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Straboccando di avventure. Racconti di viaggi qua e là

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Consegna prevista Marzo 2021
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Una raccolta di storie, avventure e riflessioni in giro per il mondo. L’opera non è una guida di viaggio, anche se è costata molti biglietti aerei. Non è un saggio di economia e di politica, anche se è scritta in una precisa epoca storica. Non è una recensione di arte e musica, anche se sarebbe più utile cantata. Vorrebbe parlare di sport ma è scritta stando seduti. Non è un’analisi filosofica sul senso della vita, anche se vorrebbe avere un inizio e una fine. Come un canale televisivo generalista è piuttosto un grande contenitore. Un’opera disordinata fatta di gambe e pensieri che, seguendo sogni e paure, ci portano dovunque.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questa raccolta partendo dal racconto di un viaggio. Ho provato a immaginare la vita come una grande collezione di avventure, intervallate da ragionamenti contorti e riflessioni spasmodiche. Da qui l’esigenza di indagare l’enorme contraddizione che lega il coraggio e la paura nel nostro cervello. Il risultato è questa massa informe di parole che spero potrà trovare nuova vita nelle acrobazie di chi leggerà e viaggerà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il nuovo mondo di Christiania
DANIMARCA
Christiania è un quartiere di Copenaghen dove si provano a sovvertire gli ordini mondiali normalmente costituiti. Così era presentato questo simpatico posto sulle guide web. Dovevo però leggerle velocemente, poiché girovagavo nella capitale danese e avevo il cellulare semi scarico. Era maggio e avevo previsto con sapienza non scientifica che ci sarebbe stato un clima freddo, ma i problemi ambientali della Terra negli ultimi decenni mi avevano comunque regalato una giornata molto soleggiata. Il cappotto però c'era, l'albergo era in Svezia (raggiungibile con un comodo treno) e ho sempre fatto parte della schiera di persone che preferisce indossare gli indumenti ingombranti piuttosto che portarli in mano in caso di sbalzi climatici. Passeggiavo così freneticamente nelle strade di Copenaghen, cercando di visitare il maggior numero di posti possibili. Avevo solo un weekend a disposizione, faticosamente guadagnato con lavori noiosi e risvegli ad orari molto freddi durante l'inverno e la prima primavera. Dovevo raccattare il più possibile per vendicarmi di tutto questo. Insomma è questo il senso di una normale vacanza di due o tre giorni nella nostra epoca per buona parte della popolazione europea (non conosco molti americani di persona per cui non mi esprimo per loro).
Dovevo a tutti i costi raggiungere Christiania e capire concretamente cosa fosse. La luminosità a risparmio energetico del mio cellulare non aiutava, ma leggevo in ordine sparso: quartiere autogovernato, comunità di hippy, libertà, rivoluzione, droghe leggere, le 10 cose che devi fare prima di morire, i 10 posti che devi visitare almeno una volta nella vita (quindi prima di morire, lo so è lo stesso significato di quanto scritto prima, ma appunto il cellulare si stava scaricando e non avevo tempo di riflettere). Insomma da quello che ero riuscito a capire si trattava di un suolo autogestito di Copenaghen, fondato negli anni Settanta da un gruppo di simpatici hippy che aveva occupato una base navale abbandonata. Il governo danese negli anni non era mai riuscito ad allontanare la comunità che si era creata, che aveva nel frattempo aveva colorato tutto quello che si poteva con murales e graffiti vari. Una cosa era scritta su tutte le guide lette velocemente: vietato scattare foto. Gli ultimi spiccioli di batteria mi permisero di trovare la strada e arrivai finalmente in questo nuovo mondo all'interno del mondo che tutti conosciamo. Ero lì, a Christiania.

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Il posto si presentava molto allegro. Non c'era traccia di automobili e questo lo rendeva già il posto più bello al mondo, cioè scusate, il posto più bello del nuovo mondo. Per strada si incontravano vari negozietti artigianali, esposizioni di magliette coloratissime, cianfrusaglie varie vendute a caro prezzo e, come in tutte le cose belle, tantissimi turisti venuti lì con cellulari sicuramente più carichi del mio. La cosa positiva è che non potevo fare foto soprattutto perché il cellulare era scarico, ci avrei provato altrimenti nonostante i vari divieti. Il risultato è che tutti i ricordi sono solo nella mia testa. Tutto è restato sfuocato e confuso come le fantasie dei tanti straccetti venduti.
Il cuore di Christiana sembrava essere una sorta di piazza pubblica. L'area era però ripensata secondo i canoni di una società laica che riconosce degno di amore solo il prossimo e non santi, re o vincitori di reality show. La piazza presentava al centro un grande palco per concerti, stupendamente vuoto. L'assenza di musica mi trasmetteva per contrapposizione solo sensazioni positive. Il vuoto sottolineava la libertà del palco, pronto per essere usato in qualsiasi momento o necessità, come una chiesa che resta lì anche quando non c'è messa. Un monumento dove pregare la musica e ringraziarla di esistere. Era bellissimo. Intorno c'erano vari ristoranti, tavolate che richiamavano abbuffate di birre e hot dog, anche se non c'era traccia di questi, gente che parlava, insomma una serena confusione. Sembrava una società eretta intorno al godimento del tempo, dove regnavano musica, cibo e relax. Poteva essere questo Christiania? Chissà, non avevo batteria per controllarlo su internet ne avevo tempo di fermarmi a parlare con qualcuno. D'altronde avevo solo un weekend e l'albergo era in un altro stato!
Continuai a vagare cercando di scoprire il più possibile e immaginare su cosa si basasse la vita socioeconomica del quartiere/stato/nuovo mondo/eccetera. Mi ritrovai quasi distrattamente in un'enorme area verde. Si aprivano davanti a me corsi d'acqua, percorsi nella natura, forse isolotti, solitudine e spazi. Fino a quel momento Christiania mi era sembrata solo un piccolo sobborgo. Christiania oltre al tempo aveva anche lo spazio. Era davvero un nuovo mondo? Dovevo saperne di più e finii per rimanerne inghiottito. Mi dimenticai del tempo fuori da Christiania perché ormai ero stato assorbito da questo nuovo mondo e tutto quello che contava era lì. Mi avventurai in uno dei tanti percorsi. Scoprii abitazioni dentro rispettabili roulotte nascoste tra i cespugli, biciclette parcheggiate tra gli alberi, natura da apprezzare tra un leggero sole di maggio e una rilassante ombra, orizzonti da ammirare mentre si resta distesi. Come potevo vivere quel posto? Come potevo farne parte? Decisi di sacralizzare quel momento finendo di leggere la favola che mi aveva accompagnato negli ultimi giorni.
Ho sempre avuto bisogno di calma assoluta per leggere con tranquillità e concentrazione, cioè l'assenza di qualsiasi pensiero interiore e di un mix perfetto tra clima e postura corporale. Si può dire che la mia vita è stata in tante occasioni una ricerca di un posto adatto per leggere con calma una mezz'oretta. Quel posto era perfetto per questo scopo e mi accampai per la lettura. Mi mancavano ancora molte pagine alla fine, ma il cellulare era ormai spento del tutto e non potevo in nessun modo contare il tempo. Così contai le pagine e decisi che sarebbero state loro il tempo che mi restava da vivere a Christiana prima di tornare tra gli umani. Mi tuffai nella lettura, non potendomi tuffare nelle meravigliose acque del nuovo mondo che avevo davanti. La storia fu avvincente e magica. Utopica quanto il posto in cui mi trovavo. Fui così preso che alla fine lessi anche le note introduttive e le analisi che di solito si aggiungono ai libri quando sono stampati da editori grossi. Le utopie del libro e di quella realtà in cui mi trovavo si fusero, d'altronde leggere una favola in un posto incantato non capita tutti i giorni. Riuscii quasi a vivere la lettura che avevo davanti, riuscendo a vincere il più grande limite di ogni libro: il rischio di osservarne passivamente la trama e invidiarne la vita racchiusa tra le pagine. In quel posto invece mi sentivo in un'altra dimensione e tutto sembrava avere senso, anche le avventure di quel racconto. Il libro ruotava attorno a pochi personaggi principali: il protagonista che non esisteva davvero ma che si comportava come se vivesse, l'attore non protagonista che c'era ma non se ne rendeva conto e un terzo (che poteva essere anche un quarto) che non conosceva ancora la propria identità, insomma se c'era o non c'era. Tutto questo poteva non avere molto senso, d'altronde era una favola, ma in quel momento nell'orizzonte irreale di Christiania tutto mi sembrava chiaro.
Ero lì a chiedermi cosa stessi facendo, se avesse senso continuare a viaggiare e perdermi nei posti e negli sconosciuti, vivendo disperdendomi nel mondo. Forse sarebbe stato meglio portare avanti idee e progetti utili a definirmi e a realizzarmi, per sentire di essere servito a qualcosa? Avrei oppure potuto seguire le normali regole del mondo: prendere l'aereo per tornare, andare a lavoro e aspettare il prossimo weekend libero per trovare un altro nuovo mondo, dove forse potevo di nuovo esistere senza rendermene conto, dimenticandomi della mia identità come in quelle forse due ore sulla riva di Christiania. Pensavo poi al posto in cui mi trovavo. Christiania aveva dato libertà ai suoi abitanti, demolendo schemi e ruoli sociali, ma quanto era stata importante la forza delle proprie idee? Immaginavo la lotta di gente in carne e ossa che rivendica diritti per sé e per le future generazioni. Persone che sceglievano di essere, ma con l'obiettivo di vivere il futuro senza più un ruolo? Cioè senza essere più nulla? Non lo so, non riuscivo a rispondere a quei tanti interrogativi che si aggrovigliavano, ma almeno stavo vivendo quel libro intensamente nei miei pensieri. Un'esperienza che squarciava le barriere della letteratura.
Un istinto sovrannaturale mi spense a indagare sulla mia effettiva esistenza in quel momento. Dovevo verificare la concretezza di quel posto e avevo bisogno di quello che il regista Christopher Nolan chiamerebbe totem. Non cercavo certamente un souvenir, ma qualcosa che catturasse quel momento in modo netto, che ne desse materialità. Vidi improvvisamente un albero con su appiccicato un manifesto-non manifesto. Era fatto di quella carta rigida tipica dei manifesti, era grande quanto un manifesto, aveva delle scritte varie ma essenzialmente non diceva niente. C'era una grande opera astratta stampata sopra, con forse il nome dell'artista e in piccolo era indicato “Christiania”.
Fugacemente strappai il manifesto dall'albero e lo arrotolai nel mio bagaglio già troppo ingombrante e corsi via, con una tremenda paura che qualcuno mi accusasse di aver violato le sacre regole del nuovo mondo. Mi chiesi che funzione potesse mai avere quel manifesto. Un abbellimento? Perché poi su un albero? Sembrava essere quei manifesti che indicano eventi o l'apertura di un museo, ma non c'erano date o altro. Perché qualcuno dovrebbe preoccuparsi di stampare un'opera d'arte già esistente e appenderla su un albero? Non aveva senso e quindi era il pezzo di non senso che mi serviva per darmi prova dell'esistenza di quel posto e di quel primo pomeriggio. Andai via così da quell'utopico quartiere di circa mille abitanti (questo l'ho letto da casa) e collocai quel manifesto nella mia stanza terrena. Continuai a interrogarmi su quel libro per un po', poi me ne dimenticai e nel frattempo ripresi a viaggiare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gerardo Russo
Sono una persona di 28 anni. Ho passato gli ultimi quattro anni della mia vita cambiando continuamente casa e lavoro. Sono stato animatore per bambini, assistente nell'amministrazione di progetti sociali, commesso telefonico per televendite, dipendente pubblico, assistente politico, operatore in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, organizzatore di eventi, coordinatore della formazione scolastica in un centro di stampa 3D, rilevatore statistico e accompagnatore turistico. Ho abitato in Italia, Grecia, Malta, Belgio e Senegal. Sono anche attore dilettante e scrivo di musica e viaggi su riviste online.
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