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Storia di una metallara

Storia di una metallara
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Consegna prevista Giugno 2022
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Se le stelle potessero parlare che cosa racconterebbero di noi che le fissiamo sperando muoiano per esprimere egoisticamente i nostri desideri? Avvicinati e ti potrai immergere nel diario romanzato di Bianca, una metallara dal cuore tenero, durante le due estati più indimenticabili della sua adolescenza. Dove non solo il volume della musica è altissimo, ma anche le emozioni sono amplificate e portate all’estremo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto per esorcizzare il dolore. Ho iniziato questo libro per dimenticare il mio primo amore. Quello che ti crea le farfalle nello stomaco che poi mutano in gastrite cronica. Volevo che la storia fosse impressa come in una fotografia. Ma scrivere mi faceva male, ho smesso e l’ho ripreso in mano quando mi sono innamorata di nuovo. Ho concluso tra le le lacrime in una catarsi di emozioni, musica e ricordi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La prima estate

CAPITOLO 1

Durante l’estate dei miei quindici anni mia madre decise che era giunto il momento di portare me e mia sorella gemella in vacanza al Campeggio Maristella. Mia sorella sembrava piuttosto entusiasta all’idea di stare ore e ore stesa come una lucertola al sole. Io invece avrei preferito non mettere mai e poi mai piede in quel luogo a mio parere dimenticato da Dio. Durante tutto il viaggio ho, infatti, dormito. Siamo partite troppo presto e la sera avevo fatto tardi come al solito davanti al computer. Ecco, questo era quello che mi sarebbe sicuramente mancato, passare le ore a digitare parole su parole e scrivere di lui del mio ragazzo. Il mio fidanzato conosciuto da pochi mesi, il mio Principe Azzurro, con quegli occhi nei quali mi ci specchiavo ogni volta che stavamo insieme, il quale è dovuto partire per lavoro e tutto è inevitabilmente cambiato. Mi sono ritrovata sola, privata della sua compagnia e di quella di tutti gli amici che avevo imparato a conoscere, ma che ancora non sentivo appartenermi totalmente.

Mi ci sarei abituata me lo ripetevo spesso, in fin dei conti era veramente da poco che stavamo insieme. Da quando ci siamo conosciuti per un fortuito caso in stazione la mia vita ha preso una piega decisamente piacevole. Quell’incidente avuto un anno prima pareva essere divenuto secondario. Non avrei mai dimenticato quanto il destino stesse cospirando contro la mia serenità, quella stessa serenità appena trovata. Importante è anche ricordare che prima di catapultarci in questa nuova esperienza estiva negli anni passati, come quest’anno abbiamo passato un breve periodo dalla zia in montagna, qualche amicizia vecchia lasciata di fretta perché mamma ha avuto questa splendida idea. Splendida perché sulle prime mi era piaciuta, ma ora…
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Ora guardando tutto questo verde, sentire la maglietta dei Metallica incollata alla schiena per il troppo caldo e vedere le persone che girano in costume mi fa venire un certo ribrezzo. Io sono bianca come la neve e poco me ne importa effettivamente di prendere il sole. Tutto sommato mi piaccio cosi. Quello che più mi dava fastidio era che, anche li, dove nessuno mi conosceva, sentivo tutti gli occhi puntati addosso, occhi indagatori, pronti a scrutare e giudicare basando il tutto sull’apparenza.

È vero, non facevo nulla per passare inosservata o almeno secondo me il mio modo di conciarmi era del tutto naturale, normale, per quanto la normalità sia piuttosto soggettiva «Per fortuna dura poco questa tortura» sbuffai d’un fiato in un singulto prima di far comparire un signor sorriso dinanzi agli zii che ci raggiungevano pronti a mostrarci dove avremmo potuto posizionare la roulotte e montare quel che serviva per quei quindici giorni infernali.

«Com’è andato il viaggio?»

«Io ho sempre dormito, nonna si lamentava della velocità usata da mamma, il nonno sorrideva per via della nonna e Gabry è stata tutto il tempo a scambiare messaggini con gli amici» – dissi d’un fiato indicando mia sorella che anche in quel momento stava digitando lettere sul piccolo cellulare. Purtroppo la mia voce non riusciva a celare una punta di noia per quelle domande che mi pesavano terribilmente risultando, quindi, piuttosto maleducata e ricevendo occhiatacce da chiunque fosse presente.

«Mi vado a fare un giro» – sbottai pronta ad allungare la gamba per incedere nel primo passo, ma fu tutto vano

«Dove credi di andare? Devi aiutare tua madre a montare la veranda e i gazebi»

«Uffa» – sbuffai consapevole che tutto il lavoraccio sarebbe stato il mio mentre Miss Scansafatiche sarebbe stata tutto il tempo attaccata a quel telefonino.

Finito il tutto mia sorella mi ha trascinata via ignorando del tutto la mia mancata voglia di andare in perlustrazione, sì, perché fu proprio quello il termine da lei usato e per quanto mi sforzassi di odiare quel posto e di ribadire che avevo bisogno solo di farmi una doccia, perché puzzavo come un cammello che tutto il giorno è stato sotto il sole con tre uomini sulla groppa, non potei fare a meno di notare quanto belli fossero i colori che lo rappresentavano, che rappresentavano e rendevano vivo quel luogo che sarebbe stata la mia casa per quei quindici giorni.

Piante con fiori rosa e rossi, sbucavano agli angoli di ogni piazzuola delimitandone la fine e l’inizio di quella successiva, camminando a fianco di mia sorella, non potei non lasciarmi affascinare da quegli enormi alberi secolari che incorniciavano e tenevano lontani sia gli animali che eventuali malintenzionati oltre il celare la rete che delimitava tutto quello spazio destinato alla villeggiatura. Via via che seguivamo il piccolo sentiero costeggiato dalle roulotte, dove ognuna era posizionata di fianco all’altra, mi lasciai andare ai pensieri che quella visione mi scatenava dentro, infatti dapprima pensai al Tetris il gioco dei mattoncini colorati, per poi giungere alla raggelante conclusione che per quanto quel luogo fosse stato creato per far sì che le persone vivessero quei pochi giorni in assoluto relax, i fatti non stavano effettivamente cosi. Lì ognuno pensava a rendere perfetto e bello il proprio spazio facendo di tutto per offuscare quello che vi era di fianco, in maniera tale che apparisse qualcosa di scialbo ed esteticamente brutto. Scossi il capo cercando di ascoltare quello che mi diceva mia sorella.

«Ma mi stai ascoltando?»

Trasalii appena nell’ascoltare la sua voce squillante, rendendomi conto che, camminando come un automa, sudaticcia, ma ben conscia che nulla mi avrebbe portata a sfilare maglietta, braccialetti e pantaloni larghi, girai il capo verso di lei sgranando successivamente gli occhi in quella piccola pineta. Da lontano sentivo il rumore delle onde, e il fresco dell’ombra era un vero toccasana.

«Eh? Ti sto ascoltando Gabry non iniziare a stressarmi»

«Se mi stai ascoltando che cosa ho detto?»

«Va bene mi ero distratta ora sei contenta?»

Dissi tutto d’un fiato allungando la mano per prendere la sigaretta che mi stava porgendo. Avevo già capito che quella pineta sarebbe stato il luogo sicuro dove poter fumare in tranquillità senza essere scoperte da qualcuno della nostra famiglia. Sospirai agitando la maglietta quindi lasciai che continuasse a blaterare su quello che voleva o non voleva fare durante quella giornata. Mi dispiaceva non riuscire ad ascoltarla, in fin dei conti chi meglio di me avrebbe potuto capire come si sentiva? Eravamo sole, i nostri amici erano rimasti in Paese o erano partiti per le vacanze coi loro genitori, ma sapevo anche che presto mi avrebbe costretta a fare conoscenza e infatti, per mia sfortuna quella mattinata di perlustrazione passò troppo in fretta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Giulia Riboli

    (proprietario verificato)

    Ci sono situazioni, immagini, parole scritte, ma soprattutto musiche che ci riportano indietro negli anni.
    Le colonne sonore della nostra vita, la nostra adolescenza (nel mio caso).
    Ho portato anch’io le borchie, ho ascoltato e amato molti gruppi metal, molti dei quali amo ancora; tutt’ora amo il nero, ciò che è dark in generale, al di là dell’essere o non essere metallara.

    A supporto di questi miei ricordi di adolescente al Liceo Artistico ci sono bigliettini, foto, audio-cassette, i primi cd, persone con le quali ho condiviso un pezzo importantissimo di vita.

    Ogni volta, ripensare ai tempi del liceo, mi smuove un qualcosa di viscerale.

    Con questo libro (e soprattutto questa playlist Spotify allegata) mi sono riaffiorate tantissime sensazioni, emozioni, come se le avessi vissute ieri.
    Riesco a sentire i profumi dell’autunno, delle foglie cadute sul lungo viale d’ingresso all’ex collegio Curioni (riadattato a Liceo Artistico) il mio primo giorno di scuola.
    Ricordo i colori, situazioni, come se per magia un moto sinestetico si impossessasse di me, grazie a Iolanda Pompilio.

    Non vedo l’ora di ricevere il libro tra le mani e di immergermi nei miei ricordi.

  2. Cosimo Pricci

    (proprietario verificato)

    Mentre mi accingo a scrivere quello che penso di questo romanzo, il c.d. nello stereo trasmette “Gli Spari Sopra” di Vasco che sicuramente piacerebbe sia a Bianca che a Gabry…
    Un romanzo adolescenziale, che esprime bene gli anni di quando si è ragazzi, le prime esperienze, e la voglia di non rientrare tra gli adulti…la voglia di essere al di fuori delle classificazioni, nel romanzo espressa con la musica e il prendere le distanze da come reagiscono gli adulti..
    L’incontro con l’amore , scoprire la vera sensazione che fa volare anche camminando con i piedi per terra, e poco importa se potrebbe far male a se stessi o agli altri, sono cose che accadono, ci si casca dentro soprattutto a quella età, e poi gli amori estivi, in questi giorni in testa ho la canzone di Masini il cielo della vergine e l’inizio del testo “sulle spiagge di Settembre/ c’è la solita agonia/ degli amori di ricambio /che domani vanno via.”
    Consiglio questo romanzo a tutti, indistintamente, perché fa capire non solo il punto di vista adolescenziale, ma anche quello della maturità nell’amore, che serve ad essere adulti responsabili e non eterni Peter Pan o Principesse…

    Saluti dal tenebroso Vichingo

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Iolanda Pompilio
Mi chiamo Iolanda Pompilio, che sia con una penna o con la luce ho sempre scritto e ciò non ha mai cambiato quel che più conta: esternare o bloccare una emozione. Quindi seppur romanzando lascio piccole parti di me negli scritti così come nelle foto che scatto. Motivo per cui ho sempre faticato a lasciare che altri leggessero qualcosa di mio. Sono una fotografa specializzata in live. La musica nella scrittura o nella fotografia resta uno dei cardini fondamentali, secondi solo all’amore.
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