Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Su gusci di tartaruga

Su gusci di tartaruga
9%
182 copie
all´obiettivo
83
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Novembre 2021
Bozze disponibili

Stefano, famoso attore senese, vive una tragica notte. Un corridoio, i suoi pensieri e i suoi ricordi a fargli compagnia. Un amore, o quello che ne resta, che non gli da tregua. Lo accompagna come un mostro nell’armadio nonostante siano passati dieci anni. “Un horror psicologico in una commedia romantica” come direbbe lui. In queste ore convulse, grazie all’aiuto di un narratore e di qualcuno che nemmeno lui si sarebbe immaginato di vedere, ripercorrere quella parte della sua vita scena per scena. Ma si sa i ricordi non seguono una trama lineare.

Perché ho scritto questo libro?

Non è mai semplice spiegare perché qualcuno scriva un libro; figuriamoci se sei tu a scriverlo. Posso dire che è stato un bisogno; un colpo di spugna. Forse è stato l’unico modo per vedere certe cose da un’altra prospettiva. Come diceva il professor Keating nell’attimo fuggente: “È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”. Vivere nei panni di qualcun altro a volte è d’aiuto. Magari si riescono a capire le proprie colpe e a non credersi innocenti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Una breve premessa: non c’è nulla di prevedibile nella vita; non c’è trama. Perciò è inutile guardare altrove bisogna solo collegare i punti. È tutta una questione di rime.

Immaginate di chiudere gli occhi e fissare il nero fitto davanti a voi. Immaginate di vedere queste parole che compaiono, una dopo l’altra, lettera dopo lettera, come se qualcuno le stesse battendo su una macchina da scrivere:

Vi siete mai trovati in una situazione mai vissuta prima? Quando non sapete dove andare o cosa fare? Fermi nel vuoto? Persi?”

Continua a leggere

Continua a leggere

È come cadere nelle acque profonde dell’oceano, ancora con i vestiti addosso; nelle acque più fredde che abbiate mai sentito. Acque nelle quali scordi persino di nuotare per il freddo gelido che ti avvolge. Affondi soltanto.

Affondi nel nero pece instancabile dell’oceano, con le bolle d’aria che ti escono dal naso. Aria che lascia posto all’acqua. Ne entra sempre di più. Ti senti stanco e arrabbiato, ma non lotti perché sei come bloccato. Affondi soltanto. Inerme, con il viso rivolto verso quello che una volta, ormai lontano, era il pelo dell’acqua.

Bolla dopo bolla, goccia dopo goccia, il buio totale e il vuoto assoluto del non sentire più nulla.

Tutto inizia così. Una luce un po’ soffusa, un luogo non preciso, non si vede nulla. È tutto così incerto come lo è il mondo che ci circonda. Non c’è nulla di così surreale come il mondo. Un ossimoro. Lo siamo tutto e tutti in questa vita. Ogni storia, fatto, cosa esistente o accaduta è un ossimoro. Nulla è certo come nulla è scontato. È tutto una costante sorpresa.

Questo pianeta è nei dettagli, nelle cose che non guardiamo più, nelle cose che non riusciamo più a vedere. Come adesso.

Un vetro, dietro c’è un ragazzo, ormai un uomo a dire la verità, se ne sta con lo sguardo… sembra perso nel vuoto, a fissare chissà cosa. Ha l’aspetto di un cane randagio. Se ne sta sotto quelle fredde luci soffuse e non distoglie lo sguardo.

– Vi siete mai trovati nella situazione di voler raccontare una storia, ma non sapere da dove iniziare? Bene; questo è il mio caso. Dunque non sapendo da dove iniziare, chiederò un aiuto.

Probabilmente non sa veramente da dove iniziare la sua storia. È difficile raccontare quando si parte dai ricordi. Perché i ricordi non hanno una trama lineare.

Era sempre stato un ragazzo semplice e lo è anche ora che è cresciuto. Viveva nella periferia di Siena, quasi in campagna inoltrata, lontano dai capannoni della zona industriale. Cresciuto con entrambi i genitori e una sorella più piccola, nella vita non gli era mancato nulla. Non erano felici e ricchissimi, ma neanche il contrario, insomma lo stereotipo della famiglia normale. Una di quelle persone destinate a una felicità modesta e intrinseca.

Era ossessionato dall’America e dal sogno americano, come fosse un messicano a sud del confine. Sì, Stefano, alias “Charlie”, era ed è un uomo ossessionato dai suoi sogni.

Molte persone, nel corso degli anni, gli avevano affibbiato delle etichette e lo avevano descritto in molti modi diversi e contrastanti.

Ora vi chiederete: chi è questo tizio, cioè chi sono io. Perché sto qui imbambolato con la faccia da ebete con lo sguardo quasi commosso. Bè vi rispondo subito. Non c’è persona più semplice e monotona di me. Perché le persone possono essere molte cose in una. Non ci si può fare niente.

Con il passare del tempo, come ho già detto, lo avevano descritto in molti modi: da acido, a dolce, a stronzo, a fannullone. Seguendo con: stacanovista, strano, impacciato, brutto, codardo, permaloso, sensibile, freddo (soprattutto a questo aggettivo lui tiene molto), stupido, ignorante, sincero, bugiardo, anarchico, comunista, qualcuno gli ha dato anche del fascista, (ma resta il fatto che lui alla politica non crede, perciò non gli cambia nulla) generoso, tirchio, paziente e molto altro. Pensava che su una cosa soltanto, tutto il mondo potesse andare d’accordo, ovvero sulla sua puzza di piedi. Per il resto, diceva che tutti avevano ragione. Il suo comportamento non era mai premeditato, o quasi, derivava per lo più, dalla situazione o dalla persona con cui aveva a che fare.

Certo, vedendolo così, alle tre del mattino, sistemato un po’ male, chissà quale idea vi sarete fatti.

È una cosa organica la prima impressione. Avviene senza che voi ve ne accorgiate. Vi farete fregare dai capelli arruffati, dalla barbetta rossa a chiazze, dal tatuaggio sul collo, dalla maglietta con su scritto “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” tutta spiegazzata, dal giubbotto di pelle, dalle borse sotto agli occhi e da tutte le altre cose che sembrano non andare in lui. Oggettivamente avete ragione, ci sono tante cose che non vanno in lui, ma non sono quelle che si notano alla prima occhiata.

Sì lo so sono uno che dà questa impressione all’inizio. Salvo poi scoprire che non è solo una questione di prima impressione. Ma a voi questo non interessa. A voi interessa altro. Non vi importa che io sia un attore, che da ragazzo adorassi suonare le canzoni di Bob Dylan con una chitarra acustica mezza scassata. Voi volete sapere la storia. La storia che mi caratterizza.

Perché ognuno di noi ha una storia che gli ha segnato la vita. È sempre lì, a farci compagnia negli anni, è la nostra stalker preferita. Ci spia costantemente da lontano, senza che ce ne accorgiamo, lasciando tracce grottesche a cui nessuno fa caso.

All’uscita della sua prima prova da protagonista in un cortometraggio di poca fama qualcuno disse: “Ragazzo di vent’anni che è uscito vivo da questa gioventù bruciata.” Gli sembrava un bel commento, una bella recensione. Così decise di contiuare, provare altri ruoli. Vi lascio immaginare com’è andata. Il nulla assoluto. Pochi ruoli secondari e nemmeno una critica negativa. Abbattuto, smise completamente di recitare. Quello che fece e successe in quel periodo, è l’inizio di tutto.

Non ricordo chi lo disse, ma tutte le migliori bugie hanno un fondo di verità. In fondo tutti vivono grazie a un po’ di immaginazione. Ma non questa volta. Sarà soltanto un trucco; un volgare e banalissimo trucco.

Dopotutto, è ciò che cerchiamo tutti noi per sorridere, per scoppiare in un pianto, per odiare o amare, per infuriarci o aggrapparci a qualcosa. Siamo esseri umani, dei sentimenti abbiamo bisogno. Sono la nostra disfatta, come altre volte sono la nostra salvezza.

Tutto questo per dire che, certe volte, certe storie vanno raccontate. Non per chissà quale assurdo motivo, ma per non perdersele nei ricordi di una singola persona. Senti soltanto, che ne vale veramente la pena. Come avrete intuito questa è la sua mezza verità.

Sta tutto in questa mirabolante bellezza dell’intrecciarsi fra semplice e complesso. Lo psichedelico ricordo di un’immagine a cui non è (e non sono) riuscito a sfuggire. E forse neanche voi ce la farete.

Sta tutto qui dicevo, nella bellezza. Quella che è nascosta dietro a ogni angolo. Di cui non vi potrete mai pentire, che ricorderete bene, alla quale sorriderete con garbo ogni volta che vi tornerà in mente. Pure se c’è stato del male i momenti migliori vinceranno su tutto; anche se di breve durata: da quando nascono a quando sfioriscono i gelsomini.

Lì, nella bellezza più semplice, quella che si nasconde ovunque, anche nel mostruoso a volte. Perché non si sa mai cosa ci aspetta nella vita. Chi o cosa si celerà dietro l’angolo, dietro una porta, dietro un saluto, uno sguardo, un banale sorriso o l’insulso gesto di un ubriaco. Cosa si cela dietro a tutto questo, non lo sapremo mai prima di vederlo. E, scusate la franchezza, a volte lo vedremo solo dopo averlo lasciato scappare.

Forse è qui che regnerà la bellezza incontrastata; e sarà tutta da scoprire. Al mattino appena svegli voltandosi nel letto, andando al lavoro o prendendo un caffè nel bar sotto casa. Tutto per un momento così semplice ma allo stesso tempo così difficile da trovare. Ce l’abbiamo tutti: adulti, ragazzi, anziani, i bimbi appena nati, chiunque.

Non c’è un tempo prefissato per quella scoperta che ti cambierà la vita. È lì, ti scruta a distanza, fino a che un giorno ti arriva da dietro le spalle, come uno spavento e…

Resta il fatto che non sapete ancora dove si trova, o perché sta lì in piedi, ma ci arriverete. Dovevo solo darvi un’idea su chi Charlie sia. Ora però, vi riporto a quando inizia veramente la storia che vi voglio raccontare, ovvero, dieci anni fa.

– Era una sera di marzo e non era poi così freddo. Quell’anno il clima era stato veramente strano, non c’era stato nemmeno un vero inverno. Sembrava di stare in un altro paese; di stare un po’ più a sud rispetto all’anno prima e ancora un po’ di più rispetto all’anno prima ancora. Lo ricordo bene, come se fosse ieri.

La sera di marzo di cui parla Charlie c’era una festa di beneficenza di quelle a tema, dove la gente si traveste come a carnevale anche se carnevale non è. Fu lì che, anche se non se ne accorse, cambiò ogni cosa.

Ci teneva parecchio e non sapeva bene perché. Aveva qualcosa di semplice, di leggero che lo attraeva. Un qualcosa a cui non poteva dire di no. In quelle occasioni si divertiva sempre come un matto, e inoltre era per una buona causa.

Come vi ho già detto si era sempre ritenuto un bravo ragazzo, anche se sapeva nasconderlo bene. Se poteva fare qualcosa per qualcuno correva immediatamente a farla.

In realtà, per il novanta per cento del tempo, sono un narcisista egocentrico insopportabile. Solo che non vuole dirvelo.

Nemmeno mille persone, tutte ammassate in una palestra fatiscente, così messa male che sembrava più un capannone, che una palestra. Le scenografie fatte in cartone e dei teli sparsi qui e là, cercavano di coprirne i difetti e rendere il tutto leggermente più accogliente. La verità era che a nessuno fregava nulla del luogo o delle condizioni in cui versasse. A vent’anni, il sabato sera, basta si faccia qualcosa.

Il tema della festa? “Born in the U.K.”. Ognuno era libero di vestirsi come voleva, oppure andarci in borghese. Per Stefano che adorava gli Stati Uniti, la loro musica e quella cultura di speranza, pensare al titolo della canzone di Bruce Springsteen storpiato per i loro cugini inglesi non era proprio piacevole, ma per una sera poteva fare finta di nulla.

C’erano costumi di tutti i tipi, dai più banali ai più strani. Quella sera si contarono almeno ventotto Beatles. Undici John Lennon, otto Paul Mccartney, due George Harrison e cinque Ringo Star. Cinque regine Elisabetta, due principi consorti però accompagnati solo da una guardia reale; un po’ scarsa come scorta.

Solo un gruppo di amici fu geniale. Erano vestiti da strisce pedonali di Abbey Road. Così ogni tanto, durante la serata, si stendevano sul pavimento aspettando che qualcuno dei ventotto Beatles presenti li calpestasse.

Pure lei era una dei Beatles. Era una dei cinque Ringo Star. La più aggraziata e bella Ringo Star che avessi mai visto. Ma poi, con quegli occhi che ti guardano…

Nelle luci spente della palestra con solo i fari del palco ad illuminare la pista, aveva proprio ragione Charlie, era impossibile non notarla. Lasciatevi dire che, con tutto quel rumore, nessuno sentì la sua ansia nel seguire ogni suo movimento. Dove andava, cosa faceva, se lo guardava, se rideva, se era felice, se si stava divertendo. La seguiva senza sosta con la coda dell’occhio.

Non c’è cosa più bella di uno e più sguardi rubati fra due persone che ancora non si conoscono affatto. C’è tutto in quegli sguardi: la malizia, la tenerezza, la curiosità, l’attesa, tutto.

Ci mise un po’ prima di avvicinarsi a lei e prenderla a se. Due erano i semplici motivi: (a) Era un po’ troppo ubriaco e non voleva fare figuracce. Non voleva dirle cose farfugliate e senza alcun senso logico. Cosa che lasciatevelo dire era molto probabile. (b) Non era mai stato capace di prendere una ragazza e iniziare a ballarci, figuriamoci parlarci.

Più di una volta se la trovò vicino e più di una volta i loro sguardi si incrociarono. Fin quando non si decise, la prese per mano e la tirò verso di sé.

– Fermi un attimo. Mi sono sbagliato, ti stai sbagliando. Questa storia inizia, be’, una settimana prima. Se fai il narratore cerca almeno di raccontarla bene.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Su gusci di tartaruga”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Daniele Fiorucci
Daniele Fiorucci nato a Gubbio nel 1992 è un montatore video e assistente fotografo con la passione per cinema e letteratura. Ha pubblicato il suo primo libro di poesie con la casa editrice Europa Edition nel 2014 e nel 2015 una raccolta di racconti pubblicata su "ilmiolibro". In seguito si è concentrato pressoché sul cinema. Ornella e Sabbia sono stati i suoi primi cortometraggi indipendenti come sceneggiatore e regista. Entrambi hanno ottenuto buone selezioni nei festival italiani e internazionali fra cui il Vienna Independet Film Fest e il CortOglobo Film Festival Italia. La sua ambizione è quella di poter raccontare storie in ogni forma possibile e al meglio delle sue capacità.
Daniele Fiorucci on FacebookDaniele Fiorucci on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie