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Storie da motel

Storie da motel
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Consegna prevista Aprile 2021
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Non sempre gli alberghi a ore offrono le loro camere a squallidi amori mercenari.
A volte sono il solo rifugio possibile per coppie che vivono relazioni contrastate oppure inconfessabili.
Angelo, il barista/portiere di un motel/ristorante, ha scoperto il piacere di collezionare le storie di alcune coppie che, con maggiore frequenza, cercano un rifugio per poche ore in quelle camere, storie che gli vengono raccontate dai protagonisti davanti a un caffè o una birra. Storie diverse: da quella dell’alunna che seduce il prof a quella dei due vedovi, che non possono farsi una vita insieme per il rifiuto dei figli ad accettare un nuovo genitore.
E capita anche che il destino faccia incrociare la vita di Angelo con quella di una ospite inattesa del motel, facendo nascere un amore problematico di difficile soluzione.

Perché ho scritto questo libro?

Ho cominciato a scrivere storie semplicemente perché mi piaceva raccontare.
Non sono a caccia di glorie letterarie.
Mi piace pensare che scrivo per alleggerire il tempo di chi mi vuole leggere.
In particolare questo libro nasce dall’aver vissuto per molti anni vicino a un motel/ristorante molto simile a quello descritto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Motel “Il Postiglione”

Anno 2005 – Un giovedì di Giugno – ore 11 circa

“Io lavoro al bar di un albergo a ore, porto su il caffè a chi fa l’amore”, chi la cantava quella canzone? Mah! L’avranno cantata due o tre cantanti diversi. Una era la Vanoni, sono sicuro. Ma la cantava anche un uomo. Strano che mi ricordi meglio la Vanoni: non è mai stata una per cui impazzivo. 

Bello scoprire che qualcuno ha composto una canzone pensando a uno come me. Se si esclude il fatto del caffè – io non lo porto su, il caffè, a chi fa l’amore – quello della canzone è proprio come me: un motel appena fuori città, dove si fermano in pochi a pernottare ma dove, in compenso, vengono tante coppie più o meno clandestine. Il motel è abbinato a un ristorante che gode di una certa fama soprattutto perché, dal lunedì al venerdì, ci si fermano tanti camionisti e, si sa, dove si fermano loro vuol dire che si mangia bene a prezzi ragionevoli. Il sabato e la domenica invece, cuoche e camerieri diventano scemi con i ricevimenti per i matrimoni. Il motel offre una ventina di camere che, di solito, non rimangono mai occupate per più di un paio d’ore. Il personale qui è ridotto al minimo: io e la donna delle pulizie. Mi faccio quasi dieci ore al giorno a orario continuato, dalle nove del mattino alle sette di sera. Quando stacco, se qualcuno vuole una camera, deve rivolgersi alla cassiera del ristorante. 

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Questo posto, al proprietario, gli costa più di lavanderia che di stipendi per i dipendenti. Perché, saremo anche un albergo a ore, ma alla pulizia ci teniamo, anche se sono sicuro che buona parte dei nostri ospiti non ha neppure il tempo di accorgersi se le lenzuola sono o non sono fresche di bucato. Comunque noi le cambiamo sempre, le lenzuola, anche perché, se il motel avesse l’aspetto di una topaia, ci rimetterebbe anche il ristorante. 

Ma come ci sono finito, in questo posto? In questo lavoro? 

Io sognavo la reception del grande albergo di lusso; il completo scuro, sobrio ma impeccabile, con la spilletta dorata con le chiavi incrociate che faceva la sua bella figura all’occhiello e due o tre fattorini pronti a scattare solo a un mio sguardo. 

E invece, eccomi qui con indosso una felpa grigia con la scritta “London University” – ho solo fatto un patetico tentativo di frequentare l’università, figuriamoci se ho mai messo piede in quella di Londra – un paio di jeans e le scarpe da tennis. 

Quando Ferracci, il proprietario, mi propose questo lavoro, mi ero detto che sarebbe stata comunque un’utile esperienza. Qualche mese di gavetta e poi mi sarei sentito pronto per un tre stelle. E Rimini sembrava proprio il posto giusto, con tutti gli alberghi che ci sono lungo la costa. E di tutte le categorie. Figurati se non trovavo un albergo a tre stelle che avesse bisogno di uno in gamba come me. Un paio d’anni lì e poi, magari, un quattro stelle che non fosse proprio il top della categoria, magari al sud oppure in Sardegna. Tempo cinque, sei anni avrei visto le mie ambizioni soddisfatte. Sì, alla faccia della gavetta! Quattro anni che sto qui e ancora non mi è chiaro se sono un receptionist o un barman! E ci sono dei giorni in cui non riesco a capire quale sia esattamente il mio orario di lavoro così come ci sono settimane in cui non mi prendo neppure il giorno di riposo. Tanto non saprei come impiegarlo, quel giorno libero. Non lo nego: a volte mi sento proprio come una pianta decorativa. Passare sei giorni la settimana a stare seduti dietro al banco di un bar che fa anche da reception non è il massimo dell’eccitazione. E se, un venerdì o un sabato sera, volessi andare in discoteca come tanti miei coetanei, mi toccherebbe rassegnarmi a saltare una notte di sonno. Così mi accontento di vedere per un paio d’ore quei tre o quattro amici che mi sono rimasti, davanti aduna birra in qualche pub dove si suoni della buona musica. Mi ha fregato la pigrizia. Quando mi sono reso conto che avevo uno stipendio garantito – magari non un gran stipendio ma una cosa decente – non me la sono sentita di metterlo a rischio. Oltretutto non devo neppure dannarmi l’anima. Ho un mucchio di tempo per farmi i fatti miei, tanto i clienti mica hanno tutte queste esigenze! Anzi, dipendesse da molti di loro, io potrei anche non esistere. Mi sa tanto che, al proprietario, gli sia già venuta la tentazione di sostituirmi con un aggeggio elettronico tipo ingresso dell’autostrada: ritiri lo scontrino all’ingresso e paghi all’uscita. Se non paghi, il cancello di uscita non si apre. Solo che io gli servo per selezionare i clienti. Regola numero uno: niente battone. E la macchinetta elettronica mica ce l’ha l’occhio clinico per riconoscere una battona e il suo cliente! Io, al contrario, sembro avere un sesto senso per non farmi fregare. Intendiamoci: noi non rifiutiamo nessuno ma, quando una battona comincia a diventare un po’ troppo assidua poi la voce si sparge e, per evitare di diventare una specie di bordello legalizzato, ci metto poco a farle capire che deve cambiare base d’appoggio. 

A pensarci bene, quello della canzone – sì, il portiere di un albergo a ore, quello del caffè – all’inizio dice: ‘vanno su e giù, coppie sempre uguali’ e su questo non me la sento di essere del tutto d’accordo. Sono ben poche le coppie che a me sembrano uguali. In questi quattro anni, mi è passata davanti una tale varietà di personaggi che ho deciso di non stupirmi più davanti a nulla. Se fate una media di una decina di coppie al giorno – tanto per stare al minimo indispensabile – vi rendete conto che, in quattro anni, mi potrebbero essere passati davanti non meno di diecimila ospiti. In realtà sono stati molti meno, visto che non sono pochi quelli che diventano degli abituè. Quasi tutti arrivano, restano un paio d’ore, al massimo una mezza giornata, e se ne vanno. Però, di tanto in tanto, capita anche quello, o quella, che ha voglia di fare due chiacchiere. Dopo. Certo, più gli uomini che le donne. Sai com’è: il maschio è più portato a cercarsi una platea che apprezzi le sue gesta; la donna, di solito, è più riservata. E a me piace starli ad ascoltare. Un paio di osservazioni giuste, buttate lì quasi casualmente, e ti ritrovi con storie intricate o piccoli momenti di vita diversa serviti su un piatto dal diretto interessato. Ascoltando quelli disposti a chiacchierare, ho cominciato a capire anche un po’ di quelli che arrivano, scopano e scappano. E, da un po’ di tempo, ho cominciato a fantasticare sulle storie che si nascondono dietro ai visi di un uomo e una donna. O di due uomini. O di due donne. Certo che di coppie strane ne ho viste, in questo posto! Forse non ci si rende conto di quanto tempo si può passare a immaginare una storia fra due persone. Oppure ad arricchire, a completare, quel poco che ti raccontano. E se metti a frutto l’esperienza riesci anche a ricondurre alla cruda realtà quelle parti che hanno trasformato con la loro fantasia. Però una cosa importante, a lavorare in questo posto, l’ho imparata. Anche un amore fugace, una scopata veloce, se proprio non vuoi usare la parola amore, nasce da un desiderio, almeno di uno dei due, che non è quasi mai il puro e semplice bisogno di sfogare un istinto animale.  

Madonna! Quante ne ho viste, di coppie! Quelle che vengono una volta e non tornano più e quelle che, più o meno regolarmente, tornano per mesi. Delle prime, è chiaro, posso solo immaginare la storia, ma delle seconde, piano piano, riesco a sapere quasi tutto. Siccome non arrivano quasi mai insieme, capita spesso che uno dei due, prima, ma soprattutto dopo, si fermi a bere qualcosa al bar, magari solo un caffè. Perché io, come ho detto, a differenza di quello della canzone, non glielo porto su, il caffè. Se lo vogliono, se lo vengono a prendere al bar. Mica posso lasciare sguarnito il posto di guardia! E quando si accomodano sullo sgabello, di fronte al banco del bar, io entro in azione: le solite frasi di circostanza sul tempo e poi, se niente niente me ne danno l’occasione, via! A scavare nella storia che li ha portati qui. 

Magari penserete che mi sopravvaluto ma, se continuo ancora un paio d’anni in questo lavoro, giuro che mi iscrivo alla facoltà di psicologia. Voglio vedere dove lo trovano, lo studente che si può permettere un bagaglio di conoscenza della natura umana come quello che mi sto facendo io. Lo so, vi sembro un po’ troppo entusiasta di un lavoro che, in fondo in fondo, non è un gran ché ma, da qualche tempo, ho cominciato a trovarci degli aspetti positivi che non avrei mai immaginato. E non mi venite a dire che vi sembra morboso interessarsi così tanto ai fatti degli altri. Se una curiosità del genere non fosse comune a tante persone, non si venderebbero tante riviste di pettegolezzi. I tabloid inglesi poi, a quest’ora, avrebbero già fatto fallimento da un pezzo. E poi, ricordate quel film: “The Truman show”? Oppure quel programma televisivo: “Il grande fratello”? Non mi sembra che abbiano avuto poco successo. Non so quanti soldi abbia fatto l’ideatore de “Il grande fratello” ma di certo si è sistemato per la vita, visto che l’hanno comprato televisioni di mezzo mondo. E se non è basato sul ficcanasare quel programma lì… 

E quindi io non mi sento così in colpa, se cerco di saperne di più sulla vita privata di questi clienti di passaggio, questi amanti clandestini. Sono parte della massa, io, non sono un’eccezione. 

Neanche a farlo apposta! Guarda un po’ chi sta arrivando! Deborah. Sì, con l’acca finale, classico nome di moda fra gli anni ’70 e gli ’80. Insieme con Samanta che la lettera acca se la portava qua e là, dove capitava. Questa comunque è Deborah, 21 anni, quinta liceo. Sì, ha ripetuto un paio di volte ma le bocciature non l’hanno abbattuta più di tanto. Anzi, le hanno quasi fatto piacere. Hanno aggiunto qualcosa al personaggio che si è costruita: quello della ragazza spregiudicata, anticonformista ed un po’, anzi molto, cinica. Una così mica può prendere voti alti! Una così, l’insegnante maschio lo apprezza per il suo aspetto fisico, non certo per la sua bravura a insegnare. Le prof, naturalmente, non le considera proprio; tanto è evidente che, nel migliore dei casi sono solo invidiose della sua giovinezza mentre, nel peggiore dei casi, sono delle puritane frustrate che darebbero chissà che cosa per avere i maschi che, di solito, stanno dietro a lei. Perché, di maschi, lei ne può avere quanti ne vuole. Poveri maschietti tristi! Cacciatori che, senza preavviso, si sono ritrovati ad essere prede e si sono persi alla ricerca di una nuova identità. Timidi e insicuri che si lasciano trascinare dalla sua aria di dura; l’aria di una che non conosce esitazioni.  

Maschi come lui, il bel prof di lettere, quello che, fra qualche minuto parcheggerà l’auto sul retro dell’albergo e arriverà di fronte al bar passando per l’uscita di sicurezza che è sempre aperta e che permette di entrare senza essere visti da chi sta nell’ingresso. Tanto, a prendere la chiave della camera alla reception, ci ha già pensato lei! Così come, di solito, è solo lei che si ferma a bere qualcosa “dopo”. Ed è da lei che ho saputo tutta la storia.

Deborah e Francesco

Il primo giorno che lui è entrato in classe, tutti sono stati concordi su una cosa: era un pivello. Poi la classe si è divisa, come al solito. Anzi, più del solito. Innanzitutto perché non sembrava il solito pivello anonimo e magari un po’ sfigato. Tanto per cominciare era sì giovane, sicuramente laureato da poco ma, soprattutto, non si poteva negare che fosse bello: uno di quei visi che vedi nelle pubblicità patinate di qualche profumo di classe o di qualche accessorio di lusso: sul metro e ottanta, capelli castani, occhi azzurri ed un fisico che mostrava di aver conosciuto la disciplina dello sport. Che non avesse molta esperienza alle spalle lo si capiva dalla estrema attenzione, quasi incertezza, con la quale si era rivolto agli studenti: gli mancava la spigliatezza di quello che è abituato a trovarsi davanti ad una trentina di sguardi pronti a giudicare, a sfottere e magari a sfidare. Gli mancava l’esperienza che permetteva ai suoi colleghi più navigati di cogliere l’umore di una classe con un semplice colpo d’occhio. Se l’avesse avuta, quell’esperienza, gli sarebbe bastato guardarli in faccia, quei ragazzi, e in quegli sguardi avrebbe letto un mucchio di cose. Se l’avesse avuta, quell’esperienza. Ma non ce l’aveva. E così non ha letto: “Madonna! Quant’è figo!” negli occhi di molte delle ragazze, così come non ha letto: “Eccole lì, quelle stronze! Basta che si presenti uno appena passabile sotto i quaranta e sono pronte a scannarsi per conquistare un suo sorriso o una frase carina” negli occhi di molti dei maschi. E neppure ha colto quel: “Chissà se saprà anche insegnare?” di qualche studente che passava per un secchione oppure quel: “Sei davvero imbranato come sembri?” di quelli specializzati nella copiatura dei compiti. No, lui era troppo inesperto e troppo preoccupato per accorgersi di tutto questo. Preoccupato perché era la prima volta che avrebbe mantenuto il suo posto per un anno intero ma, soprattutto, preoccupato perché Annamaria, sua moglie, era sul punto di renderlo padre. Anche se si rendeva conto che quest’ultima ansia era del tutto fuori luogo: Annamaria era in ottima forma, aveva avuto una gravidanza assolutamente regolare e la bambina che stava per nascere non aveva alcuna disfunzione, come avevano mostrato le ecografie fatte regolarmente. E poi, dei due, lei non era certo quella che aveva problemi di praticità e di efficienza. Le sue capacità e la sua efficienza le aveva dimostrate quando aveva assunto la guida dell’agenzia di assicurazioni che il padre aveva gestito fino a pochi anni prima. Da quando lei aveva preso le redini in mano, l’agenzia aveva raddoppiato il numero dei clienti e, di conseguenza, era migliorato non poco anche il loro tenore di vita. E inoltre c’era Laura, la suocera cinquantacinquenne, che, da almeno sei mesi, si occupava della gravidanza della figlia con la medesima efficienza con la quale, per anni, aveva collaborato con il marito nella gestione dell’agenzia di assicurazioni. Non c’era niente per cui essere preoccupato, eppure lo era. E così, guardare negli occhi i suoi alunni era l’ultima cosa che gli sarebbe passata per la mente. Dopotutto, anche se l’avesse fatto, non ci avrebbe letto niente, neppure quel: “Come sei, a letto?” che passava nello sguardo di Deborah e andava a braccetto col suo sorriso ironico. Non che lei fosse una assatanata del sesso, ma non le sarebbe dispiaciuto provare a portarsi a letto il bel prof. Così aveva elaborato una sua tattica per raggiungere il suo scopo, una tattica che, per avere successo, avrebbe dovuto essere assolutamente originale e diversa da quelle delle compagne di classe.

Da quel primo giorno, erano trascorsi quasi due mesi senza che lei avesse fatto qualcosa di particolare per mettersi in mostra durante le sue lezioni. In quei due mesi si era limitata a osservare, con il solito sorriso malizioso sulle labbra, il fallimento di tutte le iniziative delle sue compagne. Le poverette avevano tentato di tutto: dalle telefonate anonime ai bigliettini infilati di nascosto nel registro o nel suo libro di testo. Una, che aveva molta più simpatia per i testi di Marilyn Manson che per quelli di Foscolo o Leopardi, aveva sorpreso tutti, in particolare le compagne più studiose, guadagnandosi voti altissimi in due interrogazioni nel corso delle quali aveva sfoggiato citazioni prese da libri di critica che figuravano solo nella bibliografia in fondo al libro di testo, quelle poche pagine che quasi nessuno studente andava mai a consultare. La bellona della classe aveva avuto quasi una crisi isterica quando lui aveva ignorato la sua mini-minigonna e un’ora buona di accavallamento di gambe che avrebbe fatto morire d’invidia la Sharon Stone di “Basic instinct”. Suscitando non poca sorpresa fra le sue compagne, Deborah era sembrata assolutamente insensibile al fascino del prof: non aveva bamboleggiato ogni volta che lui la guardava, non si era messa a studiare di più per fare bella figura, non aveva rinunciato al suo solito abbigliamento fatto di jeans scuri, stivali stile western, magliette nere con le immagini delle copertine dei dischi di gruppi rock e giubbotto di pelle con borchie appuntite e catenelle in perfetto stile metallaro. E la sua strategia aveva funzionato. A poco a poco lui aveva cominciato a notare che lei era l’unica a non cercare di attirare la sua attenzione e aveva cominciato a tenerla d’occhio. E poi aveva cominciato a capitare – per caso, naturalmente – al bar della scuola proprio quando lei era lì a prendere un caffè. Le prime volte si era limitato a salutarla, poi aveva cominciato a interessarsi a quello che lei faceva fuori dalla scuola e lei, insieme alla realtà di amici suonatori con la speranza di diventare i nuovi divi del rock, gli aveva scodellato l’invenzione di scontri quotidiani con una madre abbandonata dal marito ed incapace di capire quella figlia ribelle. In realtà, il padre di Deborah, muratore, era morto, per colpa di un solaio che aveva ceduto di schianto, quando lei aveva dieci anni. Per qualche anno sua madre si era ammazzata di lavoro per poter tirare su due figlie. Per fortuna Lisa, la più grande, era riuscita a trovare un buon impiego appena finita la scuola di ragioneria di modo che la madre aveva potuto ridurre i suoi pesantissimi orari di lavoro. Era vero che sua madre non approvava il suo modo di vestire e molti suoi atteggiamenti ma non c’erano mai stati grossi conflitti anche perché lei, Deborah, da tre anni lavorava ogni sera come barista in un pub durante i mesi estivi e nei fine settimana durante il resto dell’anno, quindi non pesava sulle finanze della famiglia. Sicura del fatto che il bel prof e sua madre non si sarebbero mai incontrati (lei aveva smesso di venire a parlare con i professori dopo la prima bocciatura, tre anni prima), aveva costruito un quadro familiare di assoluto disagio che poteva motivare ampiamente certi suoi atteggiamenti ribelli. E lui c’era cascato. Perché lui era uno di quelli che pensavano che un insegnante dovesse essere anche un educatore e un sostegno per i propri alunni. Lei non aveva avuto fretta, non aveva forzato i tempi anche se sapeva benissimo che sarebbe toccato a lei fare la prima mossa. Lui non era certo il tipo che ci prova con le proprie alunne. Non ci provava neppure con le colleghe, nonostante alcune di loro gli avessero più volte fatto delle avances più o meno scoperte. E il momento giusto era arrivato una settimana dopo il ritorno dalle vacanze di Natale, quando si erano tenuti i consigli di classe.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Eugenio Bianchi
Nato a Rimini in un torrido agosto, poco prima che gli alleati facessero piovere sulla mia città 385 bombardamenti.
Laureato in lingue straniere. Ho insegnato per buona parte della mia vita e, per un certo numero di estati, ho lavorato come accompagnatore turistico.
Amo le moto, soprattutto quelle da lunghe distanze; amo quasi tutta la musica, ma sono fondamentalmente un rockettaro, amo la fotografia, la lettura e la scrittura.
Ho praticato vari sport ma, per quasi quarant'anni, mi sono occupato di pallamano, prima da giocatore poi da allenatore delle giovanili.
Per mio piacere personale ho passato alcuni anni a disegnare con l'aerografo su caschi, serbatoi di moto, cofani di auto e altre superfici fra cui un pianoforte a coda.
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