Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

SuperLucia

SuperLucia
21%
159 copie
all´obiettivo
71
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Dicembre 2021
Bozze disponibili

SuperLucia è un piccolo romanzo, con elementi di spunto autobiografico, che racconta le alterne fortune di una ragazza di trent’anni che si chiama
Lucia.

Lucia ha, fin dall’infanzia, un Superpotere: il potere di far ridere le persone. Non si tratta di un talento particolare, ma di un vero e proprio fenomeno non razionalmente spiegabile. Questo super potere porta la protagonista ad intraprendere la carriera di attrice comica proprio quando la sua vita sentimentale inizia a crollare. Pare, infatti, che l’efficacia di questo straordinario potere sia inversamente proporzionale allo stato d’animo della protagonista: più Lucia prova dolore, più il suo super potere diventa efficace.

Il romanzo vorrebbe essere una riflessione proprio sulle alterne fortune che la vita che si diverte a donarci qualcosa togliendoci sempre dei pezzetti di anima. Il racconto vuole essere ironico e malinconico allo stesso tempo, perché solo Tolstoj può permettersi di prendersi troppo sul serio.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto il libro in 20 giorni durante una brutta bronchite che mi costringeva afona a casa. Volevo riflettere sui capricci dell’esistenza che pare divertirsi a darci qualcosa per toglierci sempre dei pezzetti di anima. Avevo intenzione di interrogarmi su quello che si ritiene essere il successo. Scrivere è servito a cristallizzare e inghiottire alcune amarezze che la vita mi stava propinando, a cui ho provato a risponder con ironia e creando qualcosa di fantastico e irreale: una super eroina.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Io ho un super potere.
Un potere fuori dall’ordinario, esattamente come i personaggi dei fumetti. La differenza è che, diversamente dai vari Superman, Capitan America e compagnia, io sono una persona assolutamente comune. Non ho una doppia vita, non indosso alcuna maschera per andare a combattere i malviventi durante le ore notturne e non ho nemmeno una cantina, uno studio, un controsoffitto inaccessibile dove sono presenti le tracce del mio oscuro segreto.
Nella mia ordinaria vita faccio l’attrice. L’attrice comica per essere precisi ed ammetto che in questa scelta professionale il mio super potere ha un certo peso.

Continua a leggere

Continua a leggere

Ad essere sincera non posseggo un unico straordinario talento, ne ho un secondo che è talmente inutile da non avere alcun rilievo per quanto riguarda la storia che sto per raccontarvi.

Per quanto concerne il mio principale super potere, la cui presenza ha completamente influenzato la mia vita, posso dirvi che esso si è palesato molti anni fa, quando non ero che una bambina appena iscritta in seconda elementare.

La rivelazione del mio dono avvenne a scuola, in una fredda mattinata precedente le vacanze natalizie. A quei tempi ero una bambina molto timida e di poche parole, con una fervida e colorata fantasia ed una consistente dose di acuta intelligenza che mi permetteva di ottenere degli ottimi risultati scolastici con un impegno modesto del mio tempo. Piuttosto che compilare pagine intere di lettere ed imparare a memoria le tabelline, preferivo dedicarmi alla lettura di fumetti e libri di narrativa, poiché ero già capace di leggere fin dall’ultimo anno di asilo. Avevo un accanito interesse per Topolino e il disegno, così passavo le mie giornate a creare delle storie a fumetti i cui protagonisti erano esclusivamente dei gatti, creature per le quali ho sempre nutrito un’enorme passione.

La scuola che frequentavo era un istituto privato di suore, ma non fu certo per motivi religiosi che i miei genitori (sposati unicamente con rito civile, con mentalità progressista e forti tendenze politiche verso sinistra) decisero di iscrivermi proprio in quella scuola elementare, piuttosto fu per meri motivi pratici, quali la vicinanza da casa, la pulizia della struttura e le ottime recensioni a proposito dell’educazione scolastica impartita da quelle suore. L’edificio scolastico era una bella palazzina a tre piani, in stile liberty, situata nella via più centrale della città (che è una località balneare nata e sviluppatasi durante il ventennio fascista), circondata da altre bellissime palazzine d’epoca dai colori pastello. Ad un centinaio di metri di distanza si trova la Chiesa principale e più antica dell’intero quartiere, costruita su una collina artificiale per far sì che la Cupola dell’edificio religioso sovrasti l’intero insieme di vie e case (le solite, radicate ed antiche manie del Cattolicesimo che non manca occasione per palesare la sua sete di prepotenza).

Le maestre della mia scuola seguivano due ordinamenti diversi: alcune erano ‘mariane’ altre ‘francescane’ e pur non comprendendo mai in cosa consistesse questa differenza nel pratico (mi sembrava che avessero tutte la stessa tunica e gli stessi baffi incolti), sembrava che questa differenziazione facesse sì che si formassero una sorta di due clan ben distinti e che tra le due opposte fazioni non corressero sempre la serenità e la gioia di condividere lo stesso tetto. L’ultimo, inaccessibile, piano dell’edificio era completamente dedicato alle religiose: qui c’erano le loro stanze personali. Il piano terra ed il secondo piano, invece, erano quelli dedicati a noi giovani studenti: c’erano le aule e i bagni. Al primo piano era presente lo studio della Madre Superiora (che era anche la Preside della scuola) e una piccola cappella dove noi alunni venivamo trascinati il sabato, che era il giorno dedicato alla dottrina cattolica, dove ci facevano assistere a delle interminabili messe officiate dal parroco della Chiesa vicina e dove le suore stesse ci insegnavano il Vangelo.

Ricordo perfettamente l’odore di chiuso ed incenso di quella piccola cappella, l’altare di marmo in formato ridotto, le terrificanti scene della via Crucis che tappezzano le pareti più lunghe, e le grandi mattonelle del pavimento, che riportavano delle arzigogolate decorazioni e che per me erano come ipnotiche; infatti ricordo che passavo il tempo a studiarne le forme bizzarre, la straordinaria diversità tra una mattonella e l’altra e mi pareva di scorgere in quelle figure astratte qualche particolare animale malvagio. A volte mi sembrava che i disegni delle mattonelle si muovessero pure, ma non mi sono mai sognata di dirlo a voce alta, perché avevo il timore che mi avrebbero creduto una novella Giovanna D’arco che vedeva le piastrelle muoversi per una qualche connessione divina e non avevo alcuna intenzione di diventare una famosa Santa e fare un’orrida fine come la maggior parte dei miei illustri predecessori.

L’intera struttura si completava con un’enorme seminterrato dove erano presenti la cucina (in cui lavoravano delle laiche che si occupavano anche del compiere la mansione di bidelle) e la grande sala mensa che aveva diverse funzioni: oltre alla più elementare funzione di luogo dove si consumava il pranzo per gli alunni che facevano il tempo pieno (ma io per mia fortuna tornavo a casa alle 13), poteva servire anche come sala dove tutte le classi (che erano 5 per quanto riguardava la scuola elementare e 2 per quanto concerneva l’asilo nido) si riunivano per le prove di canto corale che venivano dirette dalla piccola ed inflessibile Suor Giulia e a cui io partecipavo simulando un ottimo playback poiché non avevo nessuna voglia di cantare, e dove venivamo confinati durante l’intervallo nelle giornate piovose, quando non era possibile giocare e consumare la propria merenda nel grande giardino a C che circondava l’intero edificio e in cui, ogni classe, aveva la sua precisa e determinata zona di competenza dove trascorrere la pausa dalle lezioni e non si poteva assolutamente sconfinare negli altri immaginari recinti dove erano presenti le altre classi pena il ritorno in solitaria nella propria aula (e forse anche la scomunica papale).

A questo punto vi domanderete quando inizierò a raccontarvi della scoperta del mio super potere. Prometto che arriverà presto il momento di parlarne, ma prima lasciatemi narrare di come, nella stessa aula mensa (che mi incuteva un po’ di timore poiché bisognava scendere per una buia scalinata in marmo per accedervi ed inoltre c’era sempre una temperatura più bassa di qualche grado lì giù) ricordo che un giorno la nostra maestra, che si chiamava Suor Gregoria, ed era un’imponente donna dall’accento veneto che portava con sé la fama d’essere la più severa ed intransigente suora di tutto il complesso, accese il televisore e ci fece vedere un TG nazionale. Tra le diverse notizie spiccava per importanza un servizio interamente incentrato sul famoso processo di ‘Mani Pulite’, nel particolare, il pezzo del giornalista mostrava l’allora celebre magistrato Antonio di Pietro intento in un’accorata arringa contro il politico di turno.

Suor Gregoria provava un’indicibile ammirazione nei confronti del magistrato che sfociava quasi in una sorta di strano innamoramento, e con un particolare brillio negli occhi ci spiegò, a grandi linee, chi era quel personaggio dall’accento molisano, in cosa consistesse il suo lavoro e perché le sue indagini divennero così importanti. Suor Gregoria amava parlare di attualità e politica e nella mia memoria è indelebilmente presente quello che ci disse a proposito della terribile guerra nell’Ex Jugoslavia che era scoppiata proprio in quegli anni. Ricordo che noi bambini eravamo terrorizzati dalle immagini di quella guerra così vicina, nell’assistere al dolore dei nostri sfortunati pari età che vivevano quell’orrore quotidiano; così, impauriti, domandammo alla nostra maestra se quell’incubo sarebbe potuto arrivare fino in casa nostra e, con una frase assolutamente antistorica e priva di fondamento alcuno, Suor Gregoria ci rincuorò affermando con un’incontestabile sicumera che da noi la guerra non sarebbe mai arrivata perché in Italia ci viveva il Santo Papa.

Suor Gregoria apparteneva al clan delle mariane ed era il vero capo dell’intera conventicola di religiose: era lei ad occuparsi delle beghe con i genitori, era lei a decidere i programmi scolastici di tutte le classi, ma soprattutto, era da lei che venivano spediti i più indisciplinati alunni per subire, ad opera sua, delle efficaci e temibili azioni educative che non avrebbero dimenticato. Questa religiosa aveva un fisico quasi marziale, teutonico, ed era anche un’appassionata sportiva. Quando noi bambini venivamo portati a qualche gita, in prima fila a guidare con fermezza da capo dell’esercito l’intera carovana infantile, c’era Suor Gregoria col suo passo instancabile da scalatrice alpina.

All’epoca della mia infanzia le ultime sostenitrici di un’educazione vecchio stile erano proprio le suore che non lesinavano minacce e punizioni corporali quali bacchettate sulle mani e tirate per i capelli. Suor Gregoria, in questo, era l’espressione massima di questa antica tradizione, l’ultimo orgoglioso baluardo in tempi di barbarie; inoltre era incline a dei veri e propri scoppi d’ira in cui le capitava di lanciare dalla finestra (e fortunatamente la nostra aula era ad un primo piano rialzato) qualsiasi oggetto le capitasse sotto mano durante le sue sfuriate: astucci, libri, quaderni, giocattoli. Quando assistevo a questi spettacoli mi domandavo sempre se qualche malcapitato in cortile (una bidella, un giardiniere o chi per lui) fosse mai stato vittima di queste sue esplosioni di rabbia ricevendo in testa degli articoli da cartoleria e trovavo un certo lato comico della vicenda immaginando quel che poteva pensare un passante che capitasse nei dintorni proprio in quegli attimi, osservando degli oggetti di varia natura che volavano come farfalle da una finestra di una scuola elementare.

Si diceva che capitare con Suor Gregoria come insegnante equivalesse a fare degli anni di servizio militare in tenera età, che nessuna era capace di impartire una disciplina altrettanto dura ed intransigente. Ricordo che succedeva, a volte, che una povera suorina spaventata di un’altra classe si affacciasse affannata e sconvolta nella nostra aula per chiedere aiuto alla nostra maestra affinché riuscisse a riportare la calma nella propria classe poiché la situazione le era totalmente scivolata dalle mani. Suor Gregoria si rincalcagnava il velo fino a metà fronte, ci lanciava uno sguardo minaccioso e senza proferire una parola seguiva la povera suora che le faceva strada verso la sua aula, abbandonandoci nella curiosa attesa di sapere quel che sarebbe accaduto. Quello che noialtri potevamo sentire era questo: prima un gran vociare infantile e confuso, poi delle terrificanti urla della nostra maestra, rumori di oggetti che volavano, di sedie che venivano trascinate di scatto sul pavimento, di pianti di bambini disperati, a cui seguiva nell’aria come un interminabile momento di sospensione, un silenzio carico di paura ed umiliazione; dopodiché si sentiva una porta chiudersi, dei passi svelti e decisi che si avvicinavano ed ecco tornare alla nostra vista la nostra Suora che riprendeva, come se nulla fosse, il filo della sua spiegazione, trovando in noi dei bambini assolutamente immobilizzati dall’angoscia di poter essere noi stessi oggetti di quelle terribili sfuriate che avevano appena subito dei nostri colleghi vicini.
Nonostante il clima da caserma in cui la nostra classe viveva era possibile trovare, anche tra i miei compagni, alcuni, coraggiosissimi, monelli che, sebbene fossero costantemente l’oggetto dell’ira funesta di Suor Gregoria seguitavano nei loro piccoli atti di ribellione infantile. Il caso più eclatante fu quello del mio compagno di banco, Pietro. Eravamo in seconda o terza elementare, non ricordo esattamente, e Pietro fu protagonista di uno degli episodi più scandalosi di quegli anni infantili. La storia andò così: il mio compagno andò in bagno ed incontrò una bella bambina bionda di un’altra classe.

I due si misero a parlare e la bambina, morsa dalla curiosità, chiese a Pietro di mostrarle il suo pisellino. La risposta del nostro amico fu fulminante: «solo se tu mi fai vedere la tua cosina». Il patto era fatto e conveniente per entrambi le parti, allora i due bimbi si abbassarono i rispettivi pantaloni e mutandine e si osservarono reciprocamente a lungo, finché non furono interrotti da una bidella che, assistendo a quella riprovevole scena, iniziò a correre disperata per l’intero edificio chiamando a raccolta tutte le religiose affinché venissero a conoscenza dell’immorale atto che vedeva protagonista il nostro compagno e la bionda bimba. Chiaramente, le altre suore delegarono a Suor Gregoria il compito di infliggere la giusta punizione ai due giovani peccatori colti in fragranza di reato. In cosa consistette quella punizione noi non lo venimmo mai a sapere, quello che ricordo è che furono immediatamente chiamati i genitori di entrambi i protagonisti, che non vedemmo il nostro compagno Pietro per almeno due giorni e che, immediatamente dopo l’aver dato disposizioni a tutti per aggiustare quello scandalo che si era svolto proprio tra quelle sante mura, Suor Gregoria tornò in classe e ci fece una breve e spaventosa lezione sulle tentazioni carnali che il Diavolo in persona ci propinava per metterci alla prova e se non avessimo voluto passare il resto dell’eternità all’inferno, avremmo fatto meglio a non renderci protagonisti di atti impuri e malvagi come quelli di cui si era reso attore il nostro compagno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “SuperLucia”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Laura Ciace
Sono nata l'anno del concerto Live Aid e della vittoria dei Ricchi e Poveri a Sanremo. Cresco con una passione smodata per i libri che si converte in una mania folle per la musica durante l'adolescenza. Fondo un gruppo rock dove suono come bassista e sogno di diventare una rockstar. Poi appendo il basso al chiodo e mi iscrivo all'Università per studiare Cinema a Roma Tre.
Lascio anche l'università perché capisco che voglio fare teatro. Mi diplomo come attrice drammatica presso la Scuola Teatro Azione di Roma e inizio una carriera teatrale nell'attesa del grande successo.
Verso i 30 anni comincio a collaborare con l'emittente radiofonica Retesport in qualità d'attrice.
Tutto finisce troppo presto e mi ritrovo a fare l'impiegata. Decido allora di iscrivermi nuovamente all'università, questa volta Lettere Moderne. Pronta a ricominciare tutto da capo.
Laura Ciace on FacebookLaura Ciace on InstagramLaura Ciace on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie