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Storie contro storie

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Luigi, incorruttibile custode del parcheggio della stazione di Montepulco, è un uomo dalla personalità sbiadita ma si sente felice e ben considerato in società, no a quando non viene rimpiazzato sul posto di lavoro. Non può immaginare di essere osservato quotidianamente da Ginetta, single e senza lavoro. Per superare la frustrazione, la donna ha deciso di dedicarsi alla scrittura, ma come trovare l’ispirazione se dalla finestra di casa tutto quello che vede è un orribile parcheggio con un ridicolo omino in divisa? In questa raccolta di trenta racconti, ciascuno ha il proprio contraltare. Storie e personaggi che si riflettono, si contrastano, mostrano volti, scelte e vite differenti, così come diversi sono lo stile e i pensieri dei due scrittori. Risultato finale, un caleidoscopio di esistenze a due voci.

LA LOCANDA

di Marco Ciconte

La pioggia batteva tanto forte che i tergicristalli faticavano a spazzarla via e il parabrezza sembrava un grande occhio inondato dalle lacrime. I fari cercavano nel buio una via d’uscita tra il fango e le sterpaglie dei sentieri, mentre il navigatore già da tempo si era arreso, limitandosi a segnalare un anonimo punto nel nulla di una campagna sconosciuta.

Sandro non sapeva più a che santo votarsi. L’ultimo appuntamento si era rivelato il degno epilogo di una giornata nata storta, una di quelle in cui pensi che sarebbe stato meglio starsene chiuso in casa per non far danni: dodici ore di imperterriti «No, grazie», «Non mi interessa», «Mi piace, ma non me lo posso permettere», «Ce l’ho già», «Ne parlo con mio marito/mia moglie», «La richiamo», «Mi scusi, ho avuto un contrattempo e devo andare». Quel giorno, a pensarci bene, c’era stato anche un «Non mi rompa le palle, ci manca solo lei, oggi!».

In più, aveva beccato una multa per divieto di sosta, aveva bucato rischiando di ammazzarsi e aveva cambiato la ruota sotto il diluvio, mentre il traffico della tangenziale lo sfiorava, gridandogli di farsi da parte e vomitandogli addosso tutta l’acqua che l’asfalto non riusciva più ad assorbire. E con le ossa ancora umide e uno squallido panino nello stomaco era andato a quell’ultimo appuntamento, alle otto di sera, accordato da una signora che viveva in una casa isolata, in una zona sperduta mai vista prima.

Dopo quella giornata avrebbe potuto mandare tutto e tutti a quel paese, rinviare l’appuntamento con una semplice telefonata e tornare finalmente a casa, archiviando quel giorno tra le esperienze da dimenticare.

Ma al corso per venditori gli avevano insegnato altre cose: la costruzione degli obiettivi, il governo del tempo, le forme di comunicazione, il trattamento delle obiezioni. E, soprattutto, correre senza fermarsi mai, senza guardare chi si calpesta e senza voltarsi indietro. E fare come il germoglio, che spacca il cemento perché non conosce i suoi limiti e non si chiede se ce la può fare. E finisce che vedi il successo lì, a due passi da te, pronto per essere acciuffato. È bello sognare…

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E allora, nonostante tutto gli dicesse stavolta di arrendersi all’evidenza, Sandro non si era fermato. C’era ancora lavoro da portare a termine e bisognava pensare positivo: magari quello sarebbe stato l’appuntamento che a quella giornata così storta avrebbe dato la svolta e un significato opposto. Così aveva imboccato a sera inoltrata quel viottolo di campagna tra gli scrosci d’acqua e si era perso nel buio della notte: nessun punto di riferimento, nessun cartello, nessun segnale, neppure dal telefono.

Tre ore a girare invano nel nero più assoluto.

Stava già per rassegnarsi a una gelida nottata in auto, tra i rovesci di pioggia e i boati del temporale, quando vide il riverbero di una luce lontana. Poco più di una fiammella incerta che lottava per farsi spazio nel buio, ma era un segnale di vita, una speranza che gli ridava respiro.

Senza perderla di vista, si avvicinò a quella fioca ancora di salvezza, senza chiedersi dove sarebbe finito: magari era proprio la casa che cercava da ore, ma a quel punto gli interessava solo un rifugio in cui trovare riparo. Alla signora non avrebbe tentato di vendere le sue stupide pentole, non avrebbe detto neppure chi era e perché era finito da quelle parti, ma avrebbe solo chiesto per pietà un pagliericcio e una coperta.

Il posto sembrava tenuto con cura. Un lastricato conduceva a un pergolato che proteggeva il parcheggio. Una siepe indirizzava all’entrata, posta a lato del lampioncino che lo aveva attirato sin lì. Sotto la luce, un’insegna intagliata sul legno grezzo: “La locanda del gallo”.

Sandro non credeva ai suoi occhi: mezz’ora prima era rassegnato a trascorrere quella notte affamato e infreddolito; adesso sorseggiava un cognac asciugandosi l’anima di fronte a un caminetto, dopo una cena, frugale ma gustosa, offerta dalla locanda. Mezzanotte era passata da un pezzo quando entrò in un insperato letto vero e si abbandonò al sonno.

Fu il canto di un gallo a svegliarlo la mattina dopo.

Aveva smesso di piovere. C’era nell’aria un silenzio soffice e dalle persiane filtrava la luce viva del sole. Sandro guardò l’orologio e saltò dal letto: le dieci!

Doveva andar via subito, tornare in azienda, dare spiegazioni!

Si rivestì in fretta e furia, mentre il gallo continuava a cantare.

Aprì la porta della stanza con veemenza per precipitarsi all’auto, ma nel corridoio trovò una cameriera sorridente: «Buongiorno, signore! Non abbia fretta: e le ricordo che in locanda è vietato correre».

Scese le scale più lentamente e andò alla reception per pagare il conto.

Ugo Celi, il proprietario, era un signore stempiato, di bassa statura, con un sorriso stampato sul volto giovanile.

«Lei non conosce le regole della locanda. Non ci deve nulla: ci ricompenserà con una parte del suo tempo…» disse Celi.

«Non capisco…»

«Venga, le faccio vedere.»

Sandro fu accompagnato sul retro: non troppo distante c’era una fattoria con cavalli, galline, mucche, maiali, capre, conigli; ancora oltre un mulino e, in fondo, un ruscello che scendeva a valle, all’ombra dei pioppi; tutto intorno, coltivazioni rigogliose inondate dal sole si stagliavano fino all’orizzonte; tra le vigne e i campi di grano, tra gli orti e i frutteti, uomini e donne lavoravano intonando vecchi canti che ricordavano melodie blues. Colori, suoni e odori evocavano una insolita e placida armonia.

«Questi signori sono ospiti della locanda» disse Celi. «Sono persone che hanno deciso di fermare la loro corsa e ci regalano del tempo, dandoci una mano nella gestione dell’attività. In cambio noi offriamo tutta la nostra ospitalità e i nostri servizi a costo zero. Ci sono professionisti, artigiani, commercianti, impiegati…»

«E quanti giorni si possono trattenere?»

«Oh, anche tutta la vita, se vogliono. Dipende dal loro grado di stress.»

«Vuol dire che, se io volessi, potrei stravolgere improvvisamente la mia vita, fermarmi qui e lavorare con voi in cambio della vostra eterna ospitalità?»

«Esatto, signore.»

«Ma io non so nulla di agricoltura e allevamento…»

«Come tutti, qui. Vedrà, imparerà presto… anche a rinunciare alle cose che adesso ritiene assolutamente indispensabili: il tempo diventerà il suo bene più prezioso e regalandocene un po’ scoprirà di averne molto di più per lei. E per tutto ciò che le occorre, non esiti a chiedere: siamo a sua completa disposizione.»

Un inchino, e Celi scomparve.

Sbigottito, ma al tempo stesso attirato dalla prospettiva di cambiare vita, Sandro si guardava attorno, vedendo quel mondo così lontano dalla realtà quotidiana eppure così vero e reale, pronto per essere toccato, attraversato e vissuto già da quel preciso istante.

Adesso, ben oltre le metafore che aveva sentito durante il corso per venditori, sembrava dipendere davvero tutto da lui: avrebbe potuto riprendere la sua corsa e tornare a bussare alle porte di sconosciuti per tentare di piazzare i suoi articoli; oppure fermarsi lì, lasciare che quella vita finisse per sempre e gustare fino in fondo il sapore di un tempo ritrovato.

Si slacciò la cravatta e si mise a sedere su una panchina, chiedendosi quale senso volesse dare alla sua esistenza. E ripensava che appena il giorno prima stava cambiando tra le bestemmie una ruota bucata, sotto la pioggia e nel traffico della tangenziale; oggi era in quel paradiso e nessuno gli avrebbe più chiesto quanto aveva venduto e quanto aveva incassato.

Aveva un’espressione inebetita. Una bella cameriera gli prese la mano e lo invitò a seguirla: «Venga, lei ha bisogno di un buon bagno caldo». E si lasciò portare nei sotterranei, dove le addette del centro benessere si presero cura di lui con la cortesia, la delicatezza e le attenzioni di una madre premurosa, mentre le guardava ammutolito e l’unico pensiero che riusciva a elaborare era: Ma cosa ho fatto finora della mia vita?

In capo a un’ora Sandro aveva deciso. Non si era mai sentito così felice. Andò alla reception e appena vide Celi gli disse entusiasta: «Ho deciso! Mi fermo qui!».

«La nostra piccola comunità le dà il benvenuto. Oggi si limiti a osservare e a capire. Domani potrà cominciare.»

Non stava più nella pelle, Sandro. Non vedeva l’ora di dare una mano e la giornata passò in fretta tra domande, dimostrazioni, prove pratiche. Venne subito sera e, dopo cena, fu bello ritrovarsi davanti al camino a bere e a cantare.

Fu Celi a mandare tutti a letto, con un occhio di riguardo per il nuovo arrivato: «A domattina, Sandro. La sveglia è col gallo delle dieci. Sa quanto teniamo al suo tempo».

L’indomani il gallo delle dieci cantò preciso come un orologio svizzero. Ma Sandro era stato svegliato poco prima dal rombo di un tuono. Aveva ripreso a piovere a dirotto. Stamani sarà impossibile cominciare, aveva pensato rivestendosi.

In corridoio non c’era nessuno. Scese le scale lentamente, curioso di sapere come avrebbero impiegato il suo tempo quelli della locanda.

Celi era come al solito dietro il banco della reception.

«Buongiorno, signore. Paga in contanti o con carta di credito?»

«Mi scusi?»

«Paga in contanti o con carta di credito?»

«Celi, non si ricorda di me? Sono Sandro! Sarò vostro ospite: vi ricompenserò con parte del mio tempo…»

«Oh… mi farebbe piacere, ma qui è permesso solo il pagamento in contanti o con carta di credito.»

«Ma allora tutte le cose che ci siamo detti sul tempo, sulla necessità di fermarsi…»

«Non so di cosa stia parlando…»

«Mi scusi, da quanto tempo sono qui?»

«È arrivato ieri sera, signore.»

«Che ore sono, adesso?»

«Le dieci e trenta, signore.»

Doveva andar via subito, tornare in azienda, dare spiegazioni!

«Come ritrovo la statale?»

«Il terzo sentiero a destra e poi dritto per tre chilometri.»

Sandro salì in macchina di corsa, mentre il gallo continuava a cantare.

È brutto sognare…

LA LOCANDA

di Giovanna Calvo

Adele chiuse il cancelletto dietro di sé e si avviò alla sua auto. E che cazzo, si disse. Ora vado e scrivo peste e corna di questa baracca di campagna. Chissà come la prenderà il capo, pensò Adele, quello stronzo che si era permesso di mandarla a fare un servizio in quel buco di culo del mondo.

«Vedrai,» le aveva detto «ne ho sentito parlare molto bene, ci sta andando un sacco di bella gente, perfino il figlio del mio commercialista, lui che non ha mai combinato nulla fino ad ora. Il padre mi ha detto che ora chiama i fiori per nome e conosce tutte le erbe selvatiche. Un miracolo. Dai, su, vai a vedere, a sentire, scatta qualche bella foto e torna con un pezzo di almeno diecimila caratteri.»

Gliene sarebbero serviti molto meno, pensò Adele mentre metteva in moto l’auto. Una frase soltanto sarebbe stata più che sufficiente per “la più grande bufala dell’anno”.

Adele seguì il sentiero fino al cancello e svoltò nella strada non asfaltata. Ancora dieci chilometri tra il puzzo di quell’erba mai falciata e di quei maledetti alberi frondosi, e sarebbe stata sulla statale. Roba da matti, si disse Adele. Quell’impresa campagnola era roba da matti: solo chi non ci stava più con la testa poteva chiudersi in quel pezzo di campagna, un pezzo bello grande però, a coltivare fiori, fragole, fiordalisi, e pensare di trovarsi in paradiso.

Adele ripensò al momento, la mattina del giorno prima, in cui ci era arrivata, in quella maledetta “Casa dei ciliegi”, aspettandosi di vedere i ciliegi. Ma non ce n’era nessuno, nessuna pianta di ciliegi e quando tra una cosa e l’altra aveva chiesto come mai l’avevano chiamata “Casa dei ciliegi” (ma cos’era? un B&B, un hotel, un albergo, un casale restaurato?), la coppia, un lui non più giovane e una lei piuttosto anziana (ma non è che quella vita campagnola ti fa venire le rughe anzitempo e ti toglie luminosità alla pelle? pensò Adele mentre si dava un’occhiata allo specchietto), be’, quei due con un grande sorriso le avevano risposto che li avevano appena ordinati! Infatti aspettavano un carico di ciliegi da un vivaio toscano! E che loro vedevano lontano, che immaginavano benissimo come sarebbe stato quel pezzo di terra ai margini della loro proprietà con i ciliegi fioriti: lo sapeva lei che in Giappone facevano una grande festa per la fioritura dei ciliegi? E lei che si era aspettata che i ciliegi del nome fossero stati ereditati dai nonni, e dai bisnonni e insomma fossero appartenuti alla famiglia da generazioni. Lì, come si era accorta sin troppo presto, era quasi tutto finto. Quasi. Perché la puzza del pollaio e della porcilaia, per esempio, era proprio vera. E quando le avevano detto che loro allevavano quelle bestie come animali domestici da compagnia e che certo nessuno ne avrebbe fatto carne da macello… a quel punto ad Adele erano venute in mente tante domande intercalate, se le avesse poste sul serio, anche da qualche bestemmia. Così si era limitata a un sorriso di facciata.

Intanto che ripensava a quel terribile giorno, tra sentieri pieni di buche, di avvallamenti, di sassi spostati in continuazione dalle ruote dei veicoli, dove guidare non era proprio un piacere (e le avevano pure detto che lo facevano apposta a lasciarli in quelle condizioni, così le auto procedevano piano piano e i rumori li avvertivano che si avvicinava qualcuno) era arrivata sulla strada statale. Prima di immettersi nella corsia, Adele guardò a destra, a sinistra. Finalmente si rilassò: l’asfalto le era più congeniale, lo conosceva bene e ne apprezzava anche quell’odore caratteristico di polvere e cemento, a cui in caso di pioggia si aggiungeva quell’afrore, quell’umidità profumata…

Che poi il figlio del commercialista, Adele l’aveva incontrato nell’orto: tagliava l’insalata per il pranzo. Aveva una camicia sbrindellata come le scarpe da tennis, che un tempo lontano dovevano essere state bianche. Che figura da peracottaro. L’aveva intervistato, tanto per far contento il suo direttore, ma quel ragazzo era proprio scemo. Le aveva detto che era lui a occuparsi dell’orto e quando lei gli aveva chiesto se lo pagavano, lo scemo si era messo a ridere.

«No no,» aveva detto «loro mi ospitano e io mi prendo cura dell’orto. Per una settimana, poi passerò a dare da mangiare alle bestie e per un’altra settimana ancora mungerò. Così vivrò l’intero ciclo dei lavori in campagna.»

«Ha una bella stanza, con tutti i comfort?» aveva chiesto Adele.

E lui: «Ma, signorina, non è un albergo a cinque stelle, qui le stelle stanno solo in cielo e la notte ci riuniamo e le contiamo. Certo, si fa per dire: però le guardiamo davvero una a una mentre riflettiamo sui nostri errori, sui lavori che abbiamo portato avanti durante il giorno e su quelli da fare l’indomani».

«E chi cucina, chi si occupa delle faccende quotidiane?» aveva chiesto a quel punto Adele.

«Noi» aveva risposto quello scemo. «Facciamo tutto noi: i due vecchi ci ospitano in questo paradiso e ripagarli con il nostro lavoro è il meno che possiamo fare.»

Hai capito, aveva pensato Adele. Quei due sì che avevano svoltato.

A quel punto Adele rivide la scena nel porcile: un terreno ampio, contornato da alberi e siepi, in mezzo al quale c’era una vasca bassa nella quale sguazzavano i maiali.

«Lo sa che sono animali molto intelligenti» le avevano detto lui e lei, i due furbi.

E voi due non sapete come sono buoni, si era trattenuta dal dire Adele. Alla griglia, per esempio, sono ottimi, ma anche insaccati e arrostiti. Naturalmente aveva taciuto e si era fatta accompagnare vicino al posto dove mangiavano: trogolo? Sì sì, Adele se n’era ricordata. I maiali mangiano nel trogolo. Be’, si era avvicinata e un maiale le era corso incontro strofinando quel brutto muso sui suoi pantaloni. Lei era rimasta scioccata e cercando di evitare quel contatto era scivolata, cadendo, indovina dove, già, proprio nel trogolo. E intorno tutti ridevano. E non le erano venuti in soccorso. Avevano accarezzato quel maiale dicendo che sicuramente era stato attirato dal suo profumo.

«Ma lo sa, signorina, che i maiali hanno un fiuto migliore di quello dei cani e che sono più bravi a trovare i tartufi?» avevano detto loro.

No, lei non lo sapeva e per di più non voleva saperne nulla. Lei lì non ci voleva venire. Lei ci era stata mandata. Era il suo lavoro. Ma Adele era disgustata, puzzava e non vedeva l’ora di tornare a casa. Ora ci stava tornando ma doveva decidere cosa scrivere. Un incubo aveva vissuto, per fortuna solo di un giorno e una notte. Ma un incubo. Stava arrivando in città. Alla civiltà. Quando si fosse calmata avrebbe provato a raccontare qualcosa di quel calvario campestre? No: avrebbe scritto quello che voleva il suo capo. Avrebbe disegnato un quadretto idilliaco di quel posto nel buco di culo del mondo. Sperando che andasse in malora il prima possibile.

28 novembre 2018

Aggiornamento

A questo link il video di Storie contro storie a Gente di Calabria, su TeleMia.
25 ottobre 2018

Evento

Giovedì 25 ottobre, 18:30, Circolo ARCI, Viale Mentana 31/A - PARMA

Gabriella Corsano introduce gli autori in un viaggio nella bellezza dei racconti a due voci e nell'importanza della diversità.

 
03 agosto 2018

Aggiornamento

Presentazione a Crotone, ore 19.30, nella Villa comunale: la professoressa Rosanna Frandina incontra gli autori nel quadro delle iniziative estiva “Villa in rete”

Commenti

  1. Il team di bookabook

    Buongiorno Leonardo,
    riceverai via mail tutti gli aggiornamenti sulla lavorazione del libro.
    Per qualsiasi domanda puoi contattarci dalla pagina “Contattaci”.

  2. (proprietario verificato)

    Gentile team di Bookabook, cercando sul sito risulta che l’ordine sia stato completato e sia stato raggiunto il goal ma non ho ricevuto nessuna comunicazione a riguardo. Quando riceverò la mia copia?

  3. Giovanna Calvo e Marco Ciconte

    Grazie Leonardo! Io spero davvero che tu ci porti fortuna… Se tu non vedi l’ora di leggerlo… io (noi) non vediamo l’ora che sia stampato!

  4. (proprietario verificato)

    Questo è il primo libro che ho deciso di sostenere su Bookabook.
    Spero di portare fortuna agli autori e che la campagna abbia successo, anche perché non vedo l’ora di leggerlo!

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Giovanna Calvo e Marco Ciconte
Giovanna Calvo vive a Crotone. Giornalista, per molti anni ha lavorato a il Crotonese, il Quotidiano della Calabria (oggi Il Quotidiano del Sud), Crotone OK. Ha tenuto anche vari laboratori di scrittura creativa e lettura consapevole. Alcuni suoi racconti sono apparsi su il Crotonese.

Marco Ciconte è nato a Cutro nel 1964. Ha fatto l’avvocato per più di venticinque anni. La scrittura lo ha portato a interessarsi di giornalismo, poesia e teatro civile. Romanzo nascosto ha segnato il suo esordio nella narrativa. Questa è la sua prima raccolta di racconti.
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