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Consegna prevista Giugno 2020

Non avrei mai sognato di scrivere un libro, fino a quando una vicenda mi costrinse a farlo. Lì nacque Arturo, un ragazzino che vive spensieratamente i giorni del liceo: fuma, beve, gironzola sulla sua vespa tra i vicoli del quartiere fino a che è costretto a scegliere: studiare o lavorare? Sceglie l’università ubicata nel cuore di Napoli e tutte le avventure che conseguono. Tra queste la perdita di Ole, fedele compagno di viaggio, funge da cartina da tornasole di un fenomeno tutto italiano che costringe, troppo spesso,a rinunciare o ad andar via. Il protagonista mastica già i prodromi di una ribellione che deve porre in essere quando, due “professoroni” gli negano la gioia tanto inseguita. Qui, dopo aver pensato di togliersi la vita, Arturo vien rimesso in sesto dal volto dei suoi cari che lo spingono a scagliarsi contro i fautori di quell’ingiustizia, denunciandoli platealmente proprio di fronte all’intera società, che si dimostra cieca osservatrice di uno spettacolo raccapricciante.

Perché ho scritto questo libro?

Perché studiare è diventato una scelta impopolare che, di sicuro, non ha più il fascino di un tempo; ormai è quasi una vergogna, specie se vivi nel quartiere. In questo mondo che gira all’incontrario gli studenti sono sempre meno, e con essi i sognatori, i romantici, insomma la fantasia, piano piano, sta scomparendo. Bisogna essere concreti, dicono; portare i soldi a casa… Fanculo! Io non vi credo, perché sono sicuro che sarà sempre uno studente, col suo zaino e le utopie a salvare questo mondo!

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Capitolo Primo.
“Disorientamento”

A scuola era un asino, o forse così voleva sembrare.
Tralasciando le elementari rischiava la bocciatura ogni anno scolastico che affrontava:
-“Signora De Caro suo figlio è intelligente sì, ma svogliato, per non dire indisponente, ma anche irrispettoso, insomma, per farla breve, è uno sciagurato!”.
Erano le solite ramanzine che sua madre era pronta a ricevere ai temuti colloqui quadrimestrali.
C’era in lui come un dovere verso il personaggio che interpretava: un teppistello guascone, burlone e strafottente, nonché cafone e ignorante, impegnato a ricercare le qualità migliori da sfoderare.
Si dimostrava avverso allo studio e al secchione delle scuole medie che in lui era ormai seppellito, nonostante l’incapacità di esprimersi e i cattivi voti lo ferivano tremendamente, anche se non lo dava a vedere.
Ma era l’adolescenza e la libidine fanciullesca ad avere il sopravvento dentro di lui. La stoltezza era diventata sua padrona ed egli non le aveva opposto resistenza.
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Correva il quinto anno di liceo quando tutti i genitori (piuttosto che i figli) risultavano catturati dalla foga di scegliere le strade migliori per i loro pargoli da esposizione, i quali non osano neppure immaginare cosa significhi “scegliere”e men che meno intendono farlo.
Lui non fa certo eccezione, se non per quel che concerne la previsione di un futuro, che per gli attenti osservatori della sua scuola e, in particolar modo, della sua classe pareva inevitabilmente destinato alla carpenteria, alla campagna, oppure a chissà quale altro dignitoso mestiere – nelle migliori delle ipotesi – piuttosto che ad una fine peggiore.
Nuovamente:
-“Suo figlio è un mascalzone! Uno strunzillo presuntuoso! Ma come si è permesso di rivolgersi in modo così scurrile verso la mia bellissima, dolcissima, educatissima Jolanda?!
La prossima volta, glielo dico da adesso, vado a denunciarlo ai carabinieri!”.
Con eccessiva durezza si esprimeva la madre di Jolanda Anatriello, quella che si definiva la prima della classe.
Non solo le professoresse, le ramanzine provenivano altresì dalle madri adirate dei compagni e delle compagne di classe di Arturo che questi e i suoi “comparielli” adorava prendere di mira e “sfottere” per giornate intere, senza interruzioni.
E la madre di Arturo, santa donna, era ormai avvezza a chinare il capo, costretta tanto dai comportamenti del figlio, quanto dalla crudeltà degli altri genitori.
Non era certo il primo episodio: sospensioni? Almeno una l’anno; intemperanze? Indefinite, come i giochi stupidi e pericolosi orditi durante le ore buche, per non parlare delle note comportamentali che faticavano ad esser contenute in quello spazio di registro ad uopo adibito.
Fumava nei bagni Arturo, e non solo tabacco.
Eppure non era mai stato bocciato, il che indispettiva, e non poco, i genitori dei suoi compagni di classe che lo avrebbero visto, ben volentieri, rinchiuso in qualche carcere minorile.
È comunque lecito chiedersi: “Come mai?”. Beh, aveva i suoi metodi.
Sapeva, scaltro come già era, che se avesse racimolato le sufficienze almeno nelle materie principali, che tra l’altro gli andavano a genio, e dei cinque striminziti nelle altre non lo avrebbero “segato”, mettiamoci poi un po’ di fortuna e la benevolenza della sua amata professoressa Mangiacapra, “et voilà”: promosso con tre debiti.
Non era stupido ma voleva esserlo, quello era il periodo in cui cominciava a conoscere tutto e non poteva dare troppo spazio ad altre cose …
figuriamoci ai libri poi.
Arturino era euforico, inconsapevole, totalmente irrazionale e incosciente ma in qualche modo rivolto verso una destinazione.
Usciva con i suoi amici ad ogni ora del giorno e della notte con l’entusiasmo di chi ha appena conosciuto la vita e vuole godersela da ogni angolatura. Loro, tutti insieme, erano iperattivi, in costante ricerca d’avventura che il paese non lesinava offrire.
Giravano costantemente sui propri motorini in due, tre, talvolta quattro, spinti da un unico motivo ispiratore: “acchiappare”.
Accostavano continuamente accanto a qualunque essere appartenente al gentil sesso, si “buttavano” imperterriti davanti a tutte raffinando l’arte ormai obsoleta ma romantica della cosiddetta “pusteggia”: l’uno davanti scaltro e svelto a cogliere il momento proficuo, l’altro dietro altrettanto pronto a sfoderare la frase buona almeno per non farle scappare al primo approccio.
Iniziano a formare la squadra di cui faranno parte e da buona squadra formano il gruppo ad ogni occasione buona.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Arcangelo Barbato
Sono Arcangelo e non vado troppo d'accordo con le biografie. Per me una persona non dovrebbe mai descriversi da sola, correrebbe sempre il rischio di presentare qualcosa che non è. Quello che posso dirvi è che ciò che sono io, probabilmente ancora devo scoprirlo. Per questo provo a scrivere qualcosa, magari vengo fuori dalle parole, magari se siete così folli da leggermi, ci conosciamo insieme.
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