Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Storia degli animali coniugali

Storia degli animali coniugali
49%
103 copie
all´obiettivo
72
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Dicembre 2021
Bozze disponibili

Il fallimento matrimoniale e le ripercussioni sull’innocenza infantile rappresentano il punto nevralgico del romanzo. I protagonisti, animali primitivi votati alla sensualità e alla corruzione, inseguono successo, emancipazione ed indipendenza, ma si scontrano ogni giorno con gli insormontabili ostacoli della montagna sociale. La vita coniugale, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, è raccontata da Lucia, figlia prediletta di Michele, docente di Storia della letteratura italiana. Sullo sfondo, le contestazioni universitarie, le stragi politiche, l’emancipazione femminile, il contrasto tra padri e figli, il crollo della figura maschile ed il distacco dal nido familiare. Quanto può influire, sull’emotività adolescenziale, il costante scontro tra Michele e Marida, tra Marida e Silvia, tra Silvia e Lucia? Quanto può, la retorica, nascondere la realtà extra-coniugale, le pulsioni preistoriche e gli inganni, le ambizioni sbagliate e le sconfitte amorose?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto un libro di speranza, un racconto di libertà. Un romanzo da cui emergesse che senza comunicazione, solidarietà e perdono, la vita sarebbe soltanto un passaggio. Mi piace credere che ognuno abbia una propria storia, una maniera unica di vivere e trasmettere le emozioni. Ho provato a scrivere un libro nel quale ogni esperienza ha un senso, ogni inverno prepara la primavera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Un proverbio francese dice che l’inverno prepara la primavera. Per questo, ho sempre vissuto nell’attesa che fiorissero le rose.

Dopo un’infanzia trascorsa a Potenza, ci trasferimmo a Bari affinché mio padre inseguisse il suo sogno universitario. Per lui, che negli ultimi anni aveva fatto il pendolare tra Puglia e Basilicata, il superamento di un concorso accademico dovette sembrare a tutti gli effetti una svolta. Il professore, Michele, aveva compiuto da poco quarantatré anni. Per un uomo della sua età, che aveva dedicato l’intera vita allo studio insegnando nelle scuole elementari e poi negli istituti tecnici, riuscire ad entrare nella Facoltà di Lettere come docente di Storia della Letteratura Italiana, scavalcando baroni rampanti e nepotismo, rappresentò lo spartiacque tra due vite. La prima, fatta di piccole insoddisfazioni, e la seconda, costellata di successi e riconoscimenti. Le allucinazioni dell’Università di Bari, del Rettore alla stregua di Nostro Signore e del contratto da firmare fluivano in un clima di completa assenza di organizzazione e mancata programmazione degli eventi.

Continua a leggere

Continua a leggere

Mio padre si era laureato velocemente. Quando conobbe mia madre era calvo, indossava occhiali da bertuccia ed era già fuori dal mondo, soggetto speciale che non ha voglia di imparare a gestire la socialità. Tuttavia, mia madre ne rimase attratta per il cervello, la pazienza e l’entusiasmo indomito con cui curava ogni minimo dettaglio. Si sposarono senza ripensamenti e decisero di trasferirsi in provincia di Potenza, città natale di mia madre, dove mio padre impartì le prime ripetizioni di grammatica, storia e geografia.

Il primo appartamento in cui vissero insieme, in realtà, non era altro che una stanza in affitto. Mio padre riceveva gli studenti in un ambiente spoglio, mia madre aiutava la padrona di casa in cucina. Nel tempo libero rileggeva in silenzio le riviste avanzate dal padrone di casa. Mio padre, che non aveva neppure il tempo di leggere, l’aveva incaricata di riassumere le notizie più importanti, consigliare le pubblicità dei prodotti più accattivanti, segnalare gli scandali di Stato e gli incidenti ferroviari. Il professore insegnava in salotto dalle quindici alle diciannove ogni giorno, sabato e domenica esclusi, mentre la mattina frequentava un corso di preparazione per la formazione degli insegnanti di scuola magistrale. Con i guadagni delle ripetizioni, che affidava interamente a mia madre, lei pagava l’affitto della stanza, conservandone una parte per l’acquisto di una casa e di una automobile. Giunsero insieme, come gemelle, la Fiat e mia sorella Silvia.

Durante la sua prima gravidanza, pur essendosi fermata alla quinta elementare, mia madre leggeva con curiosità e difficoltà i poeti che mio padre aveva studiato all’università. Il nome Silvia, dal romanzo alla poesia, era sempre cerchiato e sottolineato. Dall’anno del matrimonio, mio padre si era dedicato anima e corpo affinché lei imparasse a scrivere e leggere fluentemente, dandole dei compiti che puntualmente correggeva portandola spesso all’esasperazione. Quella forma d’amore, luminosa nei primi anni, mia madre non la visse mai più così intensamente.

Dopo quasi tre anni di affitto e ripetizioni, mio padre cominciò ad insegnare nella scuola elementare femminile di Potenza come maestro unico. Mia sorella aveva due anni quando mia madre rimase nuovamente incinta.

La nostra casa lucana non era molto grande e non distava affatto dall’abitazione dei miei nonni. Potevamo salutarci dal balcone e, quando il vento era a nostro favore, il profumo del pranzo della domenica entrava dalla finestra come una brezza di buone speranze. Abitavamo al terzo piano di sette, non c’era ascensore e la casa aveva un doppio affaccio. Da un lato, la strada fresca d’asfalto attraversata da poche macchine e moltissime persone. Dall’altro, una distesa di terra battuta e palazzi di cooperativa dove abitavano i miei nonni e centinaia di famiglie con bambini da cortile, madri da cucina e padri da ferrovia, fabbrica o campo. Tra loro, e specialmente tra gli inquilini del mio palazzo – avevo contato settantuno persone suddivise in quattordici famiglie – mio padre era il laureato a cui bisognava rivolgersi se qualcosa non era chiara. “Non riesco a leggere la bolletta, mi è arrivata una lettera ma non so cosa c’è scritto, il mio datore di lavoro mi ha dato un foglio ed ha parlato di licenziamento”.

Un giorno, sabato o domenica, l’uomo del settimo piano, un operaio sui quarant’anni molto affascinante e muscoloso, occhi scuri e capelli alla Clark Gable, suonò il campanello. Mio padre non era in casa. Si accomodò in salotto aspettando che mia madre preparasse il caffè. Spiavo tutto dalla serratura della mia stanza. Ho sempre provato un’insana attrazione per le serrature, specialmente per quella di Potenza. Il pomeriggio, dopo pranzo, il raggio di luce che filtrava dalla toppa disegnava un cerchio perfetto sulla porta di casa. Da lì potevo scorgere ogni azione che si svolgeva in soggiorno. Seguivo gli sguardi tra mia madre e Valerio, non so se di nome o cognome, che le chiedeva una mano. Le mormorava di aiutarlo con sua moglie. Non sapeva cosa fare. Puntualmente, a fine mese, le lasciava l’intero stipendio, non teneva nulla per sé, non andava neppure al bar a bere una birra in santa pace. Non mentiva, né provava vergogna, nel dire che guadagnava appena duemilacinquecento lire. Sua moglie si era messa in testa di dover andare dal parrucchiere una volta ogni trenta giorni. Non sapeva come ricordarle che avevano tre figli in età da scuola, che i libri non si compravano da soli, che il futuro era nelle loro mani e che la gente parlava, chiacchierava, contestava il biondo dei suoi capelli. I suoi occhi erano gonfi, le grandi mani poggiate sulle ginocchia, la schiena dritta. Il suo sguardo era puntato verso l’interlocutore. Non capivo granché di ciò che discutesse. Non capivo perché sua moglie non potesse fare qualcosa che le piaceva tanto. Non capivo perché guardasse così mia madre.

Mia madre lo interruppe, si voltò di scatto. Il rumore dei suoi passi – indossava pantofole rialzate da infermiera – non coprì la collera delle sue parole. Rabbia, schiaffi e ancora rabbia. “Non ti devi permettere più” disse indicando il foro della serratura, “non ti devi permettere più”. Ripeteva la sua espressione preferita, il mantra per le sue figlie, la formula che, assieme alla minaccia del battipanni e del collegio, prometteva educazione eterna.

2021-04-07

Quotidiano di Bari

Il Quotidiano Di Bari dedica un articolo a "Storia degli animali coniugali", il mio esordio letterario. Ringrazio Giovanni Verini Supplizi per aver rimarcato l'importanza della lettura e della curiosità in un contesto nel quale la soglia dell'attenzione è al di sotto degli otto secondi. Siamo quasi al giro di boa. Sono state vendute più di 80 copie in soli venti giorni. L'importante è non arrendersi mai, neanche un secondo, e credere sempre nei propri sogni. Basta un click, un passaparola, un semplice gesto per entrare nel vivo della storia: emancipazione sociale, insofferenza matrimoniale, attaccamento e distacco dalla famiglia, ricerca interiore e bisogno di libertà ti aspettano.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non si può fare a meno di leggere questo romanzo tutto d’un fiato; è difficile riemergere dalla storia degli animali coniugali e rinunciare alla sensazione avvolgente di veder rappresentata una piccola parte di sé in ogni personaggio.
    Aprire questo racconto, anzi vivere questo racconto, significa esplorare se stessi a tal punto da riuscire a ritrovarsi, anche se in luoghi del tutto imprevedibili; significa scontrarsi contro convenzioni sociali soffocanti e dopo riuscire a gridare la libertà per la strada riempiendosi la gola delle parole di Milva.
    Una narrazione così naturale e così necessaria non può far altro che donare al lettore un piccolo rifugio accogliente popolato da anime in fermento e anime decadenti e anime in subbuglio, anime che senza accorgersene si iniziano a considerare pezzi di cuore.

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Christian Bux
Mi chiamo Christian ed ho ventisei anni, troppo pochi per parlare di esperienza ma molti per avvertire la nostalgia dell’infanzia. Sono un grande appassionato di letteratura italiana, sia di quella cruda, indifferente e schietta di Moravia, sia di quella spesso infantile, disincantata e tormentata di Elsa Morante. Mi affascina il mondo che ruota attorno alla verità, all’impaziente ricerca di un equilibrio, alla materializzazione dei sentimenti. Sono iscritto al terzo anno di dottorato in Economia e Management presso l’Università di Bari e, contestualmente, coltivo un’innata passione per la musica, specialmente francese, poiché riunisce il parlamento che si dibatte nel mio cuore. Non conosco maggioranza, ma so per certo cos’è l’opposizione. Nel profondo, al di là delle rughe del tempo e del dolore, credo ancora nel bene comune.
Christian Bux on FacebookChristian Bux on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie