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Storia di una Città Nascosta

Storia di una Città Nascosta
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Consegna prevista Settembre 2022

Emma vive in una Milano Ottocentesca. Tutto nella sua vita sembra procedere come di consueto, fin quando non riceve un misterioso invito ad un ballo in maschera che, ancora non sa, scandirà il cominciare della sua nuova esistenza. La fanciulla si troverà catapultata in un mondo popolato da ninfe, streghe e folletti, creature misteriose particolarmente interessate a fare la sua conoscenza. Quando però la vita di Alexander, suo migliore amico, viene messa a rischio, Emma dovrà fare i conti con la realtà, ossia che esistono anche creature malvagie a popolare quel mondo nascosto alla vista di tutti. Il suo amico e lei vengono soccorsi dagli Incantatori, una congrega di giovani dotati di particolari doti magiche. Fra misteri, battaglie e scoperte sul suo passato, Emma e la Congrega dovranno investigare sui numerosi omicidi di ninfe che stanno seminando terrore nel Mondo Nascosto. Questa avventura porterà Emma ad interrogarsi sulla sua stessa esistenza e sulla natura delle sue doti magiche.

Perché ho scritto questo libro?

Storia di una Città Nascosta nasce in una mattina d’inverno, una delle tante che sono stato costretto a passare in reclusione forzata a letto. La trama e le ambientazioni nascono da un desiderio profondo di dare vita alle immagini meravigliose che abitano i miei pensieri. Per quanto riguarda i personaggi, alcuni rappresentano persone della mia vita, altre, persone che vorrei incontrare. Questo libro è fatto per riflettere su importanti temi che mi stanno a cuore come amore, amicizia ed equità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’interno della villa risultava sia elegante che colorato. L’ingresso era a forma ottagonale, con le alte pareti ricoperte da arazzi rappresentanti scene dall’antica mitologia greca. Emma sospettò che Alexander sarebbe stato in grado di spiegarne il significato in maniera molto dettagliata. Sopra le loro teste pendeva un grande candelabro in cristallo che spargeva luce in tutta la stanza. Il pavimento a scacchiera conduceva verso una doppia porta bianca chiusa.

Alexander si voltò verso Emma come per chiederle se fosse pronta. La ragazza fece un respiro profondo ed annuì convinta. L’amico fece ruotare il pomello dorato ed aprì la porta.

“Santo cielo…” sussurrò Emma in preda allo stupore.

Di fronte ai due ragazzi si era aperta la sala da ballo più grande che avessero mai visto. Gli alti soffitti erano costellati di lampadari in diamanti che gli conferivano un aspetto simile ad il cielo stellato che lei e il suo amico erano soliti osservare nelle notti estive dal giardino dietro casa. Le pareti color corteccia erano tappezzate di finestre ad arco che si affacciavano sui giardini all’italiana che ornavano i cortili esterni. Sui lati della sala vi erano degli ampi tavoli circolari traboccanti di cibo. Alcuni di essi erano stati predisposti per favorire le conversazioni fra le giovani donne nubili e le vedove. La pista da ballo era occupata da numerose coppie di giovani intenti a danzare al ritmo della vivace melodia suonata dal gruppo d’archi posizionati sul fondo della stanza dove si slanciava una grande scalinata in marmo bianco. I lunghi abiti delle giovani donne volteggiavano allegramente per la pista creando un gioco di colori pastello decisamente lodevole.

Alcune delle donne sedute ai lati della pista si voltarono verso i nuovi arrivati con sguardi interrogatori. Erano davvero belle, pensò Emma, non avrebbe biasimato il suo amico se avesse voluto ballare con una di loro.

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“Vi stanno fissando, Emma” disse il ragazzo al suo fianco acquisendo quel tono formale che entrambi erano costretti ad adottare in pubblico. Non era del tutto vero. Le ragazze sembravano gettare occhiate disprezzanti nella sua direzione per poi porre la loro attenzione su Alexander. Lo guardavano con occhi interessati e alla sua presenza raddrizzavano la schiena come la madre di Emma le aveva insegnato a fare per mostrare ai gentiluomini il suo portamento regale.

“Osservano anche voi, Alexander” rispose la ragazza mentre un accenno di divertimento si faceva strada nella sua voce alla vista del ragazzo messo così a disagio da un gruppo di sconosciute. “Vi avevo avvisato della possibilità di attirare sguardi indiscreti se aveste indossato quella giacca nera. La vostra bellezza mi fa sfigurare.”  Il ragazzo deglutì sonoramente mentre un leggero rossore si faceva strada sulle guance color avorio.

“Avreste preferito la compagnia di quello strano senzatetto che passa le giornate a sbattersi le mani sulle cosce come delle percussioni?” Rispose Alexander.

Emma si portò una mano al petto fingendosi indignata. “Ernesto Cosce a Tamburello è un talento innato” lo difese ridacchiando.

La risposta del suo amico arrivò veloce. “Perdonatemi signorina LaRose, ma trovo che il termine talentuoso sia usato a sproposito per quanto riguarda un uomo che canta ‘se i tuoi pantaloni sono pieni di botto, credi a me te la sei fatta sbottò.”

La ragazza rise alla sua battuta ma cercò di contenersi visto il pubblico apparentemente molto interessato alla presenza sua e dell’amico. “Pensavo vi piacesse la poesia.”

“Devo ammettere che la sua ballata sulla forma perfetta del fondoschiena della duchessa di Provenza mi intrigava” rispose Alexander ricambiando il sorriso della ragazza.

Ed era questo che amava immensamente dell’amico. Il modo in cui la confortava nelle situazioni di disagio come quella, con un grande sorriso che gli illuminava il viso e rendeva i profondi occhi scuri brillanti come delle pietre preziose. In quel momento Emma non sentì più il rimpianto di non aver portato il suo ametista con sé, aveva Alexander a farla risplendere.

I due giovani si incamminarono verso la grande scalinata costeggiando la pista da ballo. Emma non riusciva a togliere gli occhi dai vestiti delle altre fanciulle. Fluttuavano aggraziatamente formando disegni simili alle corolle dei fiori. I capelli perfettamente acconciati si muovevano creando danze colorate. Gli uomini le facevano volteggiare senza sforzo come fossero petali di rose.

Strano, pensò Emma. Ora che si era avvicinata, la ragazza poté osservare quanto alcuni di loro fossero effettivamente alti poco più di un metro. Era successo molte volte che vedesse delle cose insolite; uomini dalla statura improbabile, donne bellissime dagli occhi porpora o piccole creature sfavillanti che volavano davanti alla finestra della sua camera da letto la notte. La madre le aveva sempre attribuito una fervida immaginazione, la quale era un tratto distintivo della famiglia, e le raccontò di quando suo padre si mise a gridare nel bel mezzo della notte perché sicuro di aver visto un uomo incappucciato ai piedi del suo letto. Emma aveva imparato ad ignorare le proprie fantasie concentrandosi su ciò che era reale, come il suo amico. Oltretutto quelle visioni erano finite quando aveva compiuto otto anni, quindi non c’era di che preoccuparsi.

Si avvicinarono al tavolo dei rinfreschi ed Alexander si piegò per versarle della limonata. Emma gettò un altro sguardo alla pista di ballo scoprendo che una nuova giovane coppia si era unita alle danze. L’uomo in completo nero faceva volteggiare la sua dama con maestria e grazia. Quando la ragazza si voltò durante un volteggio, i suoi occhi incontrarono quelli Emma lasciandola senza fiato. Erano viola. E non blu accentuato da un gioco di luci ma viola come il suo vestito o l’ametista che aveva scordato di indossare.

“Alexander” chiamò il suo amico stringendogli il braccio. “Alexander c’è qualcosa che non va.”

Il suo amico alzò la testa attento e posò lo sguardo nella direzione dell’amica. “Non vedo nulla di strano Emma.” Aveva una voce calma e formale, segno che probabilmente non stesse vedendo nulla di insolito per davvero. Ma lei la vedeva ancora, la ragazza dagli occhi viola che danzava spensierata per la sala da ballo con il suo compagno. I due si stavano dirigendo sempre di più verso il centro della pista, sfuggendo agli occhi della ragazza. Non si sarebbe fatta scappare quel mondo un’altra volta.

Allungò una mano verso il suo amico che la guardò confuso attraverso il suo bicchiere di limonata. “Volete che vi batta il cinque, signorina LaRose?” Domandò allora.

“Voglio che balliate con me” rispose Emma alzando gli occhi al cielo.

Il ragazzo per poco non si strozzò con la limonata che si affrettò a posare sul tavolo dei rinfreschi. Sapeva che al suo amico non piacesse ballare anche se negli anni si era rivelato un ottimo partner. Emma sospettava che fossero gli sguardi del pubblico a innervosirlo. Nonostante le numerose proteste riuscì a trascinarlo sulla pista da ballo dove cominciarono a danzare al ritmo di musica.

Alexander la faceva fluttuare fra le coppie come una piuma danzante, conducendo come un vero maestro. Nonostante la goffaggine che lo contraddistingueva, si era sempre comportato in maniera impeccabile agli eventi formali, quasi capace di scindere la sua personalità eccentrica da quella più seria. Appariva sicuro di , leggero ed elegante, con la sua postura invidiabile che Emma sapeva avrebbe perso appena messo piede fuori dalla sala.

La ragazza si guardava intorno cercando di individuare la danzatrice dagli occhi violacei fra la folla. Durante un sollevamento in cui il suo amico la portò più in alto di chiunque altro, riuscì a vederla sparire dietro una porta insieme al suo accompagnatore. Guardò il suo amico che la stava facendo sembrare più aggraziata di quanto sarebbe stata in grado di apparire senza di lui e gli schioccò un bacio sulla guancia lasciandogli il segno del rossetto, cosa che lo lasciò alquanto stupito ed attirò alcuni sguardi nella folla.

“E questo per cos’era?” Chiese l’amico.

“Ti devo chiedere scusa” disse la ragazza. Il suo accompagnatore sembrò confuso e la guardò aggrottando le sopracciglia. “Scusa per cosa?”

Emma non rispose nemmeno e si scansò da lui per correre attraverso la folla il più lontano possibile dalla pista da ballo. Imboccò la via che i due giovani avevano preso e scoprì che conduceva ad un corridoio dalle pareti tappezzate di quadri romantici e il pavimento in tappeto rosso. Si sentiva quasi a teatro.

Provava senso di colpa per aver abbandonato Alexander sulla pista in quel modo e sperò che se la stesse cavando. Magari una delle ragazze sedute ai lati della sala gli avrebbe chiesto di ballare. Non osava immaginare quale sarebbe stata la sua risposta. Un giorno il ragazzo avrebbe detto di sì a qualcuna, ad una ragazza che non fosse stata lei, e tutto sarebbe svanito. Gli incontri a notte fonda, le confessioni segrete ed i regali sporadici. Ripensò a come nel corso degli anni i loro corpi erano caduti nell’abitudinario, assumendo posizioni prestabilite confortevoli per entrambi. Pensò a come il ragazzo le avvolgesse il braccio attorno alle spalle durante le loro sessioni di lettura all’ombra della quercia dietro casa, mentre lei gli scivolava addosso poggiando la testa nell’incavo del suo collo. Un giorno ci sarebbe stata un’altra ragazza fra sue braccia e lei avrebbe dovuto imparare ad essere felice per il suo amico.

Dopo quella che le sembrò un’eternità a vagare per i corridoi della villa, Emma finalmente udì qualcosa. Delle voci sembravano provenire da dietro una porta in legno laccato bianco. Fece attenzione a non fare rumore mentre si intrufolava nella stanza buia e scoprì che si trattava di una biblioteca. Appena entrata trovò due alte librerie che arrivavano fino al soffitto sulla sua sinistra. Nel mezzo vi era un varco che portava ad una stanza grande con un tavolo imponente al suo centro. La luce della Luna entrava dalle grandi arcate ed illuminava le sagome dei due giovani che si trovavano al suo interno.

Emma si nascose dietro una libreria attenta a non essere scoperta e si sporse verso la stanza. La ragazza dagli occhi viola stava seduta sul grande tavolo con le gambe avvolte attorno alla vita del giovane in piedi di fronte a lei. Era spropositatamente alto, con spalle larghe e pelle color caffellatte. Non era la prima volta che vedeva un proveniente dal Continente Nero in città ma di certo la visione la lasciava ancora svanita. Non concordava certo con le visioni denigratorie dei suoi compagni nei loro confronti e rimaneva spesso affascinata dalla scurezza della loro pelle. I ricci castani che erano stati pettinati con ordine sembravano essere la meta preferita delle mani della ragazza che ci faceva sprofondare le dita mentre lo baciava con foga. Si stringevano in un abbraccio appassionato mentre la giovane faceva scivolare la giacca dalle spalle del ragazzo. Emma notò che era molto muscoloso, con un fisico slanciato e definito.

Mentre gli sbottonava la camicia, il ragazzo fece passare le grandi mani sulla schiena della compagna indulgendo qualche secondo sul nodo che teneva stretto il corsetto. Quando glielo slacciò, un sorriso furbo si fece largo sul volto della ragazza.

“Vedo che vai dritto al sodo” disse con un sorriso. “Qual è il tuo nome?” Emma realizzò solo allora che era possibile che i due non si conoscessero affatto, o si trattava forse di un gioco al quale entrambi piaceva partecipare?

In entrambi i casi la madre di Emma non avrebbe tollerato un comportamento del genere dalla figlia. Quel genere di intimità era molto sconveniente, la gente non lo avrebbe approvato.

Si sentì quasi triste per la ragazza. Dopotutto, quando avrebbe lasciato la biblioteca e si sarebbe saputo che si era intrattenuta in compagnia di un gentiluomo senza accompagnatore sarebbe stata compromessa.

Guardò come lei osservava il ragazzo le pupille viola piene di desiderio. Forse a lei non importava, dopotutto non tutte le donne erano uguali. Magari per lei la compagnia di un gentiluomo era più importante della sua reputazione. Anche lei si era intrattenuta con Alexander ma lo aveva fatto in luoghi pubblici, dove le loro azioni non potevano essere fraintese.

“Thomas” rispose il giovane uomo con voce resa roca dalla fugacità del momento. Il suo respiro non sembrava accelerato quasi non si sentisse coinvolto dal bacio tanto quanto la sua compagna.

“E dimmi Thomas” continuò lei posando gli occhi viola sul petto scolpito del ragazzo. “Che genere di creatura sei?” domandò sporgendosi in avanti per baciargli il petto, proprio sopra il cuore. “Uno stregone?”

Thomas ridacchiò scuotendo la testa così la giovane donna lo baciò nuovamente sulla clavicola. “Una fata?” chiese allora ricevendo un altro gesto di dissenso.

Emma, che da dietro le librerie stava assistendo alla scena, rimase confusa dalle interazioni della coppia.

La ragazza si sporse di nuovo e questa volta gli baciò la mascella facendolo gemere. “Nessuna di queste” sussurrò lui.

“Siete troppo bello per essere una creatura fatata” lei lo baciò di nuovo sul collo per poi alzarsi e sussurrargli all’orecchio. “Voi siete un Incantatore.”

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Andrea Accorsi
Mi chiamo Andrea Accorsi, vivo a Como e ho diciannove anni. Ho sempre avuto una passione per le storie di fantasia, quelle che sin da bambino mi hanno permesso di sperare sempre in un futuro migliore. Ho iniziato a scrivere a dodici anni e non ho mai smesso. Ho trovato nel raccontare storie una libertà che poche altre cose nella vita sono in grado di darmi. Ora mi trovo a Milano a studiare danza contemporanea in una compagnia giovanile e l’anno prossimo comincerò il mio percorso universitario come studente di lettere moderne ad indirizzo artistico e teatrale. Per me le parole hanno sempre avuto la capacità di portare con sé messaggi importanti e quindi devono essere utilizzate con cautela. Nella stesura di questo romanzo ho fatto del mio meglio per creare ambientazioni uniche e personali. Nella speranza che concludiate il libro con un sorriso, vi auguro buona lettura.
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