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The Other Place

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Consegna prevista Marzo 2021
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In un futuro lontano, il Soft World è un mondo apparentemente perfetto, un congegno a orologeria. Ma come tutti i congegni troppo perfetti, qualcosa di inaspettato arriva a scardinarlo. Beatrix, misteriosamente comparsa a Soft City, mina, una a una, tutte le certezze su cui quel mondo si basa, ammaliandone prima il capo assoluto, Heinrich Wagner, e poi facendo innamorare Jason Conrad, il nostro eroe. Una storia d’amore impossibile in un ipotetico futuro distopico. Jason Conrad, il protagonista, dovrà decidere se morire pur di raggiungere la sua amata, l’enigmatica Beatrix Araels. Riusciranno a ritrovarsi? E se sì, a quale prezzo?

Perché ho scritto questo libro?

Ci è voluto molto perché trovassi il coraggio. Le ho tentate di tutte per evitarlo. Scrivere un libro? no! Poi ci sono stato trascinato. È stato inevitabile. Si dice che certe storie debbano essere scritte, per forza. Non se ne può fare a meno. Questa è una di quelle storie. Pian piano i personaggi hanno preso corpo. Poi, come dice Stephen King, lasci che inizino a muoversi nel contesto che gli hai preparato e finché non accade, non hai idea di che cosa faranno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Soft World, 30 giugno 2290

Pioveva. Il cielo di Softworld City era plumbeo e impenetrabile. Senza scampo. Jason sfrecciava a tutta velocità sulla sua Nxc piegandosi a ogni curva come se fosse l’ultima. I capelli si muovevano impazziti. L’asfalto bagnato non sembrava creare problemi alla tenuta della moto, come se viaggiasse su due binari. Una curva a destra e poi un lungo rettilineo sfiorando i grattacieli del Midnight Center mentre si dirigeva verso il ponte di Pietersburg, a casa.
Tutto intorno svettavano grandi abeti secolari, sembravano scuri palazzi di 20 piani. Alcuni squarci tra dense nuvole nere lasciavano intravedere la possibilità di giornate più asciutte e notti stellate, radi colpi di luce lunare facevano scintillare la carrozzeria amaranto della moto.
La strada si inerpicava su una ripida collina che dominava la città, bagnata e attraversata da elettrici bagliori. Jason percorreva il lungo rettilineo che costeggiava una fabbrica dismessa quando gli si parò davanti un poliziotto con la paletta dritta e perentoria. Accarezzò l’idea di schivarlo ma la voce di sua madre che sussurrava dal retro cranio lo costrinse a fermarsi.
Andò lungo, nonostante i freni crio-molecolari, così si godette l’andatura da nazi-fascista dell’agente dallo specchietto retrovisore. Senza volerlo inarcò l’angolo della bocca.
– Non c’è un cazzo da ridere, dovrebbe saperlo.
Lo sapeva, ma era più forte di lui. La sua era un’idiosincrasia congenita nei confronti dell’autorità costituita. Per non peggiorare la situazione non rispose.

Continua a leggere

– I suoi documenti.
Il poliziotto gli stava a un paio di passi. Jason, con tutta calma, scese dalla moto e aprì uno sportello laterale dal quale estrasse un vecchio porta documenti sgualcito. Lo diede al poliziotto ma gli sfuggì di mano e cadde in una pozzanghera. Il poliziotto si chinò a raccoglierlo mentre Jason pensò – che cazzo ci faranno due poliziotti in questo luogo, a quest’ora di notte. Mi stavano aspettando, pensò Jason. L’agente sembrava giovane. Doveva essere un addetto al 4° livello smanioso di fare bella figura. Lì in periferia accadevano ben poche cose. Giusto qualche sporadico controllo a teste calde tipo Jason. Il poliziotto guardò la patente.
– Così lei è Jason Conrad.
– In persona. Rispose Jason senza intonazione.
– Già, già, l’avrei dovuto intuire. A Jason sembrava tutta una recita.
– Già. Fece Jason di rimando.
– Lo sa che non si può girare con questa moto e per di più senza casco. Si guardava intorno con fare professionale.
– Che coglione. Pensò Jason. – Adesso lo so. Gli rispose.
– Avrebbe già dovuto saperlo. Faceva battere insistentemente una penna sulla patente.
– Sa, qui in periferia le notizie arrivano con un certo ritardo … a volte non arrivano proprio. Disse Jason.
Il poliziotto non rispose e si avviò verso il collega che aspettava in macchina. Gli si sedette vicino e chiuse la portiera. La luce del terminale si accese di blu e Jason capì che ci sarebbe stato da aspettare. Un bell’effetto cinematografico, pensò. La strada buia, la fabbrica sullo sfondo e gli abeti giganti che incombevano nell’oscurità.
Jason era stanco e voleva tornare a casa, era stanco e triste. Passarono 10 lunghissimi minuti di recita davanti al terminale mentre la pioggia gli picchiava sulla testa. Finalmente il poliziotto fece ritorno da Jason.
– La sua scheda parla chiaro Jason Conrad. Deve smetterla di comportarsi così, glielo dico per il suo bene. La smetta di andare in moto e cominci a usare i mezzi pubblici come fanno tutti i cittadini coscienti del Softworld. Il suo è un comportamento fuori moda, l’ultimo di un retaggio passato che non giova a lei e soprattutto alla comunità. Il suo è uno Stato 4/c3, il preludio a una definitiva soppressione di tutti i benefici, quei pochi che le sono rimasti, e un processo di non ritorno allo Stato 5. Gli restituì i documenti e senza aspettare una risposta si diresse con passo marziale verso la macchina.
Jason guardava il suo nome sulla patente, mentre l’auto della polizia lasciava cadere quel luogo in un buio definitivo. Sperò che la pioggia lo avrebbe dissolto, che il suo corpo si sarebbe sciolto
unendosi definitivamente all’asfalto. Attese a lungo finché una sorta di imbarazzo lo costrinse a rimettersi sulla moto e dirigersi verso casa.

Lasciò la moto sotto la tettoia ed entrò in casa. Buttò la giacca sull’attaccapanni mancandolo palesemente e si diresse verso la camera senza accendere le luci. Si gettò sul letto e chiuse gli occhi, ma nello stesso istante comprese che non sarebbe riuscito a dormire. Cercò di concentrarsi sulla struttura metallica della libreria ma una forza implacabile lo costrinse a voltarsi verso il comodino, e così non poté fare a menodi vederla. Era lì, inamovibile. La foto di lei lo fissava, da un mondo lontano, troppo lontano. Alcune lacrime, inevitabili, inumidirono il cuscino.

Capitolo 2

Un anno prima.

Dalla finestra di Jason si intravedevano i grandi boulevard che convergevano verso il cuore della città, con le loro imponenti porte che dividevano le zone di Softy, dalle meno importanti della periferia, fino a quelle centrali, dove le mura erano più alte e i controlli più sofisticati. Jason ci doveva passare sotto tutte le mattine per andare in ufficio, anche se le mattine spesso erano pomeriggi e i pomeriggi non erano tutti.
Una pioggerella fitta non smetteva di sbattere sulle cose. 2000 Light Years From Home dei Rolling Stones era in sottofondo. Quando i colpi di timpano risuonarono nell’aria Jason decise che fosse arrivato il momento di alzarsi e uscire. Si infilò un paio di vecchi jeans e gli stivaletti, tenne la camicia blu con cui aveva dormito e si infilò la giacca di pelle. Pensò di mettersi il casco, ma fu giusto un attimo, fuggevole. Salì le scale fino all’ingresso di asfalto scrostato. La casa era letteralmente aggrappata sotto un ponte diroccato. La strada finiva lì, dentro la casa di Jason. I suoi
genitori l’avevano costruita 50 anni prima, giovani e intraprendenti scienziati molecolari dalle idee bizzarre e con scarsissime cognizioni architettoniche. Un progetto dal risultato senz’altro
suggestivo. L’inizio del ponte, proprio nel punto in cui si spaccava, diventava l’ingresso della casa. Da un buco nell’asfalto partivano le scale di pietra rossa che portavano al salone, affacciato su Softworld City. Chiunque vi entrasse non poteva fare a meno di trattenere il respiro.
La moto era parcheggiata nel garage ricavato da un buco nella montagna che un tempo era stato lo studio di nonno Algher Durante, dove aveva concepito il suo unico romanzo, The Other Place. Successivamente i suoi genitori l’avevano trasformato in uno dei laboratori di fisica molecolare più all’avanguardia del Softworld.
La strada scendeva ripida e piena di curve, perfette per la Nxc di Jason. Man mano che percorreva i boulevards verso il centro, la popolazione di Softy diveniva sempre più composta e ben abbigliata. I rozzi copricapi di stoffa rossa si sostituivano con classici cappelli di velluto liscio e le signore sfoggiavano attillate calzamaglie di nylon verde e stivali di serpente. Quella era la moda dilagante durante la primavera del 2290. Jason tirava dritto fino al primo controllo sotto la porta E4 dove esibiva il tesserino sgualcito e ormai illeggibile, causa di continue contestazioni con le guardie addette al controllo; era uno dei tanti elementi che contribuivano al ritardo cronico di Jason. I controlli alle porte successive erano regolati da un sofisticato sistema di rilevazione termica che Jason cercava di evitare attraversando i sensori ad altissima velocità. Era una lotta continua tra i guardiani delle soglie e Jason. Ma tutto il sistema di controllo sociale era così sofisticato ed evoluto che queste erano soltanto piccole, perdonabili, intemperanze.
– Dead?
– Hey Jay, orario perfetto. Due ore spaccate di ritardo, stai migliorando.
– Lo so, mi sto impegnando ma nessuno se ne accorge. Grazie per la tua considerazione. Stasera ti offro un drink al Child 66. Te lo meriti. Novità?
– Perchè, il tuo arrivo in ufficio non ti sembra abbastanza per oggi?
– Touchè.
– Il capo sta aspettando la tua prossima mossa sul dossier Vantage. Come pensi di muovere? Scacco al re?
– Deadalus, lo sai che gioco solo a dama. Girellava per la stanza alla ricerca di qualcosa, di un ispirazione. Erano a cinque piani sotto terra e c’era un terribile odore di muffa che alle volte Jason trovava perfino piacevole. Non quel giorno.
– Senti, salgo ai piani alti, qui oggi si soffoca. Mi farò venire in mente qualcosa per quel Vantage di merda. Farò un arrocco e passerà un po’ di tempo. Ci sentiamo dopo. Chiuse la porta lasciando Deadalus e la muffa e salì al quarto piano, nel suo ufficio. Sulla scrivania il dossier Vantage reclamava attenzione. Il video di par suo lampeggiava con un remainder. Jason invece cercava solo dei plumcake. Li trovò sotto la poltrona, dove li aveva lasciati. Dopo 3 plumcake passò alla questione Vantage. Prese in mano il dossier, lo soppesò come si fa con un chilo di patate e lo scaraventò sullo scaffale della libreria, in fondo alla stanza.
– E che cazzo pensò, come si fa a trovare ogni volta una storia diversa, credibile per gli abitanti del settore C1 e per quelli del settore F3: non era possibile. In realtà aveva per le mani una storia con dei risvolti interessanti. Si trattava di portare dei dirigenti della Mild One in un suk di Marrakech e innestare le loro radici cerebrali nel cervello di un gruppo di commercianti berberi. L’elemento inusuale era la complessità delle personalità e le attività parallele dei soggetti. Uno di loro spacciava hashish con connessi problemi con la legge locale; un altro era sposato con tre mogli e così via. Durata del trattamento 30 giorni e prezzo super scontato, 8000 softram compresa la pulizia finale. Jason stava lavorando ai dettagli, individuazione delle personalità affini, diagnostica chimico biologica e compatibilità molecolare; insomma, tutti i maledetti FBT, Fattori Base di Trasmigrazione. Ma l’elemento veramente innovativo del progetto era il SIP, la Simultaneità di Processo. In pratica l’innesto dei soggetti ospiti nei residenti si sarebbe allineato per alcuni istanti creando un accavallamento di personalità all’interno dello stesso corpo. Situazione che mai prima era stata sperimentata. Jason adorava quelle peregrinazioni cibernetiche.
Il dossier Vantage rimase dov’era, il messaggio del capo senza risposta e così la successiva telefonata. Del resto una promessa era una promessa. Si ripeteva nella testa mentre apriva la porta.
– Una partita lampo! Disse Deadalus.
– Siamo in stallo per il momento. L’arbitro comunque ha sospeso la partita per impraticabilità del campo.
– Credo sia la prima volta in una partita di scacchi. Giusto?
– C’è sempre una prima volta. Giusto?
Deadalus troncò quel botta e risposta. Prese la giacca e si diressero verso l’ascensore senza aggiungere altro. – Fine della partita. Pensò Jason lasciandosi sfuggire un impercettibile sorriso. Uscirono che era già buio. Il palazzo della Softworld occupava almeno tre isolati del quartiere di Net Island. Era un gigantesco edificio di lastre di ardesia nera e vetri azzurri incastonati senza un senso apparente. L’insieme dava un idea di straniamento e di oscura potenza. Man mano che ci si allontanava dall’edificio appariva sempre più chiaro che le vetrate azzurre componevano la scritta Softworld Is Your Unpredictable Future. Ma per l’imprevedibilità, nel Softworld, sembrava non esserci più spazio.
Deadalus e Jason si avviarono verso piazza Heinrich Wagner alla ricerca di un taxi.
– Jason, immagino tu non abbia crediti per il taxi, vero?
– Cosa te lo fa pensare Dead?
– Suppongo tu li abbia spesi tutti in potenti antidolorifici. Deadalus fece una faccia da scoppiato strabuzzando gli occhi e facendo uscire la lingua.
– Ho smesso da tempo, lo sai. Rispose Jason.
Salirono sul taxi elettrico accomodandosi uno di fronte all’altro. Il taxi attraversò la città in senso circolare costeggiando la grande muraglia che proteggeva il settore AZ, sede del quartier generale della Softworld, e residenza privata di Heinrich Wagner, fondatore e presidente della più potente società del Soft World. Non era un caso che il nome di quel mondo coincidesse con quello dell’azienda. In prossimità della porta di Tannhauser, che consentiva l’accesso alla residenza di Heinrich Wagner, si trovava il locale più trasgressivo di Softy.
– Già m’immagino cosa ti diranno alla porta … stai zitto e fai parlare me, ok?
– Stai già parlando.
Fortuna volle che piovesse a dirotto, così il buttafuori non ebbe né il tempo, nè la voglia, di chiedere i crediti a Jason. Le note dell’Ouverture del Lohengrin rendevano l’atmosfera del Child 66 irreale, come se fossero entrati in una foresta della Bassa Baviera. A quelle latitudini vigeva l’obbligo di passare un brano di Richard Wagner ogni cento minuti. Così aveva voluto Heinrich Wagner in un delirio di onnipotenza. Jason adorava il momento in cui il Faust sfumava lentamente verso Break On Through. La serata prevedeva un djset di ColdWarWater, un artista proveniente dal Cold World che si esibiva in una performance di W.T.C. (water touch control), in pratica l’artista interagiva con un muro d’acqua arricchito di crio-molecole attive che opportunamente stimolate funzionavano come una gigantesca idro-tastiera. Jason e Dead osservavano svogliatamente quel pazzo che si muoveva istericamente davanti al muro d’acqua. Stavano bevendo un cocktail martini in attesa che accadesse qualcosa di interessante. Era da un pezzo che si erano stufati dei soliti giri e delle solite situazioni. I posti dove andare sempre quelli e le ragazze anche. Se ne stavano lì seduti senza fare un bel niente sperando che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato.

01 giugno 2020

Aggiornamento

Abbiamo raggiunto il 50% dell'obiettivo!
Grazie a tutti per il prezioso aiuto.
01 giugno 2020

Aggiornamento

Oggi abbiamo superato il 50%! Grazie a tutti per il supporto. A presto.

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Gabriele Pisaneschi
Nella mia vita mi sono sempre occupato di arti visive, di grafica, di pittura, infine di design e per vivere ho lavorato come product manager in un paio di multinazionali.
Nonostante il lavoro cercasse continuamente di attrarmi altrove, ho avuto un rapporto costante con la scrittura. Scrivo dai tempi del liceo e nel farlo ho spesso privilegiato il racconto breve. Tengo un blog dove pubblico minimali racconti in rima.
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