Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

The power of hope - Flame

La Forza della Speranza
48%
104 copie
all´obiettivo
80
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Agosto 2022

«Spesso chi possiede il potere ha fame di altro potere, ne vuole sempre di più. Io stessa voglio il potere… voglio acquisire tutta la mia forza per salvaguardare la Terra, questa dimensione, la mia famiglia.» dissi guardando tutti. Si, loro sono la mia famiglia, una grande e forte famiglia, è per le persone come loro che sono qui. «Ho sempre combattuto per tutto ciò che è buono in questo mondo, non ho mai voluto niente per me, ma ora voglio tutto questo, per rassicurare l’universo e dar voce, che qualunque cosa accada, la speranza sarà con loro…» respirai a fondo ricordando gli insegnamenti dei miei cari «la speranza sarà l’ultima a morire.» Gea ebbe un’espressione soddisfatta ed emozionata, che rifletteva nei miei occhi l’emozione di tutti i presenti. «Questo voglio essere… Il potere della Speranza.».

Perché ho scritto questo libro?

Nato da un sogno ricorrente che feci da piccola, mi lasciai guidare unicamente dall’istinto e riuscì ad impostarne una trama. Scriverlo è stato naturale, ero come guidata quasi unicamente dalle mie mani, alle volte persino non me ne accorgevo, quasi fossi in trance, ed infine anche un bisogno, il bisogno di portarlo avanti, che senza accorgermene mi ha accompagnata e mi ha evoluta… è stato proprio da questo romanzo, iniziato come un sogno infantile, che ho capito che scrivere è il mio respiro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I

L’Elpis

Allo scoccare della mezzanotte, come fosse una stella cometa, vidi una scia argentea di un bagliore, innaturale, magico, solcare le tenebre fino ad avvolgere la Luna stessa. Oramai ho questa magica visione notturna da molto tempo, da quando avevo dieci anni per la precisione.

Dalla morte dei miei genitori, quella scia compare ogni notte solo per pochi secondi scomparendo via via in un meraviglioso turbinio di scintille argentate.

Pensavo fosse solo una coincidenza, che accadesse una cosa del genere solo dopo la morte dei miei cari o, persino, che fosse in qualche modo frutto del mio inconscio. Pensavo davvero, persino, che fosse solo una stella cometa, ma mancava oramai poco al compimento dei miei venticinque anni… e sento come di non poter credere più alle coincidenze.

Una delle cose che la rendeva ancor più strana, era il fatto che la vedessi solo io. Provai in varie occasioni a farla vedere ad altri, ma l’unico risultato ottenuto è stato quello di essere considerata “fuori di testa”. Tutto questo solo per quella strana scia… chissà cosa penserebbe o direbbe la gente se sapesse invece che io stessa sono ancor più strana di quella semplice e misteriosa visione.

Continua a leggere

Continua a leggere

Mia madre, una volta ricordo che mi disse « Mia piccola Alexz, i tuoi meravigliosi occhi azzurri illuminano il mio cuore, seguilo sempre lungo il tuo cammino nel mondo, perché tu sarai l’unico faro di speranza rimasto. Intuito, tenacia, coraggio, giustizia e amore, usa queste qualità e vivrai esperienze uniche. Dovrai saper affrontare tutto quello che verrà senza avere dubbi, è così che noi viviamo.».

Certo, a ben pensarci, vedendo le cose da una prospettiva di pura normalità… quelle frasi sembrano così assurde dette ad una ragazzina di nemmeno dieci anni. Tuttavia, la parola normale non ha mai fatto parte della mia natura o della mia famiglia, forse è stato questo il problema maggiore, il crescere con una realtà che non era affatto normale, il non potersi confrontare. Tutt’oggi, sinceramente, non so ancora quale delle due realtà io preferisca.

Le sue parole mi risuonano ancora e quando quella scia si palesa nella notte, mi sembra quasi di sentirla vicino a me, di percepire il suo calore… così, solo per pochi secondi, ogni singola notte, lei è li con me. Devo ammettere comunque, che è quasi una consolazione, dopotutto non è facile stare soli, non poterne parlare con qualcuno… è straziante tenersi tutto dentro, fare finta di niente giorno dopo giorno. Quasi fa paura, man mano che vai avanti diventa tutto uguale, i giorni che passano diventano come un disco rotto che rimanda lo stesso suono o come vivere in un continuo dejà vu’. Dovrei essere la protagonista della mia vita, ma è diventata una commedia di teatro senza inizio ne fine.

Vivo con Julie e con la sua famiglia sin dalla morte dei miei genitori. Lei è la mia migliore amica, è come una sorella ormai.

Mi dice tutto, si confida, chiede giudizi e pareri, e di me invece è come se non sapesse nulla. La cosa più triste in tutto questo è proprio non poterle dire niente, nemmeno a lei che si prende così tanto cura di me, tutti i giorni da allora. Le uniche persone che potevano aiutarmi a capire e ad imparare erano mia madre e mio padre… ma loro non c’erano più. Mi hanno cresciuta, allenata e fatta studiare fin dall’età di quattro anni; a sette anni andavo già a caccia di notte con mio padre e sapevo cosa voleva dire sacrificarsi per uno scopo più elevato e avere delle responsabilità sulle spalle.

Mio padre mi insegnava tutto quello che sapeva sulla lotta, corpo a corpo e non. Sul controllo del mio corpo e del mio potenziale. Da lui ho appreso varie tecniche e pochi giorni prima della sua morte, sono riuscita persino a batterlo, superando così il mio stesso maestro. Da lui ho imparato a vincere, a cadere e rialzarmi, a combattere per tutto ciò che è giusto, ho imparato ad essere la giustizia.

Mia madre invece mi insegnava tutto sulla magia, magia nera, magia bianca, divinazione, tutte nozioni di base per una strega o comunque per chi ha in se un alto potenziale. Mi ha insegnato a distinguere il bene dal male ed è grazie a lei se ora so tutto, del mondo demoniaco. È soprattutto grazie ai suoi insegnamenti se i demoni stessi mi conoscono, mi bramano e mi temono per lo più.

Mi hanno insegnato ad essere quello che sono, di non avere mai paura, di essere forte, essere sempre e coscientemente me stessa. Mi hanno insegnato a vivere ed ogni giorno da allora aspetto un segno, un qualcosa che apra le danze e che faccia in modo che possa essere serenamente me stessa con qualcuno, come con i miei genitori in passato, mi sento come un topo in gabbia, l’unico momento della giornata in cui mi sento più libera… è la notte.

Mentre attendo quel giorno divento sempre più forte, attiva, scattante, i miei poteri diventano sempre più grandi grazie all’afflusso di energia datomi dagli elementi con cui ho da sempre un legame imprescindibile. A volte… tutto questo potere mi spaventa.

Ogni notte mi incammino nelle tenebre della città, illuminata solo dalla luna che pura riflette il mio cuore, è proprio nella notte che ritrovo i momenti più adatti per tornare a respirare, è l’unica cosa diversa. Ogni notte è diversa. Il modo con cui combatto, come mi muovo, come agisco e quale demone combatto…

Ogni notte è una battaglia diversa ed uccidendo demone dopo demone sento come se stesse per succedere qualcosa.

Presto tutto cambierà, non so cosa me lo faccia pensare, ma in questi ultimi giorni percepisco ancor più strane presenze nella notte, l’aria intorno in alcuni momenti potrebbe sembrare persino malsana e durante molte notti incubi riguardanti battaglie misteriose a me sconosciute mi perseguitano.

La durata di quella scia si fa sempre più lunga, come se volesse dirmi qualcosa. Come uno spirito errante tra due mondi quella scia argentea passa ogni notte ed io vigile cerco di scrutarla ogni qual volta, osservandola cerco di capirla perfino ma rammento solo quella voce ricorrente di mia madre che aggiunge: «Segui i tuoi sensi, tieniti sempre pronta. Ricordati chi sei. Sei l’ultima discendente, l’unica prescelta, la più potente, tieniti pronta figlia mia!».

Credere in una svolta, qualunque possa mai essere mi manda avanti soprattutto perché so che mia madre non sbagliava mai i calcoli. Credere in una svolta mi diede la forza di darle anche un nome, chiamai quella scia Elpis, la personificazione della speranza nella mitologia greca.

Ricordo ancora quando me lo raccontò per la prima volta mia madre: «Sai Alexz la speranza era uno dei doni contenuti nel Vaso di Pandora ed è stato l’unico che ne è rimasto all’interno. Pandora aveva ricevuto l’ordine da Zeus di non aprire mai per nessuna motivazione il vaso, ma la curiosità della donna fu più forte, tale da farglielo aprire, quando accadde scaturì l’uscita di tutti i mali, solo Elpis o Elpidos rimase all’interno. L’equivalente della mitologia romana di Elpis era Spes… »

Mi chiamava molte volte Spes, sapeva che mi piacevano queste storie sulla speranza, mi ci faceva addormentare la notte. Ma per me le sue parole, qualunque fossero divennero molto di più, che una semplice favola. Mi chiedevo perché a volte mi chiamasse a quel modo e lei mi diceva: « …in molti casi tesoro mio Spes sarà uno dei tuoi tanti nomi, è quello che tu sei. Spes nella tradizione è definita come ultima dea, sai in latino Spes Ultima Dea sta per “la speranza è l’ultima a morire” in quanto essa è l’ultima risorsa disponibile all’uomo, ed è qui che entri in gioco tu Alexz, sei destinata a fare grandi cose, sarai la Spes per tutta l’umanità.».

Un compito e un destino agghiacciante per una bambina… tutt’ora mi faceva venire i brividi.

Per mia madre io ero Spes, la speranza che rimane al mondo intero; quella scia per me personificava Elpis, mia madre, la mia speranza, la mia guida, le mie aspettative per una svolta, e la sorte che mi attendeva.

Siamo a Marzo, domani è il quattro del mese, e qui all’Upper West Side di Manhattan l’aria continua a ghiacciare, periodo di piogge, freddo e la neve che ancora non si scioglie del tutto… fantastico! Odio questo periodo dell’anno, tutto quello che è freddo… ma ho come un presentimento, qualcosa che mi dice che il segno che da tanto attendo sarà proprio sotto questo cielo cupo.

È passata un’altra notte, è quasi l’alba… di nuovo, ed ho passato quasi tutta la notte a rimuginare dopo essere tornata alle due dalla ronda come al solito. È meglio che mi prepari ora, tra poco verrà a chiamarmi Julie. Rimasi sdraiata sul mio letto color rosso, avvolta dai miei cuscini neri a guardare la stanza, pian piano i colori si facevano più distinti man mano che la luce penetrava dalle finestre, l’aveva illuminata completamente. Con una parete rosso scuro tamponato e le altre color sabbiato, il pavimento in parquet scuro, la scrivania di legno nera dove riponevo il computer, libri vari e testi di scuola, un armadio color legno e nero a muro ed una piccola panca nocciola sottostante ad una delle due finestre, con cuscini rossi e dorati, dove mi piaceva appoggiarmi alle volte per osservare l’immensità delle stelle e della notte. Una stanza un po’ cupa rispetto ai vivaci colori della casa in generale, ma rispecchiava me, e con un tocco di stile Grifondoro alla Harry Potter, ecco che la stanza più cupa si trasforma in un gioco di emozioni e colori che messi insieme fanno la loro scena.

Mi alzai di malavoglia andando verso l’armadio e rimasi lì a guardare la divisa scolastica. Camicia nera con cuciture celesti, gonna di media lunghezza, a fantasia quasi scozzese colore nera e azzurra, calzettoni lungi blu notte e scarpe nere, completato con una giacca nera con lo stemma blu del college sul petto. Mi vestì, e mentre mi sistemai le mie numerose ciocche more ribelli in una mezza coda, udì dei passi venire verso la porta della mia stanza.

Era Julie, ormai ne riconoscevo il passo, e il profumo. Entrò di fretta nella mia camera, come ogni mattina… con i capelli arruffati e la camicetta ancora mezza sbottonata:

« Buongiorno sorella, dormito bene?».

Mi girai verso di lei e la guardai con un’espressione del tutto scocciata e assonnata, guardandomi in quello stato mi chiese: «Hai avuto un’altra volta degli incubi?».

Mentre finivo di aggiustarmi, gli risposi rassegnata «No, nessun incubo Julie, in effetti non ho proprio chiuso occhio stanotte, non ci sono riuscita.» …almeno è la verità.

«Solo tu riesci a non riposarti un po’ sapendo che abbiamo una giornata pesante! Dai scendiamo così mangi e ti prendi qualcosa.» Premurosa come sempre.

«Non ti preoccupare, sto bene e poi non è la prima volta che non dormo, va tutto bene tranquilla.».

Mi preparai la cartella, controllai di aver preso tutto e poi mi avvicinai a lei abbracciandola «Grazie, ti prendi così tanto cura di me, ti voglio bene sorella, ma non preoccuparti più del dovuto, ok?» la rasserenai, ma soprattutto perché mi sentivo in colpa di doverle mentire ogni giorno.

Lei strinse l’abbraccio e rispose: «Me lo dici tutti i giorni, lo sai che ti voglio bene anche io e per la cronaca non smetterò mai di preoccuparmi per te, se non ci penso io a te chi lo farà? John?» Ci distaccammo dall’abbraccio, ci guardammo in faccia l’una dell’altra e scoppiammo in una risata contagiosa.

Aveva tirato in ballo proprio John, suo fratello, gli piaccio praticamente da sempre, è palese. Non sapeva occuparsi neanche di se stesso, era ancora un ragazzino in cerca di se, e con ragione. In confidenza con Julie, non si poteva non riderci sopra visto la faccia che lui faceva ogni volta che mi vedeva, con un fare impacciato del tutto assurdamente ironico.

Smettemmo di ridere e sentimmo dal piano inferiore la voce soave di Janet, la madre di Julie e John, che ci chiamava: «Ragazze la colazione è pronta, mi raccomando fate in fretta nel bagno altrimenti anche oggi arrivate in ritardo!».

Gli rispondemmo in coro: «Arriviamo mammina!».

Oramai Janet ci aveva rinunciato, sapeva che saremmo arrivate in ritardo anche quella mattina.

Era diventata una cosa di routine ma in compenso eravamo sempre state due delle prime della classe, tanto da non avere quasi mai rimproveri.

Scendemmo le scale che portavamo al salone, lo percorremmo, aveva una luce diversa quella mattina con i suoi mobili in noce e la libreria in legno chiaro nocciola, le pareti panna e oro, il pavimento in parquet, sembrava più luminoso del solito. Arrivammo in cucina dove Janet ci aspettava, sorseggiai velocemente un succo all’ananas mentre Julie con fare frettoloso si preparava un toast con marmellata d’arancia. Mi allontanai dalla cucina dai colori bianco e rosa, girai a sinistra ed arrivai nel bagno, avvolta dai colori gialli e bianchi con tocchi di azzurro qua e la, seguita da Julie, ci sciacquammo il viso e ci lavammo i denti.

Poi aprì il cassetto in basso al lavello e ne tirai fuori una pochette nera, io mi stesi un velo di mascara ed in aggiunta un po’ di matita nera, mentre Julie si stendeva una bella dose di fondotinta con appena un velo di fard, infine completò l’opera applicandosi sulle labbra un rossetto rosso ciliegia. A differenza sua io avevo meno bisogno di truccarmi dato il mio colorito olivastro. Infine ci spruzzammo ognuna il proprio profumo, lei Armani Code ed io Lady Million ed uscimmo velocemente dal bagno dirigendoci verso l’ingresso.

Prendemmo le nostre cartelle controllando per l’ultima volta che non mancasse niente, pochi secondi dopo John corse verso di noi «Anche oggi in ritardo lumache! Dai vi aspetto fuori, muovetevi!».

Uscì dalla porta d’ingresso, dietro di lui anche noi l’attraversammo e prima di chiuderla alle nostre spalle Julie si girò verso di me «Preparati, anche oggi li facciamo tutti secchi!».

Ridacchiammo sonoramente e iniziammo a ritmare il passo sempre più velocemente. Quando arrivammo davanti al cancello scolastico notammo che nel gran cortile verdeggiante non c’era più nessuno, il che voleva dire che anche oggi eravamo arrivate tardi.

Arrivammo di corsa al portone azzurro principale che si era spalancato secondi prima da cui ne uscì il bidello con un espressione un po’ seccata e sarcastica «Vi avevo già viste, come del resto ogni mattina, buongiorno ragazze.».

Gli rispondemmo in coro: «Grazie Freddy, buona giornata.».

Percorremmo l’atrio con i suoi soliti colori azzurri e blu sbiadito ovunque e con tutte le sue scritte sparse sui muri, ci dirigemmo verso la nostra classe, la numero 16, l’unica con la porta ancora aperta proprio perché aspettavano noi. Entrammo dentro, la classe in silenzio, il che era già insolito dato che la nostra era sempre stata classificata, il più delle volte, come la classe più rumorosa ma allo stesso tempo la più diligente. Questo voleva dire solo una cosa, e cioè che il professore avrebbe avuto qualcosa davvero interessante da dire. Il professore sexy dell’istituto, alto, corporatura snella ma atletica, viso dolce con uno sguardo intenso, capelli castano scuri, barba corta, labbra sinuose ed occhi nocciola.

Il professor McNally ci accolse sorridente: «Buongiorno ragazze, aspettavamo proprio voi per cominciare, accomodatevi ai vostri posti.».

Ci sedemmo ai nostri posti, Julie stava nella sezione dei banchi al centro al penultimo banco vicino a Danielle, dietro di loro all’ultimo banco sedevano Glory e Becky. Io sedevo nella fila accanto, alla loro sinistra, ultimo banco, da sola.

Con Danielle, Glory e Becky siamo migliori amiche da molto, inoltre formiamo il nostro suddetto studio-club di prime della classe dove tutti vengono a chiederci consigli, ci conosciamo da quando avevamo sei anni e da allora non ci siamo più abbandonate.

McNally iniziò la lezione: «Ragazzi fino ad oggi abbiamo parlato in generale delle varie mitologie più importanti della storia, ma ne abbiamo trattato molto poco, per questo data la vostra attenzione per questa branca di storia della mitologia, in quest’anno tratteremo di argomenti specifici riguardanti quella greca e quella romana.». Vedendo molte facce rimaste allibite riprese: « Non accetterò obiezioni da parte di nessuno, vi sto dando campo libero, ognuno di voi potrà decidere cosa portare e sarà un argomento al mese, non mi sembra di chiedere il mondo, domani cominciamo con un po’ di nozioni generali e domande su richiesta riguardo la mitologia greca perciò oggi vi lascio ripassare, è tutto.».

Non si può certo dire che rendesse noiose o pesanti le sue lezioni, erano proprio le parti di storia che io e mia madre preferivamo di più, se questa è una coincidenza…

Aveva ragione mia madre, sarebbe successo qualcosa ed io mi sarei dovuta tenere pronta, ci sono troppe cose nell’aria che messe insieme mi danno da pensare.

Mi girai verso la finestra annegando nei miei pensieri, poi ad un tratto rimasi stupita, per poco non sobbalzai quando mi accorsi, alzando gli occhi, che c’era l’Elpis in quel cielo nuvoloso e così poco illuminato.

Era bizzarro vederla di mattina, finora non era mai accaduto, mi chiesi quindi se fosse stato quello il segno che tanto aspettavo, ma i miei sensi mi dicevano tutt’altro e capì che quella sarebbe stata solo uno dei tanti indizi che mi avrebbero portata a quel qualcosa di misterioso. Così provai a chiudere gli occhi e scuotere la testa, pensai che magari me lo fossi immaginato dato che non ero del tutto in piena forma non avendo dormito tutta la notte, ma quando li riaprì lei c’era e con mio enorme stupore notai che si avvicinava.

Percorse il cortile passando vicino ad alcuni alberi li presenti, poi si bloccò e pochi secondi dopo si diresse alla finestra davanti a me. Era come se mi scrutasse, restò li immobile poi all’improvviso passò attraverso la finestra ed entrò nella classe. Nessuno sembrava accorgersene, solo io la vedevo, così feci finta di niente per evitare che qualcuno si accorgesse del mio fare allibito.

Davanti a me, sul mio banco, avevo un foglio in bianco, lo fissavo come per voler scriverci qualcosa, per far finta di niente, quando all’improvviso, l’Elpis fluttuante accanto a me, penetrò e si dissolse in piccole scintille argentee proprio in quel foglio. All’inizio non accadde nulla, ma poco dopo su di esso comparvero delle lettere sparse finché non assunsero forma di un disegno ed una frase sottostante ad esso. Il disegno rappresentava il viso di una ragazza, la riconobbi all’istante perché ero io.

La frase era in una lingua a me sconosciuta, riconobbi solo la calligrafia, era quella di mia madre. Avevo paura che quella frase sarebbe scomparsa da un momento dall’altro così me l’appuntai su di un altro foglio. Poi sentii la voce di Becky chiamarmi: «Pss Alexz cosa scrivi?».

Non sapevo cosa risponderle ma poi le dissi: «Scrivo qualche nome, come possibile ricerca per questa cosa che ci ha detto McNally.».

«Di già?» esclamò Becky, poi continuò, «Noi ci stiamo organizzando per stasera. Julie ci ha appena detto che questo pomeriggio siete impegnate con il lavoro al centro benessere, quindi avevamo pensato, che quando avrete finito ci incontriamo da Subway sulla 72nd e ceniamo insieme. Che ne pensi?».

Per me sarebbe stato perfetto, finita la cena sarei rimasta in giro per la ronda. Loro non avrebbero fatto troppe domande, sanno che mi piace fare qualche giro in tarda serata ed inoltre Julie non si sarebbe mai accorta del mio rientro a notte inoltrata. «Per me va benissimo. Facciamo alle otto e mezza nella piazzetta davanti Subway?».

Risposero tutte in coro: «Perfetto!».

La loro affermazione risuonò per la classe ed insieme al loro gran tono di voce euforico si aggiunse il suono della campanella.

Girai lo sguardo ripensando a quanto accaduto prima sull’Elpis, ma quando lo posai sul foglio mi accorsi che tutto quello che vi era figurato era scomparso ed il foglio era tornato ad essere in bianco come se non fosse successo niente.

Guardai per l’ultima volta il cielo, come per cercarne qualche piccola traccia, ma non vi era più nulla riguardante l’Elpis, così distaccai lo sguardo da quel cielo nuvoloso, presi il foglio dove avevo trascritto la frase e lo infilai in una tasca interna della cartella in modo da non perderlo.

La giornata continuò serenamente, non accade più nulla, le uniche cose in atto furono le noiose lezioni degli altri professori. Finché non arrivarono le ultime ore di lezione, ginnastica, una delle mie materie preferite. Quando l’eseguo non mi controllo, purtroppo, anzi mi distinguo ancor di più e per quelli della classe che non la praticano, sarebbe impossibile non osservarmi, il che so che è sbagliato. Dovrei controllarmi, ma a volte la forza ha il sopravvento su di me, oltre ad essa, non si può non notare quanto la mia resistenza, velocità, siano completamente differenti rispetto a tutti loro, e queste sono qualità che io posso controllare fino ad un certo punto, fanno parte del mio corpo.

Finalmente risuonò in tutto l’istituto la campanella che tutti attendevano, quella di fine lezioni. Uscimmo nel cortile ed oltrepassammo il cancello principale dove ci salutammo.

«Ragazze allora a stasera, mi raccomando puntuali, buona giornata a tutte, baci.» disse Becky, e accompagnata da Danielle, che intanto ci salutava con fare frettoloso, si diressero verso casa. Poi Glory prima di raggiungerle disse: «Buon lavoro ragazze a stasera.». Le salutammo tutte con cenno della mano e ci dirigemmo sulla strada opposta da quella fatta all’andata. Mentre ci incamminavamo mangiavamo un panino preparato da Janet da casa, poi Julie disse: «Ti ho notata quando McNally ci ha detto del programma e anche quando scrivevi sul foglio. Ti ho vista abbastanza pensierosa e anche un po’ preoccupata. Qualcosa non va?».

«No non c’è niente che non va, è solo che» Mi blocco guardandola, una mezza verità, per paura che possa scoprire qualcosa, non posso nasconderle tutto tutto «sono proprio quelle parti di storia della mitologia che mia madre adorava a mi raccontava sempre. Non sono triste, ma lei mi aveva insegnato tanto e mi ci faceva addormentare con quelle storie …» le risposi con tono un po’ vago, avevo ancora in mente l’Elpis e quella strana frase, per questo, per alcuni versi non riuscivo a dirle le cose come stavano veramente e per altri versi ancora non avrei potuto comunque dirle niente. Poi mi disse: «Già, e adesso invece non dormi praticamente più. Non pensi che tutto questo ti possa in qualche modo aiutare? Insomma ti porti questa cosa da quando eri piccola!».

La guardai con una faccia un po’stupita, non capivo dove voleva arrivare ma gli era sicuramente chiaro che parlare dei miei cari non mi piaceva, ma continuò: «…da quando sono morti, tu sei continuamente alla ricerca di qualcosa, non credere che non me ne sia accorta e credi che in tutto quello che accada ci sia per forza un perché. Forse loro ti hanno insegnato che è così, ma per chi non ti conosce, come ti conosco io, alle volte sembri anche fin troppo strana.».

Avrei voluto che quel discorso finisse li, non riuscivo ad emettere un solo suono. Di solito riuscivo a cavarmela abbastanza bene, giorno dopo giorno per non farmi scoprire, ma contrattaccare con lei discutendo sui miei genitori era troppo per me. Poi continuò: «Ad esempio, quella volta che mi hai detto di quella specie di scia luminosa e poi hai voluto farmela vedere a tutti i costi! Non ho dormito tre notti di seguito perché tu a mezzanotte dovevi farmela vedere, quando invece non c’era niente. Quella volta mi sono preoccupata sul serio Alexz, ecco perché quando mi dici tutt’ora che non dormi, non posso non preoccuparmi!».

Abbassai lo sguardo, cosa avrei potuto mai dirle, se avrei insistito ancora su questo argomento avrebbe creduto davvero che fossi pazza e di certo non potevo dirle niente nemmeno del mio passato.

Era un discorso perso in partenza, poi mi accorsi che Julie aveva distolto lo sguardo da me e guardò l’orologio dicendomi: «Dobbiamo andare, manca più o meno un quarto d’ora all’inizio del nostro turno, mi dispiace di essere stata un po’ aggressiva e anche fin troppo diretta forse, ma sono praticamente tua sorella e…».

«Non ti preoccupare sto bene» la interruppi e continuai «…preferisco di buon grado che me le dica tu certe cose che qualcun altro, ma l’unica cosa che posso dirti è che mi dispiace. E che dobbiamo muoverci altrimenti facciamo tardi!». Julie mi rispose con un cenno dell’occhio ed un mezzo sorriso, credo che in fondo le piacesse il modo con cui riuscivo, ogni qual volta che potevo, ad evadere dalle questioni delicate, e che sapevo perfettamente che prima o poi non avrei più potuto evitare.

Percorremmo un altro pezzo di strada, girammo a destra e ci trovammo davanti all’enorme scritta dorata e azzurra: “Paradise Centre spa… bellezza e benessere, il paradiso che non conoscete”. Entrammo dentro dove ci attendevamo Rosa e Stella: «Ciao ragazze, oggi state tranquille vi lasciamo sole, mi raccomando. Alexz noi andiamo via, prendete voi le redini, il primo appuntamento c’è alle quattro e mezza, quindi avete tutto il tempo di risistemarvi e dare un’occhiata alle cabine. Ora vi lasciamo, buon lavoro e ricordate quando avete finito chiudete bene tutto, Bye bye!».

Rosa e Stella, la segretaria e l’estetista proprietaria del centro, chiusero la porta dietro di loro lasciando me e Julie da sole ad organizzarci sul da farsi, come al solito.

Julie sostituiva Stella come estetista, in quanto si era qualificata l’anno addietro come estetista attraverso un corso supplementare a cui si era iscritta e che aveva completato dal mese di luglio.

Io invece sostituisco Rosa, quindi mi occupavo per lo più di amministrare l’agenda del centro, a volte organizzare la contabilità, altre il marketing e così la pubblicità. Accoglievo i clienti e alla fine aiutavo Julie nella sistemazione e pulizia delle cabine e di tutto l’ambiente.

Fu una giornata di lavoro abbastanza tranquilla fortunatamente, ci fu solo una ceretta completa ad una ragazza, un pedicure curativo ad una signora, un ragazzo per una cera al petto ed un massaggio su lettino ad acqua ad un’altra ragazza. Per me lo fu ancora di più, c’era poco via vai quel giorno e tranne qualche telefonata di tanto in tanto da parte della clientela, si può dire che la maggior parte del tempo fossi stata sempre seduta alla reception.

Erano passate da poco le sette quando andò via l’ultimo appuntamento della giornata «Ti do una mano a sistemare tutto così ci prepariamo e andiamo a cena, tanto qui non arriva più nessuno hai praticamente finito.» Dissi a Julie che si metteva la crema per le mani

«Dobbiamo abituarci a questo “ritmo” dopotutto siamo a Marzo, si sa che alcuni giorni possano essere così. Dai sistemiamo che mi è venuta fame.» mi rispose e l’accompagnai dentro ognuna delle cabine.

Con poco più di una ventina di minuti avevamo finito di sistemare tutto così cominciammo a prepararci per andare a cena. Julie era quasi pronta per andar via, mentre io finivo di dare un’ultima occhiata a tutte le cabine. Mi era da sempre piaciuto girare dentro quel centro, mi sentivo tranquilla, ma soprattutto mi piaceva perché mi faceva sentire normale… per un po’. Con i colori rosso arancio e oro, e con i suoi arredi etnici mi metteva quiete, tutte le cabine erano di quei colori solo di grandezza e di luce diversa a seconda del trattamento previsto in cabina.

La prima cabina vicino alla reception era quella destinata alla ricostruzione delle unghie, utilizzata anche per una semplice manicure o per un pedicure. La porta accanto portava alla sezione solarium, dentro vi erano altre tre cabine con solarium diversi. E come ultima, nella fila a sinistra c’era la cabina apposita per la ceretta. Infondo, il bagno di servizio.

Dall’altra parte del centro, nella fila a destra, c’era una cabina per massaggi con lettino ad acqua, una cabina per trattamenti corpo e viso, infine un ultima cabina destinata ai trattamenti corpo con macchinari specifici. Tutto molto ovattato con qualche tocco di colori azzurro cielo qua e la, fatto appositamente per contribuire al rilassamento della clientela. Chiudemmo tutto, eravamo pronte per andare a cena e in poco tempo arrivammo da Subway alle otto e mezzo in punto, trovammo li davanti ad aspettarci solo Danielle, le altre erano in ritardo.

«Buonasera ragazze, tutto bene a lavoro?» disse Daniele salutandoci con bacio alla guancia. Julie le rispose: «Tutto bene grazie, ma in effetti non abbiamo lavorato tantissimo, sai questo non proprio è il periodo ideale. Ma le altre, dove si sono cacciate?».

Danielle non fece in tempo ad aprir bocca per rispondere, che girandomi vidi Becky e Glory che arrivavano di corsa in lontananza da un buio vialetto, ma ne Danielle, ne Julie avrebbero potuto vederle, erano troppo lontane per scorgerle con un occhio umano. Così gli dissi, ad entrambe, con tono ironico: «Stanno arrivando tranquille, sento i loro passi molto leggiadri. Hanno l’eleganza di un orco come sempre!» Dissi sarcastica.

Dopo qualche secondo riuscirono a distinguerle anche loro mentre si avvicinavano.

«Scusate il ritardo…oddio devo riprendere fiato…» disse Glory ansimando, continuò Becky che intanto si era ripresa: «Scusate davvero è colpa mia, è stata mia madre a trattenerci e poi uscendo mi sono incantata davanti ad una vetrina, c’era un ragazzo dentro ad un negozio che era la fine del mondo, dovevate vederlo!».

Non lo avesse mai detto, cominciarono tutte e quattro a sghignazzare come se lo avessero visto anche loro.

Così Julie le chiese: «Com’era?» e Glory le rispose, mentre Becky sognava ad occhi aperti: «Era alto, capelli castano chiari, occhi sul verde mi sembra, da lontano non lo vedevo molto bene; di fisico sembrava stare abbastanza bene non era ne troppo atletico ne troppo longilineo» spiegava ma venne interrotta da Becky che continuò «insomma un vero schianto, e non meno importante… credo fosse più grande!».

Entrammo dentro a prendere un hot dog, patatine fritte e una bibita a testa, poi uscimmo, avevamo deciso che avremmo mangiato ai tavolini proprio li fuori dove avevano allestito una piccola veranda riscaldata e chiusa.

Poco dopo ricominciarono a parlare di quel ragazzo, Danielle chiese: «Cosa credi di fare adesso? Girerai per tutta la città, ogni giorno, per incontrarlo di nuovo?».

«Non so ancora cosa farò, siamo a New York, sarà come cercare un ago in un pagliaio! Ma non mi arrendo! Il destino sarà dalla mia parte!» le rispose Becky con un fare molto determinato.

Passarono quasi due ore e non parlavamo d’altro che di quel ragazzo, ma dopotutto ero contenta… stare con loro mi metteva in corpo una tale tranquillità da poter dimenticare tutto il resto. Vederle ridere tra loro, scherzare, qualunque cosa facessero erano le uniche che riuscivano a trasmettermi tanta gioia e semplicità.

Ovunque fossimo andate, con loro sparivano tutte le preoccupazioni, tutti i pensieri più pesanti o negativi persino si dissolvevano, bastavano solo un paio di sorrisi a farmi sentire come ristabilita, e almeno questo di me loro lo sapevano, ecco perché mi stavano sempre vicine.

Sono davvero delle vere amiche, si danno forza tutte insieme anche per me, nonostante abbiano anche loro molti problemi, sono davvero speciali. Le ammiro molto, ognuna di loro è una persona fantastica, senza aver bisogno di poteri ed altro, ecco perché con loro mi sento come a casa.

È vero gli unici che mi potevano aiutare per quanto riguardava la vera “natura” erano i miei genitori, ma da quando non c’erano più, la mia famiglia erano diventate loro quattro. È soprattutto per difendere loro e le persone come loro che vado avanti con il mio intento, salvaguardare il mondo non è un gioco, lo so bene… ma d’altronde io non so nemmeno come si giochi, non ho mai avuto un infanzia di quel genere.

Loro quattro però mi hanno insegnato a farlo, con loro ho capito com’è essere normali ed in alcuni momenti riesco ad essere persino me stessa. Ma non potrò mai esserlo completamente del tutto, con nessuno. Anche se lo desidererei moltissimo, sarebbe troppo pericoloso, per ognuna di loro e anche per chi verrà e, l’ultima cosa che voglio è che qualcuno si trovi in pericolo a causa mia.

«Alexz a cosa stai pensando?» mi chiese Becky, noto che Julie le fa tanto d’occhi come a farle segno di stare zitta ma lei continuò «pensi ai tuoi genitori? Sai credo che se loro fossero qui sarebbero molto fieri di te.» dice innocentemente e così vedo divertita Glory che si porta una mano sul viso sospirando.

«Come puoi saperlo, non li conoscevo abbastanza nemmeno io da poterlo dire.» le risposi di getto, forse con un tono un po’ rude. Con la mia espressione mi scusai e lei lo capì.

«Beh… non si può certo dire che fai una vita passiva, a volte mi sento quasi io in soggezione.» disse Becky acconsentita dalle altre e guardandomi in viso, continuò «Non mi so spiegare molto bene, scusa, quello che voglio dire è che sei una che si da molto da fare, a volte persino in modo allucinante e penso che noi tutte ci domandiamo, come fai?».

«Come faccio a fare cosa? Andiamo ragazze, non ci vogliono certo attitudini particolari o altro, ci vuole solo un po’ di forza di volontà, impegno e costanza. E comunque sapete perfettamente che io non ce la faccio a stare ferma quindi, di conseguenza, mi sono preposta dei programmi dove ogni giorno faccio qualcosa, possibilmente di diverso e stimolante.

Dovreste provare anche voi, può essere estremamente gratificante sapete.» Spiegai cercando di apparire naturale, non potevo certo uscirmene con il dire: “Ehi, sapete, sto cercando costantemente come di riempire dei vuoti, lo so che sembro una pazza o come una palla che rimbalza ovunque, ma ne ho bisogno!” No, non potrei dire una cosa del genere, porterebbe a domande e così a risposte a cui io non potrei dare chiarezza.

Sta di fatto che rimasero tutte allibite ed in silenzio dalla mia risposta. Non riuscivo a capire perché, o forse un po’ si… e mi chiesi se avessi detto qualcosa di sbagliato. Ma poco dopo Glory interruppe il silenzio dicendo: «Ma come fai?!».

Io le guardai con una faccia scioccata con le sopracciglia alzate, come per dire “ANCORA?!” Loro capirono la mia espressione e Glory proseguì scuotendo la testa: «No intendo… cioè ma ti senti quando parli? A volte sembra quasi che tu abbia cinquant’anni o venga da un’altra epoca, e non ti nego che fai quasi paura quando è così. E non è assolutamente una cosa brutta, insomma è fantastico… cioè noi non riusciamo a starti dietro e magari vorremmo capirti un po’ meglio, però va bene.».

Rimasi sconcertata, stavano cercando di dirmi che mi ammiravano o che erano preoccupate per me? Poi continuò Danielle: «Come ti muovi, quello che dici e come lo dici, quello che fai, tutto ti rende, come dire… speciale, magica?».

Lei cercava di trovare un termine adatto ma io sussultai quasi alle sue parole e credo che le altre se ne fossero anche accorte anche se non credo che abbiano colto il significato della mia reazione.

«Alexz è così noi ti ammiriamo tantissimo e quando siamo accanto a te, per noi è già gratificante il solo starti vicino, senza bisogno di alcun programma… quello che vogliamo farti capire è che noi vogliamo che tu sappia che noi ti siamo vicine, sempre!» disse di nuovo Becky ma poi continuò Julie dicendo: «Tu non ti rendi conto che per noi non sei solo un amica o una sorella ma sei anche fonte d’ ispirazione, e ci piace pensare che anche per te noi lo siamo un po’. Ci conosciamo da quando avevamo sei anni e credimi, lo dico da parte di tutte e con il cuore, nessuno, neanche i miei genitori mi hanno fatto capire cos’è e com’è appassionarsi a qualcosa, inseguire ideali, intestardircisi e tanto altro ancora, tu non ti rendi conto ma in tutto questo ci sei tu!».

A quelle parole non riuscì a trattenermi, l’emozione era troppo forte, il loro calore, il loro affetto… mi aveva inondata, riuscivo a sentire i loro battiti uno ad uno e comprendevo che tutto quello che mi avevano appena detto lo pensavano davvero. So che mi avevano detto quelle cose unicamente perché mi capivano in un modo in cui neanche io mi capivo… sentivano che in me c’era qualcosa, che fosse una mancanza o qualcosa di più, che stessi bene o male… loro lo sapevano. Stavano cercando di consolarmi, per farmi sfogare. E questo una volta di più mi fece soffrire, perché non potevo, non fino in fondo, o le avrei messe in pericolo.

Con le lacrime agli occhi che delineavano il mio viso, risposi: «Ragazze io sono profondamente emozionata da quello che mi avete appena detto, ma è importante che voi sappiate che le passioni che avete non… ve le ho immesse io, ce le avevate già, io vi ho solo aiutato a tirarle fuori da brava amica, come farebbero tutti gli amici e come voi aiutate me ogni giorno, sempre di più. Mi sopravvalutate senz’altro e non vi rendete conto che siete voi stesse la vostra ispirazione. Siete delle persone uniche e meravigliose. Siete la mia famiglia.».

Mi stoppai avrei voluto continuare e dire molte altre cose ma mi trattenni dal volerlo fare e dissi: «Vorrei potervi dire molte altre cose, moltissime cose, ma l’unica cosa che posso dirvi per ora e non meno importante è che i vostri cuori sono uniti con il mio, vi voglio molto bene ragazze.».

Credo che si aspettassero una risposta del genere, avevano gli occhi lucidi ma la cosa più bella è che tutte sorridevano all’unisono come i loro cuori.

Ci abbracciammo a lungo e pensai forse di aver parlato troppo ma un’altra cosa positiva delle ragazze è che non fanno troppe domande quando capiscono che non devono andare oltre, mi rispettano come io rispetto loro… o vorrei poterla pensare di più così. Il fatto che io menta a loro è una mancanza di rispetto? Oppure no perché le sto proteggendo? Sento che mi sto perdendo.

Guardai l’orologio e mi accorsi con stupore che erano già le undici e mezza di sera. Mi alzai di scatto dalla panca dove eravamo sedute ai tavolini, forse mi alzai troppo di scatto perché loro se ne accorsero e Julie mi disse: «Devi andare per la tua passeggiata?».

«Si ragazze, scusatemi se vi lascio così ma comincia ad essere tardi e domani voglio essere al massimo della forma. A proposito dovreste tornare anche voi!».

Mi risposero insieme dicendomi: «Va bene mammina, ma non fare tardi neppure tu, siamo d’accordo?!».

Le salutai tutte con un bacio alla guancia, mi infilai la giacca nera di pelle e lasciai la cartella a Julie. Mi incamminai in un vialetto li dietro nascosto che già conoscevo, uno dei posti preferiti per i miei antagonisti demoni. Era quasi mezzanotte e la strada del vialetto era finita da un pezzo, mi incamminavo verso una piazza isolata. Quando arrivai al centro di essa mi accorsi che non c’era luce, nemmeno un lampione acceso per tutta la piazza e sembrava anche oltre.

Quando all’improvviso vidi che per Terra, in una pozzanghera veniva riflesso un bagliore argenteo. Lo riconobbi all’istante, era l’Elpis, alzai gli occhi al cielo e la vidi chiaramente.

Stavolta però non scomparve nella Luna, mi si avvicinò girandomi intorno come per dirmi qualcosa, poi si allontanò. Non ci volle certo un genio per capire che voleva essere seguita, e avevo ragione.

Si bloccò per pochi secondi poi cominciò ad allontanarsi a velocità disumana, ma d’altronde io non correvo come un umana. La seguii, stavo al suo passo, mi accorsi che non ansimavo, il che valeva a dire che avrei potuto fare di più, ma non era una gara e non era di certo quello il momento per mettermi alla prova. Non me ne accorsi, ad un tratto si fermò innanzi a me, eravamo arrivati in un cimitero, non ci ero mai stata ed a quanto pare era proprio li che avrei dovuto essere perché quando mi girai l’Elpis era scomparsa.

Poi sentì un leggero fruscio provenire da un albero alla mia destra, mi arrivò un brivido che mi percorse tutta la schiena, capì che era un presentimento, ma non mi preoccupai, pensai solamente che sarebbe stato un topo più grosso da uccidere.

«Perché non esci fuori e ti fai vedere? Non è’ che se stai li dietro mi metti paura, voi demoni siete davvero scontati. Stasera non mi va di giocare a nascondino, andiamo!» gli gridai divertita tuttavia.

Il demone uscì da dietro l’albero, era da solo, non c’era nessun’altro con lui. Peccato, non mi sarei divertita come si deve ma perlomeno sarei tornata prima a casa. Non sembrava avesse un aspetto amichevole. Era alto quasi due metri, corpo formoso, quindi pensai di conseguenza che sarebbe stato lento nel muoversi ma molto forte nel scagliare i colpi. Non riuscivo però a distinguerlo bene nell’oscurità di quel cimitero, ma era di un colorito marrone, quasi nero, con gli occhi rossi e delle corna con una forma strana… wow abbiamo appena scoperto l’uomo alce, pensa divertita, anche se… quelle corna appuntite devono fare un po’ male forse.

Si avvicinò lentamente, sentivo l’adrenalina crescere in me, dopotutto mi piaceva lottare, ma poi il demone si bloccò e ricomparve l’Elpis accanto a me.

Ne rimasi stupita, ma il demone lo fu più di me, poi sentii una voce, era lei: «Alexz tieniti pronta, presto tutto sarà diverso, tutto sta per cambiare. Ricordati chi sei, tu sei Spes, l’unica, ricordati.».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Interessante, mi piacera’ leggerlo!

  2. Lorella Finiello

    (proprietario verificato)

    Sensazionale! Non vedo l’ora di avere il libro tra le mie mani e poter leggere ogni singola pagina! Bravissima!!!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Shadow
Shadow, alias Francesca Putignano,
italiana, nata a Roma nel 1991. Ama scrivere sin da bambina, ha sempre sognato di diventare scrittrice e sceneggiatrice.
L’ispirazione per The power of hope nacque da una visione onirica, avvenuta all’età di tredici anni, da cui prese forma gran parte della trama. Negli anni successivi iniziò a delineare i personaggi e la storia del romanzo, lavoro da cui nasce “Flame”, rappresentante il primo volume della trilogia “The power of hope" di genere Urban fantasy.
Nel 2013 partecipa con il romanzo alla VII Edizione Premio letterario "Le parole delle donne" del comune di Guidonia, dove si classifica al primo posto. Nel 2018 pubblica una raccolta di poesie “Il labirinto degli sguardi” nella collana Ispirazioni, grazie alla collaborazione con Pagine editore.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie