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Storie di paure che risuonano al vento

Storie di paure che risuonano al vento
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Consegna prevista Aprile 2022
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La paura, questo vento di orrore che ci scuote dentro, che ci strappa via il respiro:
cosa accadrebbe se invece di scappare, imparassimo a restare?

Un coro di voci, attraverso un flusso di coscienza che scorre fresco e discreto come un sussurro, ma fervido come magmatica poesia, ci racconta la storia più antica del mondo: quella dell’esistere, e lo fa in un susseguirsi di punti di vista al cui centro la paura è un turbinio potente che muove a un autentico esistere.

Il neonato, il bambino, il giovane, l’adulto e l’anziano: ciascuno di loro impara ad ascoltare la voce di questa paura, che transita attraverso di loro sotto forme differenti, e in ciascuna esperienza di vita essa diventa premessa indispensabile per la crescita. Ascoltarla, attraversarla e infine superarla significa «vivere», poiché la paura non è orrore del vuoto, ma vento del Tutto. E ci chiama all’ascolto, ci chiama alla vita.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre riflettuto sulla funzione evolutiva e fisiologica della paura. Essa è stata fondamentale nella crescita filogenetica dell’essere umano, perciò mi sono chiesta: perché rilegarla a qualcosa di orrendo? Perché non darle voce e lasciarla fluire come qualcosa che ci appartiene atavicamente, piuttosto che respingerla dandole il potere di dominarci? La mia scrittura nasce quindi da un bisogno di indagine, per entrare dentro questo sentimento, e purificarlo, senza la pretesa di comprenderlo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo.

Fuori dal mio guscio.

Mi sono sempre accoccolata dentro la mia calda e umida culla: il mio guscio; giacché sempre mi era sembrato quello scorrere immobile del tempo, prima che tutto, di colpo, mutasse.

Faceva buio. Ma questo non mi faceva paura: era mia abitudine vedere tutto scuro, opaco e confuso; era la mia normalità.

Quel buio intorno a me era l’unico spazio contenuto nella mia mente, avvolta dal morbido involucro delle mie palpebre chiuse, dentro il guscio sigillato che mi circondava.

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Dall’esterno di questo mio desolato buio, proveniva un suono lontano, una sorta di voce ancestrale che echeggiava da un luogo senza tempo.

Questo canto soave, che proveniva da chissà dove, mi tenne compagnia per l’intera durata del mio sempre. 

Un giorno però, forse perché ero diventata tanto grossa e un bel po’ maldestra, e muovendomi sbattevo contro le pareti del mio spazio, qualcosa si ruppe.

Il sempre immobile si fece mobile tempo. 

Sopra di me si formarono delle piccole lesioni: il guscio si stava rovinosamente spaccando.

 Ero convinta che avrei continuato a vivere nel mio rassicurante sempre, all’interno della mia piccola culla buia.  Fui terrorizzata quando istintivamente sentii aprirsi una finestra nella mia mente e questa venne riempita da immagini inedite, che percepivo ancora sfocate.

Io vidi.

Per la prima volta vidi.

Visualizzai le crepe sopra di me e, attraverso queste, qualcosa di assolutamente nuovo, di scintillante e caldo che penetrava il mio spazio buio, tagliandolo e scivolandomi addosso: era la luce, e creava fili dorati che mi scalfivano senza nuocermi.

Tuttavia non sapevo che fare: avevo paura di questo divenire.

Avrei potuto provare a riaggiustare il mio piccolo guscio: ma come? Ero diventata troppo grande e anche se provavo a muovermi per ripararlo, formavo nuove crepe; viceversa, se stavo ferma e immobile, le sue pareti mi vacillavano addosso. 

Non capivo come fosse potuto succedere. Non capivo cosa ancora mi sarebbe potuto accadere.

Dove avevo sbagliato?

Quanta paura avevo dentro di me, tutta sola nel mio guscio, con quella fulgida presenza che serpeggiava nel mio spazio oscuro.

Decisi che era meglio rimanere ferma, anche se i pezzetti del guscio si andavano depositando sopra la mia testa man mano che si sgretolava, e sotto di me si formavano nuove schegge, che rendevano traballante il pavimento.

A quel punto, la curiosità superò la paura: divenni coraggiosa, ma a piccole dosi.

Cominciai a sbirciare cosa ci fosse al di là del mio gracile guscio, osservando quella luce là fuori attraverso le fessure dorate delle crepe. 

Vidi che, fuori da me, il mondo era pieno di colori: colori bellissimi, che mi riempivano la testa e il cuore molto più del buio a cui ero abituata, e che avevo avuto timore di abbandonare!

Inoltre, grazie alla luce che veniva filtrata dalle spaccature del guscio, vidi che anche io ero colorata!

Scoprii che le mie zampe erano verdi, un colore latore di vita, che a voi umani ricorderà i ciuffi d’erba e le chiome degli alberi: la clorofilla e l’ossigeno che unisce la mia esistenza e la vostra a questa Terra munifica; e che a me ricorda quella volta che conobbi me stessa, in un giorno che potrei definire O, l’origine del mio tempo, al di là del mio antico e monotono sempre. 

Sono una tartaruga.

Non avrei mai potuto fare questa indispensabile scoperta se un giorno non avessi avuto il coraggio di uscire fuori dal mio buio, di spaccare le paure che mi tenevano prigioniera di un guscio che ormai non era più adatto a contenermi, e mescolarmi con i colori del Tutto.

Quando ruppi definitivamente la mia piccola culla bianca- l’uovo nel quale mi ero formata- rimasi estasiata da ciò che vidi al di fuori di essa: non ero una qualsiasi tartaruga; ero una tartaruga di mare!

La sua immensa massa di acqua in continuo movimento circondava il mio minuscolo corpo verde.  Allora gli occhi, ormai quasi pronti ad aprirsi del tutto, mi si riempirono della sua meraviglia, e le orecchie del suo canto melodioso: delle onde schiumose si muovevano come sirene di morbido cristallo in una danza eterna e creavano, con la loro spuma scintillante, bellissimi disegni sull’orlo della spiaggia dorata dove io mi trovavo. La sabbia era un letto soffice e caldo dove subito posai le mie zampe verdi. Inizialmente ero un po’ impacciata e sicuramente buffa da vedere: le mie minuscole zampe camminavano zoppicanti sulla sabbia, lasciando piccole impronte nelle quali affondavo goffamente; ed ero davvero lenta- più lenta di quanto non spetti esserlo a coloro che fanno parte della mia specie.

 Ma non mi arresi e, presa confidenza con la sofficità della sabbia, a poco a poco, mi avvicinai alle onde e compresi che erano loro a suonare la melodia del mare, come tasti di acqua salmastra in un gigantesco pianoforte ai piedi della Terra.

Sopra di me si trovava un maestoso cielo e, al centro della sua sconfinata bellezza, un cerchio giallo emanava raggi brillanti che riscaldavano la mia pelle nuda. 

Ho scoperto che quella massa scintillante si chiama Sole ed è lui che ci regala la luce, e anche il buio: non ci sarebbero colori se non ci fossero il Sole e questi occhi che porto fieramente sulla mia testa. 

Tutto il popolo del mare e della terra gli è devoto perché è lui il motore della vita, e io lo amai sin da subito, così caldo, generoso e solenne.

Ma in questo orizzonte pieno di meraviglie, di suoni e colori, io ero tutta sola. 

Chiamai mamma, papà? Tartarughine? Ci siete?

Non rispose nessuno. 

Il mare mi accarezzò, come a volermi consolare; e il Sole mi lambì riscaldandomi, come a volermi abbracciare.

Piansi, e le mie lacrime dolci si confusero con l’acqua salata del mare.

Mi ci tuffai e credetti di affogare, ma il mare mi accolse e lì le mie lacrime, divenute invisibili, si trasformarono in meraviglia: ero viva tra le braccia dell’immenso Abisso.

Allora compresi che era quella la mia casa: quell’acqua indomita e selvaggia, elegante e sinuosa, che mai si riposa. 

Compresi che il mare era la mia mamma, perché lì ero destinata ad evolvermi, a farmi avvolgere dal sole e la salsedine, a rincorrere le mie amiche tartarughe in cerca del mio destino tra infiniti, multiformi flutti, mai uguali a sé stessi.

Era lì, immersa nell’immensità luminosa del mondo, fuori dal mio guscio oscuro, che ero veramente viva.

31 Agosto, 2014.

Vieni qua, mi tiri fuori dal buio? Vieni, allunga la mano. Io la afferrerò: non scendere fin dentro il pozzo, quaggiù è umido, tetro, tenebroso. Non voglio che i tuoi occhi portino luce su questa me senza colore. Vedresti gli occhi svuotati dalla paura. Vedresti i capelli arruffati, scompigliati; unti dall’umido delle lacrime che si sono sostituite al sangue. Vedresti le ossa smunte, i lividi, le ferite. Non voglio che tu le veda, perché se i tuoi occhi, che io amo, vedessero questo, allora tutto questo diventerebbe pericolosamente reale. Perciò ti prego, allunga il braccio, tirami su e ricordami, ricorda a quest’ombra grigia la persona che sono. Ricordale l’impavida grinta con cui afferravo la vita, la facevo mia. Ricordale la pienezza con cui il sangue irrorava il corpo e i pensieri, le rotondità della mente, le curve della mia pelle. Vieni, ridisegnami con la luce che esce dai tuoi occhi- gli occhi di chi amo.

Avevo inviato questo messaggio al mio fidanzato un pomeriggio di fine agosto. Il 31, esattamente. Lui non lo aveva letto subito, così ero affondata in quel pozzo. Convinta che non ne sarei uscita mai più. Invece lui venne. Poco prima che finisse l’orario di lavoro, era scappato da me. 

Era furioso. 

Furioso.

Era vivo.

VIVO.

Mi tirò con forza dal divano. Mi mise in piedi. Il cuore mi batteva forte. La stanza vibrava in modo pericoloso e letale. 

Io non ero più io. Io ero la mia paura.

Lui mi spogliò. Io piangevo.

Ero nuda.

Nuda dentro. Nuda fuori. 

Ha baciato con dolcezza e con rabbia le mie lacrime. 

Mi diceva, dolcemente, questo è per tutte quelle volte che tremavi, che non ti alzavi, che avevi paura della paura, che eri felice ma questo ti terrorizzava.

E poi, leccando con furia le mie lacrime, mi urlava: e questo è per tutte quelle volte che sei stata forte e poi hai deciso di dimenticarlo. Per tutte le volte che hai spostato le montagne e non ti sei curata dei segni che questo ti avrebbe lasciato addosso, e dentro; hai preferito dimenticare. Dimenticare tutto. Lasciare la paura, la stessa che ti ha salvato e dalla quale ora ti fai schiacciare.

Poi mi ha messo sotto la doccia, mi ha lavato con dolcezza, ma continuava…

Ora sei fuori pericolo. Non hai processi da affrontare. Non hai un uomo pericoloso dal quale scappare. Non hai giudici ai quali dover raccontare. Hai stretto la mano a tua madre perché non avesse paura dell’oblio, l’hai lasciata andare perché era giusto, e lo sapevi. Sei stata coraggiosa perché hai sempre saputo amare. Ma ora hai paura.

Paura che la serenità venga distrutta ancora.

 E sai una cosa?

Ci stai riuscendo! Barava! La stai rovinando, questa serenità che ti sei meritata.

Mi asciugò il corpo e i capelli.

Io non piangevo più.

Ero vuota.

Ma chi ero? E chi era quella nel pozzo laggiù?

Ero io davvero?

Mi mise davanti a uno specchio.

Ero nuda.

Dalla testa ai piedi.

Mi disse: Guardati.

Scesero lacrime calde sulla mia pelle, diverse da quelle che erano scese prima, mentre mi lasciavo anchilosare dalla paura, che erano invece pungenti come lame che si conficcavano nella mia pelle.

Le assaggiai, mentre lui, dietro di me, reso un po’ goffo e scomposto dal furore della vita, mi incalzava ad osservarmi: erano dolci. Non erano lacrime di paura. Erano lacrime di tenerezza.

Io mi facevo tenerezza. 

Qualcosa si era rotto in me creando una crepa e per paura di soffrire, piuttosto di uscire da quella crepa, mi ci ero intrufolata dentro: io ero diventata il mio dolore, la mia paura, la mia fragilità- che erano parte di me, ma non erano me. 

Io ero diventata la cosa piccola e grigia in fondo al pozzo: il panico.

Che era parte di me, ma non era me.

Mi disse:

Cosa vedi?

Un corpo, risposi.

Un corpo trascurato, solo.

E’ vero, mi disse.

Tu non ti prendi più cura di te, hai lasciato il corpo qua, e sei andata via, chissà dove. Torna. Guardati: hai bisogno di te. Ti sei abbandonata.

I capelli, da quanto tempo non li curi? Non li tagli?

Di mangiare, quado hai perso il piacere di farlo?

Ero magra, troppo.

Il seno era triste, senza piacere. 

Anche fra le gambe, non c’era apertura, non c’era desiderio.

Mi ero chiusa alla vita. Chiusa al corpo. Chiusa all’essere.

Le mani erano pesanti, le unghie un po’ lunghe e un po’ corte, sbiadite.

Lui mi disse

Sei bellissima anche sconvolta dalla paura. Ma questa che vedi in questo specchio ha bisogno di te, non di me.

Tu ti vai bene così?

No. Non sono io quella. 

Ah no? Mi disse.

Io non penso. Io penso che quella sei proprio tu, il fatto è che te lo sei dimenticato.

Mi porse una crema:

spalmiamola insieme, disse.

Iniziammo a spalmare la crema lungo le mie gambe da radere, trascurate, smunte.

Mi accarezzò teneramente e altre lacrime calde si riversarono sulle mie labbra: erano le mie, ma erano anche le sue.

Baciò le mie labbra.

Ricordai di avere labbra che dovevano essere baciate, non solo serrate e morse per la paura di perdere il controllo.

Baciò il mio collo, che si sciolse- corda tesa che strozzava i pensieri.

Baciò i miei seni, che si ricordarono di provare piacere- quel piacere che lui sempre mi aveva ceduto e che io avevo smesso di assaporare, di prendermi.

Baciò il mio sesso. E mi ricordai di essere femmina, di essere donna. E non paura. Ma viva, vita. 

Baciò le mie gambe e scese fino alle caviglie, baciandomi ovunque.

Mi disse:

volevi che io ti tirassi su, ma ho scelto di scendere giù.

Ti ho afferrata e insieme saliamo su.

La luce scotta, ma non fa male. Sali con me, usciamo dal pozzo. Piano piano.

Insieme.

Lui prese metà della mia paura, il resto la tenni, promettendomi che l’avrei fatta a pezzi a colpi di vita, colpi di luce.

Facemmo l’amore.

Ero io. 

Quel pezzo di paura, quel piacere, quella voglia di essere che si mascherava sottoforma di panico.

Facemmo un bagno.

Rimasi in silenzio.

Quando lui andrà via, andrò via anche io e tornerà la paura?

So a cosa pensi, Margherita, mi disse, no, non andrò via.

Non ora.

Ma quando lo farò, tu resterai, perché tu sei al di là di me.

Ed è questo che io amo di te, il tuo essere nel mondo, libera da me e per questo parte di me. 

2021-07-23

Radio Splash

Presentazione e promozione del libro presso l'ente radiofonico Radio Splash, all'interno del programma musicale "Kaffeine". Per ascoltarlo sintonizzati nelle stazioni radio FM della provincia di Messina 95.700, 96.700, 90.700, 96.800; o in streaming sul sito web www.radiosplash.it o sull'app. Se te lo dovessi perdere, potrai riascoltare l'episodio sempre in radio nelle repliche di sabato 24/07 , martedì 27/07 e giovedì 29/07 alle ore 22.00, oppure in streaming su http://www.radiosplash.it/replay/.

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Angela Grasso
Angela Grasso è nata in Sicilia, a Messina; classe '91. Sin da piccola ama immergersi nel mondo della scrittura e della lettura, cimentandosi anche nella stesura di piccole opere teatrali ispirate alle leggende locali del suo paese d'origine, Milazzo. Cresciuta col sogno di diventare medico, si vede costretta dagli eventi a dirottare altrove le sue ambizioni, così, fedele alla scrittura, ha scoperto in essa stessa un grande potere terapeutico. Laureatasi in Lettere nel 2016, oggi è insegnante e non smette di continuare a sperimentare l'arte del narrare attraverso la scrittura.
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