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The Spaceman

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Consegna prevista Marzo 2021
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Un alieno annuncia all’umanità che è diventata la specie più evoluta dell’universo e ha quindi il diritto di sostenere una prova con in palio un’immensa conoscenza.
I media impazziscono e raccontano la visita dell’alieno sul pianeta con la messa in onda di uno show: The Spaceman.
Tutto procede come da copione, fino a quando una giornalista ossessionata dallo scorrere del tempo una notte lo investe con la macchina.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché ognuno di noi è alla continua ricerca di conferme e correzioni di rotta che provengano dall’esterno riguardo al percorso che stiamo seguendo, quando basterebbe ricordarci, ogni tanto, di dare uno sguardo alla bussola che stringiamo fra le mani.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Parte Uno
Capitolo 1°
Il Meraviglioso Giardino Del Signor Bloom

Il giardino del signor Bloom era il giardino più bello del mondo.
Tutti quelli che ci passavano vicino non potevano fare altro che rimanere sbalorditi e frastornati da quell’incredibile sinfonia di colori variopinti e profumi inebrianti.
«Incredibile!»
«Meraviglioso!»
«Sono sbalordito e un tantino frastornato!»
«Che colori variopinti e che profumi inebrianti!»
A dire che il giardino del signor Bloom fosse il più bello del mondo, non erano solo lui e quelli che ci passavano accanto; lo dicevano anche quelli della “Gardening World Cup”, il campionato mondiale di giardinaggio e ortofloricoltura, da ben otto anni consecutivi.
Lo dicevano quelli della rivista “ Il Cerchio Botanico” con tanto di copertina dedicata per ventidue settimane di fila. Memorabile quella che incorniciava il signor Bloom sorridente, mentre stringeva tra le mani un succoso Zuccarino: un particolarissimo incrocio tra un mandarino e una zucca di sua invenzione, che permetteva di godere appieno della dolcezza dell’agrume ma in formato XXL.
Lo dicevano persino i Fiorifobici, ovvero quelle persone che detestano i fiori, l’erba, le farfalle, le fioriere, i vasi da fiori, e che ritengono che gli alberi debbano stare solo in campagna e non in città: perché sporcano, sono pericolosi, ospitano animali, rovinano le strade e gli edifici con le radici, costano e non crescono mai come si vorrebbe.
Persino loro non potevano fare altro che ammettere l’evidenza e concordare con il resto del mondo riguardo a quanto fosse meraviglioso quel giardino.
Tutto questo fino a quella notte.

Continua a leggere

La notte in cui un’astronave si schiantò nel bel mezzo del meraviglioso giardino del signor Bloom.
La terra si spaccò in due, rivoltandosi come se un demone dell’inferno fosse emerso in superficie, facendo schizzare in aria intere zolle di terreno, proiettandole nel cielo della notte oscurato dalla polvere e dalla cenere.
Gli uccelli che avevano fatto il nido tra gli alberi, urlarono terrorizzati, ritrovandosi di colpo a testa in giù, chi con le zampe uncinate nella corteccia, chi svolazzando tra le radici tese verso l’alto come mani grinzose e ricurve che cercavano di aggrapparsi a un lembo di cielo.
I tulipani rossi, gonfi e carnosi, esplosero come chicchi di mais nel microonde.
I cespugli rosa di Echinacea, che il signor Bloom aveva piantato oltre che per i loro colori, anche per estrarne un Elisir dalle proprietà afrodisiache portentose, divennero prima neri, poi si sbriciolarono trasformandosi in cenere.
Le orchidee fantasma che era riuscito a far sbocciare per ben due anni di fila, arricchendo il terreno di humus, si accartocciarono e raggrinzirono come un foglio di giornale gettato in un camino.
La MiddleMist Camelia, il fiore più raro al mondo, il cui seme lo aveva acquistato per una cifra folle da uno sciamano Maori per nulla intenzionato a separarsi da quel piccolo e prezioso chicco di vita, e che una volta intascato il denaro, mollò gonnellino e rituali e si trasferì in fretta e furia a Sydney dove aprì una catena di ristoranti che servivano panini e cocktail di gamberi, venne spazzata via con tutta la sua serra esclusiva e ipertecnologica di trenta mq, che il signor Bloom aveva fatto costruire apposta per lei.
La MiddleMist Camelia si librò nell’aria sospinta dal vento generato dall’impatto, poi si poggiò su una montagna di concime al limitare del giardino e vi affogò.
La casa del signor Bloom tremò dalle fondamenta alle tegole.
I vetri delle finestre esplosero in mille pezzi e uno scampanellio sinistro come le risate di bambini fantasma, risuonò per tutta la casa.
Le tende si incenerirono, i mobili si rovesciarono, le fotografie, le coccarde e le targhe ad honorem appese alle pareti finirono sotto sopra, e il frigo sputò fuori tutto quello che aveva ingurgitato.
Il signor Bloom, sbalzato giù dal letto da una forza invisibile, si ritrovò a carponi sul parquet impolverato.
Tossiva e strabuzzava gli occhi come se avesse inghiottito una vongola con il guscio.
Stava cercando di accendere la luce nel buio del suo cervello ancora intorpidito dal sonno e incapace di dare una spiegazione a quello che gli stava accadendo intorno.
Il ruggito dell’esplosione stava dissipandosi, il signor Bloom riusciva a malapena a vedere le sagome oscure dei mobili rovesciati in corridoio, le sue dita ossute e fredde scorrevano sulla ringhiera della scala che portava in soggiorno.
Il fumo che avvolgeva la sua casa sembrava nebbia viva e cercava di insinuarglisi nelle narici, calandosi giù per la gola per cercare di soffocarlo.
Riusciva a sentire il sapore freddo dell’intonaco e l’odore di erba bruciata.
Ricordava uno zombie ciondolante, sbucato fuori dalla fossa in cui era rimasto sepolto per anni.
Osservava le ombre grottesche degli oggetti e dei mobili sparsi per tutta la casa, proiettate sulle pareti dal bagliore proveniente dal giardino che filtrava dalle finestre andate in mille pezzi e dal muro di polvere che si era innalzato.
Il signor Bloom seguì quel sinistro focolaio.
Sentiva il cuore pulsare nelle orecchie, più si avvicinava e più la sua mente cominciava a schiarirsi e la lama del coltello di quella terribile consapevolezza affondava sempre più tra le sue viscere.
L’esplosione.
L’odore di erba bruciata.
Il grido delle radici strappate dal terreno.
Quel bagliore.
Il signor Bloom raggiunse la porta sul retro, e appena i suoi occhi si abituarono alla nube, potè constatare che non esisteva più alcuna porta sul retro.
Nella parete dove un tempo si trovava la porta che dava accesso al meraviglioso giardino, si era aperto uno squarcio orribile, simile alla bocca spalancata di una grotta scavata nella roccia, provocato dallo schianto di un albero scaraventato dall’esplosione contro la parete.
Il signor Bloom allungò una gamba e scavalcò il tronco, perdendo una pantofola.
L’aria calda della notte lo investì e una nube salmastra gli si appiccicò alla faccia.
Non riusciva a vedere niente, solo i giganteschi nuvoloni rotolanti di fumo che s’innalzavano da ogni angolo del giardino.
Sentiva lo sfrigolio di qualche piantina che soffriva in silenzio, sconvolta.
Scorse una sagoma circolare e immensa, infossata in un cratere che aveva dilaniato le fondamenta di tutta la sua vita.
Il bagliore.
Quello strano bagliore proveniva da lì.
Quella sagoma gigantesca nel buio della notte, fra la polvere e la cenere e tutta quella morte, era circondata da un’ aura rossastra e pulsante.
Il signor Bloom sgranò gli occhi e spalancò la bocca in un urlo muto, e così rimase, senza emettere alcun suono, per il resto di tutta questa storia.

Capitolo 2°
La Pazza

Per prima cosa: Rose non era pazza.
Diversi dottori l’avevano rassicurata a proposito.
«Deve stare tranquilla! Le serve solo un po’ di relax ogni tanto. Ha mai provato con lo yoga?»
«Ne è sicuro dottore? Voglio dire…»
«Il pilates? Che mi dice del pilates? Io l’ho provato a fare qualche volta: una vera goduria! Ti strizza come uno straccio»
«Li sento che parlano dottore. Sento che parlano di me quando mi vedono fare quello che faccio…»
«Un bel bagno caldo con idro massaggio. Oh, che darei per un bel bagno in questo momento!»
Nonostante ciò, si sentiva quasi sempre in dovere di tranquillizzare se stessa e le persone che le stavano intorno.
Le stesse persone che la osservavano scambiandosi commenti nell’orecchio, o accennando sorrisi e occhiatacce, nel momento in cui la coglievano nel bel mezzo di uno dei suoi “rituali”.
Rituali.
Le piaceva come parola, aveva un bel suono.
Le faceva venire in mente un uomo e una donna, lui con I baffi a manubrio e lei con un cappellino sopra la testa, tutti e due elegantemente vestiti. Lui con una solenne divisa di un chissà quale esercito, nera con le spalline dorate e il petto costellato di medaglie, lei con un bell’abito lungo, giallo, ottocentesco, con del pizzo bianco ai lati.
Le facce serie, ma non tristi, insieme a braccetto in una stanza con lunghi drappi rossi di velluto.
Tutto ciò, nella sua testa era rinchiuso nella parola “rituali”.
E poi “rituali” suonava meglio di “ossessioni” o “nevrosi” o”disturbo”, “angoscia”, “schizofrenia”.
Pazza.
Rose non era pazza.
Se si svegliava la mattina e il primo piede che poggiava per terra era il destro, allora per tutta la durata di quella giornata avrebbe camminato mettendo avanti il piede destro. La stessa cosa valeva se la mattina poggiava prima il sinistro.
Si divertiva persino a tenere aggiornato un diario, cui aveva diviso le pagine in due colonne, una a destra e l’altra a sinistra, e annotava tutti I fatti rilevanti, piacevoli e spiacevoli, che le accedevano nel corso della giornata, relativi al piede della colonna in cui scriveva.
Alla fine di ogni anno faceva una statistica e così riusciva a tenere conto di quale fosse il “piede fortunato”di quell’annata.
Per il momento era in vantaggio di due anni il piede sinistro.
La sua casa era essenziale:
Un materasso con delle coperte e un cuscino appoggiati sul parquet.
Una cucina a gas, con forno e lavandino e un tavolo con una sedia.
Un water, una doccia, un lavabo e uno spazzolino.
Un camino, un grande tappeto su cui sedere o sdraiarsi a leggere I libri ammucchiati in pile alte e disordinate sparse in ogni angolo della casa, la vecchia radio di suo nonno con il giradischi poggiato sopra, un portaombrelli e un’orologio.
Un enorme orologio appeso alla parete sopra il camino.
Era in ferro battuto, senza fronzoli.
Scandiva il tempo.
Rose lo aveva “recuperato” dal vecchio municipio, pochi giorni dopo che un incendio lo devastasse, costringendo il sindaco di Fillifold Ryde a trasferirsi con tutto il suo staff, nella palestra della scuola elementare per poter continuare a espletare le proprie funzioni.
Rose aveva coinvolto anche Colin nell’operazione di salvataggio del grande orologio, che normalmente troneggiava all’ingresso del palazzo e scrutava solenne i visitatori che varcavano la porta, scandendo ogni secondo con le sue lancette appuntite.
Colin era il suo cameraman, non suo personale ovviamente, ma quello con cui di solito veniva inviata dalla redazione del telegiornale per cui lavorava: “FF NEWS”.
«Ti becchi quello nuovo» l’aveva informata una mattina Albert il caporedattore.
«Quello nuovo cosa?» Domandò Rose.
«Il ragazzo nuovo. Il cameraman! Lo affido a te, così gli fai fare un po’ le ossa».
Rose abbassò lo sguardo e prese a fissare le fughe nere fra le piastrelle dell’ufficio.
«Pensavo mi facessi lavorare con Tony…»
Albert estrasse il cellulare dalla tasca e cominciò a smanettarci sopra con la fronte corrucciata e gli occhi strizzati come se si fosse ritrovato tra le mani un manufatto alieno.
«Tony va con Linzy per il servizio sul sindaco. Tu portati il ragazzo al ristorante cinese, quello dove quel tizio è morto per quel dattero di mare. Magari tirate fuori qualcosa…»
«Credevo avresti mandato me dal sindaco…»
Rose prese a contare le linee scure delle fughe tra le piastrelle della stanza.
Albert non rispose.
Erano 28.
All’inizio Rose se l’era presa, poi le era passata: Linzy e Tony, dopo il servizio, si fermarono a mangiare un Falafel comprato da un tizio con un carretto ambulante e si beccarono un’intossicazione.
In fin dei conti Colin era un tipo simpatico, per quanto non fosse Kubrick con la telecamera e avesse cercato in tutti i modi di persuaderla a non entrare nel municipio sigillato dai pompieri e annerito dalle fiamme, per recuperare quell’orologio, caricarlo sul suo pick up rosa, e piazzarlo sopra il camino del suo spoglio soggiorno.
Rose portava un orologio per polso. Nel caso uno l’avesse abbandonata, avrebbe avuto l’altro e lei non avrebbe mai perso d’occhio il tempo.
“Tieni sempre d’occhio il tempo Rose”.
Non aveva mai smesso di tenerlo d’occhio, aveva giurato a se stessa che non l’avrebbe mai più perso di vista per un solo istante.
All’epoca, quando era accaduto, aveva undici anni.
Tutta la famiglia cercò di rassicurarla, non era stata colpa sua.
Aveva anche provato a convincersene, a credere a tutti quei volti che si sforzavano di sorriderle anche se stavano per esplodere nel cercare di trattenere le lacrime.
Tic tac.
Tic tac.
Tic tac “t…riiiiiiiiiiiiiii”.
Il cellulare appoggiato sul parquet accanto al materasso cominciò a squillare.
Rose si sollevò d’istinto sui gomiti, spalancando gli occhi nelle tenebre della camera, lasciandosi sfuggire un gemito.
“TRIIIIIIIIIIIII”
Allungò la mano verso il fascio di luce azzurra proiettato dallo schermo.
Restò un momento con il cellulare in grembo, intontita, strizzando gli occhi per cercare di leggere il nome della persona che la stava chiamando alle quattro del mattino.
04:00
04:00
Entrambi gli orologi digitali ai suoi polsi concordavano.
“Uff.Red”.
“Uff” stava per: ufficio, e “Red” stava per: redazione.
Rose fece scivolare il pollice sullo schermo e rispose.
«P-pronto?»
Il suono della sua voce le ricordò il cupo gracidare di un rospo intrappolato in fondo a un pozzo.
«Rose devi muoverti! Ho già avvisato anche Colin, ho avvisato anche gli altri, ho svegliato tutta la rete! Dovete muovervi tutti!»
Era Albert.
Sembrava su di giri.
Rose guardò di novo i suoi orologi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. GioBusna

    (proprietario verificato)

    Ho avuto modo di mettermi in contatto con l’autore tramite i social, inaspettatamente! Devo dire però che leggendo la trama e le bozze non editate, il libro merita veramente di raggiungere l’obiettivo della campagna.
    L’autore già dall’anteprima è riuscito a portarmi dentro al libro, con descrizioni dettagliate delle varie esperienze che i protagonisti del libro vivono capitolo dopo capitolo. Questo altro non è che un ottimo indizio che ciò che si andrà a leggere sarà qualcosa di veramente unico e meritevole di essere conosciuto.

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M.k Moma
Nato in Italia, mezzo belga e mezzo canadese, M.k Moma è un tipo tranquillo.
Oltre a scrivere con passione, passeggia, va al cinema e cerca di diventare un supereroe.
Porta gli occhiali.
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