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TEMPO - l'incredibile storia di Gianfranco Fusco

TEMPO - l'incredibile storia di Gianfranco Fusco
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Consegna prevista Luglio 2021
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Gianfranco Fusco è un personaggio “statico”, un archeologo immerso totalmente nella sua quotidianità in una Trieste del 1938. Fin da bambino ha la capacità di “sentire” un collegamento con alcune monete magiche, che in età adulta lo porteranno a risolvere un mistero legato alla sua intera vita.
Fra sofferenza, amore e perdita Gianfranco avrà così modo di vivere un’avventura straordinaria.

Perché ho scritto questo libro?

Ho pensato di scrivere questo romanzo quando mio nonno è venuto a mancare e ho sentito la necessità di mettere nero su bianco ciò che provavo. Successivamente, ho portato avanti la storia, inserendo emozioni ed eventi che vivevo man mano. Poi, in piena pandemia Covid-19, sono riuscito a terminare l’ultima pagina.
Scrivere mi ha aiutato in molte situazioni difficili, scrivere mi ha aiutato a dare un senso ai miei pensieri.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO I

1914, Trieste
C’era una volta una villa, situata nelle campagne di Trieste, una città del Litorale Austro-Illirico. Era abitata da un piccolo nucleo familiare: due genitori, un figlio unico e una governante istriana.
Tutti loro erano triestini doc. Si sentivano appartenenti a quella città fino al midollo. E, anche se la governante veniva da Pirano, dentro all’anima e profondamente sentiva di essere una triestina, forse perché Trieste era una città multiculturale.

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Tutti i triestini a quel tempo si sentivano ovviamente asburgici, data la storica appartenenza della città all’Austria-Ungheria, ma in fondo al cuore molti sapevano già di essere in realtà fortemente italiani: parlavano italiano e credevano in tutti i fondamenti della cultura italiana.
Si può dire che, nella Trieste di quegli anni, ci fosse una chiara italianità inespressa e una coscienza nazionale e unitaria.
Se qualcuno avesse chiesto a un triestino a caso di parlare di un popolo dell’antichità a cui si sentiva profondamente legato per origini, questi non avrebbe mai parlato di popoli germanici, come i longobardi, ma con fervore certamente avrebbe sicuramente parlato dei romani. In seguito, durante il fascismo, del concetto di romanità si sarebbe abusato fino all’inverosimile, soprattutto a Trieste, ma di questo parleremo meglio in seguito.
Intorno alla villa, nella località di Coloncovez, viveva una grande comunità istriana. E, nonostante le sempre presenti ostilità fra le diverse culture, si respirava comunque un clima di comune accettazione.
La famiglia in questione, i Fusco, sentiva la governante come una di loro. «La xe importante anche ela, ricordite!» diceva al figlioletto l’uomo di casa, fiero della sua apertura nei confronti di quella comunità.
La governante si chiamava Maria e talvolta ricordava con rammarico Pirano, una piccola città sulla costa adriatica istriana. Era una donna di mezza età ed era giunta a Trieste con la sorella Lucia più di vent’anni prima.
Tutti sapevano che il 1914 non sarebbe stato un anno come quelli precedenti, tutti immaginavano che quelli a venire sarebbero stati anni molto duri.
La prima guerra mondiale era già iniziata in Europa, anche se l’Italia non era ancora entrata in guerra.
Il clima che si respirava nella Trieste asburgica era per certi versi simile a quello che si respirava in Italia, anche se forse circolavano pareri molto contrastanti fra loro sulla “questione guerra”. La tendenza in minoranza era quella sostenitrice di un forte interventismo a favore dell’Italia, e il padre di Gianfranco ne era un grande sostenitore. Classico figlio della Belle Èpoque, si era da sempre schierato a favore dell’Italia in guerra. Forse perché nel Bel Paese vedeva una sorta di rinascita.
Sperava che i soldati italiani li avrebbero potuti liberare dall’Austria-Ungheria, anche se questo tipo di schieramento politico era piuttosto raro negli ambienti d’élite e lui si sentiva come un pesce fuor d’acqua.
Infatti, doveva star ben attento a quel che diceva in giro e, anche se aveva a che fare con delle persone fidate, non osava mai esprimere troppo la propria opinione. Sarebbe stato pericoloso, per lui e per la sua famiglia, e in quegli anni non avrebbe potuto mettere a rischio nulla.

La villa dei Fusco sorgeva nel rione di S. Maria Maddalena inferiore, nella frazione Poggi di S. Anna, a Coloncovez, in aperta campagna, e il loro giardino era rigoglioso, splendente d’erba verde e di fiori perfettamente curati. Le margherite erano cresciute in abbondanza su tutto il terreno e i gerani erano stati piantati in tutti i portafiori dei balconi della villa.
Proprio in mezzo al giardino, accanto al vialetto che congiungeva il cancello d’ingresso alla porta di casa, sorgeva un meraviglioso albero secolare. Nessuno della famiglia aveva mai capito che albero fosse.
Nei primi anni in cui avevano abitato la villa, il padre era stato convinto che fosse un albero di glicini, data la costante presenza di fiori violacei. Ma, non essendone del tutto certo, più volte aveva cercato informazioni su svariati libri. Non aveva trovato nulla.
Una volta era stato persino sul punto di abbatterlo per fare spazio a un dondolo di legno, ma la moglie aveva fatto resistenza.
Quell’albero faceva una grande ombra sul giardino e nelle giornate d’estate era piacevole mettersi con una sedia sotto la sua chioma, inebriandosi del dolce profumo dei suoi splendidi fiori. E d’inverno il fatto che quella sua ampia chioma si riempisse di neve fresca e di ghiaccio gelido rendeva tutto l’ambiente magico e sublime. Sarebbe stato un vero peccato tagliarlo.
Da un paio d’anni l’uomo di casa si era scocciato di dover raccogliere le foglie in autunno e i fiori che d’estate cadevano su tutto il vialetto. Quindi, non appena il bambino aveva compiuto cinque anni, aveva fatto mettere sul ramo più grosso un’altalena, ai fini d’indurre la moglie a tenere pulito il posto. Ma la moglie era disordinata e si divertiva a veder suo figlio giocare su una catasta di foglie e di fiori. Madre e figlio erano entrambi sognatori e avevano la testa fra le nuvole.
Quindi, su severo ordine dell’uomo di casa, si era dovuta prendere la governate, Maria. Uno dei motivi era stato appunto l’incombenza di pulire il vialetto.
La luce nella villa attraversava le tende trasparenti di seta rosa color carne ed entrava in casa dalla finestra sempre in gran quantità.
Appena si varcava la soglia della villa, vi era un grande salone illuminato con un pavimento in marmo decorato con motivi di colore nero e una grande scala che portava alle stanze dei piani di sopra. A destra del salone vi era lo studio del padre e a sinistra un’enorme cucina.
La villa, al piano di sopra, aveva quattro grandi stanze da letto: una per i consorti, una per il piccolo, una per la governante e una per gli ospiti. Vi era poi un piccolo studiolo.
Al secondo piano invece, vi era una soffitta, che fungeva da studio per la madre. Sotto il piano terra invece una cantina.
Tutto il giardino era circondato da un ampio recinto in grate grigie.
Sul retro dell’abitazione vi era un gran complesso di campi arativi con viti e alberi da frutto, che davano colore al tutto l’ambiente circostante; per questo la villa godeva di un certo prestigio. Al di là dei campi emergeva un enorme magazzino dismesso, sempre di loro proprietà. I campi erano gestiti da una famiglia di contadini, che viveva adiacentemente alla villa e divideva gli utili con loro.
Era un luogo estremamente pacifico e tranquillo.
Poco più avanti, sulla via principale, solo qualche osteria e qualche locanda, nelle quali si respirava il clima di una vita isolata di paese. C’era la famosa “Osteria Pina dei porchi” e molte altre, che si estendevano fino a S. Maria Maddalena superiore. Più in là il cimitero cristiano di Sant’ Anna e null’altro di rilevante.
L’uomo di casa disdegnava le osterie, soprattutto tutti quegli ubriaconi che giocavano a bocce. «Le bocce xe per i veci e per i poveri diavoli!» diceva sempre.

L’uomo di casa si chiamava Carlo Fusco ed era un medico.
Lavorava in uno studio in Largo Barriera, assieme a un suo collega che prestava servizio nella stanza a fianco. Lui era chirurgo, mentre il collega era specializzato in malattie neurologiche.
Aveva anche uno studio in casa, perché aveva deciso che l’avrebbe usato da vecchio per continuare a visitare i pazienti fino alla sua dipartita, ma in quegli anni non lo usava quasi mai.
Lui e il suo collega avevano iniziato l’attività molti anni prima ed erano sempre andati d’accordo fin dai tempi dell’università, quando si erano conosciuti.
Il collega si chiamava Vincenzo Lovato, ma era conosciuto da tutti come Barbetta, perché aveva una lunga barba nera brizzolata e incolta. Gli aveva sempre dato fastidio quel soprannome, ma ormai si era abituato e, anche se sapeva di pazienti che andavano in giro dicendo: «Barbetta mi ha detto … Barbetta mi ha fatto …», più di tanto non ci pensava.
Lo studio, ben avviato, era uno dei più rinomati e di successo della città, tanto che Carlo era riuscito, oltre che a comprare quella splendida casa in periferia, anche a mettere da parte in pochi anni una grande quantità di denaro, nella speranza che in futuro avrebbe potuto realizzare quello che era il suo più grande sogno: far diventare suo figlio un medico come lui e far sì che i Fusco diventassero celebri in tutta la città di Trieste, prima o poi rigorosamente italiana.
Man mano che gli anni passavano, i soldi aumentavano sempre più e, oltre ad avere numerosi conti in banca, aveva anche delle grandi casse in cantina piene di banconote di tutti i tagli perfettamente ordinate.
È da chiarire che non tutto quel denaro provenisse da vie completamente legali, ma di questo parleremo in seguito.
Anche se non si usava più da anni, Carlo era solito praticare il salasso ai pazienti. Così tutti i nostalgici che vi credevano ancora si recavano da lui, che aveva l’esclusiva di praticare ancora quel trattamento. Era anche chiamato “emodiluizione”, diluizione del sangue, e consisteva nel prelevare una gran quantità di sangue dal paziente per curare diverse malattie.
Carlo era sempre stato un tradizionalista e credeva nel salasso. Un metodo così efficace, usato fin dall’antichità, non poteva essere sbagliato.

Il piccolo della famiglia si chiamava Gianfranco.
Era un bambino di soli sei anni, ancora né carne né pesce. Era un concentrato di gioia e tristezza. Era indecifrabile, lo era per tutti, tranne che per sua madre Anna. Non parlava quasi mai, con nessuno tranne che con lei.
La nonna paterna, non appena vedeva Carlo, gli chiedeva sempre: «Come sta il “muto”?», riferendosi al giovane nipote.
Gianfranco, per questi motivi, era sempre stato soprannominato dal padre “bambino criptico”. Alla madre aveva dato sempre fastidio quel soprannome, tanto che più volte era venuta a discutere animatamente con Carlo per questa storia.
Con lei non era affatto “criptico”, avevano sviluppato una sorta di contatto fra loro, tanto forte che riuscivano a provare le stesse sensazioni e le stesse emozioni nei momenti più intensi.
Se lei stava male, lui lo sentiva e viceversa. Era come se quel bambino avesse la capacità di prevedere le emozioni e le sensazioni della madre e di riversarle sulla sua mente e sul suo corpo. Capitava di rado che non stessero male assieme o che non avessero l’influenza o il raffreddore nello stesso momento.

8 maggio 1914, Trieste
Quella mattina di maggio il piccolo Gianfranco stava giocherellando con i sassolini della “giarina” sul vialetto che portava all’ingresso della villa. Era sveglio da poche ore, ma era stato colto da un impulso irrefrenabile di correre a giocare in giardino. Aveva fatto finta che quel sasso più grande fosse un gigante e che tutti quelli piccoli fossero i suoi sudditi, i quali per combatterlo avevano iniziato una guerra.
Presto un nugolo di polvere bianca si era alzato e l’aveva investito tutto.
All’improvviso si sentì il rumore di un clacson e del cancello che si apriva. Gianfranco sapeva che era suo padre, che stava rientrando a casa dopo essere stato chissà dove. Quel giorno non lavorava.
Non voleva vederlo, perché sicuramente l’avrebbe picchiato, dato che con quel gioco si stava sporcando in modo inverosimile. Inoltre, aveva fatto un gran casino sul vialetto mescolando pietruzze e terra; e il padre odiava che quel vialetto fosse sporco.
Il suo culo era viola da due giorni e preferiva evitare l’ennesima sculacciata.
Dapprima pensò di mettere a posto per quanto possibile, ma non avrebbe fatto mai in tempo.
Suo padre non amava il disordine in generale, era un uomo molto metodico e cercava sempre d’insegnare a Gianfranco il rigore, la logica, il metodo, il modo di comportarsi nella società fra i cittadini di alto rango quali erano. Infatti, essendo un prestigioso medico, che aveva studiato medicina a Vienna, oltre a conoscere l’italiano, conosceva in modo eccellente il tedesco e possedeva un buon francese. Aveva lavorato in Austria per molti anni, prima di tornare alla sua città natale, Trieste. Inoltre, si poteva vantare di aver operato illustri personaggi, politici, architetti, eminenti studiosi e accademici. Era un uomo tutto d’un pezzo insomma. Questa solfa gliel’aveva ripetuta centinaia di volte.
Gianfranco allora, per non farsi trovare, si nascose dietro al piccolo capanno di legno, il ripostiglio situato dietro le siepi in giardino. A un certo punto dalla finestra in alto sentì una voce femminile: «Vieni qui, su, piccolo mio.»
Era sua madre.
Gianfranco sorrise e di soppiatto riuscì a entrare in casa. Salì l’ampia rampa di scale e arrivò in soffitta, dov’era situato lo studio di sua madre. Grandi tele di quadri dipinti, colori sparsi, un gran disordine. Quanto gli piaceva quel posto.
La mamma lo prese in braccio e lo abbracciò forte. Allora gli disse: «Guarda cosa mi ha mandato la mia amica da Londra, amore.»
Era un libro divulgativo per ragazzi con la scritta “Archaeology”. Gianfranco non sapeva ancora leggere e chiese alla mamma: «Cos’è?»
«È un libro pieno di belle cose. Guarda …»
Gli mostrò un sacco di immagini. V’erano illustrazioni di piramidi, di torri medievali, di uomini in abiti antichi e di vasi di ceramica decorati. A Gianfranco piacquero tanto quelle figure.
La madre gli raccontò che quei manufatti e costruzioni, di centinaia e anche di migliaia di anni prima, erano i resti degli antichi uomini che avevano abitato il mondo.
«Guarda, guarda … pedocio mio!» gli diceva con amore, con quel soprannome bizzarro che solo lei gli dava.

2020-11-06

Evento

Intervista dell'Associazione Ambrosia sul loro blog! :) LINK ALL'INTERVISTA: https://bit.ly/2Ibpb2L
2020-11-05

RAI GIORNALE RADIO FVG

Ringrazio tutti i sostenitori della campagna e il RAI GIORNALE RADIO FVG per l'intervista radiofonica che mi hanno dedicato! :D LINK all'intervista: https://fb.watch/1zBTTE6AF5/
2020-10-29

Evento

Facebook - Associazione Ambrosia Ringrazio Chiara Maria Marchetti e tutto lo staff dell'Associazione Ambrosia per la loro video-intervista su Facebook!!! https://bit.ly/31UzKh8

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro molto interessante, scritto con passione e avvincente al punto giusto, tale da permettere un’ottima lettura. Un particolare cenno va fatto al modo in cui l’autore sviluppa il personaggio principale. Anche se al suo primo libro, il giovane Federico ha amplissimi margini di miglioramento. Consigliato!

  2. (proprietario verificato)

    Lettura molto gradevole, lo consiglio vivamente!!!

  3. (proprietario verificato)

    Ho avuto modo di leggere la bozza del libro di Federico. È un romanzo che ti permette di viaggiare in tanti sensi e in tanti mondi, verso un passato mai vissuto, verso una città lontana dalla tua, ma anche di riflettere sulla nozione di tempo, sulle scelte che facciamo ogni giorno e sulla loro influenza su quelli successivi. Grazie a questo giovane autore sono riuscita a riavvicinarmi al genere fantasy che da tempo avevo abbandonato e al contempo scoprire storia, tradizioni e piccole curiosità della sua amata Trieste che ti vien subito voglia di visitare.

  4. Mi sono imbattuta, navigando su internet, nella promozione del libro Tempo, romanzo scritto da un giovane esordiente. Curiosa, ho voluto leggere nell’anteprima di cosa si trattasse.
    Ne sono stata subito interessata: primo, perché la storia è ambientata a Trieste, la mia città; secondo, perché non è ambientata nella nostra epoca.
    Devo dire che sono rimasta a fine lettura molto colpita. La narrazione inizia appunto in un’epoca dello scorso secolo, e sembra la storia del protagonista Gianfranco e della sua famiglia. Ho pensato in prima battuta che fosse il classico romanzo letto e straletto. Mi sbagliavo.
    Man mano che proseguivo con la lettura, mi sono trovata trasportata in altri mondi, nel mondo dell’archeologia ad esempio. Poi di colpo nel mondo fantastico, dove tutto è possibile, senza ragion di causa.
    Mi sono imbattuta, navigando su internet, nella promozione del libro Tempo, romanzo scritto da un giovane esordiente. Curiosa, ho voluto leggere nell’anteprima di cosa si trattasse.
    Ne sono stata subito interessata: primo, perché la storia è ambientata a Trieste, la mia città; secondo, perché non è ambientata nella nostra epoca.
    Devo dire che sono rimasta a fine lettura molto colpita. La narrazione inizia appunto in un’epoca dello scorso secolo, e sembra la storia del protagonista Gianfranco e della sua famiglia. Ho pensato in prima battuta che fosse il classico romanzo letto e straletto. Mi sbagliavo.
    Man mano che proseguivo con la lettura, mi sono trovata trasportata in altri mondi, nel mondo dell’archeologia ad esempio. Poi di colpo nel mondo fantastico, dove tutto è possibile, senza ragion di causa.
    Credo che questo giovane scrittore abbia davvero fatto un buon lavoro, entrando nei dettagli di un’epoca non sua, anzi di molte epoche non sue, non volendo svelare troppo della trama. Consiglio vivamente l’acquisto! A volte si possono trovare belle sorprese racchiuse dentro un romanzo di un autore non conosciuto.

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Federico Cammarota
Federico Cammarota è nato e cresciuto a Trieste. Si è laureato all’Università di Trieste in “Discipline letterarie, archeologiche e storico-artistiche” e attualmente è iscritto al corso di laurea magistrale in “Quaternario, preistoria e archeologia” all’Università di Ferrara. Ha lavorato di recente per un progetto del Servizio Civile presso il Comune di Roma (“Comunicare twittando: l’archeologia fuori le mura”) e ha pubblicato un saggio di filosofia politica con la casa editrice Mimesis (in: “L’enigma del potere”). Gestisce i social di: “Around the World in 80 Digs”, un progetto legato alla promozione delle campagne di scavo in Italia e all’estero, e il “Gruppo StoriaVera”, una community interessata a tematiche storico-archeologiche.
Fin da piccolo ha una passione per la scrittura e per la narrativa. “TEMPO - l’incredibile storia di Gianfranco Fusco” è il suo romanzo d’esordio.
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