Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Ogni tanto muoio un po'

2%
197 copie
all´obiettivo
7
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Agosto 2020

A volte ci si accontenta di esistere: così, Mattia, si è ritrovato all’alba della sua nuova vita perso in un orizzonte di decisioni che non è pronto ad affrontare: vivere costa fatica e lui sa già che non ne vale la pena; quando però si accosta ad affrontare i suoi più feroci pensieri e scorge che “buttare della terra sui vivi” è stato necessario, riesce a perdonare se stesso, a capire che non occorre imbrogliare le semplici cose per renderle diverse da quelle che sono e ad apprezzare tutti gli angeli che, a dispetto di ogni pronostico, lo hanno protetto dall’onnipresente male del mondo.
Purtroppo a comprendere questo ha impiegato troppo tempo e le energie rimastagli sono intrappolate dentro un unico quesito che rimbomba prepotentemente in lui: “si può recuperare una vita già compromessa?“.

Perché ho scritto questo libro?

Quest’opera nasce senza una precisa volontà dell’autore; si potrebbe azzardare a dire che si è impressa “da sola” su carta bianca, ferendola mortalmente.
L’esigenza di raccontare questa storia equivale all’esigenza di esprimere quei sentimenti d’inferiorità e angoscia che l’uomo in continuazione prova, a volte senza neppure saperlo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mi ritrovavo ad avere sempre paura: è strano provarla come emozione preponderante, sai?
Le persone non pensano che la storia si ripeta, che la crudeltà sia psicologica e che possa celarsi dietro un’eucarestia; d’altronde, chi ha la fortuna di vivere in modo sereno la propria vita, non si pone quesiti diversi rispetto a quelli che la quotidianità gli pone.
Io avevo paura, invece, ero troppo impotente per far comprendere al mondo quanto poco senso avessero le priorità di ognuno e mi innervosiva e inquietava più del dovuto rendermi conto dell’amara verità e capire, fino in fondo, quanto schifo potesse fare l’uomo, quanti uomini potessero essere costretti a vivere delle vite infelici per colpa di moralismi malsani e infondati.Continua a leggere
Continua a leggere

Scorgevo soltanto un’unica verità, ma era come se questa, nella società inebetita e malinformata in cui vivevamo, non volesse più capirla nessuno:

“A odiare non si guadagna nulla”.

1

Vivevo con la mia famiglia in una tiepida casa di campagna sempre assolata e piena di fiori: il nostro prato era adornato di ciclamini, oleandri e odorosissimi pini: il mondo appariva come un posto magnifico. Per me la parola “vivere” equivaleva a “giocare” e quando compresi che ridere, stare insieme e divertirsi non era tutto ciò che ci si aspettava dall’esistenza, le bolle di sapone che con fatica avevo soffiato scoppiarono all’unisono, creando un disarmonico frastuono di sparse rovine.
Iniziai a percepire odore di morte poco tempo più tardi, quando i miei nonni firmarono il permesso per portarmi via dalla scuola in cui mi trovavo: che cos’era successo?
«Che bello che siete qui!» dissi correndo verso di loro, con la voce di un bambino annoiato al quale era appena stato fatto il regalo di qualche ora saltata da scuola.
Quando scorsi i loro sguardi, notai però subito che i volti erano provati, stanchi, distrutti. Dopo avermi stretto forte al loro petto, mi spiegarono con poche parole il motivo della loro interruzione. Ci trovavamo dentro una Fiat punto grigia quando aprirono bocca narrandomi dell’episodio accaduto ai miei genitori: «Hanno avuto un piccolo incidente con la macchina e stiamo andando in ospedale a vedere come stanno».
Mentre nonna mi stringeva nella sua tenera morsa scoppiai a piangere, producendo un baccano neppure immaginabile per un bambino di otto anni.
Che cosa avrei dovuto aspettarmi in ospedale?
Non ero pronto a vedere quello che vidi: per quale motivo mi portarono con loro?
Dall’esterno di una vetrata scorsi mia madre attaccata per la bocca a cavi di plastica che il medico, visibilmente turbato dalla mia presenza, mi spiegò servissero per la respirazione artificiale.
«Staranno bene?» domandavo a ripetizione, «Fra quanto tempo staranno bene?»
«Preghiamo amore mio, chiediamo a Dio che si rimettano in fretta».

Dio non esaudì le nostre richieste e si mostrò essere tutto fuorché pieno di misericordia.
Per molti mesi vivemmo in un clima di assoluta amarezza, disgustati da come stavano andando le cose cercavamo di tirare avanti organizzando i nostri pensieri e le nostre emozioni come meglio potevamo. Io, però, non presi bene la vicenda e non ebbi le forze di superarla — o di adattarmici, come invece gli altri avevano fatto.
Ogni giorno correvamo per lunghe strade infinite e polverose, accompagnati soltanto dal silenzio e dal celeste colorito del cielo sul quale, ogni tanto, qualche anonimo uccello senza voce soleva planare; erano cento i chilometri che ci separavano dalle mura in cui erano rinchiusi i corpi pieni di voglia e gioia di vivere dei miei genitori.
«Non perdere le speranze» mi dicevano le maestre che avevano seguito con tanta attenzione quell’enorme e maledetta disgrazia.
«Non è da debole piangere» mi ripetevano… e chi lo aveva mai pensato? Perché avevano sentito la necessità di palesarlo? Instillavano dubbi, piuttosto che coraggio.
Un giorno, poi, mio nonno mi chiamò a sé.
«Tu lo sai che tutti noi vogliamo un sacco di bene a mamma e papà, vero?»
«Sì».
«Purtroppo non possiamo più andare a trovarli tutti i giorni» esclamò in modo brusco, sebbene il suo intento fosse quello di darmi questa notizia nei più lievi dei modi
«Perché?»
«È troppo lontano, gioia.» Mi accarezzò sulla nuca. «Vedi quanto tempo ci mettiamo ogni giorno?»
«Ma loro vorrebbero sapere la mia giornata».
«Non possono sentirti» si lasciò sfuggire, forse reputandomi più capace di comprendere la situazione rispetto a quello che ero davvero.
Gli otto anni erano anni magici, le bacchette e la polvere stellata rappresentavano cose reali, tangibili quanto la mela che avevo di fronte, e io non credevo affatto che quel mio discorrere a senso unico fosse del tempo sprecato, delle parole mai arrivate a degli individui che oramai nulla avevano più di umano; credevo, piuttosto, che mia madre, sebbene in quella spiacevole situazione, volesse far parte dei miei racconti giornalieri e che mio padre, invece, volesse essere ragguagliato sui piccoli progetti che, da solo, riuscivo adesso a realizzare.
La sua situazione era diversa da quella della mia genitrice: stava in una camera blindata in cui vi era il divieto categorico di entrare: non ero riuscito a dargli neppure un bacio sfuggente. Era un corpo in via di trapasso; si riusciva a percepire il mantello rosso della morte che, esercitando la sua forte attrazione, con una robusta fune di pezza legava le ossa di mio padre al suo più oscuro segreto.
Per lui non potevo neanche inventarmi una fantasiosa soluzione, un incantesimo che con una lacrima sfuggita dai miei occhi potesse ridargli il fiato.
Era triste da ammettere ma stavo perdendo le speranze e abbandonando l’infanzia: stavo per giungere al bivio dell’esistenza e fui obbligato a scegliere di non sorridere al mondo, il quale, di ricambio, mi picchiò sempre più forte.
2
Ricordavo con piacere la meraviglia delle mie giornate infantili, la calura estiva che non fermava la mia voglia di brio e di eccitazione, il sudore che colava e la fatica dei movimenti che mi accingevo a compiere in modo iperattivo; i giorni che vivevo avevano tutti un colore e un profumo particolare: era la sintesi delle emozioni e delle avventure che, con i miei amici, avevo vissuto nell’accecante verde pervaso da trasparenti margherite su cui spesso sprecavamo gaiamente la nostra fanciullezza.
Passavamo molto tempo all’aperto inventando assurdi giochi: in uno di questi, chiamato “Paradiso e Inferno”, dovevamo raccogliere oggetti e raccontare storie su di essi.
Sembra stupido narrare adesso e in questo modo un gioco d’infanzia; ma come era bello divertirsi senza insormontabili problemi?
In quel periodo la mia vita era felice e piena di vita come un parco affollato, e io, contento delle mie giornate, ero un bambino dall’allegria contagiosa; ecco perché, per chi mi stava accanto, si rivelò tanto problematico il drastico cambio di personalità che la mia mente aveva subito.
Era difficile stare a fianco di chi altro non voleva che morte e silenzio.
Piano piano, ma per me fin troppo all’improvviso, mi ritrovai dopo la morte dei miei genitori in completa solitudine.
Le persone tristi hanno forse amici?
L’intero processo di abbandono, da parte di coloro con cui fino a quel momento avevo trascorso la mia gioventù, iniziò un pomeriggio di Marzo; erano passati sei mesi dal momento che aveva gettato, come coriandoli in aria, la possibilità di felici anni a venire.
Mi trovavo a casa dei fratelli che rappresentavano per me i confidenti prediletti, Samuel e Rebecca.
Il momento di rottura arrivò come un fiume in piena, come scossa sismica, quando mi chiesero di aggiungere al nostro piccolo gruppo altre persone che, nel tempo della mia assenza, avevano conosciuto: «Usciamo anche con Basilio e Calogero, va bene, no?».
No. Non andava bene per niente!
Fu quello l’attimo della nostra definitiva separazione; nulla dopo quel momento sarebbe tornato a essere come prima.
Che mi fossi sentito messo da parte, scaricato per qualcun altro?
Poteva essere una spiegazione accurata; erano andati avanti con le loro vite e con una spavalderia che non riuscivo a perdonar loro, e avevano creato legami sociali che non conoscevo e, in attimi di profondo sconvolgimento come quelli che avevo vissuto e continuavo a vivere, non potevo permettermi di affrontare.
Mi ero ritrovato ferito e sanguinante, solo come un mendicante con in mano una bottiglia di vino.
Ammantato di lutto, avevo cercato rifugio in un letto dove l’anima incapace che abitava il mio corpo potesse stringere le ossa gelide e furbe della signora nera.
Disteso nel mio angolo oscuro, scomparvi per il mondo esterno e di me tutti persero traccia; divenni in questo modo un bambino paranoico, sprezzante e attratto dal macabro.
Ciò comportò l’ulteriore e tragico evento dell’apatia totale in cui mi accingevo a entrare: erano due gli argomenti su cui mi infervoravo a discutere: tristezza e depressione.
Mio nonno, preoccupato, prese una decisione che non avrebbe per nulla reso giustizia alla mia nascente psicosi.
«Dobbiamo portarlo da qualcuno, fare qualcosa» sentii pronunciare, mentre sua moglie lacrimava acide gocce di limone da quei suoi enormi e pietosi occhi marroni; quando vennero a parlarmene compresi alla perfezione il loro punto di vista, le loro motivazioni, i loro sentimenti e volendo loro il bene più grande che fosse possibile provare per qualcuno, provai a convincermi — e convincerli — di quanto stessero facendo la cosa giusta lasciandomi in quello che altro non era che un orfanotrofio ecclesiastico.
«Mattia» provò a dire la nonna. «Matt… ia» cercò di ricominciare quando suo marito le poggiò il braccio sulle spalle, infondendole coraggio, «è solo per il tuo bene».
«Quando?» risposi soltanto, accettando in modo passivo la loro decisione.
«La settimana prossima».
Ancora una volta il mio mondo e la mia esistenza sarebbero stati in mano a quel dio cui nulla importava della mia felicità; stavolta tuttavia ero preparato ad aspettare il peggio e quando questo arrivò non mi trovò sorpreso.
Poeti e artisti cantavano già da secoli dell’ingiustizia della sorte, del malessere di vivere e della cattiveria dell’uomo; però ero ancora troppo piccolo per poterli conoscere e comprendere, e non potei quindi per molto tempo avere il loro tacito aiuto.
Durante la prima settimana, i miei unici parenti vennero a trovarmi a giorni alterni. La cosa non sarebbe durata.
«Non vale la pena fare tanta strada quattro volte a settimana» immaginavo già uscire dalla bocca di nonno; non rimasi quindi stupito quando le visite si diradarono in tempi più lunghi. Non riuscivo a non odiarli e non potevo permettermi un sentimento tanto ostile verso coloro che amavo più di quanto riuscissi ad amare la mia stessa esistenza terrena.
Durante il quarto mese, successe qualcosa di insolito:
«Ci sono visite per te» mi disse sorridendo una suora di cui non ricordavo il nome.
«I miei nonni sono venuti già la settimana scorsa, com’è possibile?»
«Volevano farti una sorpresa, forse» sparò, mentre, uscendo insieme a me dalla stanza, un vento leggero le spostava il soprabito.
«Non è possibile».
«Tutto è possibile».

Che fosse successo qualcosa di brutto, qualcosa che avrei preferito non potesse mai succedere?

«Amore mio, papà adesso non soffre più» mi dissero con voce cantilenante i miei visitatori.
«Vive con Gesù nel suo enorme prato di usignoli dove Dio ama e perdona tutto».

3

Nei giorni che seguirono l’orrenda notizia, non riuscii a pensare ad altro.
Non avevo più un padre.
Vomitai dal disgusto e quel sapore rancido, amarognolo e pungente, era la perfetta metafora delle emozioni che stavo provando.
Ormai parlavo molto poco, per cui cercare aggettivi che sintetizzassero tutto al meglio era il mio passatempo preferito.
Gli scienziati credono che siano le parole ad averci reso unici, che esse derivino dalle relazioni umane e permettano il loro conseguimento: a cosa potevano servirmi, dunque? Io di relazioni non ne avevo quasi più, quindi non avevo più parole.
Le suore mi parlavano di Cristo, della fede che dovevo riporre in lui affinché potesse intercedere per i miei cari, affinché lenisse un po’ il mio tormento, poi mi diedero una notizia che, secondo loro, mi avrebbe aiutato nella mia situazione di lutto: avrei fatto la comunione. Avrei mangiato Dio e non mi sentivo affatto confortato all’idea, ma chiedere conforto a quelle infime anime del signore non avrebbe condotto ad altro che a ulteriori preghiere: l’empatia, quella vera, era per loro qualcosa di sconosciuto.
Continuavo a pensare a mio padre. Mi venne in mente un episodio che mi procurò un lieve sorriso nostalgico. Papà mi stava spingendo sull’altalena in una giornata appena appannata dal sole: «Guarda quanto stai in alto, piccolo mio».
Poi quel momento lasciò il posto a un altro:
«Non potete entrare in casa con le scarpe, ho appena lavato» stava strillando mia madre.
Ridevamo, prendendoci gioco della sua mania di pulizia, poi beffandoci dei suoi strilli correvamo ad abbracciarla e la ricoprivamo di baci. Papà aveva poggiato entrambe le sue mani sul suo bacino minuscolo e l’aveva fatta volteggiare in aria con l’eleganza delle farfalle, mentre io ammiravo la scena ammaliato dalla gioia: «Mettimi giù, dai» diceva lei, ridacchiando con la felicità di chi è ancora innamorata alla follia.
Il ricordo di tanta dolcezza mi privava di ogni forza.
Vivevamo in paradiso e ci ritrovammo all’inferno: come il gioco che avevo inventato.

Era giunto il momento: dovevo comunicarmi pur senza fede; non avevo la forza mentale necessaria ad innescare una battaglia ideologica e mangiare un pezzetto di pane non era poi la fine del mondo. Cercai quindi di vedere la questione sotto un’ottica positiva: avrei avuto come regalo un computer da parte dei miei nonni, i quali avevano tanto esultato alla notizia da parte di suor Elisa.
«Siamo tanto orgogliosi di te, non vediamo l’ora di abbracciarti, ometto» mi avevano mandato a dire, attraverso le aride labbra delle serve di Gesù.
La domenica successiva vennero a messa, per vedere il nipote fra le braccia dell’onnipotente.
Da un po’ di tempo non vedevo le loro facce e mi sentii colpevole del loro invecchiamento: davo loro troppi dispiaceri?
Malgrado mi chiamassero nei limiti consentiti dalle francescane, li sentivo ormai come degli estranei a cui per buon costume prestavo il mio tempo; apprezzai però il modello di personal computer che avevano acquistato per me, esso diventò il mezzo attraverso il quale, negli anni, potei costruirmi una cultura e fuggire a gambe levate da quel purgatorio di anime in disuso.
Con molti sacrifici e qualche passeggera patologia oculare dovuta alla lettura eccessiva, scoprii di non essere stato l’unico vivente ad aver contratto il mal di vivere e imparai, infatti, che al mondo esistevano melodie armoniose e malinconiche come il Notturno n.1 di Chopin, che erano già state dipinte le passioni umane da artisti del calibro di Munch, Van Gogh e Kokoschka, che erano vissuti individui come Leopardi, Poe, Nietzsche, Shelley e Wilde, i quali tanto meravigliosamente avevano descritto il supplizio e la pena.
Mi sentivo d’un tratto meno abbandonato e strano, ma non soltanto: avevo uno scopo cui direzionare i miei anni futuri.
Studiai dapprima la musica, poi l’arte, la letteratura e la geometria e, aspettando che quelle competenze potessero tornarmi utili, approfondii Leonardo da Vinci.
Nelle ore di lezione ci insegnavano alcune cose interessanti e altre senza fondamento scientifico: tuttavia non avevo le conoscenze necessarie atte ad analizzare una fonte bibliografica e, pur concependo che il mondo non fosse stato “creato” da alcuno, avevo preferito dedicarmi a qualcosa che esprimesse tutto me stesso senza provocare eccessivo imbarazzo e stupore nelle persone che dirigevano quell’ambiente retrogrado; per questo mi appassionai alla pittura: avrei dipinto ogni mia sensazione, sentimento o pensiero senza che nessun altro essere umano potesse averne una chiave di lettura univoca e trasparente.
Soltanto a un mio compagno di collegio, Michael, permisi di comprendere qualcuno dei significati nascosti nei miei disegni così insoliti.
Non avevamo legato subito, tuttavia durante una lezione era successo qualcosa di singolare: come una scintilla era scattata l’amicizia: forse trovavamo l’uno nell’altro la possibilità di crescere insieme, imparando reciprocamente come resistere a quella desolante esistenza.
Mi attirò di lui la semplicità con cui viveva la vita, i pensieri semplici e non articolati che metteva in atto nel suo flusso mentale e l’apparente assenza di multipli e preponderanti traumi passati. Per il mio inconscio, un soggetto tale rappresentava un agnellino a cui far comprendere la sua sorte, un maialino a cui far capire che, dietro le numerose carezze, si nascondeva una sciabola.
Quello che invece credo lo attirò di me fu il cinismo, le battute che proferivo durante le lezioni che a mio avviso non avevano motivo d’essere, il disprezzo verso tutti coloro che tentavano di imporci uno stile di vita, una morale.
In me, lui, trovava il coraggio di opporsi a ciò che era stato stabilito; mentre io, viceversa, ero grato di condividere — alleggerendo quindi — le mie pene e i miei disgraziati pensieri.
Nella mia mente, come in uno spot promozionale, stava vendendo trasmessa la sua immagine: la sua faccia goffa, i suoi occhiali pesanti e rotondi e quei piccoli occhietti instupiditi che sembravano dire: “Fammi capire come funziona il mondo”.
Aspettava un Giordano Bruno per avere il coraggio di seguire anch’egli idee coraggiose.
«Perché graffi con il pennello la tela?»
«Non so, voglio creare frastuono. Disagio».
«Sono delle persone quelle figure in lontananza?»
«Sì».
«Esistono davvero?»
«Sono, o meglio, erano, dei miei amici: abbiamo avuto delle divergenze».

Pur nominandoli, non mi venivano mai in mente i miei amici di infanzia: li avevo sepolti dietro massi enormi e polverosi e soltanto con enorme fatica riuscivo a ricordarmi della loro realtà oggettiva.

Avevo vissuto un’amicizia così intensa con Michael che il mio cuore piangeva a dovermene separare: ma cosa apportava adesso alla mia vita? E cosa regalavo io alla sua?

Non è cattiveria o utilitarismo, riesci a capire? Si tratta soltanto di non portare avanti relazioni che non puoi più sostenere. Vederlo sprecare la sua vita senza nessuna possibilità di poter intervenire era proprio qualcosa di cui non riuscivo a sopportare il peso.

Come potevo spiegargli il lento ma inesorabile declino che sentivo provenire dalle viscere del mio Io?
Ci avevo provato,
ancora, ancora e ancora,
ma niente; non riusciva — giustamente, dal canto suo — a vedere con gli occhi di un estraneo la sofferente esistenza che si portava dietro come un macigno di pietra.
Gli ero molto affezionato, non credere altrimenti: era uno di quegli amici che credevo di portarmi dietro per tutta la vita, mi era stato accanto nel periodo più cupo e aveva ascoltato con attenzione ogni parola dei miei lunghi monologhi sull’ingiustizia del mondo, ma nelle nuovi fasi delle nostre vite non c’era più un terreno comune:
un collante che ci tenesse ancora legati.

Chiariamo una cosa: si trattava di una decisione astratta: presa con me stesso; non sarei andato da lui a dirgli: “Non siamo più amici”; non avrei fatto qualcosa contro la nostra amicizia. Semplicemente non l’avrei trascinata più con le mie sole forze.

***

«Mattia, mi spiace tanto» mi disse un giorno, nella sala giochi delle suore, dopo aver sentito le mie disgrazie.
«Sai, ti voglio davvero bene».
Ricordo alla perfezione che, avvicinandomi al suo volto paffutello, risposi: «Anche io te ne voglio, Michael».
Ero in lieve imbarazzo, perché stavo mentendo: non volevo bene neppure a me stesso, come potevo voler bene a qualcun altro?
Certo, volevo che gli succedessero cose belle; ma non era un sentimento davvero sentito, riguardava più la pura razionalità nei confronti di un individuo che mi era simpatico.
All’epoca, il mio problema principale riguardava la depressione: pensavo senza sosta alla morte, a quanto bello sarebbe stato far finire tutto e mettere in pausa permanente la sofferenza emotiva.
La gravità del mio stato era anche dovuta alla solitudine in cui versavo: nessuno si rendeva conto di quanto stessi clinicamente male.
Avevo lottato così tanto per vivere, per non sopprimermi tagliandomi le vene, che non potevo più sopportare l’idea di accontentarmi di una vita borghese.
Non potevo davvero più sopportare l’idea di ritrovarmi in situazioni che comprendevano una sterile serie di ideologie tradizionaliste.

Avevo preso una decisione: “Lascerò che ognuno viva la propria vita, anche se ciò significherà distanziarmi da qualcuno.” Dopo circa quindici giorni da quella definitiva presa di coscienza, iniziammo a sentire, l’uno verso l’altro, una sempre più gelida distanza emotiva:
«Matt, che succede? Ho per caso fatto qualcosa di sbagliato?»
«No, no! Ma cosa vai a pensare?»
«Non so, sembri diverso».
«Sono normale, in realtà».
«Non hai nulla da raccontarmi».
«Questo è vero, non sento di avere nulla da dire, mi spiace».
Mugugnò come se non fosse convinto, e faceva bene a non esserlo.
Quello che avrei voluto urlargli contro sarebbe stato: “Svegliati, evolviti, cambia; non restare sempre uguale, sempre lo stesso!”
Lo sappiamo tutti che a non cambiare si resta indietro.
Invece lui era lì, inerte, impacciato in ogni occasione sociale e pieno di sintomi strani che gli impedivano di fare anche le cose più comuni, come dormire a casa di un amico.
Vuoi darmi consiglio? Te ne prego, stavolta. Perché io non so davvero cosa fare.
Nelle situazioni in cui lo immettevo sperando di dargli l’occasione di poter accrescere la sua cerchia sociale, non riusciva a fare altro che stare in silenzio, abbassare la testa in cenno di assenso, o, in alcuni casi, ridere alle altrui battute.
Probabilmente a Michael sembrava, in quel modo, di partecipare alla vita gaia del momento; non riusciva a capire però che agire in quel modo non faceva altro che peggiorare la sua condizione, facendo risultare la sua risata tetra e irreale. Inoltre, a causa dei suoi evidenti problemi interpersonali, come un polpo si attaccava alla mia individualità, cercando in questo modo di calmare la sua ansia e impedendomi di conseguenza un’evoluzione.
La situazione ostruzionista in cui mi voleva ridurre, o rinchiudere nuovamente, era per me qualcosa di insopportabile. Dovevo svincolarmi in ogni modo possibile e immaginabile o sarei perito lì, senza più respiro.
Dovevo smettere di nutrire una relazione che non voleva nutrirsi: “Se sopravvivrà, non lo farà a spese mie”, mi dicevo.
Pensavo, pensavo, pensavo.
Eccoci:
due piccoli e stupidi bambini che giocano rincorrendosi nell’erba alta, due bimbi che ridono a crepapelle delle sventure degli uomini e odiano il resto del mondo per ciò che esso ha loro negato.
L’immagine si fa subito più vivida: ah, come sono strani i ricordi! sto correndo sul verde per acchiappare Michael che è più veloce di me. Non riesco a prenderlo.
Non sono veloce, ma posso giocare d’astuzia.
Faccio finta di correre all’opposto rispetto a lui nel momento in cui si avvicina, poi con una spinta veloce riesco a sfiorarlo!
Fine gioco! Ho vinto.
«Non valeeee» si lamenta lui.
«Certo che vale!» grugnisco.
«Non puoi far le finte, questo è barare».
«Chi bara a volte vince».
«Tu Ba-ra» esclama imitando un accento straniero «io metterò te dentro bara».
Le battutacce senza un vero sfondo sarcastico erano le sue preferite, gli uscivano di bocca senza che neppure ci pensasse.
Mentre, sudati e con l’affanno in gola, dibattiamo su ciò che era o meno lecito nel gioco, suona la campanella che preannuncia l’ordine di recarsi in mensa.
«Andiamo, altrimenti le suore ci fanno mangiare solo il corpo di cristo, stasera» dico, riportando l’allegria e la pace fra di noi.
Il piccolo barzellettiere triste mi prende sottobraccio mentre si dilunga in qualcosa di molto simile a un abbraccio, poi, tenendomi ancora il braccio e insudiciandomi di sudore, mi porta insieme a lui dentro l’aula magna.

***

Erano stati necessari undici anni affinché, la chiesa, le suore e tutta quell’organizzazione che tanto lucrava sul bisogno di credere al giudizio divino dell’umanità, uscissero dalla mia vita in modo definitivo.
Ma in così tanti anni erano accadute innumerevoli cose e io, ad esempio, mi ritrovavo ormai orfano.

«I piani di Dio sono misteriosi» mi ripeteva all’orecchio la madre superiora; sentivo ancora il suo bisbiglio fastidioso e i suoi corti baffi urticanti contro la mia pelle delicata.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Ogni tanto muoio un po’”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Matteo Eraldo
Matteo, nato e cresciuto in un piccolo paesino siciliano, ha 22 anni e alle sue spalle una laurea in tecniche psicologiche; attualmente impegnato nel ciclo magistrale di studi in marketing psicologico, spera di poter presto diventare un ricercatore universitario.
Nel 2015 crea sul web un piccolo blog che si erige a luogo sicuro dentro cui condividere quei pensieri che, ben presto, attirano l’attenzione di un numero molto ampio di persone, tuttora esponenzialmente in crescita.
Da queste spinte esterne e dai messaggi pieni di coraggio e dolcezza ricevuti dai propri followers, nonché dalla passione di raccontare tutte quelle vicende che non ha vissuto, ma che gli appartengono, nasce in lui l’idea di condividere in modo più curato le proprie storie; e di continuare a inventarne.
Matteo Eraldo on FacebookMatteo Eraldo on Tumblr
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie