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The Cure

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Un virus ha colpito la popolazione a seguito della Terza guerra mondiale. Alcuni hanno reagito positivamente e hanno sviluppato doti soprannaturali, diventando “gli altri”, rinchiusi in uno dei sette istituti costruiti appositamente per loro. In altri, invece, il virus ha avuto effetti negativi, facendoli diventare lebbrosi, esseri spietati e senz’anima in grado di infettare le altre persone.

Quando Eve, una giovane psicologa fresca di laurea, inizia a lavorare per l’istituto 7, viene catapultata in un nuovo mondo e si accorge ben presto che le cose non sono come sembrano. I sette istituti convivono tra di loro giocando con le vite di esseri a cui il nome non può essere concesso e qualcosa di poco chiaro si cela nell’ala più nascosta dell’istituto…

Prologo 

In un piccolo villaggio chiamato “perla delle montagne”, un piccolo gruppo dimorava nella parte occidentale di una coltre d’erba, migrando ogni qualvolta il sole affievoliva la sua luce. 

Quel popolo stanziato su una coltre verde e rigogliosa era formato da contadini benevoli e allevatori di animali. Era un villaggio felice e chi viveva lì poteva assicurare che vi si potesse trovare solamente una profonda quiete, soprattutto per chi era agli sgoccioli con la vita stessa e aspettava solamente di ricongiungersi nel firmamento. 

Non pensavano di certo di poter ritornare in quel villaggio una volta finito il loro ciclo vitale, ma sapevano che, dopo aver fatto il passo oltre l’ignoto, sarebbero diventati stelle, un corpo celeste cucito nel cielo, e avrebbero protetto il villaggio per sempre, donando la stessa pace che avevano ricevuto. 

I monaci del villaggio raccontavano questa storia a tutti i bambini per fargli credere che la vita non sarebbe mai finita e che non esisteva un tempo per la morte. La vita arrivava e ricominciava così com’era stata creata. Difficile non immaginare dei bambini prendere seriamente quelle storie e portarsele addosso come un secondo manto.  

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Un giorno, però, durante una lezione in cui si raccontava sempre la stessa storia, una bambina dai folti capelli neri aveva alzato la piccola e paffuta mano pallida, per niente intimorita dalle occhiatacce dei suoi compagni di scuola.  

Nessuno aveva mai osato fermare il discorso di un sacerdote, anzi, bisognava essere riconoscenti di averne più di due. 

Esistevano tanti villaggi come quello sparsi per il mondo, ma non tutti potevano permettersi delle persone che potessero insegnare a dei bambini. I suoi genitori le avevano detto di fare la brava e stare in silenzio perché quella storia l’avrebbe poi dovuta raccontare ai suoi due fratelli maggiori, che le avevano assicurato che una volta tornati dalla caccia l’avrebbero interrogata, per testare quanto fosse stata attenta. Ma lei quella storia l’aveva sentita molte volte, intrufolandosi di nascosto vicino al capannone più grande, dove venivano radunati tutti i bambini per le lezioni che ciascun sacerdote impartiva. 

Si sentiva orgogliosa di sapere già tutta la storia e nonostante la trovasse affascinante, la curiosità continuava ad ardere dentro di lei come un piccolo fuoco fatuo. Il monaco, fermando la sua spiegazione, forse risentito di essere stato interrotto da una piccola mano, aspettò qualche secondo prima di concentrarsi su quel viso così grazioso e paffuto simile a una pagnotta di pane. 

«Sì, Amélie?» 

La piccola cercò di alzare la testa per riuscire a vederlo in faccia, ma la frangetta, che le aveva tagliato la mamma, oramai era talmente lunga che le ciocche le pizzicavano gli occhi blu. 

«Ma cosa bisogna fare per essere la stella più luminosa di tutte?» 

La domanda fece ridacchiare alcuni bambini attorno a lei ma questo non importava ad Amélie, perché la mamma le aveva spiegato che la gente, a volte, ride quando qualcuno fa delle domande che sembrano insensate. 

Il monaco del villaggio aveva sbattuto le palpebre velocemente. 

Non sapeva cosa rispondere a una bambina di otto anni, specialmente su storie antiche che venivano raccontate ai bambini per motivarli a compiere il loro dovere una volta cresciuti. 

Perciò, dopo un estenuante silenzio e qualche goccia di sudore che scivolava dalla fronte aggrottata, rispose con la prima cosa che gli venne in mente, non rendendosi conto che la piccola Amélie avrebbe fatto di tutto pur di splendere più degli altri. 

«Be’…» farfugliò prima di guardarla con un leggero sorriso. «Suppongo tu debba fare qualcosa di speciale.» 

 

Erano passati nove anni da quella frase. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe diventata la stella più luminosa, forse solamente una piccola sfera fosforescente o una lucciola, che vibrava nel cielo notturno sola e disperata. Adesso però, ripensare a quei ricordi le smussava le viscere, soprattutto per quello che era successo in seguito. Tutti conoscevano la leggenda del mostro notturno. 

Ogni notte, al calar della luce, chiunque si ritrovava al di fuori della propria abitazione, veniva ritrovato il mattino dopo, con la testa staccata dal resto del corpo. 

Ed era così che Amélie comprese che non avrebbe mai illuminato un cielo coperto di nubi perché sarebbe diventata notte, pur di trovare quella “cosa”. 

Nessuno sapeva com’era fatto e soltanto il capo del villaggio, noto per la sua grande cultura verso le storie mistiche, sapeva che si poteva trattare solamente di una grande bestia assetata, allevata dal demonio. Ogni volta che qualcuno raccontava di aver sentito dei ringhi nella foresta, alcuni facevano finta di non sentire, ma lei lo sapeva, era sicura che in mezzo al silenzio avrebbe potuto udire i loro cuori ticchettare come una bomba a orologeria. La paura acceca le persone ma soprattutto le rovina, mostrando loro una concezione distorta della realtà e portandole a perdere la fiducia persino in loro stesse. Ma tutto quello che restava dopo aver deciso in cosa credere era una condanna, un mucchietto di indecisioni. Non si era sicuri di nulla e, molto spesso, quando attraversava la foresta diretta al lago con il secchiello, si specchiava con il timore di vedere dietro di sé occhi iniettati di nero e canini aguzzi pronti a mangiarla. Le storie erano come cenere che veniva spazzata qua e là per creare scompiglio e questo lo sapeva, ma dopo la morte dei suoi fratelli non ne era più così convinta. 

A volte rimaneva immobile mentre la sua testa viaggiava nei suoi incubi, facendole credere che tutto quello che era accaduto fosse a causa sua. Quel giorno pioveva a dirotto, la pioggia rendeva impossibile vedere oltre il proprio naso e Amélie, che non aveva mai odiato quelle goccioline cadute dal cielo, era uscita tranquillamente a fare le sue faccende finché non si era ammalata. Lo strano calore che emanava il suo corpo non passava e il monaco le aveva suggerito del brodo di cinghiale. I suoi due fratelli maggiori, preoccupati che le sue condizioni potessero aggravarsi, erano andati a caccia, ma non erano più tornati e Amélie non riusciva a non darsi la colpa.  

Alcuni cacciatori trovarono i loro corpi a lato del fiume e il sacerdote arrivò da loro dicendogli che era stato il grande mostro notturno, che venne successivamente chiamato Bête. Iniziarono poi ad arrivare delle voci, voci che la chiamavano sciagurata, portatrice di morte. Tutti le davano dell’assassina e lei non obiettava.  

Era un giorno come gli altri. La neve scendeva dal cielo e il fuoco tremante riscaldava la piccola casa. 

Amélie, figlia della lavandaia del paese, si trovava sul portico e osservava la luna piena illuminare con la sua luce le chiome degli alberi, trasformando le loro sagome in denti aguzzi, proprio come immaginava quelli del mostro. 

Guardò come le poche persone rimaste fuori aumentavano la loro andatura, bambini che correvano verso casa, ragazzi della sua età che camminavano con la testa sempre rivolta dietro di loro e mamme che afferravano i figli per il braccio, costringendoli a mantenere il loro passo scombussolato e metodico. 

«Mamma, fai piano, mi stai facendo male» protestò un ragazzo cercando di fermare la corsa della madre puntando i piedi a terra. La donna si fermò, aveva lunghi capelli color rame raccolti in una treccia che partiva dall’alto del suo capo. Si girò con sguardo preoccupato verso il figlio, continuando a stringerlo. 

«Dobbiamo andare, non abbiamo tempo» gli ricordò, cercando di prendergli la mano, ma quello si allontanò di qualche passo portando lo sguardo verso la finestra di Amélie. 

Era da numerosi giorni che nessuno passava da lì senza inviarle uno sguardo arcigno. La gente mormorava sulla sua vita, discuteva, bisbigliava ogni volta che usciva di casa per portare i vestiti a lavare. Ma questa volta quello sguardo che si aspettava ricco di odio e timore si era addolcito e si era fatto curioso. La fissò con occhi sgranati mentre lei, intimidita, fece un sorriso tirato. 

«Nicolai, non sorridere agli sconosciuti» tuonò la mamma avvicinandosi al figlio. Il bambino indicò la finestra di Amélie ricambiando il sorriso.  

«Ma, mamma, lei è la figlia della lavandaia» rispose il figlio girandosi verso la madre che con la fronte aggrottata guardò la finestra e incrociò gli occhi di Amélie, rimasta ferma a osservare la scena. 

Aprì la bocca e poi la richiuse in fretta, forse spaventata di trovarsi in una brutta situazione. Prese il bambino in braccio, scuotendolo. 

«Non devi parlare con lei! Mai più, Nicolai!» urlò, poi, mentre si allontanavano velocemente, le lanciò un ultimo sguardo spaventato. La gola iniziò a bruciarle di rabbia, come se le parole si stessero aggrovigliando dentro di lei. 

«Amélie, mi potresti aiutare, per favore?» 

Si trovava sul divanetto accostato alla finestra, le piaceva la sensazione del calore delle fiamme che le scaldava le gambe, mentre fuori casa si trovava una città completamente invasa dal bianco e dal freddo.  

Girò lo sguardo verso sua madre, osservandola mentre tentava inutilmente di spegnere il fuoco gettandogli sopra acqua. 

«Theodore non mi ha mai insegnato a spegnerlo, diceva che era un lavoro da uomini spegnere il fuoco.» 

Non batté ciglio, pronunciare il nome di uno dei fratelli era sempre stato un gesto automatico da parte sua, un vizio che a volte Amélie detestava, come quando apparecchiava per una persona in più oppure quando a Natale faceva due maglioni più grandi o comprava più cibo. All’inizio pensava che lo facesse per non dimenticarsi di loro, ma adesso che la osservava meglio, dubitava che se ne rendesse conto. I pochi momenti in cui capiva quello che stava facendo rimaneva in silenzio guardando il vuoto, a volte per farla stare meglio lei fingeva di averle chiesto cibo in più o di farle due maglioni più grandi, inventandosi che la riscaldassero di più.  

«Posso farlo io se vuoi» si offrì Amélie andando verso di lei. 

La madre scosse la testa continuando a gettare acqua sul fuoco, il quale, infastidito, continuava ad ardere più ferocemente. 

«Chiama tuo fratello e digli che la cena è pronta.»  

Annuì allontanandosi dal salone per avviarsi in camera di suo fratello minore. Bruce aveva nove anni, non aveva mai conosciuto i fratelli più grandi, era appena nato quando accadde tutto. Giunta in camera di Bruce, aprì la porta. 

«Bruce, dobbiamo… cenare.» Si fermò sulla soglia vedendo la piccola figura del fratello rannicchiata sul pavimento. Si avvicinò lentamente. «Bruce…» sussurrò cercando di non farsi sentire dalla madre. Non voleva che lo vedesse in quelle condizioni, sveglio, rannicchiato con il peluche che gli aveva comprato, con gli occhi pieni di lacrime.  

Lo prese in braccio scompigliandogli i capelli scuri.  

«Cosa succede?» chiese osservando i suoi occhi chiari. Bruce tirò su con il naso, stringendo l’orecchio dell’orsacchiotto.  

«Ho fatto un incubo» rispose lui con la voce rotta dalla paura. «Un grande mostro mi stava mangiando.»  

Amélie sentì i suoi piedi nudi gelarsi d’un tratto mentre tentava di non far uscire fuori le lacrime di rabbia. Uscì dalla stanza muta e si fermò osservando le due porte davanti a sé: quella sinistra rimaneva sempre chiusa ed era del suo timido fratello Theodore, mentre quella a destra rimaneva sempre aperta e Amélie a volte ci sbirciava dentro, scoprendo sua madre rannicchiata sul letto del figlio preferito, Julian. Si morse il labbro inferiore mentre osservava gli occhi di suo fratello. 

«Niente ti potrà far male, Bruce» gli rispose convinta Amélie.  

Il fratellino alzò gli occhi verso di lei. «Me lo prometti?» sussurrò stringendosi il pupazzo sul petto. 

Amélie annuì e vide automaticamente il sorriso di suo fratello ampliarsi, mentre si dirigevano nella sala da pranzo. Bruce addentò l’orecchio del suo orsacchiotto. Sorrise a quella scena posandolo sulla sedia. 

«Non il suo orecchio, cibo vero, Bruce» avvertì scompigliandogli i riccioli. 

Sua madre arrivò con tre piatti fumanti di patate bollite, il suo sguardo era diretto verso suo fratello.  

«Tua sorella ha dato un pezzo di pane per regalartelo, meglio se non lo ingoi» gli disse posandogli il piatto sotto il naso. Amélie ci mise poco a notare l’oggetto appeso al collo di sua madre.  

«L’hai messa oggi» disse a bassa voce, tagliando il cibo a Bruce in modo che potesse ingerirlo meglio, poi senza più guardarla continuò. «Non la metti da quando papà è partito per vendere i suoi prodotti.» 

Suo padre Jeremy era un inventore, molte volte vendeva i suoi arnesi in cambio di cibo, acqua o vestiti per i figli. Settimane fa gli avevano inviato una lettera che diceva che lo avrebbero pagato in oro se avesse lasciato subito la città, portando con sé i suoi arnesi. La madre a quella risposta abbassò lo sguardo verso il piatto, probabilmente se avesse saputo che avrebbe visto il marito solamente due volte all’anno sarebbe rimasta nella sua vecchia cittadina, ma questo Amélie non lo seppe mai.  

«Sì, è molto bello da parte sua inviarmi una collana, ma dovrò venderla per procurarci cibo.» 

Amélie ritrasse le gambe posando il coltello lontano dal fratello che con le mani mangiava piccoli pezzettini di patata bollita. 

«Vuoi anche tu?» domandò Bruce all’orso mentre glielo premeva sulla bocca cucita. 

«E quando pensavi di dirmelo, mamma?» chiese aggrottando le sopracciglia mentre un altro vento gelido le comprimeva il petto.  

«Noi ci diciamo tutto, siamo le uniche donne della famiglia, e…» 

«Non sei una donna, sei ancora una bambina» commentò acida sua madre, lasciandola a bocca aperta. Sapeva di non avere l’età per essere definita donna ma quello che aveva passato e il modo in cui aveva sofferto superavano il dolore che avrebbe dovuto provare un bambino della sua età. 

«È questo che sono per te, mamma? Una bambina?» 

«Amélie…» cercò di pronunciare la madre ma lei si era già alzata dal tavolo senza degnarla di uno sguardo in più. Cercò di non dare troppo a vedere il nodo alla gola che si era formato dentro di lei. La sua voce tremolante le ricordò che da lì a qualche minuto avrebbe sicuramente pianto. 

«È l’unico oggetto che ci rimane di papà» rispose lei con voce grave mentre immaginava la collanina scomparire via così come i suoi vecchi vestiti, arnesi, giocattoli. 

«Ci servono soldi, Amélie, a me non importa della collana.»  

Rimase un attimo in silenzio mentre pensava a tutti gli oggetti dentro casa sua. «Vendiamo le pergamene di Julian! Al monaco potrebbe servirgli altra…»  

Il rumore di un pugno sul tavolo la fece bloccare. Gli occhi di sua madre erano due carboni ardenti. «No!» disse freddamente. «La stanza di Julian non si tocca.»  

Amélie protestò, sentendo la gelosia bruciarle le viscere. «Ma la stanza di Theodore non ha più niente! È vuota! Non possiamo per una volta…»  

«Ho detto di no.»  

«Ma, mamma, lui non…» 

«Ho detto di no, Amélie. Venderò la collana.»  

Sentiva gli occhi pizzicare, una strana pallina in bocca che le fermava le parole in gola. Amélie sentiva il rumore attorno a lei attutirsi, dando vita a un lungo e forte sibilo. 

«Manca ancora un pezzo» disse sua madre osservando la patata bollita che Amélie non aveva ancora tagliato. Sembrava che non fosse successo niente, come se il suo disaccordo non potesse venire accolto. 

«Taglialo tu» rispose freddamente, lasciando la stanza per dirigersi spedita nella sua. Aprì la porta e si fiondò nel suo letto chiudendo gli occhi. 

Quella collana era tutto quello che rimaneva di suo padre, non poteva toglierle l’unica cosa che le era rimasta di lui. Si ricordò della pergamena allegata a quell’oggetto. Le parole di suo padre rimbalzavano nella sua testa mentre ricordava il suo basso tono di voce.  

“Cara Roxanne, prenditi cura di Amélie e Bruce. Ci sono rimasti soltanto loro. Porta al collo questa collana. Io non vi ho dimenticato. Jeremy.” 

Aveva sentito sua madre piangere quella notte mentre era chiusa in camera sua con il cuscino sulla testa per attutire i rumori. Come si poteva sentire una donna consapevole che l’amore della sua vita non l’avrebbe più stretta? Perché vivere così, perché non poteva lasciarla semplicemente andare e basta? 

Non gliene frega niente, pensò amaramente guardando la finestra dietro di lei. Chiuse gli occhi crogiolandosi nelle coperte soffici appena lavate e rimase così per ore, aspettando che il sonno la inondasse per portarla nel più profondo del suo inconscio, dove nessuno avrebbe potuto farle male.  

 

Sognò una distesa di neve pallida intorno a lei, delle grandi mani inghiottirono i suoi piedi portandoli dentro la distesa di ghiaccio, impedendole di muoversi. Sussultò quando una lontana sagoma nera avanzò verso di lei. 

Senza pensarci troppo la chiamò, totalmente incuriosita da quello strano incontro. 

«Ehilà?» urlò verso l’immagine indefinita che al suono della sua voce si volatilizzò come foschia sparsa nel vento. 

Si riguardò intorno aggrottando le sopracciglia folte e spesse. Nonostante la neve coprisse i suoi arti inferiori, i pini attorno a lei risultavano verdi e rigogliosi. Sentiva il freddo fin dentro le ossa, piccole schegge di ghiaccio punzecchiavano il suo corpo facendola tremare e man mano che i secondi passavano, aumentava sempre di più gelandole il sangue. Sapeva di star sognando o almeno sperava fosse così. Si guardò attorno notando il suo corpo. Indossava la vestaglia bianca, che mostrava gran parte delle sue gambe. Chiuse gli occhi stringendo le braccia attorno al corpo, espirò dalla bocca facendo fuoriuscire piccole nuvole d’aria attorno a lei, che poi scomparivano come bolle di sapone. 

Una voce nella sua mente si risvegliò, era dolce e infantile, sembrava quasi che non volesse spaventarla. 

«Amélie… perché mi fai questo?» 

Batté forte i denti non riconoscendola, con decisione, tremolante pronunciò una domanda: «C… c… chi sei?». 

Aspettò in silenzio ma l’ombra non si decise a tornare, sentiva qualcosa di freddo colarle dalla fronte. 

Si poteva morire così? Stava davvero morendo congelata?  

Aprì gli occhi e portando la mano sulla fronte si morse il labbro per non urlare. Era possibile? Le sue gambe erano intrise di sangue e la sua mano sembrava fosse inzuppata di colore rosso. Cacciò un urlo di terrore e soltanto allora, l’ombra si fece rivedere, con l’odio attorno a lei. Sentiva il suo corpo tremare dalla paura mentre una voce in lontananza la richiamava preoccupata. 

Aprì gli occhi e si accorse che sua madre la stava scuotendo per farla svegliare.  

«I-io non so… come ho…» blaterò senza rendersi conto di ripetere parole sconnesse, la vide inginocchiarsi al letto, Amélie strinse le coperte attorno a lei, l’immagine del suo corpo zuppo di sangue brillava nella sua testa.  

«Mamma, cosa c’è?» domandò osservandola spaventata. 

Aveva urlato così tanto? 

«Era aperta, gli avevo detto di andare a letto… ma ha urlato il nome di Jules ed è andato…» 

Non finì la frase che Amélie si alzò correndo verso il corridoio che la divideva dalla porta principale.  

«Amélie!» urlò la madre dalla stanza andando dietro di lei, ma quest’ultima prima di varcare la porta si girò freddamente e tremando dalla rabbia si accanì verso la madre. 

«Ha nove anni! Nove!» tuonò uscendo nell’abbraccio della notte. 

 

Amélie perse in fretta il contatto dei suoi piedi nudi, la neve gelata punzecchiava la sua pelle facendole perdere la sensibilità. Iniziò ad avanzare nel buio, rabbrividendo superò alcune abitazioni dirigendosi a nord, verso la foresta fitta, dove la luce della luna lasciava delle piccole scie di luci sparse per tutto il terreno. 

«Bruce, Bruce!» chiamò ad alta voce il nome del fratello ripetendolo più volte mentre si muoveva nel buio avanzando il più velocemente possibile. Era abituata a spostarsi in fretta non sentendo la fatica dei muscoli, ma il freddo era un problema, trovava faticoso persino respirare. 

La sua voce si tramutò in preoccupazione mentre cercava inutilmente di non dare ascolto alla lingua che al contatto col freddo pizzicava. Dopo svariati minuti superò un cespuglio, ritrovandosi in una piccola distesa di neve. Si posizionò al centro e come una trottola iniziò a girare su se stessa portando lo sguardo su ogni angolo della foresta, sperando di ritrovare una testolina piena di riccioli color paglia. 

La neve continuava a cadere e con il respiro corto guardò la sua vestaglia sporca di foglie e frammenti di alberi. 

«No…» sussurrò a se stessa continuando a girare, gli occhi si riempirono di lacrime pronte a uscire al primo spavento. 

«No, no, no» ripeté velocemente portando le mani alle tempie. Continuavano a rimbombarle in testa tetre immagini di suo fratello a terra, con gli occhi inondati dalla paura. 

Con quale coraggio sarebbe riuscita a entrare in casa? Con quale forza avrebbe detto a sua madre che avevano perso un altro membro della famiglia? Tutto sembrava perduto ma un rumore di rami la fece sorridere automaticamente e provò un profondo sollievo. 

Era lui, finalmente era riuscita a trovarlo. 

Si voltò, ma non lo vide. 

Non vide nessuno. Nel buio della foresta non c’era niente.  

Si sentì pervadere da un senso di angoscia quando un ringhio le bloccò il respiro. La gente raccontava storie inverosimili sulla sua forma ed esistenza, ma nessuna era paragonabile alla triste e cruda verità. Era troppo pauroso per essere descritto nei minimi particolari, niente poteva spiegare il senso di caduta che stava provando. Amélie osservò la grande sagoma a quattro zampe osservarla dai suoi occhi iniettati di buio. Indietreggiò mentre un rumore languido e famelico proveniva da quella bocca ricoperta da numerosi denti che riusciva a intravedere anche da quella distanza.  

Amélie appoggiò un piede dietro di sé e in quel momento si ritrovò sbattuta a terra, con un possente peso sopra di lei. 

Il suo alito le inondava le narici facendole venire i capogiri.  

Deglutì non riuscendo a fiatare. La zampa dell’animale si posò sul suo petto e iniziò a spingere verso il basso. Amélie aprì la bocca di scatto sentendo il suo respiro venire cacciato via dai polmoni. Era quella la morte? si chiese.  

Girò la testa cercando di urlare, ma niente. La sua voce non esisteva più, così come le immagini nitide attorno a lei, il buio iniziò ad abbracciarla quando scorse, nascosto dietro un albero, un bambino fissarla incuriosito.  

Amélie chiuse gli occhi e quando li riaprì, una luce accecante la investì e li richiuse di scatto.  

Sentì delle voci sconosciute e delle mani coglierla dal terreno. Riprese a respirare vagamente stranita, cadendo di nuovo nel buio. 

Capitolo uno 

«Ancora.» 

Il nastro di raso rosso si strinse attorno alla sua vita. 

«Ancora» ripeté digrignando i denti dal dolore mentre il tessuto con sforzo veniva stretto intorno ai suoi fianchi. 

«A… an… cora» biascicò le parole guardandosi allo specchio posto a sinistra, accanto alla sua scrivania di legno scuro. Il riflesso mostrava una figura minuta, con lunghi capelli chiari e occhi scuri, stringeva le mani in due pugni, posti lungo i fianchi e sentiva il tessuto aderire al suo corpo non proprio snello. Evelyn Johnson faticava a tenere il fiato mentre la donna che l’aveva messa al mondo venticinque anni prima le vorticava attorno, osservando il pizzo bianco del suo vestito. 

«Basta. Così finirai per svenire nel bel mezzo della cerimonia, quanto hai mangiato?» roteò gli occhi ascoltando la strigliata di sua madre, donna sulla quarantina, bassa, bionda e perfettamente a suo agio con ogni abito che indossava, il contrario della figlia. 

«La figuraccia la farò io quando mi vedranno con questo vestito» rispose lei, passandosi le mani sulle pieghe del vestito scelto dalla donna dietro di lei che continuava a guardarla sbigottita. 

«Eve, tesoro, non capisco perché non provi per una volta a sembrare più… femminile» commentò la madre marcando sull’ultima parola. 

La figlia scosse la testa facendo crollare la sua acconciatura. Alcune ciocche le piovvero sulle guance rendendola ancora più disordinata. 

«Non hai mai pensato al fatto che magari sono femminile quanto basta?» domandò incrociando le braccia al petto. Era sempre stato così, sua madre era attenta all’estetica, amava i gioielli, le sciarpe e soprattutto andare a fare compere. A lei no, le piacevano i vestiti ma si trovava a disagio nell’indossarli davanti a tutti. Amava stare da sola, forse molto più di quanto la gente si aspetti da una ragazza nel fiore della sua adolescenza. Ma non tutti erano estroversi come sua madre. Lei era diversa e andava bene così. 

Sua madre spostò la testa di lato osservando i due jeans sul letto della ragazza.  

Disordine, ecco cosa mostravano quei due capi sul suo materasso. Eve era disordinata nel vestire tanto quanto lo erano i suoi pensieri. A volte rimaneva ferma immobile e iniziava a viaggiare con la mente verso un mondo più tranquillo di quello in cui viveva. Un mondo in cui gli introversi come lei riuscivano a convivere perfettamente con le regole della società. Sciolse i due pugni e unì le mani in avanti, appena il suo dito passò all’interno del suo braccio destro, una forte carica di gelo la pervase, facendola sussultare impercettibilmente. 

«Quello sarebbe il tuo concetto di femminilità?» domandò sua madre continuando a guardare con astio quei jeans. 

«Non è questo il punto.» 

«E quale sarebbe il punto?» 

Eve sbuffò toccando il vestito.  

«È tutto così… bianco.» 

La signora Mary Johnson aveva uno spiccato gusto nel vestire, forse grazie al suo negozio di vestiti vintage o al suo inesorabile amore verso le riviste di moda, per lei il bianco era il colore perfetto per la sua unica figlia dalla pelle cerea. 

Prima ancora che la madre potesse intervenire, la porta della sua stanza si aprì e una testolina piena di riccioli fece capolino. Jackson, suo fratello, fissava incredulo la situazione che aveva davanti. 

«Jackson? Che ci fai ancora in pigiama?» chiese la mamma indicando il pigiama di Spider-Man di suo figlio. 

«Papà non mi ha ancora svestito…» 

Eve nascose un sorriso guardando suo fratello di cinque anni mangiarsi il gelato come tutte le mattine, mentre per lei quel giorno sarebbe stato indimenticabile. 

«Si dice vestito, tesoro. George, vesti tuo figlio!» gracchiò sua madre verso la porta della stanza.  

A volte si chiedeva come i suoi genitori potessero stare insieme. Il padre di Eve, George Johnson, era un uomo grassoccio, dai folti capelli ricci e dal colore di un campo di spine di grano illuminate dal calore del sole. Era un burlone, non aveva terminato la scuola e aveva finito con il trovare un lavoro nell’agenzia del padre di sua moglie. Si erano incontrati perché sua madre aveva rovesciato del caffè sui suoi calzettoni appesi al termosifone. Sarà stato destino, si diceva sempre Eve, eppure a guardarli erano due macchie distinte che non potevano mai unirsi. Ma nonostante l’enorme diversità tra i due, si amavano, si amavano tanto. 

Mary sorrise e prese Jackie in braccio, ma prima di andarsene lanciò un’ultima occhiata piena di orgoglio verso la figlia neolaureata. 

«Lo so che non te lo dico spesso ma sono fiera di te, tesoro. Ricordati di abbinare delle décolleté a quel vestito!»  

Chiusa la porta, Eve si girò di nuovo verso lo specchio. 

Portava un vestito di pizzo bianco, il nastro glielo aveva scelto la mamma come pensiero di buon auspicio per il suo futuro. A lei non importavano i fronzoli, le bastavano poche cose per sentirsi amata dalla sua famiglia e per quanto potessero sembrare strani agli occhi degli altri, non avrebbe scelto di meglio. 

Mise le scarpe con il tacco basso, prese la toga e chiuse la porta della sua stanza lanciandole un ultimo sguardo.  

Avrebbe cominciato la sua nuova avventura da quel momento. 

Quelli erano stati i cinque anni più lunghi della sua vita e quella stanza li aveva racchiusi tutti. Ricordò quanto fu difficile il secondo esame del terzo anno, tanto complicato da doversi consolare con due scatole di gelato al cioccolato e i biscotti che le piacevano tanto. Ricordò anche di come il tutto uscì dalla sua bocca ore dopo averli mangiati, da quanta ansia avesse. Si sentiva un disastro, non era stata di certo una buona idea mangiare tutto in un solo giorno. 

Ma alla fine, gelato o meno, ci riuscì ed era questo ciò che contava. 

Chiuse la porta della sua stanza e scese le scale velocemente. 

La libertà la stava aspettando. Percorse il piccolo sentiero di casa sua e si diresse oltre il suo cancello, verso la vecchia macchina mal ridotta di suo padre. Aprì la portiera ed entrò, stringendo tra le mani la toga. Il viaggio in macchina non durò più di cinque minuti e mezzo passati con le canzoni dei cartoni animati che tanto piacevano a Jackson per farlo stare tranquillo. Accarezzò i suoi boccoli dorati pensando a quanto fossero belli. 

La sua università non distava molto da casa sua, circa quei minuti buoni a osservare le numerose costruzioni in pietra, oppure dieci minuti se si pensava alle giornate piovose. Ma nonostante quel giorno fosse nuvoloso, lei era solare ed energica più che mai, specialmente perché appena scesa avrebbe subito raggiunto la sua migliore amica Nicole al parcheggio dell’università, e insieme si sarebbero recate al patio dove file e file di sedie sarebbero state allineate coprendo il numero degli studenti laureandi. 

Un sonoro urlo di disgusto proruppe durante la sigla di Spider-Man e girandosi vide sua madre guardare davanti al parabrezza con la mano tesa a indicare qualcosa in lontananza. 

Eve si sporse dal sedile del passeggero ignorando la cintura che arrogantemente la tirava al suo posto. 

Socchiuse gli occhi notando una figura sfocata davanti a loro. 

«Ma che…» 

In un secondo, quell’ombra si avvicinò così velocemente che nessuno, compresa Eve, se ne accorse. Una donna, con il viso martoriato e secco portava un bambino avvolto in una fascia dietro la sua schiena, aprì la bocca mostrando i pochi denti rimasti. 

«Abbiamo fame!» urlò con voce rotta premendo le mani sul cofano dell’auto. 

Suo fratello iniziò a piangere spaventato, ma Eve era troppo concentrata sulla scena a cui stava assistendo per dargli retta. Gli occhi disturbati dal dolore e iniettati di languore non riuscivano a staccarsi da quelli di suo padre che, spaventato, iniziò anche lui a urlare. 

«Vattene! Vattene!» Suo padre premette il clacson così a lungo che anche lei pensava che se ne sarebbe andata e invece la signora fece esattamente il contrario, si spostò di lato verso la portiera del guidatore e iniziò a tirare per aprirla. 

«Per favore… fame, solo qualche soldo!» 

Il finestrino alzato attutiva la sua voce, ma Eve scorse ugualmente la disperazione di quella donna dal fisico oramai osseo e con alcune escoriazioni sulle mani che la rendevano ancora più inquietante. 

Non aveva mai visto una lebbrosa, a scuola le avevano fatto vedere le contaminazioni che le scie chimiche delle bombe della Terza guerra mondiale avevano causato a chi non era riuscito a trasformarsi. I lebbrosi erano contagiosi e dovevano rimanere rinchiusi in alcuni edifici che nemmeno lei conosceva. Vederne qualcuno al telegiornale era inquietante, dal vivo era ancora peggio.  

I professori e persino la televisione attutivano questo problema affermando che le scie chimiche si fossero affievolite, ma non tutti la pensavano allo stesso modo, alcuni continuavano a vedere molti dei lebbrosi vagare per le terre in cerca di risorse per sopravvivere. Non tutti coloro che le avevano inalate lo diventavano, per alcuni il futuro aveva riservato un posto nella società che a Eve interessava. I più “fortunati” riuscivano a ottenere delle potenzialità fisiche o psichiche che si tramutavano poi in diversi poteri. Quelle persone venivano chiamate “gli altri” ed erano potenzialmente pericolosi per gente come lei, definita normale. Vennero rinchiusi in sette edifici sparsi per le varie città ed Eve e la sua famiglia abitavano nella Montagna, in cui era stato costruito l’ultimo edificio, il 7. 

La madre di Eve strinse il braccio di George in maniera ossessiva. 

«George, George! Dalle qualcosa, Jackie non smette di piangere.» 

Ed era vero. Suo fratello minore si stava contorcendo sul sedile e stringeva spaventato la cintura di sicurezza.  

George lanciò un’occhiata al figlio dallo specchietto per poi riportarlo verso la donna che non sembrava intenzionata a fermarsi. 

«Qualcuno ha qualche spicciolo?» 

Eve prese quella domanda come un allarme. «Papà, non puoi darle i tuoi soldi, se ti sfiora rischi che ti contagi.» 

Osservò sua madre girarsi verso di lei, lanciandole uno sguardo carico di ringraziamenti.  

«Ricordi mio fratello Clyde? È stato rinchiuso in psichiatria per aver dato dei soldi a una bambina.» 

«Se accelero rischierei di colp…» 

Ma la madre di Eve non era di quell’avviso, si tolse la cintura e con la punta delle scarpe col tacco premette l’acceleratore riuscendo per un soffio a non investire quella povera donna. 

«Che… che cosa hai fatto?» George divenne del colore della sua cravatta, rosso porpora, e dopo alcuni attimi di stallo riprese subito il volante dirigendosi verso l’università di Eve. La moglie sorrise, ravvivandosi i capelli.  

«Quello che non sei riuscito a fare tu. Adesso andiamo, nostra figlia si deve laureare.» 

Dopo aver ascoltato la strigliata, Eve si ritrovò a guardare un altro paesaggio con la testa pulsante e intontita.  

Dove prima vi erano gli alberi ora iniziava un muro di cemento alto due metri che si apriva in un maestoso giardino potato perfettamente, dove ogni ora alcuni irrigatori facevano il loro dovere illuminando di infinite gocce la distesa verde che portava all’entrata dell’università. 

Parcheggiando la macchina in terza fila scesero tutti insieme, chi orgoglioso verso un figlio o chi, come lei, nervoso per l’imminente cerimonia sui giardini.  

Girovagando a slalom nel parcheggio intravide la sua migliore amica, Nicole. Portava anche lei un vestito ma il suo era rosa pallido e i suoi capelli erano stati acconciati in modo tale da non farle andare il ciuffo scuro sugli occhi chiari, segnati da discrepanze grigio fumo. L’aveva sempre trovata bella e ogni volta che camminava non c’era da stupirsi che qualcuno le lanciasse gli occhi addosso.  

«Io non sono nervosa» le urlò da lontano, mentre Eve si incamminava velocemente per abbracciarla. 

«Nemmeno io.» Ma dalla sua risposta uscì qualcos’altro che Nicole confuse per ansia e le sorrise. 

«Dai, oramai non ci manca nient’altro se non questo, niente faccia da pesce lesso.» 

Eve annuì, decidendo così di non dirle del suo incontro inaspettato. «Ho sentito dire che sarà il professor Fisher a fare il discorso quest’anno.»  

Eve cercò di dimenticare quello che era appena successo e tentò di concentrarsi sulla sua migliore amica.  

«Fisher? Il… il capo del 7?» 

Nicole annuì prendendo l’amica sottobraccio. «Emily ha confermato che quest’anno non sarà lei a fare il discorso di laurea e per giunta ha detto: “quel grassoccio dottore si è trovato il capo delle cheerleader contro”. Quindi aspettati un pon-pon dritto sulla sua faccia durante il discorso.» 

Scimmiottò la vocina della sua compagna di corso e si avviò insieme a Eve presso il campo da baseball dell’università, adibito per l’occasione con un piccolo palco posto di fronte alle file di sedie. Si girò verso i genitori salutandoli con la mano. Loro avrebbero assistito dalle platee insieme a quelli di Nicole. Presero posto verso le file davanti ed Eve si girò verso l’amica, che stava osservando Emily da lontano con uno strano sguardo divertito. 

Conobbe Nicole al secondo anno, quando inaspettatamente sbucò fuori dall’aula e le rovesciò il milk shake alla fragola sulla gonna verde che le aveva dato la nonna. 

Si fermarono nei bagni, una Nicole dispiaciuta e una Eve felice di non doversi più mettere quel capo. Da quel momento non si separarono più. 

«È ora, vero?» Sorrise Eve girandosi verso gli studenti del suo anno che iniziavano a riempire i pochi posti vuoti. 

«Puoi dirlo forte.» 

Nicole scoccò di nuovo un’occhiata verso la direzione del capo cheerleader ma un forte rumore acustico li fece girare di colpo verso il palco. Mrs. Pottyfer, la direttrice dell’università, picchiettò più volte l’indice sul microfono continuando a propagare quel fischio fastidioso. 

Nicole grugnì. «Se non la smette inizio io stessa a lanciare i pon-pon.» 

La sua frase venne di nuovo interrotta, questa volta dal finto colpo di tosse della direttrice e dopo alcuni istanti Eve sentì finalmente il sollievo per le sue orecchie. 

«Funziona? Mi sentite? Oh… molto bene. Buongiorno a tutti e benvenuti, ex studenti e studentesse, in questa giornata importante. E un caloroso benvenuto anche ai vostri genitori, radunati in queste platee per acclamarvi e darvi il loro augurio. Ricordo alla vostra età…» Mrs. Pottyfer iniziò a parlare con quel suo tono altezzoso mentre i suoi occhiali a punta da vera diva anni Sessanta erano pieni di strass e il suo rossetto rosa antico le macchiava gli incisivi. 

«Secondo me si veste al buio» le sussurrò Nicole all’orecchio. 

«Probabilmente non ha uno specchio» rispose Johnny, un loro vecchio amico, sbucando dal posto dietro di loro. 

Sarah vicino a lui sporse la testa mettendosi in mezzo a Johnny. 

«Oppure è davvero cieca e si mette gli occhiali solo alla fine del tutto per non spaventarsi.» 

«… Ma adesso, vi lascerò aprire la cerimonia con il discorso di un grande dottore, che come ben sapete è il capo del nostro amato istituto 7. È con grande orgoglio che voglio ringraziare uno dei benefattori della nostra scuola, il professor Jordan Fisher.» 

Alcuni applausi timidi fecero eco alle urla di alcuni studenti che veneravano quell’uomo come un profeta. Il professor Fisher salì sul palco accanto alla signora Pottyfer ed Eve per la prima volta studiò il suo volto. Portava degli occhiali tondi e i suoi occhi avevano il colore dell’azzurro sporco. Sembrava che un luccichio impregnato di ironia vivesse dentro di lui e con il suo smoking blu antracite osservava fiero la platea ai suoi piedi. Eve raddrizzò la schiena. 

Salutò la signora Pottyfer con la mano e si diresse verso il microfono. 

Nicole accanto a lei socchiuse gli occhi. «È veramente basso.» 

«Buongiorno, studenti e studentesse.» Lo sguardo che lanciò alle ragazze fece ridacchiare alcuni. «Non inizierò questo discorso con i complimenti. La signora Pottyfer lo ha già fatto al posto mio, quindi vado al dunque. Come ben sapete, sono il capo dell’istituto 7 e sono qui per voi.» 

Eve alzò un sopracciglio. «Umile.» 

Fisher continuò: «L’istituto 7, anche noto come il 7, è stato appositamente creato per tenere determinati ragazzi pericolosi lontani da voi». 

Alcune urla di acclamazione proruppero di nuovo sovrastando la voce del dottore che con una certa calma alzò la mano in segno di silenzio, ma non sembrava per niente infastidito.  

«Ho sentito molte lamentele durante tutti questi anni di lavoro ma mai un grazie. Vedete, come anche le pubblicità vi mostrano, il 7 è la massima sicurezza per queste persone e purtroppo, sì, dico purtroppo, non ci sentiamo ancora al sicuro.» 

«Ho sentito che fa esperimenti sui suoi pazienti» disse una voce sconosciuta dietro Eve.  

«Io invece ho sentito che li fa morire dissanguati» bisbigliò un’altra.  

«Il mio scopo è tenervi al sicuro. Per questo abbiamo creato i 7 istituti. Per studiare, analizzare e comprendere tutte le particolarità che i gas tossici hanno conferito a queste persone e perché no, trovarne la cura. Ci lavoriamo da secoli ma non abbiamo ancora trovato una soluzione, ma spero possiate continuare a collaborare con noi e darci fiducia. Bisogna sempre dare una possibilità alle persone che non ne hanno mai avute. Grazie.» 

Eve automaticamente si passò il dito all’interno del polso emettendo un lieve sospiro. 

Nicole roteò gli occhi sentendo la folla acclamare il professor Fisher con così tanto impeto. 

«Probabilmente si aspettano che li scelga, per questo fanno così.» 

Eve si girò perplessa. «Scegliere? E per cosa?» 

Nicole parve stupita da quella domanda. «Come per cosa? Fisher sceglierà lo studente laureato con il voto più alto e lo prenderà a lavorare con lui.» La stuzzicò: «Attenta, Johnson, magari potresti essere tu». 

La signora Pottyfer riprese la parola iniziando a chiamare uno per uno gli studenti che dovevano prendere la pergamena e passare a stringere la mano a Fisher. Alcuni gli sorridevano, altri, forse meno sicuri di essere selezionati, gli porgevano i complimenti incespicando per scendere il più in fretta possibile dal palco. 

«Marcus Thompson.» 

Urla e applausi da parte della squadra di basket irruppero tra la folla mentre il capitano degli Sharks saliva sul piccolo palco. Strinse la pergamena tra le dita e come uno staffettista la sventolò in aria esultando: «Beccatevi questa, secchioni di Biologia!». 

Nicole si toccò il braccio, seccata. «Almeno è l’ultima volta che mi annoierò così tanto a scuola.» 

Sorrise mentre il preside procedeva con la cantilena. 

«Eve Johnson.» 

Si alzò velocemente dirigendosi verso le scalinate, applausi dalla sua migliore amica e urla di incoraggiamento dal padre la fecero quasi correre per prendere la pergamena. Salì gli scalini andando verso la signora Pottyfer per stringerle la mano e quando si girò verso Fisher, il volto dell’uomo si allargò in uno strano sorriso indagatore.  

Gli porse la mano. «Congratulazioni, signorina Johnson.» Il sorriso sembrava sincero, pensò Eve, trepidante di andare dai suoi amici.  

«La ringrazio» rispose intimidita racchiudendo la sua piccola mano in quella dell’uomo. 

«Mi raccomando, non vada via troppo presto.» Sbatté lentamente le palpebre e scese raggiungendo tutta la sua famiglia radunata attorno alle scalinate. 

La prima a esultare fu sua madre. 

«George, hai visto? Te l’avevo detto che sarebbe stata la migliore della sua classe.» 

Sembrava fosse passata un’eternità dalla scena della macchina, eppure era trascorsa solamente qualche ora, Eve si stupì di quanto anche il suo umore fosse migliorato e adesso un velo di felicità sorvolava attorno a lei. Nicole le cinse il collo con il suo braccio.  

«Ancora non lo sai, vero? Ho origliato una strana conversazione che parlava proprio di te. A quanto pare la signora Pottyfer prima della cerimonia ha spifferato a qualcuno che potresti essere tu la più brava del corso.» 

 Eve corrugò le sopracciglia. Era vero, aveva ottenuto un voto alto ma la cerimonia non era ancora finita e alcune sedie erano ancora occupate da studenti. 

Scosse la testa furiosa: «No. Non voglio lavorare per quell’azienda. Non hanno nessun diritto di fare esperimenti su esseri umani, tenendoli chiusi come animali domestici». 

«Veramente, signorina Johnson, ce lo abbiamo.»  

Imprecò mentalmente girandosi verso una donna dall’aspetto singolare. In mezzo a quel prato verde il suo vestito viola scuro spiccava in mezzo al campo come un giaggiolo robusto e imponente. 

I suoi occhi scrutarono Eve da capo a piedi. 

La signora si sforzò di fare un sorriso gentile, che non comprendeva gli occhi. «Queste idee sono dettate da una profonda ignoranza. Immagino che lei dia retta alle voci da corridoio.» 

I suoi genitori erano accanto a lei e sua madre, con suo fratello in braccio, fece un passo avanti con il viso paonazzo e gli occhi scombussolati. «Signora Fisher, Eve non intendeva di certo…» 

La mano alzata della signora Fisher fece zittire sua madre.  

«Sto dicendo che non mi interessa lavorare per l’azienda di suo marito» rispose lentamente mantenendo il contatto visivo. 

Sentì la presenza di Nicole elettrica e nervosa. 

La signora Fisher ritornò a fissarla dai suoi penetranti occhi grigi. «Pensi che solamente perché un uomo dice di possedere qualcosa, questa sia effettivamente sua?» 

La risposta stava per arrivare, ma dietro la moglie, Eve scorse Jordan Fisher con lo stesso sorriso storto che le stava iniziando a dare alla testa.  

«Signorina Johnson, vedo che ha conosciuto mia moglie Monica.» 

La donna sorrise appoggiandogli le mani al petto. Eve ebbe la nausea.  

«Abbiamo parlato molto e ho capito. È perfetta per questo lavoro, Jordan. Voglio lei.» 

Il ghiaccio non era paragonabile al freddo del suo corpo e della sua pelle costellata dai pori contratti. Nicole non poteva fare niente, i suoi genitori non potevano fare niente. Tutti lo sapevano in quella città. Le persone non potevano dire di no a Fisher. Lo Stato aveva dato ai sette istituti talmente tanta libertà che Eve ricordò solamente in quel momento che il controllo permeava persino la sua carne. 

La moglie di Fisher scosse la testa osservando l’espressione di pura agonia di Eve. 

«Vedremo se una volta con noi cambierà idea, signorina Johnson.» 

«Se fosse così? Potrei tornarmene alla mia vita normale?» 

Fisher si stupì. «Come può distinguere cosa è normale e cosa no? Durante la guerra siamo stati tutti contaminati. In questi momenti difficili dobbiamo tutti collaborare, signorina Johnson, con o senza il suo permesso.» 

22 marzo 2020

Aggiornamento

I 7 Istituti tessono i fili del mondo mentre Evelyn Johnson tenta disperatamente di rimanere in equilibrio, vivendo secondo le regole che chi è diverso non merita di sopravvivere. Ma se il diverso visto dagli occhi della Legge è una malattia, perché lei si sente così estranea dal suo mondo?

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro coinvolgente ed appassionante. Consigliato a tutti.

  2. (proprietario verificato)

    Non sono mai stata amante del genere fantasy ma questo libro mi ha davvero fatto apprezzare la storia e che dire…i personaggi! Mi sono molto rispecchiata in Nicole, vedere i tuoi sogni irrealizzati dopo tutta la fatica che hai fatto non è per niente facile. La sua rabbia è stata la mia, il suo dolore il mio. Creare un mondo in cui le differenze non ci rendono speciali ma vittime mi ha fuorviata e spinta a considerare tante problematiche che ancora oggi affrontiamo. E che dire poi del tenebroso Ward? Così misterioso e obbligato a seguire il compito di suo padre… triste e bello.
    Che altro dire? The cure mi è piaciuto molto, mi ha fatto ridere e piangere. Bello, bello, bello!

  3. Libro interessante e ben scritto. Ottima trama e bella caratterizzazione dei personaggi. Consigliato!

  4. Sono molto contenta di recensire il lavoro di una ragazza della mia età. La storia è avvincente e la fine lascia molti punti aperti. I personaggi mi piacciono molto, trovo che siano caratterizzati molto bene e non posso non dire di avere una cotta per Storm. Mi piace molto il modo in cui vengono trattate le diversità, da scrittrice trovo che il libro abbia molti punti a suo favore anche a livello di marketing. Consigliato assolutamente, attendo il secondo!!

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AC. GONZALEZ
pseudonimo di Alicia Coppola, è nata a Torino nel 2000. Appassionata di scrittura fin da bambina, all’età di quindici anni inizia a scrivere The Cure. Frequenta il primo anno di Scienze della Comunicazione presso l’Università di Torino. The Cure è il suo romanzo d’esordio.
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