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Il tempo di un battito

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Accade tutto in quello che sembra essere solo un attimo, il tempo che necessita il cuore per compiere un battito.
In quel breve lasso di tempo, Ginevra perde la persona a lei più cara, il suo migliore amico: un incidente stradale causato da un uomo distratto alla guida non lascia a Enrico alcuna possibilità di sfuggire alla morte.
Anche Ginevra è sull’auto e l’ultimo gesto compiuto dal ragazzo è quello di sterzare il più possibile per impedire che anche la sua vita venga spezzata.

Il tempo di un battito prende il via dal risveglio di Ginevra in ospedale. Uscita dal coma, la ragazza non ricorda nulla: l’amnesia ha cancellato gli ultimi istanti accanto a Enrico. L’aspetta un lungo percorso… riuscirà ad accettare la realtà?

Perché ho scritto questo libro?

Perché ho scritto Il tempo di un battito? Perché volevo parlare di un amore intimo, mai rivelato all’altro se non attraverso piccoli gesti quotidiani.
Ho scritto questo libro per ricordare a me e a chi lo leggerà, attraverso la storia di Ginevra ed Enrico, quanto possa essere fragile la vita di ognuno e che bisogna vivere pienamente ogni attimo.
È inoltre una denuncia, seppur quasi velata, contro tutti coloro che, non stando attenti alla guida, spezzano in un attimo la vita di una persona.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A me stessa, per ricordarmi che tutto è possibile e
che dovrei smettere di sottovalutarmi.
Alle persone che amo, senza le quali la vita
sarebbe sempre un po’ più triste.
A tutti coloro che ora non sono più qui.
Siete ricordati e lo sarete sempre.

Fu un attimo, ma l’eternità.
L.Pirandello

Ci sono cose nella vita che accadono in maniera del tutto improvvisa,
in un tempo talmente breve da non permettere alle persone di accorgersi del loro avvenire.
Ci si pensa su un attimo e il treno è passato senza che ci si potesse salire sopra.
Un attimo prima si cammina, quello dopo si cade.
Un attimo prima si scherza insieme, quello dopo ci si rende conto di amare l’altra persona.
Un attimo prima si spera di non essere chiamati alla lavagna, quello dopo ci si trova a farneticare davanti a essa cercando una via di fuga da un’interrogazione di cui si immagina già l’esito negativo.

Un attimo prima si ride, quello dopo si muore.

Continua a leggere

È come se si trattasse di un mero dettaglio, un insulso ed effimero dettaglio non previsto a cambiare tutto: ci si chiede come questo sia capace di tanto essendo così insignificante; ci si domanda come sia potuto accadere di non rendersi conto che stesse per succedere qualcosa, ci si interroga chiedendosi se, dopo l’avvenire di un qualcosa a seguito di tale dettaglio, la vita possa riprendere il suo normale corso con tutte le sue incomprensioni, i suoi problemi, ma con anche i suoi momenti di gioia e di serenità.

Talvolta ci si inganna di poter catturare quell’attimo, quel dettaglio, di farlo proprio e di imprigionarlo per sempre sia se si tratti di uno positivo sia di uno negativo, perché si sa: gli attimi felici sono difficili da lasciar volare via e quelli tristi a volte così difficili da dimenticare da pensare che forse sarebbe meglio se questi fossero tenuti prigionieri in un cassetto, buttando via la chiave non appena questa li avesse imprigionati.

Respira, fai pazzie.
Ascolta ogni tuo battito e
goditi ogni attimo possibile,
perché non sai mai quando
il dettaglio verrà a bussare alla tua porta e
cambierà totalmente la tua esistenza.

Fino ad allora, VIVI.

Capitolo primo: risveglio.

Il suono incessante dei macchinari riempiva l’aria.
Oltre a quello, solo il respiro tranquillo quasi inudibile della ragazza circondata da tali macchinari, il fruscio di una tenda mossa dalla brezza mattutina e il rumore delle pagine di un libro che venivano girate con cura.
Ginevra provò ad aprire i suoi occhi, ma poté constatare quasi immediatamente quanto difficile fosse per lei compiere quel semplice gesto.

Dove si trovava?
Cos’era quell’odore nauseabondo di disinfettante
che aleggiava nell’aria?

Con grande lentezza iniziò a mettere a fuoco la vista, nonostante la luce del giorno che proveniva dalla finestra lievemente aperta situata di fronte al suo letto le desse fastidio.
Distolse un po’ lo sguardo, puntandolo, per quanto le fosse possibile, verso destra. Lì, seduta con le gambe accavallate, vi era sua madre che, immersa nella lettura, non si era ancora accorta dei movimenti pressoché impercettibili della figlia.
Ginevra provò a chiamarla, ma l’unico suono che uscì dalle sue labbra era quello di un sussurro rauco per il troppo sforzo compiuto. Nonostante ciò, la signora Magni si volse comunque verso di lei in modo inconscio per controllare che tutto andasse bene: ormai da tempo infatti, ella si ritrovava spesso a osservare la figlia con sguardo preoccupato, pronta a intercettare qualsiasi movimento.
Il timore che la ragazza potesse avere una qualche complicazione era infatti abbastanza da tenerla sveglia a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Solo poche volte la signora Magni aveva provato a far riposare i propri occhi in quella stanza d’ospedale, ma erano stati attimi di dormiveglia brevi, quasi impercettibili, interrotti anche dal respiro lievemente più affannoso della figlia. In quei casi lei si svegliava bruscamente, controllava velocemente che tutto andasse bene (per quanto le sue conoscenze non mediche glielo permettessero e per quanto “bene” potesse essere effettivamente concepito in una situazione come la sua, in cui la paura di non rivedere più la persona più cara risvegliarsi era costante) e, qualora non fosse davvero convinta che tutto era nella norma, chiamava immediatamente assistenza attraverso il pulsante di emergenza che le era stato indicato tempo addietro dalle infermiere.
La situazione non andava di certo a migliorare quando il marito quasi le imponeva, per il suo bene, di rimanere in casa loro per una doccia veloce e un riposo un po’ più duraturo.
Anche in quei casi si ritrovava a svegliarsi spesso, per non contare poi le innumerevoli volte in cui, durante la notte, aveva svegliato il coniuge sdraiato accanto a lei chiamando il nome della propria figlia nel sonno, complice l’ennesimo incubo che strappava per sempre alla vita la sua Ginevra.

Fu proprio per tali motivi che Natalìa Derrani in Magni, dopo un breve istante di shock nel constatare che gli occhi grigi che figlia aveva ereditato dalla madre di suo marito si erano finalmente aperti e che la sua testa era lievemente inclinata verso di lei, non poté trattenere le lacrime che stavano già scendendo lungo la guancia. Le si avvicinò frettolosamente, accarezzando con grande delicatezza il suo viso. «La mia Ginevra, finalmente…» le sussurrò con una gioia immensa che solo le madri che avevano quasi perso la parte più importante di loro, i loro figli, potevano comprendere.
«Dove… Dove sono?» provò a chiederle Ginevra, anche se con scarsi risultati. La sua voce era roca e davvero bassa. La gola le doleva e a ogni singolo suono prodotto le sembrava che la testa le scoppiasse per il forte dolore.
«Non preoccuparti, andrà tutto bene adesso. Sei in ospedale, ma ci sono qui io con te, mì corazòn. Mi allontano solo un attimo per chiamare il dottore, torno immediatamente» le rispose accarezzandole la testa e guardandola con gli occhi colmi di gioia. L’aveva chiamata “mio cuore”, proprio come aveva sempre fatto quando sua figlia era molto piccola. Il suo era stato un tentativo di farla avvicinare nel tempo alla lingua spagnola, lingua che insegnava nella scuola superiore della città. Alla lunga Ginevra si era però davvero avvicinata a quella lingua, tanto da andare anche a fare un viaggio-studio a Madrid per migliorare le sue competenze linguistiche; la signora Natalìa si era dunque ritrovata a non voler abbandonare più quel modo affettuoso di chiamare la figlia nel corso degli anni e addirittura a intraprendere delle vere e proprie conversazioni in spagnolo con Ginevra, cosa di cui andava davvero fiera.
Con un gesto affrettato si asciugò le lacrime che non avevano più smesso di rigarle il viso e corse fuori dalla camera dove la figlia si trovava, non pensando neanche un attimo, a causa della felicità che aveva provato nel rivederla sveglia, di utilizzare il pulsante di cui aveva sempre usufruito nei mesi passati.
Ginevra, intanto, restò immobile: anche volendo, non riusciva a compiere alcun gesto, si sentiva sfinita.
Una sola domanda risuonava però nella sua mente, un unico pensiero a cui non riusciva ancora a dare voce:
cosa era successo?
La signora Magni, come aveva promesso alla figlia, tornò appena due minuti dopo accompagnata da un medico e un’infermiera; teneva all’orecchio il suo telefono, forse, pensò Ginevra, in attesa che suo padre le rispondesse. «Buongiorno Ginevra, sono il dottor Piani» si presentò il medico alla ragazza mentre controllava i suoi dati vitali nei monitor. «So che al momento ti chiederai cosa sia successo, ma andremo per gradi. Prima di tutto, tua madre mi ha già riferito che al momento riscontri difficoltà nel parlare: ti consiglio dunque, al momento, di rispondere alle mie domande con un solo cenno del capo se la risposta è affermativa e di muovere la testa da destra verso sinistra nel caso in cui la risposta sia negativa. Va bene?» Ginevra annuì lievemente, anche se il mal di testa e la sonnolenza che ritornavano non le permettevano di stare davvero attenta a ciò che le accadeva intorno.
«Perfetto. Prima ti ho chiamata Ginevra. Riconosci questo come tuo nome?», lei annuì nuovamente e il medico continuò.
«Sai dove ti trovi?» Ginevra scosse lievemente il capo e poi, senza che quasi se ne accorgesse, perse nuovamente coscienza.
«GINEVRA!» urlò la signora Magni terrorizzata dall’avvenimento, avvicinandosi a lei e prendendole la mano destra fra le sue, lasciando il lato sinistro libero affinché il medico potesse svolgere il suo lavoro. «Signora, va tutto bene.» le disse il dottore. «I valori sono tutti nella norma.»
«Perché mia figlia ha perso conoscenza allora?» gli chiese poi alzando lo sguardo dal viso della giovane e indirizzandolo all’uomo.

«Ha passato tre mesi in coma, signora. È normale che questo, seppur si sia trattato solo di compiere lievi movimenti, sia stato uno sforzo immenso per lei. Dobbiamo ricordare inoltre che ha avuto una commozione celebrale. Il suo corpo ha necessità di riprendersi con calma. Non sarà un cammino facile quello della ripresa, ma dovete restarle accanto in ogni momento. Non sappiamo quanto ricordi di quel momento.»
La signora Magni annuì tristemente, per poi riabbassare il viso e dare alla figlia un bacio sulla fronte: le mancavano la presenza costante della sua bambina in giro per casa e le sue continue risa; sentiva perfino la mancanza dei litigi che talvolta si erano scatenati fra le due per via delle opinioni contrastanti che avevano su determinati argomenti.
Sedendosi nuovamente sulla sedia, rifletté su quanto quelli che erano appena passati fossero stati dei mesi difficili, tristi e tremendi sotto ogni punto di vista: la perdita di una vita a loro cara e il costante terrore che la figlia potesse avere da un momento all’altro una qualsiasi complicazione che non le avrebbe più garantito un risveglio, erano stati sufficienti non solo a farle perdere il sonno, ma talvolta anche il nume della ragione, portando lei e il marito anche ad avere dei litigi nati da parole che nessuno dei due pensava veramente. «Natalìa» si sentì chiamare dalla porta della stanza e notò il marito fermo sulla soglia: aveva il fiato corto e il suo sguardo si spostava velocemente da lei alla figlia. «Ginevra…»
La signora Magni si alzò, abbandonando dolcemente la mano della figlia sulle lenzuola accanto al suo corpo dormiente. «Si è svegliata» gli rivelò fra le lacrime una volta vicina a lui. Il marito la guardò stranito, come se non credesse alle sue parole nonostante lei lo avesse già avvertito di ciò tramite la chiamata al telefono di poco prima. Era la seconda volta che gli comunicava quell’avvenimento che lo aveva portato a uscire velocemente da casa fino, dopo il breve tragitto in macchina, a correre per verso la camera della sua bambina, e ancora stentava a crederci. Credeva che fosse troppo bello per essere davvero reale. «Ha perso conoscenza, ma è fuori da ogni pericolo» gli spiegò poi la moglie.
Lui lasciò andare un sospiro, finalmente un po’ più tranquillo dopo settimane di agonia. Si avvicinarono poi insieme al letto dove la loro figlia stava oramai solamente riposando e lui le accarezzò il volto. Infine, abbracciò la moglie per quella notizia splendida e quel barlume di speranza che era appena nato.

He smiled the most exquisite smile,
veiled by memory,
tinged by dreams.

—V.Woolf

Ginevra si risvegliò in mezzo a un corridoio poco ampio ma molto luminoso: alla sua sinistra, infatti, si trovava una serie di finestre a nastro aperte che lasciavano entrare quelle che le sembrarono essere le prime luci del mattino. Si avvicinò a una di queste, ma ciò che stava fuori le appariva confuso e sfuocato, tanto da portarla ad allontanarsi spaventata dopo qualche breve istante.
“Dove sono?” si chiese lasciando vagare lo sguardo; di fronte a lei il corridoio continuava e solo guardando in lontananza riuscì a scorgere quello che le sembrava essere un portone di ingresso. Alla sua sinistra, vi era una serie di porte, come se si trattasse di un corridoio scolastico, di un dormitorio o di un ospedale. Iniziò a camminare cauta finché, arrivando a quella che le parve metà del corridoio, la porta che le si trovava proprio accanto si aprì lievemente, lasciandole intravedere una stanza: non vedendo né banchi o lavagne, né macchinari ospedalieri, poté finalmente constatare che si trattava davvero di un dormitorio.

Si avvicinò all’uscio, entrando cauta e con piccoli passi; una volta dentro, girò intorno il suo sguardo, curiosa.
La stanza era piccola e pressoché́ spoglia: alla sua destra si trovava un semplice letto singolo con a lato un comodino.
Alla sua sinistra vi era invece un semplice comò con sopra un piccolo vasetto con una rosa di colore rosa. Al di sopra di questo, attaccato al muro con ciò che Ginevra pensò fossero delle viti, vi era un ripiano con appena tre libri scoloriti.
Tutto era di legno tranne il letto, la cui tastiera era invece di metallo. L’unica fonte di luce era la finestra che si trovava proprio di fronte alla porta, ma non per tal motivo la stanza sembrava ombrosa. Grazie anche alla prevalenza del colore bianco dei muri, delle tende e delle lenzuola, la stanza sembrava molto luminosa e quasi accogliente.
La ragazza valutò per un attimo se fosse il caso di controllare se il paesaggio al di fuori della finestra fosse sfuocato come lo aveva precedentemente visto, ma troppo timorosa nel trovare quel paesaggio confuso e intimidatorio anche al di fuori di questa, Ginevra non si avvicinò e si limitò a guardare le tende bianche che si muovevano grazie all’aria fresca che entrava.
“C’è qualcuno?” chiese voltandosi verso la porta da cui era entrata. Non vi era alcun rumore oltre al suono dei suoi passi e del suo respiro.
Le sembrava folle fare quella domanda parlando quasi al vuoto, ma le venne spontanea quando, mentre per l’appunto si rigirava verso quella stessa porta di ingresso, aveva lasciato che il suo sguardo si posasse più attentamente sul letto: Ginevra notò infatti che le lenzuola erano scombinate, proprio come se qualcuno si fosse appena alzato e fosse stato troppo pigro per risistemarle. Non ricevendo però alcuna risposta, si voltò verso quel medesimo letto per andare a sedervisi mentre decideva cosa fare.
“Ehi zuccona!” sentì dire alle sue spalle. Ginevra si voltò capendo immediatamente a chi appartenesse quella voce e, vedendo il volto dell’amico, gli corse incontro. Lo abbracciò di slancio facendogli quasi perdere l’equilibrio e lui ricambiò quella stretta con tutto l’affetto possibile, affondando la testa nei capelli mossi di lei.
Poi, proprio quando Ginevra stava per prendere parola, il sogno si interruppe improvvisamente proprio come era iniziato.

04 aprile 2019

Aggiornamento

Prime venti copie vendute!
Grazie a chi ha preso una copia del mio il libro e a chi mi supporta giorno dopo giorno.
Solo 40 copie per raggiungere il primo obiettivo (quello che assicura la stampa e la ricezione della propria copia a chi l'ha acquistato) e 180 al traguardo finale.
Grazie mille! :)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Letto in due ore, davvero molto toccante e con un chiaro e profondo messaggio. Invito tutti alla lettura, non ve ne pentirete!

  2. Wow, devo dire che non mi aspettavo una storia così coinvolgente e originale.l’ho divorato letteralmente in una serata, consiglio la lettura assolutamente.

  3. Una vicenda terribilmente attuale, raccontata in uno stile pulito, accattivante e un po’ sognante, che rispecchia la generazione di cui l’autrice fa parte.
    Una storia che prende sin dalle prime pagine, quasi a “trascinarti” nel vortice delle emozioni.
    Un ritmo serrato, quasi cinematografico, che enfatizza le violente emozioni che colgono i personaggi.
    Le citazioni di grandi autori? Una chicca.
    Imperdibile.

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Federica Malpasso
Nata il primo giorno di marzo del 1999 a Catania, città che si affaccia sul mare, studia nella facoltà di Scienze della comunicazione nella sua città natale.
La lettura, insieme alla recitazione e al disegno, è parte di lei sin da quando era una bambina.
Ama viaggiare, perdersi fra le vie pittoresche di Parigi e ammirare per ore gli innumerevoli quadri presenti nelle mostre d’arte.
Cattura tutti i momenti della sua vita attraverso delle polaroid, perché ritiene che ogni momento abbia un dettaglio che vale la pena ricordare.
“Il tempo di un battito” è il suo primo romanzo.
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