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The Other Place

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In un futuro lontano, il Soft World è un mondo apparentemente perfetto, un congegno a orologeria. Ma come tutti i congegni troppo perfetti, qualcosa di inaspettato arriva a scardinarlo. Beatrix, misteriosamente comparsa a Soft City, mina, una a una, tutte le certezze su cui quel mondo si basa, ammaliandone prima il capo assoluto, Heinrich Wagner, e poi facendo innamorare Jason Conrad. Una storia d’amore impossibile in un ipotetico futuro distopico. Jason Conrad dovrà decidere se morire pur di raggiungere la sua amata, l’enigmatica Beatrix Araels. Riusciranno a ritrovarsi? E se sì, a quale prezzo?

Soft World, 30 giugno 2290

Pioveva. Il cielo di Softworld City era plumbeo e impenetrabile. Senza scampo. Jason sfrecciava a tutta velocità sulla sua Nxc piegandosi a ogni curva come se fosse l’ultima. I capelli si muovevano impazziti. L’asfalto bagnato non sembrava creare problemi alla tenuta della moto, come se viaggiasse su due binari. Una curva a destra e poi un lungo rettilineo sfiorando i grattacieli del Midnight Center mentre si dirigeva verso il ponte di Pietersburg, a casa.

Tutto intorno svettavano grandi abeti secolari, sembravano scuri palazzi di venti piani. Alcuni squarci tra dense nuvole nere lasciavano intravedere la possibilità di giornate più asciutte e notti stellate, radi colpi di luce lunare facevano scintillare la carrozzeria amaranto della moto.

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La strada si inerpicava su una ripida collina che dominava la città, bagnata e attraversata da elettrici bagliori. Jason percorreva il lungo rettilineo che costeggiava una fabbrica dismessa quando gli si parò davanti un poliziotto con la paletta dritta e perentoria. Accarezzò l’idea di schivarlo ma la voce di sua madre che sussurrava dal retro cranio lo costrinse a fermarsi.

Andò lungo, nonostante i freni criomolecolari, così si godette l’andatura da nazifascista dell’agente dallo specchietto retrovisore. Senza volerlo inarcò l’angolo della bocca.

«Non c’è un cazzo da ridere, dovrebbe saperlo.»

Lo sapeva, ma era più forte di lui. La sua era un’idiosincrasia congenita nei confronti dell’autorità costituita. Per non peggiorare la situazione non rispose.

«I suoi documenti.»
Il poliziotto gli stava a un paio di passi. Jason, con tutta calma, scese dalla moto e aprì uno sportello laterale dal quale estrasse un vecchio portadocumenti sgualcito. Lo diede al poliziotto ma gli sfuggì di mano e cadde in una pozzanghera. Il poliziotto si chinò a raccoglierlo.

Che cazzo ci faranno due poliziotti in questo luogo, a quest’ora di notte? Mi stavano aspettando, pensò Jason. L’agente sembrava giovane. Doveva essere un addetto al quarto livello smanioso di fare bella figura. Lì in periferia accadevano ben poche cose. Giusto qualche sporadico controllo a teste calde tipo Jason. Il poliziotto guardò la patente.

«Così lei è Jason Conrad.»
«In persona» rispose Jason senza intonazione.
«Già, già, l’avrei dovuto intuire.»
A Jason sembrava tutta una recita. «Già» fece lui di rimando.
«Lo sa che non si può girare con questa moto e per di più senza casco?» Si guardava intorno con fare professionale.
Che coglione, pensò Jason. «Adesso lo so» gli rispose.
«Avrebbe già dovuto saperlo.» Batteva insistentemente la penna sulla patente.
«Sa, qui in periferia le notizie arrivano con un certo ritardo… a volte non arrivano proprio» disse Jason.
Il poliziotto non rispose e si avviò verso il collega che aspettava in macchina. Gli si sedette vicino e chiuse la portiera. La luce del terminale si accese di blu e Jason capì che ci sarebbe stato da aspettare. Un bell’effetto cinematografico, pensò. La strada buia, la fabbrica sullo sfondo e gli abeti giganti incombevano nell’oscurità.
Jason voleva tornare a casa, era stanco e triste. Passarono dieci lunghissimi minuti di recita davanti al terminale, mentre la pioggia gli picchiava sulla testa. Finalmente il poliziotto fece ritorno da Jason. «La sua scheda parla chiaro, Jason Conrad. Non può andare avanti così, glielo dico per il suo bene. La smetta di andare in moto e cominci a usare i mezzi pubblici come fanno tutti i cittadini coscienziosi del Softworld. Il suo è un comportamento fuori moda, l’ultimo di un retaggio passato che non giova a lei e soprattutto alla comunità. Il suo è uno Stato 4/c3, il preludio a una definitiva soppressione di tutti i benefici, quei pochi che le sono rimasti, e un processo di non ritorno allo Stato 5.» Gli restituì i documenti e senza aspettare una risposta si diresse con passo marziale verso la macchina.

Jason guardava il suo nome sulla patente, mentre l’auto della polizia lasciava cadere quel luogo in un buio definitivo. Sperò che la pioggia sciogliesse definitivamente il suo corpo sull’asfalto. Attese a lungo finché una sorta di imbarazzo lo costrinse a rimettersi sul mezzo e dirigersi verso casa.

Lasciò la moto sotto la tettoia ed entrò nell’abitazione. Buttò la giacca sull’attaccapanni, mancandolo palesemente, e si diresse verso la camera senza accendere le luci. Si gettò sul letto e chiuse gli occhi, ma nello stesso istante comprese che non sarebbe riuscito a dormire. Cercò di concentrarsi sulla struttura metallica della libreria ma una forza implacabile lo costrinse a voltarsi verso il comodino, e così non poté fare a meno di vederla. Era lì, inamovibile. La foto di lei lo fissava, da un mondo lontano, troppo lontano. Alcune lacrime, inevitabili, inumidirono il cuscino.

01 giugno 2020

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Grazie a tutti per il prezioso aiuto.
01 giugno 2020

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Oggi abbiamo superato il 50%! Grazie a tutti per il supporto. A presto.

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Gabriele Pisaneschi
nasce a Rosignano Solvay, in Toscana. Terminato il liceo si trasferisce a studiare design a Milano dove intraprende la carriera di Product Manager presso alcune multinazionali. Dopo un lungo percorso, che lo porterà anche a vivere a Marrakech, sceglie la libera professione per dedicarsi alla produzione audio-video e finalmente alla scrittura. The Other Place è il suo romanzo d’esordio.
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