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Storia di Gino e del suo vagar per luoghi

Storia di Gino e del suo vagar per luoghi campagna
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Consegna prevista Gennaio 2021
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Sarà capitato anche a voi di svegliarvi una mattina e sentire di essere un passo indietro alla vostra vita, sfasati e fuori tempo?
E pensare che, tutto sommato, la fuga potrebbe essere la soluzione…
Così Gino, il trentenne protagonista di questa storia, complice l’incontro (sì, avete capito bene, l’incontro) con uno strano “angioletto pitonato”, decide di alzarsi e partire, cercando di sfuggire a quel suo buco nero dentro al petto, che lo risucchia e lo lascia come quando ci si sveglia con il piede sbagliato.
La fuga si trasformerà in un vero e proprio viaggio nel quale Gino visiterà luoghi, incontrerà persone, vivrà avventure, sognerà sogni.

Perché ho scritto questo libro?

La scrittura è una scoperta arrivata intorno a venticinque anni. Avevo bisogno di riversare su carta tutta una serie di sensazioni e sentimenti, che mi soverchiavano. Scrivendone ho scoperto come tenere a bada una sorta d’inquietudine che (illuso!) pensavo di possedere in esclusiva. Poi è arrivato il piacere. Scrivere mi rendeva felice. Ora, molti anni dopo, è un sogno. Difficile da realizzare per tutti gli impegni che la vita ti mette davanti, ma che mi ostino a perseguire, malgrado tutto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

FIRENZE
C’è poco da fare. Notti come questa mi deragliano, mi squassano, mi scompigliano … Che altro…
Cioè: svegliato tardi, andato allo specchio con occhi ancora inzuppati nel sonno, fatta la solita smorfia nell’intravedermi tra una cispa e l’altra, eppoi, eccolo lì, proprio nel mezzo del petto, un enorme buco nero dentro.
Si. Preciso. Uguale alle fucilate dei cartoni animati. Tipo Duffy che viene rincorso e sparato dal maiale cacciatore e riesce a guardare attraverso il foro dello sparo.
Ho provato ad infilarci una mano dentro, così, per sperimentare, ma c’era il risucchio e ho avuto paura che potevo magari anche rischiare di rimettercela, così ho lasciato perdere. Che poi alla fine nel risucchio c’è finita lo stesso la colazione, il giornale, la pappa dell’Agata e anche una certa telefonata ad un paio di genitori che avrei dovuto fare già da un po’ e che loro si aspettavano di sicuro.
Loro (i miei genitori, intendo) sono pensionati in pensione. Voglio dire: sono entrambi in pensione e non appena arriva la bella stagione non ci pensano due volte ad elevare alla seconda questa loro condizione prendendo possesso della loro camera alla Pensione Maria di Fiumaretta, vicino a Marina di Carrara. Sempre la stessa camera da trent’anni, la numero sedici. Vai un po’ a capire il perché.

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La dovreste proprio vedere quella stanza, l’hanno addirittura personalizzata. Il letto l’hanno scelto e comprato loro, così i quadri, i colori delle pareti, perfino le mattonelle del bagno se le sono scelte e montate da soli. Così si sentono a casa, dicono loro. Facevate prima a comprarvela, dico io. Fatti un bel sacchettino di cazzi tuoi, dicono loro. Io a questo punto di solito non dico più niente.
Insomma, mi sono infilato una t-shirt, ma il buco nero dentro secondo me, si vedeva lo stesso. Eppoi, improvvisamente, hanno cominciato ad affiorarmi su per i canali della mente cose del tipo domande esistenziali. Niente di mistico o della serie chi siamo, dove andiamo o roba del genere. No. Volo molto più basso io. Mi sono limitato semplicemente al chi sono, dove vado, eccetera. Ma anche restringendo così notevolmente il campo, di risposte non se ne sono viste.
Quando anche questo cumulo di menate se l’è preso il risucchio (che comunque lascia sempre, come lo sciacquone che non tira bene, dei pezzettini di inquietudine galleggiare qua e là), mi è sembrato il momento giusto per cominciare con le paranoie. Così mi sono concentrato su una delle mie fisse preferite: la cabala delle presentazioni.
Cioè. Io mi presento così:
Piacere (micropausa). Gino, trent’anni. Stop, basta. Nient’altro. Oh, c’è poco da fare, non mi viene più nulla , mi si blocca l’inventiva.
Invece la gente arriva: Piacere. Pico De Paperis (vabbè…), trent’anni. Ingegnere. Sposato con Mirandolina (???). Ho un frugoletto di nove anni, Sampei (!). Mi piace pescare nei laghi la mattina all’alba e desidero tanto una Mercedes color storione metallizzato.
Oppure: Piacere. Giusi, con la G, niente ipsilon. Professoressa di lettere. L’età non la dico che non sta bene. Single. Ma per scelta. Non che non abbia avuto le mie bel- le occasioni. Solo non ho voluto. Vivo in un attico insieme ai miei due yorkshire: Mino e Mina, in onore dei miei due musicisti preferiti. Faccio parte del circolo culturale “Gli amici di Liala” e adoro la cucina cingalese.
Insomma, cose così.
Mi danno l’idea di essere tutti così sicuri di sé, così consapevolmente qualificati, definibili, che non posso proprio fare a meno di invidiarli a bestia.
Ha cercato dappertutto. Ha cominciato con i posti più ovvi, quelli classici del tipo, che so, la poltrona del salotto, la sedia in cucina, la terrazza, per passare, poi, all’imponderabile: lo stanzino delle provviste, dentro l’armadio, il cassettone dei maglioni di lana.
Non c’è. Da nessuna parte. Neanche in giardino, ultima risorsa, sotto il ciliegio,
luogo deputato al frescheggio e ai momenti di riflessione più profonda e solitaria.
Niente.
Perfino l’infallibile stratagemma di scuotere a mo’ di maracas la scatola dei croccantini è fallito miseramente. Insomma, non c’è niente da fare.
Agata è sparita. Di nuovo.
Agata è qualcosa di decisamente più che un semplice gatto da appartamento. Il fatto stesso di definirla da appartamento è di per sé del tutto arbitrario, visto che va e viene a suo piacimento, come e quando vuole e ha conservato pressoché intatta tutta la sua libertà, condizione felina per eccellenza. Non si è mai fatta il minimo problema nello sparire per dei bei tot d’indeterminatezza per tutte le sue scorribande amorose e non. In gioventù, poi, è stata una vera avventuriera, una di quelle pronte ad andare come le prendeva la fregola. Un’affamata di vita, di esperienze, che Gino ha amato da subito, accettando ogni sfumatura di questo suo carattere così ribelle e vagabondo. Anzi, proprio per rispetto della sua indipendenza, le ha costruito sulla finestra che guarda il giardino, una di quelle porticine basculanti che si aprono con una semplice spinta, in modo da poter andare e venire come e quando le va.
E’ comunque ormai da un po’ che ha virato verso una vita un po’ più misurata e tranquilla. Dopo un’onesta carriera di semirandagismo, essendo stata praticamente dovunque, si è semplicemente data una calmata, e così le sue scorribande si vanno facendo sempre più rare. Il rapporto che Gino ha con lei è speciale. Agata ha una saggezza non comune e una filosofia di vita tutta sua. I suoi miagolii danno l’idea di essere sempre ben meditati e pieni di buon senso. Spesso la lascia accucciarsi tra le sue ginocchia e accarezzandola la fa partecipe di molte delle sue gioie, dei suoi frequenti dolori, dei suoi dubbi, delle sue inquietudini. Lei fa un po’ di fusa, arruffa un poco il pelo e sfoggia un atteggiamento serafico stile monaco buddista ( del quale ha anche il manto fiammeggiante), e gli rimanda misteriosi aforismi zen che non è ancora riuscito a decifrare, ma che è intimamente convinto vadano ben oltre il classico MIAO che capisce sempre lui. Capita che invece sia Agata ad avere bisogno di lui.
Succede invariabilmente di notte mentre Gino sta dormendo profondamente, chissà, avrà a che vedere con il fatto che forse la notte per Agata è un po’ come il vino per Gino, propedeutico alle confidenze. Fattostà che si affaccia sul letto, si mette muso a muso e con le zampette prende a schiaffeggiarlo, ma così, delicatamente, solo per svegliarlo. Una volta che ci è riuscita comincia a raccontargli pensieri e riflessioni, che in verità, bisogna ammetterlo, Gino non riesce mai a cogliere fino in fondo. Un po’ come sapere l’inglese superficialmente e ascoltare una conversazione; se ne perde mezza. Più spesso stanno semplicemente una tra le braccia dell’altro volendosi bene in silenzio.
Gino non è per niente preoccupato dell’assenza di Agata. “Sarà partita per un’altra delle sue storie” pensa.
Così si veste ed esce per fare la spesa.
Si sente strano, un po’ fuori fuoco e quando uscendo viene investito da una vampata imponente di caldo e da una luce accecante, ci resta anche male.
Ora. Sapendo che è giugno già da un po’, non avrebbe dovuto essere difficile immaginare quale tripudio di luce e calore lo avrebbe aspettato fuori. Ma lui si sorprende lo stesso. Arriva addirittura a scomodare improbabili tesi complottistiche, cose tipo una qualche specie di Dio che nascosto dietro una porta ad accumulare luminosità e calore non aspetta altro che il momento giusto per riversartela addosso alla prima occasione.
Insomma, a parte l’idea delle imboscate primaverili, Gino ha questa sensazione come… come di saltare un fotogramma di tanto in tanto.
Così fa le sue compere come in apnea e per coerenza col suo stato d’animo si compra un bel pesciotto per pranzo. Rincasa veloce pensando tra sé ( anche se così ad alta voce che qualche massaia comincia a guardarlo un tantinello preoccupata): “Bah! Sarà che mi è scesa la pressione sotto i piedi!”
Mi guardava, quel povero pesciotto, con l’occhio balogio di chi ha subito un’enorme ingiustizia. “Ma… ma insomma! Se proprio non avevi voglia di cucinare, perché non ti sei semplicemente aperto una scatoletta di tonno invece di ridurmi così. Guarda come mi hai conciato… Mezzo crudo, mezzo lesso… Mamma mia che finaccia!”
In effetti aveva proprio ragione, l’avevo straziato. Ero sinceramente costernato, anche perché in origine era decisamente un bell’animalillo, con l’occhio meno pallato del solito e una sorta di fierezza nello sguardo che mi aveva immediatamente ispirato simpatia.
Inutile girarci tanto intorno, accampare scuse di inesperienze o disattenzioni varie, l’avevo ridotto un ammasso stopposo e insapore. Questo è quanto.
Allora, non senza vergognarmi come un ladro, ho pensato bene di abbozzarla di torturarlo in quel modo, gli ho tagliato la testa ( che Agata avrebbe certamente apprezzato) e l’ho gettata nella spazzatura. Almeno così gli ho risparmiato l’ulteriore umiliazione di vedersi cosparso di maionese affinchè riuscissi in qualche modo a mandarlo giù.
Dopo pranzo si spalma sul divano stravolto dall’afa insopportabile e da quel noiosissimo saltare continuamente almeno un fotogramma della sua vita ogni cinque, lasciandosi trasportare nei territori dell’apatia dall’estro ballerino del suo indice che inizia una specie di danza propiziatoria sui tasti del telecomando, alla quale il video della tv risponde con un baluginare di colori, immagini, suoni. Sempre più. Sempre più. Fino a quando si ritrova come costretto in una scatola nella quale non ha alcuna possibilità di movimento. Una voce dall’esterno dice risoluta: “Bambini, lavatevi le mani, stasera tonno.”
La cena non è che un replay del pranzo e il pesce gemello della vaschetta del supermercato accetta con invidiabile tasso di stoica rassegnazione il destino datogli in sorte, che se il suo gemello si è ritrovato ad essere torturato inaspettatamente, lui sa benissimo a quali strazi va incontro.
Sbriga la faccenda più in fretta che può, senza neanche apparecchiare, che quando è da solo, a Gino, voglia di apparecchiare, neanche a parlarne. Gli fa proprio tristezza. E’ un po’ come se vedesse nell’apparecchiatura una sorta di rito comunitario da compiere a beneficio di altri.
Eppoi deve darsi una mossa se non vuole perdersi l’inizio dello spettacolo.
Ogni sera predispone tutto, musica adeguata allo stato d’animo, la poltrona da giardino, quella comoda con il poggiapiedi, un buon calice di vino rouge in mano, in alternativa, un boccale di birra.
Stasera si sente da Counting Crows e da chianti classico. Quest’ultimo preventivamente trafugato dalla cantina del padre che, chissà per quali insondabili ragioni, il vino gli piace lasciarlo in bottiglia piuttosto che berlo. Che so, forse gode nel vederlo impolverare e con lentezza impercettibile quanto inesorabile tramutarsi in aceto. E s’incazza pure parecchio ogni volta che Gino si permette di fargli notare che trattare il vino come fa lui equivale più o meno a comprarsi una Ferrari e a tenerla in garage senza mai nemmeno metterla in moto.
Così, ogni tanto in preda a moti insurrezionali degni del più consumato rivoluzionario fa irruzione in cantina e rende la dignità a quante più bottiglie riesce.
Tutto pronto, si piazza dal lato del giardino nel quale si apre uno spiraglio di collina, una specie di finestra tra i palazzi. Quello è il punto dove il sole ha deciso di morire stasera e lo spettacolo sta per cominciare. Il passerottume fa da gruppo di spalla prima dei Counting Crows e apre il concerto rendendo l’atmosfera immediatamente perfetta per il delitto rosso e malinconico che si sta per consumare. Poi parte Adam Duritz, sfavato e bellissimamente poetico con solo una chitarra d’appoggio e tutto si colora di un rosso violento. Bellissimo. Poi entra anche un pianoforte:
Have you seen me lately?
I was out on the radio starting to change

Somewhere in America It’s starting to rain

Could you tell me one thing that you remember about me Have you seen me lately?
E il rosso si stempera mentre il circolo infuocato del sole scende incerto dietro la collina lasciando sprazzi di viola da rimanere senza fiato.
Lunga sorsata di vino.
Incanto.
Gino chiude gli occhi e per un attimo parte un altro spettacolo. Decisamente più intimo, privato.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho apprezzato molto l’abilitá dell’autore nel saper raccontare in maniera profonda ma nello stesso tempo ironica,un viaggio in cui il protagonista é alla ricerca di se stesso e ,in particolare, nel tentativo di esorcizzare il dolore e il vuoto che lo attanagliano. Generalmente la trattazione di questi argomenti potrebbe risultare pesante,ma qui no,il libro scorre ,si legge con piacere perché il viaggio del protagonista é pieno di divertenti aneddoti e di incontri incredibili, visitando cittá e luoghi descritti con dovizia di particolari,trattando aspetti anche inusuali,a volte fantasiosi, che stimolano la curiositá del lettore. Gino sa scherzare sulle sue debolezze e le riconosce come sue. La consapevolezza di questo lo rende più sereno e, cosa importantissima , lo rende un personaggio in cui ciascuno di noi può identificarsi, perché le paure, i pregiudizi e le debolezze di Gino sono quelle che accompagnano la vita di ciascuno di noi.

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Alessandro Buccioni
Sono nato a Firenze nel 1968, 21 maggio, gemelli, per chi ci crede. Architetto, marito e padre di Agata e Orlando, due che cambieranno il mondo, sicuro.
Come presentazione sono anni luce avanti a Gino, il protagonista del romanzo che vi sottopongo il quale non riesce ad andare oltre il: “Piacere, Gino, trent’anni.”, ma non è che dopotutto sia un granché neanch’io.
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