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Storia di un immigrato

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Costretto a trasferirsi in un paesino sperduto nel meridione d’Italia, uno scapolo quarantenne, tipico rappresentante della vita metropolitana, viene a contatto con la realtà contadina culturalmente chiusa di una cittadella arroccata sulle colline. Qui vigono regole che sembrano fuori dal tempo, quali il baratto dei prodotti della terra, la permanenza di una moneta di scambio non sottoposta alle regole del mercato globale, la lettura collettiva del giornale e altre bizzarre abitudini.
Questo contatto fra due mondi così distanti è destinato a esplodere quando il problema dell’immigrazione inizia a diventare caldo per gli abitanti del paese, e la vita dell’uomo sembra dipendere da Amadou, un immigrato clandestino che da schiavo diventa padrone, in un mondo dove i confini e i pregiudizi diventano sempre più fragili.

 

CAPITOLO UNO
Le ruote della bicicletta scricchiolavano sulla
breccia del tratturo; la brezza faceva ondulare le cime
dei cespugli dove le lucertole, con la coda ritta per
non perdere velocità, si rifugiavano al suo passaggio.
C’era nell’aria profumo di polvere, ma non disturbava il
respiro. L’aria tiepida della primavera si preparava a
farsi cuocere dalla calura del sole. L’orizzonte era
lontano e l’assenza di alberi lo rendeva perfettamente
orizzontale. Quella parte di mondo era orizzontale. Era
una tavolozza sulla quale un artista aveva provato i
colori tracciando una linea azzurra, con delle pennellate
di bianco; poi una sotto, di un blu cobalto, per poi
tornare al bianco giallastro della sabbia e, nella parte
bassa della sua opera, sbizzarrirsi con tutte le tonalità
di verde misto al rosso sangue della terra salentina,
puntinata del giallo ocra delle pietre.
Un dipinto in movimento, ma uguale, senza una
montagna, una collina, un tetto, una ciminiera che
inibisse lo sguardo ad andare oltre.Continua a leggere
Continua a leggere

La libertà è la possibilità per lo sguardo di andare
oltre un limite che non c’è. La libertà dello sguardo
è libertà del pensiero. Nel percorso dell’andata, con
l’auto stracolma di oggetti utili solo a rammentargli
che era esistito, non si era guardato attorno, ansioso
di prendere possesso dell’eremo.
L’uomo che pensava di aver fatto la scelta giusta si
sentiva libero, senza pareti. Il suo sguardo si posò sugli
ettari sconfinati di terreno incolti, quelli sequestrati.
Ma non erano incolti; non erano asserviti e inseminati
come l’uomo desiderava. Di incolto lì non
c’era nulla. La natura cresceva libera, senza alcuna
pianificazione.
Se la terra voleva finocchio selvatico, donava finocchio
selvatico, rosmarino, camomilla e questi profumi si
mescolavano con quelli della resina dei pini
che, a ridosso della spiaggia, proteggevano la terra
dai venti e dalle onde attorcigliando i rami danzanti
al ritmo della musica scritta sullo spartito composto
dal vento.
Non era incolta quella terra. Era libera, abbandonata…
dall’uomo, perché tutto ciò che l’uomo non
conquista è, per lui, abbandonato. Perché tutto, a dire
dell’animale intelligente, è stato creato solo per
soddisfare la sua utilità. Se non è utile, è abbandonato.
Un’armonia interrotta da un insediamento umano discreto,
adagiato in un avvallamento della pianura che
si individuava solo da alcune sottili colonne di
fumo che profumava di arbusti e rami secchi.
L’uomo si fece condurre da quel profumo e raggiunse
la strada principale del piccolissimo paese.
Era un agglomerato di case a piano terra, bianche
candide con le finestre e porte in legno di colore verde o
azzurro, mimetizzate con i colori dell’opera orizzontale
del pittore immaginario.
Dopo che ebbe pedalato per un centinaio di metri
fu preso dalla sgradevole sensazione di essere spiato.
Al suo passaggio le tendine delle finestre si agitavano
con discrezione.
Percorse la strada principale e fu sopraffatto dal
bianco.
Le case erano bianche candide e il selciato era lastricato
da chianche simili a quelle che aveva lucidato
nel trullo, ma molto più consunte.
Per lunghi tratti la strada era segnata dalle scanalature
del passaggio dei carri. Gli parve strano che
l’avvento delle automobili non avesse imposto una radicale asfaltatura.
Ma non vi era neanche un veicolo. Scese dalla bicicletta e
proseguì a piedi tenendola ben salda dal manubrio.
Lo sferragliare della catena si accordò con il
ritmo dettato dal silenzio.
All’esterno delle porte i teli colorati, leggeri come
lenzuola, sventolavano regalando un ingannevole
senso di frescura. Giunse a quella che pensò essere la
piazza del paese e poggiò la bicicletta a una sorgente
che gocciolava; non c’era nessuno.
Assicurò la bicicletta alla fontana facendo scattare
il lucchetto e rimase fermo in attesa che qualcosa
accadesse, ma non accadde nulla.
Nella piazza confluivano quattro strade: tre si
strozzavano, curvandosi, dopo poche decine di metri.
Una sola, quella maestra, era dritta e si perdeva
nella campagna. La imboccò alla ricerca di un qual-
siasi segnale che rivelasse la presenza dell’uomo ma
rimase deluso.
Ripiegò sulle insegne; un bar, un albergo, qualsiasi
luogo nel quale entrare e chiedere informazioni.
Le trovò. Non erano insegne luminose, poste a
bandiera, invadenti, ingombranti, impositive, allettanti,
magnetiche e prepotenti. Erano discrete, fornivano
un’informazione a bassa voce, e si perdevano
nell’ambiente circostante.
In un locale notò delle panche allineate, sulle quali
vi erano verdure, frutta e uova; si avvicinò e spostò,
con appena due dita, la tenda, chiedendo permesso.
Non giunse risposta. Diede uno sguardo in giro.
Su una parete erano allineati dei tini con su scritto
“Bianco”, “Rosso”, “Rosato”. Sotto la spinetta vi erano
tre vaschette che raccoglievano residui di vino gocciolante
che saturava quell’ambiente fresco di un profumo acidulo e penetrante.
Su una mensola a lato, una fila di bottiglie di vetro
e un imbuto; sulle pareti grappoli di pomodori, trecce
di aglio e cipolle rosse. Chiese nuovamente permesso,
ma era una domanda inutile poiché quello dove era
entrato era l’unico ambiente e non vi era nessuno.
Quel posto sembrava immerso in un altro tempo.
Cercava un bar. In qualunque posto, in qualunque
tempo, è sempre esistito un ritrovo: doveva esserci.
Un portoncino in legno con il bordo superiore arcuato
su una costruzione che doveva essere la più antica del paese.
Sulla sommità della porta un cartello in ferro o
alluminio di un colore giallo scolorito dal tempo avvi-
sava, in corsivo, “Caffè” con l’accento sproporzionato
rispetto alle dimensioni delle lettere.
Caffè, giusto, pensò. Per un solo attimo la sua mente
si perse nella ricerca del significato della parola bar,
ma il percorso era troppo complesso e vi rinunciò.
Caffè era il posto giusto e il termine il più adatto,
anche perché voleva un caffè e non vi era altro posto,
se non un caffè, dove prendere un caffè.

CAPITOLO DUE
Rinfrancato per aver trovato un posto pubblico
dove la sua voce dovesse essere ascoltata, l’uomo fece
un’entrata trionfale.
L’ingresso di un avventore in un locale pubblico
dovrebbe essere un evento, oltre che prevedibile, anche
ben gradito perché il presupposto è che la sua entrata
implichi un guadagno.
E chi entra in un locale pubblico si attende di vedere un
barman, avventori al bancone, altri al tavolo a
bere e chiacchierare, giocare, far qualunque cosa per
passare il tempo.
Rimasero tutti stupiti; loro nel vederlo sulla soglia
della porta e lui nel vedere tre file di sedie occupate
da individui, uomini anziani e donne, tutti intenti ad
ascoltare uno di loro che, seduto di fronte, leggeva ad
alta voce un giornale, ben dispiegato su un tavolo.
Fu il lettore a notare per primo il suo arrivo e i due
incrociarono gli sguardi. Gli altri voltarono il capo,
tutti ruotandolo verso destra. Una coreografia perfetta.
Tacquero, in attesa che accadesse qualcosa.
L’uomo comprese che doveva essere lui a prendere l’iniziativa.
«Buongiorno… vorrei un caffè.»
La richiesta non sollecitò alcuna reazione se non
di imbarazzato silenzio.
Il lettore lo guardò con aria interrogativa: «Un
caffè?».
Accidenti, pensò l’uomo. Avrò sbagliato. Forse non
era questa la porta del Caffè, forse era quella accanto.
Senza dire una parola fece due passi indietro, alzò
lo sguardo. L’insegna gialla e nera era proprio lì, sopra
la porta e accanto non c’era alcun altro locale. No, non
aveva sbagliato.
Rientrò convinto.
«Sì… un caffè. Si può avere?» Estrasse dalla tasca
del pantaloncino degli spiccioli e li mostrò.
Il lettore ebbe un sussulto.
«Certo… come no? Un caffè. Giacinto, prepara il
caffè.»
Giacinto era un ragazzetto seduto in fondo alla
fila vicino al bancone. Si alzò timoroso, era magro,
con le gote scavate. Andò dietro al bancone e armeggiò…
il puro nulla. Non c’era alcuna macchina a vapore e Giacinto
allargò le mani incerto sul da farsi.
Una donna anziana si alzò convinta.
«Ci penso io.» E sparì.
Le persone, contrariate da quella interruzione,
vagavano nel locale, poi uscirono per strada chiacchierando
in un dialetto incomprensibile. Nel locale
rimasero in tre: l’uomo, il lettore e Giacinto che prese
a sistemare le sedie intorno ai tavoli.
«E poi,» insistette l’uomo «vorrei anche un giornale»
disse rivolto al lettore che stava ripiegando il suo.
A queste parole il lettore strinse quello che aveva
fra le mani e lo nascose sotto il tavolo.
«C’è solo questo» si giustificò.
«Sì, va bene, ma io vorrei comprarlo, vorrei il mio.
Non c’è un’edicola?»
«È Giacinto la nostra edicola ma oggi ha già
chiuso.»
L’uomo si voltò verso Giacinto che aveva appena
finito di allargare le mani dopo l’insuccesso del caffè
che le riallargò per il giornale che non aveva.
«La mattina Giacinto va in bicicletta nel paese
più grande che sta a venti minuti da qui e compra il
giornale.»
«Bene, allora chiederò a Giacinto se la mattina lo
compra anche per me.»
Il lettore ebbe un sussulto.
«Non si può.»
L’uomo iniziò a innervosirsi per quei continui dinieghi.
Non era abituato.
«Non si può? Sono disposto a pagare.»
«Non si può. Se vuole le posso dare il nostro
quando finiamo.» Mostrò il giornale che non era
quello che voleva l’uomo, non era quello che preferiva;
non c’erano i suoi giornalisti, i suoi editorialisti,
non c’erano le sue rubriche preferite, non era il suo
giornale. Glielo disse e il lettore chiese quale fosse il
suo giornale. In quel momento l’aroma di caffè invase
il locale e l’anziana signora porse un vassoio con
una tazzina fiorata colma fino al bordo con accanto
una zuccheriera ancora più fiorata. L’uomo porse gli
spiccioli ma lei era già andata via.
Il caffè gli riportò il buon umore. Era veramente
buono e si sedette al tavolo per gustarlo meglio.
«Venerdì…» Il lettore era alle sue spalle e non se
ne era accorto. Sussultò.
«Venerdì… cosa?»
«Venerdì compriamo il suo giornale. Se vuole fino
a venerdì può leggere i nostri, ma glieli posso dare la
sera, dopo il secondo turno di lettura.»
Era evidente che c’era una spiegazione a quel tortuoso
ragionamento ma l’uomo non sapeva se aveva
voglia di sentirlo. Decise che aveva voglia di sentirlo,
ma fuori dal Caffè, seduto a un tavolo a fumare la
prima sigaretta della giornata.
«Noi…» cominciò.
«Noi chi?» lo interruppe. L’uomo aveva capito a
chi si riferiva ma quella domanda serviva a
ridimensionare l’importanza di quel gruppo.
«Noi tutti!» rispose infastidito. Si riferiva a quel
consesso di gente ma puntualizzarlo gli sembrò la risposta
adeguata all’arroganza dell’uomo. «Abbiamo
consapevolezza che ogni notizia viene manipolata e
rappresentata da ogni giornale secondo la
linea editoriale della proprietà…»
«Certo…» interruppe ancora. «Ognuno si sceglie il
giornale in base alle proprie idee.»
«Ecco… questo è il punto; le idee, le opinioni, si
formano in base all’informazione, cioè ai mezzi di
comunicazione, cioè ai giornali. Vede che è un cane che
si morde la coda?» Giacinto lo ascoltava estasiato.
«Noi compriamo ogni giorno della settimana un
giornale differente, lo leggiamo tutti insieme e ci fac-
ciamo una nostra idea del fatto, che non è inquinata
da un solo pensiero, ma è la sintesi di più pensieri. La
domenica, dopo la messa, ci riuniamo e ne parliamo,
chiarendoci le idee. In questo consesso non devono
entrare altri giornali che non siano quelli fissati per
quel determinato giorno e così c’è spazio per ogni ideologia.
Il suo giornale sarà qui venerdì. Se vuole da
oggi fino a venerdì potrà leggere i nostri.»
«Geniale…» ironizzò. «Ma a me interessa il mio
giornale. Perché Giacinto non me lo può comprare?»
«Giacinto ricopre un incarico molto importante nella
cultura di questo paese. Lui ci garantisce la censura.»
Lo sguardo dell’uomo si posò su Giacinto. Non
era solo magro ed emaciato, aveva anche uno sguardo ebete.
Alzò le sopracciglia incredulo.
Il lettore aveva parlato in modo forbito e
grammaticalmente corretto e chiese: «Cosa ha di speciale
Giacinto?». Il tono era ironico.
«Giacinto è analfabeta. Non sa leggere e non sa
scrivere.»
«Ecco, giusto. E ovviamente è assessore alla Cultura e
fa il censore!» Rise senza ritegno.
Il lettore non rispose. Si limitò a porgere
il giornale che l’uomo sfogliò incuriosito; parecchie parti
erano state tagliate e altre ricoperte con fogli bianchi
attaccati con nastro adesivo.
«È la pubblicità…» rispose alla implicita domanda
il lettore. «Giacinto,» iniziò la spiegazione «quando
al mattino compra il giornale, prima di portarcelo, ha
il compito di tagliare le parti della pubblicità che si
individuano subito, e coprire quelle che dall’altro lato
hanno degli articoli. Lui deve solo vedere le figure.
Poiché non sa leggere non corre il rischio di farsi
inquinare dalle inserti pubblicitari.»
Stavolta non rise e indugiò a riflettere. Aveva un
senso ma era molto contorto.
La donna anziana gli porse un’altra tazza di caffè;
l’uomo si chiese come aveva fatto a capire che ne desiderava
un altro. Si defilò prima ancora che potesse
pagarla. Prese un’altra sigaretta ma fu sufficiente lo
sguardo del lettore a farlo desistere. Arrossì per la sua
debolezza. Durò un attimo, poi accese la sigaretta.
Intorno all’uomo la gente appariva impaziente.
L’uomo che aveva bevuto due caffè, fumato una sigaretta
e non rinunciato a un’altra, aveva interrotto
quello che doveva essere un momento della giornata
molto importante.
«La pubblicità fa male…» riprese il lettore. «Non va
guardata neanche, ti convince a comprare cose di cui
non hai assolutamente bisogno. Non esiste arma per
difendersi, l’unica soluzione è non giocare perché se ne
esce sconfitti. A casa ci si guarda intorno, si fa la lista di
ciò che è necessario e ci si procura ciò che serve;
si rispetta quella lista e così anche la natura perché non ci
sono sprechi. La pubblicità ha il solo scopo di far
comprare cose inutili quindi non va guardata.»
Era criticabile, era assurda, era puerile, ma aveva
un senso ed era un senso più che giusto. Non lo avrebbe mai ammesso.
All’uomo vennero in mente i corsi di pubblicità
subliminale che aveva frequentato per convincere
un potenziale cliente a stipulare una polizza. Erano
efficaci. Capitava che si riuscisse a strappare un
contratto senza neanche offrirlo, ma semplicemente
frequentando quartieri che erano stati disseminati di
manifesti con il logo della azienda e qualche frase a
effetto. Ed era vero… erano polizze a rischio zero.
«Ma perché lo legge lei? Perché non ve lo passate?»
«Abbiamo gli stessi impegni nell’arco della giornata,
qualcuno non sa leggere, e poi è un’occasione
per stare insieme e fare i primi commenti e poi… risparmiamo.»
Logica stringente. Il lettore porse il giornale:
«Tenga… oggi faremo una sola lettura. Il secondo
gruppo tornerà dai campi tardi e sarà stanco. Capita
anche questo. E comunque la sera chi lo ha ascoltato
da me, riferisce a casa i fatti salienti. Lei capisce che
non le posso far comprare da Giacinto un giornale che
lui non ha provveduto a epurare degli spazi pubblicitari,
sarebbe molto rischioso».
Rientrò nel locale dove i suoi compaesani lo attendevano.
Si avvertì un mormorio di disapprovazione; qualcuno
non aveva gradito la scelta di regalare il
giornale ma il lettore spiegò che non c’era altro
di importante da leggere e che comunque dovevano essere
ospitali con uno straniero.
Erano pazzi ma interessanti. L’uomo non voleva andar
via senza prima aver guardato le loro espressioni.
Rientrò urlando il suo ringraziamento per il caffè.
Risposero tutti all’unisono, alzando il mento all’insù.
«Ah…» Non voleva andare via e si fece venire in
mente una scusa. «Vorrei comprare un po’ di quella
verdura e di quella frutta che ho visto in un negozio
più avanti. A chi mi devo rivolgere?» Alzò il braccio
indicando in direzione della piazza.
«Prendi ciò che ti serve» rispose un vecchio
seduto vicino alla finestra.
«Bene… e a chi devo pagare?» L’uomo avvertì un
inspiegabile senso di disagio.
«Nessuno, non è necessario» disse il lettore.
«Quello è un locale aperto, ogni mattina ciascuno
passa e lascia nelle ceste il proprio raccolto. Nell’arco
della giornata chi ha bisogno prende ciò che gli serve.
Ciò che avanza se ne fa marmellata o va agli animali.»
Era talmente perfetto e lineare che qualunque
commento sarebbe stato ridicolo. L’uomo annuì come
se fosse a conoscenza di quelle usanze, come se le
avesse praticate sin dalla nascita.
Aveva bisogno di ripensare a ciò che in mezz’ora
aveva visto e sentito. In quel posto un centinaio
di persone viveva con un euro al giorno, il costo del
giornale. E lui aveva risparmiato anche quello. In un
modo o nell’altro ci aveva guadagnato.

06 dicembre 2018

Evento

Il romanzo sarà presentato presso la Feltrinelli Point di Brindisi dall'avvocato Claudio Consales.

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Antonio Caiulo
ANTONIO CAIULO è nato e vive a Brindisi dove esercita la professione di avvocato. Ha pubblicato le raccolte di racconti Della Pioggia e del Bel Tempo (1998) e Retrogusto (2000), seguite dai romanzi II Respiro del Cervo (2006), Da Capo Bianco a Dover (2009) e L’Amore tra due lune (2013).
I suoi racconti L’Ulivo e Movimento semplice sono stati pubblicati sulla rivista Incroci.
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