chiamo Ammiano Varrone, e magari… ecco… sono una buona guardia io, cioè, il nostro comandante è in là con gli anni ormai e se tu… insomma… in Senato…»

«L’imperatore ha faccende più importanti di cui occuparsi, ma non mancherò di fare un encomio a tuo nome al prefetto dei vigili. Timocle, dagli dieci sesterzi. Beviteli alla mia salute.»

«Non mancherò senatore. Grazie. Grazie infinite.»

Se ne andò tutto contento, mentre Nerone e i suoi degni compari continuavano a starsene lì fermi come statuine. Dovevo frustarli?

«Levatevi dalle palle.»

«Grazie senatore» disse Nerone. «Non sapevo fosse casa tua. Mi dispiace.»

«Grazie un corno. Togliti quei peli dalla faccia piuttosto. La barba la portano i filosofi e qualche eccentrico. Un vero romano ha il viso glabro.»

«Sì, certo. Buonanotte.»

Timocle mi riaccompagnò in camera, e solo gli dei sapevano se avrei ripreso sonno.

«Sei troppo indulgente padrone.»

Alzai le spalle. «È un difetto di famiglia.»

«La gioventù dorata di Roma. Mettono a soqquadro la città, tanto che gli importa? Certa gente meriterebbe la galera, ecco cosa.»

«Certa gente è il futuro di Roma. Anch’io da ragazzo ho fatto parte di una compagnia di scapestrati. E si dà il caso che succedesse la stessa e identica cosa anche da voi.»

«Sì, ma a quei tempi, e anche ai tuoi se è per questo…»

«Falla finita. A quei tempi era uguale a oggi. Facevamo le stesse cazzate. E ora levati. Voglio dormire, non fare discorsi sui bei tempi andati, anche perché domani è una giornataccia.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Sembra davvero forte, lo voglio!

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Jacopo Mazzuoli
Mi chiamo Jacopo Mazzuoli e solo Dio sa perché a qualcuno dovrebbe interessare la mia biografia. Ma, visto che me la chiedono, posso dirvi che sono un maestro nel montare il latte in una crema per cappuccini di prima classe e che mi occupo di sceneggiatura. E qui, tra film abortiti per le congiunture più astruse, lavori pagati e altri pagati solo a metà, ho firmato Ballad In Blood, l’ultimo film di Ruggero Deodato.
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