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The Journey - I Mondi Oltre la Breccia

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Consegna prevista Agosto 2020

Christopher e Pascal si conoscono a malapena, ma già non si sopportano. Senza sapere come, i due si sono risvegliati nel cuore della fontana di Trevi in una gelida notte di dicembre, completamente nudi. Hanno attraversato la Breccia, a quanto pare, e da quel momento chiunque incontrino sul loro cammino li vuole morti. O forse peggio. Intrappolati in un mondo che non è il loro, i ragazzi vengono immediatamente braccati da un misterioso individuo e ricercati da una violenta organizzazione di sicari. Perché? Cos’hanno a che fare queste persone con tutto ciò che è successo? Le domande di Christopher e Pascal sono tante, ma ce n’è una in particolare che affoga le altre in un mare di incertezze: riusciranno mai a tornare a casa?

Perché ho scritto questo libro?

I Mondi Oltre la Breccia è nato quasi per gioco: nel tentativo di sfuggire alla straziante monotonia della vita universitaria, due anni fa stabilii fermamente che avrei scritto ogni giorno una storia diversa, a costo di scervellarmi per ore e ore. Tutto sembrava andare per il meglio, finché quei due incoscienti di Christopher e Pascal non hanno deciso di gettarsi a capofitto nella Breccia, impedendomi ancora oggi di passare al racconto successivo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ricordava più una cella frigorifera, quella in cui erano capitati.
«Dev’essere inverno, adesso» ipotizzò il più giovane dei due, osservando il cielo stellato al di fuori dell’unica piccola finestra della stanza. Poi alzò il braccio, per indicare un punto ben preciso della volta celeste: «Vedi quella stella luminosa là? È Sirio, l’astro più luminoso della notte!» Gli occhi gli brillavano di una passione così intensa che sembravano emanare luce propria. Si girò poi a controllare che il suo interlocutore fosse attento alla lezione ma, con suo grande dispiacere, egli sembrava più impegnato a fissare il pavimento con sguardo assente. Senza lasciarsi scoraggiare, il giovane continuò il suo discorso: «Sirio forma un triangolo con quelle altre due, le vedi? Una è il Procione, appartenente alla costellazione del Cane Minore. Un’accoppiata di nomi divertente, vero? L’altra, invece, ora non ricordo come si chiami ma, insomma, il succo è che questo triangolo, così come lo vedi, si chiama Triangolo Invernale! Come suggerisce il nome, è facilmente visibile d’inverno, capito?» Terminata la spiegazione, si voltò nuovamente a guardare il suo compagno di cella che, finalmente, aveva posato il suo sguardo spento fuori la finestra.Continua a leggere
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Il ragazzo, bruno e slanciato come un albero dalla chioma scompigliata, si alzò dal letto e si avvicinò al giovane che aveva da poco conosciuto. Dopo aver emanato un lungo sospiro, prese in mano gli occhiali, per stropicciarsi svogliatamente le palpebre: «E questo potrebbe aiutarci a capire qualcosa? Onestamente non credo. Sì, fa freddo, ma non ho bisogno di guardare le lucine nel cielo per capirlo». Poi, dopo un nuovo e ancor più lungo sospiro, si riposizionò le lenti sul naso.
«Beh, di qualcosa dovremo pur parlare, non credi?» replicò l’altro, spostandosi su una sedia di plastica sotto la finestra. «O vuoi continuare a stare in silenzio in eterno?»
Il ragazzo con gli occhiali procedette lentamente sino alla porta della cella e diede un’occhiata all’esterno attraverso lo spioncino. “Nulla di nuovo ancora” constatò, ormai stufo di aspettare. Poi, con lo sguardo ancora fisso sul corridoio, rispose: «Prima di tutto, spero che non ci facciano restare qui dentro a lungo; alla fine, non abbiamo fatto nulla di male. Più o meno. E, tra l’altro, vorrei capire bene cosa ci sta succedendo, tu no?»
Il giovane abbozzò un sorriso pensieroso, mentre il suo sguardo veniva nuovamente rapito dalla volta celeste. Non appariva luminosa com’era abituato a vederla, ma racchiudeva in sé sempre lo stesso fascino: «Io sto cercando dalle stelle molte risposte, sai? E, forse, queste risposte sono collegate a quello che ci è successo oggi». Fece poi una piccola pausa per creare suspense, sperando di invogliare l’altro a seguirlo nei suoi ricordi: «Ma non credo che tu capiresti senza aver prima ascoltato la mia storia. Ti va di sentirla?»
Il compagno fece spallucce e si ridiresse verso il letto a passo lento. Una volta lì, si sfilò con calma gli occhiali dal viso e si gettò a peso morto sul materasso, incrociando le braccia dietro la nuca. Con il volto completamente immerso nel cuscino, poi, invitò il giovane a continuare: «Racconta pure, tanto che abbiamo di meglio da fare?» Chiuse infine gli occhi e cercò di disegnare nella mente le scene che stavano per essergli presentate ignorando, almeno per il momento, le preoccupazioni che lo attanagliavano.
Il giovane si schiarì la voce, pronto ad entrare in scena.

Era una calda notte di primavera: la falce di luna squarciava l’orizzonte e le stelle luminose decoravano il cielo. Era una notte fantastica, ma non potevo immaginare cosa mi sarebbe successo, in quale guaio mi sarei cacciato!
«E con questa fanno nove quadranti!» esclamai sorridendo, vedendo il progetto realizzarsi sempre più nitido davanti ai miei occhi. Sono un disegnatore abbastanza in gamba e mio padre mi aveva commissionato una mappa di tutta la volta celeste, in modo da poter guidare la tribù anche nell’oscurità più totale!

«Ehi, frena, frena, frena!» gridò il ragazzo dal letto, scattando sull’attenti come se si fosse appena risvegliato da un brutto sogno. «Che intendi per “tribù”? Dove o quando sei nato?»
L’altro si massaggiò il mento, riportando alla mente una vecchia cantilena che gli era stata insegnata da piccolo per memorizzare il calendario. Poi sorrise soddisfatto: «Sono nato il diciassettesimo giorno del terzo ciclo dall’avvento del Saggio di Orione, nella tribù che egli stesso ha chiamato Miwok».
Il quattrocchi rimase spiazzato di fronte alla singolare risposta. Quel nome, Miwok, era sicuro di averlo già letto da qualche parte ma, nonostante i suoi numerosi studi, mai aveva sentito parlare di un sistema simile per scandire lo scorrere del tempo. La sua indole lo obbligò a scavare più a fondo nella questione: «Hai detto “terzo ciclo dall’avvento del… Saggio di Orione”? Chi è?»
Gli occhi del giovane si illuminarono di nuovo: «È un leggendario viaggiatore che si dice sia venuto addirittura dalle stelle! Per noi è come un padre: in sette giorni ha insegnato al nostro popolo tutto ciò che sappiamo, ha creato per noi una lingua con cui comunicare e ci ha donato il Cubo delle Comete, il nostro artefatto più prezioso».
Il ragazzo dal letto iniziò ad incuriosirsi. Quello era decisamente pane per i suoi denti: «Dimmi di più riguardo questo Cubo delle Comete. Serve a qualcosa?»
Il compagno fece di no con la testa: «Nessuno lo sa con certezza. Siamo noi che gli abbiamo dato questo nome perché emette un fascio di luce ogni volta che una stella cadente si avvicina alla Terra. Probabilmente serve a proteggerci dalla caduta di meteoriti!»
Il quattrocchi passò quasi un minuto in silenzio a metabolizzare tutte quelle informazioni. Quel ragazzo doveva venire da molto lontano, nel tempo o nello spazio, ma non sembrava particolarmente spaesato dal mondo che lo circondava; si guardava intorno senza fare domande, rigirandosi gli oggetti tra le mani e analizzandoli, come se li vedesse per la prima volta ma ne avesse già sentito parlare da qualche parte. Sperando di ottenere di più, lo invitò a continuare il racconto con un cenno della mano.
«Ah, giusto! Dov’ero rimasto…? Ah, sì, ecco!»

Ero intento a prendere un nuovo rotolo di pergamena, quando mi accorsi di uno scarabeo zampettante a poco più di un metro di distanza. Sembrava felicissimo, mentre faceva rotolare la sua palla di sterco tra gli steli d’erba e… spaventosamente vicino ai miei disegni!
«Vai di là, bello! Di là!» lo esortai, facendo ampi gesti con le braccia per non farlo avvicinare ulteriormente ai miei lavori. Per fortuna, il piccolo animale non si fece pregare e deviò terrorizzato giù per la collina.
Soddisfatto, sorrisi e ripresi a lavorare, iniziando a prendere qualche misura per l’abbozzo del decimo quadrante ma, tutt’un tratto, un nuovo scarabeo salì dritto sulla mia pergamena intonsa, lasciando una striscia di sporcizia su tutta la diagonale.
«Ma che schifo!» urlai disgustato, alzandomi immediatamente in piedi. Per poco trattenni un conato di vomito, quando mi accorsi che ero circondato da decine di grossi stercorari. «Ok, non siete più così carini!» esclamai ancora e, prima che venissero irreparabilmente rovinati, recuperai i miei disegni, abbandonando per il momento il resto: l’avrei recuperato la mattina dopo, pensavo.
Mi allontanai di qualche passo, prendendo le distanze da quello spettacolo immondo, e mi accorsi che gli scarabei creavano una sorta di fiume unico diretto giù per la collina, come se fossero inesorabilmente attratti da una forza misteriosa. Perché si comportavano così? Cosa li spingeva a muoversi in massa e dov’erano diretti? Provai a seguirli per qualche minuto, ma mi accorsi che la loro lentezza esasperante mi stava solo facendo perdere tempo: dovevo trovare un altro modo per venire a capo di quella bizzarra situazione.

«Invece avresti dovuto seguirli sino all’alba» lo interruppe il quattrocchi. «Devi sapere che lo scarabeo è un animale sacro fortemente legato a Khepri, il Dio del Sole nascente, che ogni giorno crea il Sole come lo scarabeo crea la palla di sterco. Avresti potuto incontrare una divinità egizia, se li avessi seguiti».
Il giovane lo guardò fisso alzando un sopracciglio scettico, mentre cercava di capire quanto il compagno fosse serio. Alla fine, quest’ultimo si spiegò: «Non ci credo davvero, tranquillo, ma studio queste cose da prima che tu nascessi. Ne parlo così spesso che ormai è diventata realtà, per me».
Il ragazzino si diede una scrollata per riprendersi e continuò: «Beh, io non li ho seguiti».

Mi diressi verso il villaggio, mentre la mia sacca delle pergamene veniva inesorabilmente travolta da palle di sterco rotolanti. Ben presto, di fronte a me si stagliarono i profili appuntiti delle nostre piccole capanne, superate in altezza e magnificenza dal prestigioso Palazzo di Terracotta, costruito nel cuore del villaggio. Si tratta in realtà di una piccola torre, più che di un palazzo vero e proprio, decorata all’esterno da dipinti che si dice siano opera del Saggio di Orione in persona!
Con stupore, notai che la cima della torre brillava di luce propria: lì era contenuto il Cubo delle Comete! Doveva essere quella la sorgente della luce, pensai. Incredulo, corsi rapido ad indagare ai piedi del Palazzo, andando incontro ai due soldati che quella notte ne difendevano il perimetro.
«Ehi, Pascal!» bisbigliò forte uno dei due verso di me, quando gli fui abbastanza vicino da sentirlo forte e chiaro. Lo riconobbi subito anche nella penombra: era Sewati, uno degli uomini più fidati di mio padre. «Che sta succedendo?» mi chiese preoccupato.
Senza perdere tempo, nonostante il respiro affannato risposi rapidamente: «Non ne ho idea, posso salire a vedere?»
Le guardie si scostarono per lasciarmi passare. Quella di destra si rivolse a me: «Certo che puoi. Dobbiamo chiamare anche tuo padre?»
«No, lasciate stare, sarò di ritorno tra un attimo».

«Spegnere le luci!» urlò il responsabile del piano, strappando una smorfia a Pascal.
«Ma dai, proprio sul più bello!»
Il compagno sorrise e si girò verso il muro, chiudendo gli occhi: «Tranquillo, avrai il tempo di raccontarmelo domani. Ora vai a dormire, ‘ché dobbiamo riposarci».
Il giovane Pascal raccolse la lampada e si avvicinò al letto: «Certo che sei noioso…» borbottò, prima di spegnere la luce ed infilarsi sotto la coperta, accompagnato dal frinire di qualche grillo in amore. Iniziò a girarsi e rigirarsi continuamente nel letto, cercando di trovare una posizione migliore. «Il materasso è scomodo!» lamentò infine.
«E dormi lo stesso.»
«Ma non ci sono abituato! E poi il cuscino…»
«Buonanotte, Pascal» lo interruppe il compagno.
«Va bene, va bene! Buonanotte… Ehm…»
«Christopher.»
«Buonanotte, Christopher.»
E così, nel buio di quella fredda e umida cella, i due si accinsero ad addormentarsi, lasciandosi le loro vite alle spalle, ignari di come sarebbero mutate di lì in avanti.
“Certo che questo letto è proprio scomodo!” dovette ammettere Christopher, tra sé e sé.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’ho letto. Pensavo di dover aspettare di ricevere la mia copia, invece ho visto che si poteva scaricare il pdf subito dopo il preordine. La storia mi ha subito presa: dovevo sapere come andavano a finire le avventure (o dovrei dire disavventure?) di Christopher e Pascal, Rowan e Sofia e tutti gli altri personaggi che circondano la scena. E’ una storia davvero avvincente, dove nulla è scontato.

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Pierluigi Carelli
Studente di medicina classe 1994, sono nato a Napoli, ma sin da piccolo ho avuto la fortuna di visitare infiniti universi narrativi e vivere avventure incredibili in compagnia di personaggi del calibro di Eragon Bromsson ed Harry Potter. Amo viaggiare con la fantasia o nei meandri della mente umana, ma non rifiuterei mai una vacanza, che sia in Giappone, a Barcellona o Domodossola. Mi oppongo energicamente all'idea che i libri siano passati di moda e sogno di riavvicinare la mia generazione alla lettura, cercando di offrire una storia avvincente e che sia al passo coi tempi.
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