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The Survivor

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Consegna prevista Giugno 2020

A cinque anni Melsie è nel mirino di un sicario. Non si sa per quale motivo si voglia una bambina morta, si sa solo che lei sfugge a quel destino. Al posto suo, scompaiono i suoi genitori. Melsie allora si trasferisce dallo zio, fa amicizia con Jack e si innamora di Daniel.

Una leggenda narra di persone con dei poteri, gli Eletti, e di un’Eletta scampata ad una morte certa, la Sopravvissuta.
Melsie scopre che il Sicario che ha mancato il suo bersaglio anni prima è tornato e farà di tutto pur di ottenere quello che vuole. Lui è un Eletto, proprio come lo sono Jack e Daniel, e ora ha un esercito di sicari addestrati a catturare proprio gli Eletti. Melsie si trasforma in una guerriera, ma non è priva di paure: dopotutto è solo un’adolescente, a volte un po’ insicura. Tra rapimenti, salvataggi, leggende, perdite, pianti, risate, obbiettivi, menzogne, colpi di scena e molto altro, Melsie cresce. Ce la farà ad affrontare e sconfiggere il Sicario?

Perché ho scritto questo libro?

È iniziato per gioco. Avevo scritto quello che poi sarebbe stato l’incipit del mio libro senza avere idea di cosa stessi facendo. Sentivo il bisogno di mettere per iscritto qualcosa, e quando mi sono concessa di farlo le mie dita hanno cominciato a digitare freneticamente: avevo una storia da raccontare e non me ne ero resa conto. Scrivere  è diventata una necessità per far sentire il mio animo libero, e un dovere nei confronti dei personaggi, che altrimenti mi avrebbero assillata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

Il mio urlo di terrore riecheggia nell’aria assieme al rumore della pallottola sparata poco prima che una fitta di dolore lancinante mi attraversasse un fianco e poi, lentamente, anche il resto del corpo.
Se sono morta non lo so, ma quasi vorrei esserlo, almeno uscirei una volta per tutte dai miei incubi senza fine.
Il buio e l’improvviso silenzio che mi circondano vengono rotti da un urlo stridulo. Non quello che ho cacciato io quando ho sentito lo sparo, non è il mio urlo ma il suo. Quell’orribile grido di puro terrore che mi perseguita la notte e sembra volermi ricordare qualcosa che in realtà non ricordo, o che semplicemente non mi è mai accaduto.
«No,» urla quella voce femminile. Vuole disperatamente convincere qualcuno di qualcosa. «Non farlo! No!»
E poi l’oblio.

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«Sicura sia viva?»
La voce grave, lenta e deformata mi fa trasalire. Il momento di silenzio subito dopo mi fa pensare che la persona che ha parlato abbia capito che sono viva e che sto fingendo di essere priva di sensi.
«Sì, te l’ho già detto. Non so se riuscirà a sopravvivere all’intervento, però.»
Cosa? Intervento?!
Goccioline di sudore m’imperlano la fronte e per un attimo l’idea di saltare giù da quel letto e darmela a gambe mi sfiora la mente. Ma poi il poco buon senso rimasto mi fa pensare: non so né dove mi trovo né con chi, non mi conviene tentare di scappare proprio adesso. Cerco di mantenere la calma e mi concentro sui rumori attorno a me.
«Be’, allora fallo adesso prima che si svegli,» dice una voce maschile. Assomiglia molto a quella del ragazzo insieme a Jack prima dello sparo. O forse è proprio la voce di Jack. Mi si chiude lo stomaco al pensiero di essere nelle sue mani: non ho la più pallida idea di quello che sarebbe capace di farmi.
«E se dovesse morire? Forse dovremmo portarla in un ospedale,» replica la voce di una ragazza.
«È fuori discussione. Devi farlo tu. E comunque… non morirà. È più forte di quanto sembri.»
Un brivido mi corre lungo la schiena. Che cosa vogliono farmi? La tensione sale fino a toccare le stelle, non so per quanto tempo riuscirò a sopportarla.
«D’accordo.»
Sento i passi delle due persone allontanarsi. Trattengo il respiro cercando di captare altri suoni, però non avverto nient’altro. Rimango sola in quel letto scomodo, probabilmente collocato in una stanza sperduta chissà dove. Non ho il coraggio di muovermi né di aprire gli occhi, ma la curiosità comincia a farsi morbosa e vorrei sbirciare almeno per vedere il soffitto. Il mio istinto però mi dice di non farlo, e gli do retta.
Poi, senza volerlo, il mio pensiero va a Dan.
L’ultima volta che ho pensato a lui è stato pochi attimi prima dello sparo. Mi si contraggono le viscere e un fulmineo male alle tempie mi fa automaticamente strizzare gli occhi, che sembrano vedere una lama lucente venirmi addosso. Mi accorgo di non riuscire a mettere insieme gli ultimi fatti che mi sono accaduti. La scatola della memoria che ho in testa sembra un calderone con dentro milioni di frammenti confusi. Nelle ultime ventiquattro ore i miei ricordi sono riusciti a diventare più disastrosi di prima. Tutto questo caos mi mette in crisi e vorrei tanto… piangere. Sì, è così. Voglio piangere.
Le lacrime mi pungono gli occhi ma cerco di ricacciarle indietro sforzandomi per esempio di pensare che Dan è al sicuro, lontano dai Sicari, che anche io sono al sicuro e presto riabbraccerò mio zio John. Ma, ovviamente, per quanto mi possa sforzare di mentire a me stessa, non ci riesco. Ripercorrere all’indietro la strada che ho fatto per ritrovarmi qui è fin troppo difficile. Ma la parte in cui ero ancora con Dan me la ricordo per filo e per segno. Ci stavano inseguendo e dovevamo escogitare un piano per fuggire e salvarci. Ci siamo separati, anche solo per un periodo temporaneo. Era un diversivo, avremmo dovuto ritrovarci, poi, in qualche modo. Eppure… Cos’è andato storto? La risposta mi balza in mente come una molla, con tanto di luci fosforescenti. Niente è andato storto, era tutto parte del piano. Del piano di Dan. Solo quello di Dan. Una rabbia feroce si espande nel mio corpo con la velocità del sangue che scorre nelle vene quando mi accorgo di quanto stupida sia stata.
Lui è intelligente, molto intelligente, forse anche troppo intelligente. È riuscito a escogitare tutto e a rendermi una pedina semplice da manovrare.
Se lo avessi qui davanti, giuro che…
Un buco in pancia mi trafigge all’improvviso. Ecco che subentrano i sensi di colpa e l’affetto immenso che provo per lui.
Non ti avrebbe mai mentito se non fossi stata in pericolo. Lo ha fatto per te.
Il piano di Dan ha funzionato alla perfezione anche perché lui ha dalla sua parte qualcosa che gli ho concesso e che di solito non concedo mai a nessuno. La mia fiducia. Non riesco a fare a meno di fidarmi ciecamente di lui e questo è il suo punto di forza, e forse uno dei miei più grandi punti di debolezza. Dan si è sacrificato per me. Ha fatto in modo che non mi trovassero. E se il suo piano ha funzionato, significa che io sono al sicuro e che lui è… morto.
Il mio corpo ha come un riflesso immediato all’elaborazione di quell’orribile pensiero. Con uno scatto mi metto seduta, come se mi fossi risvegliata da un incubo. Un urlo, il mio, interrompe il flusso di pensieri. Trattengo il fiato, raggomitolata, le mani che premono forte su un fianco e che dopo un po’ diventano umide e… calde. Il rosso che mi sporca le dita e i palmi diventa fluorescente, le persone che mi corrono incontro sono figure sfocate e distorte. Sembrano personaggi di un quadro di Picasso. Picasso. Mi viene in mente Guernica: la disperazione delle persone a causa della guerra. Qualcosa esplode facendomi fischiare fortissimo le orecchie. Non riesco a capire cosa sia, ma accade di nuovo e stavolta lo vedo. È lo sparo di una pistola, e la pallottola ha colpito me.
Ora ricordo: mi hanno sparato a un fianco.

CAPITOLO 2

Sogno di essere in un prato sterminato. Sono ferma al centro e mi guardo attorno, tranquilla. Il cielo è di un azzurro intenso, ma non vedo il sole. Il sole non c’è. Mi chino per raccogliere un fiorellino dai petali arancioni. È piccolo, delicato, fragile, e solo quando lo osservo con attenzione mi accorgo di avergli appena tolto la vita. Mi si sgretola all’improvviso fra le mani e una folata di vento proveniente dalle mie spalle fa volare via la polvere rimasta tra le dita. Mi giro lentamente e scorgo in lontananza una fila lunghissima di figure che guardano verso la mia direzione. So che devo raggiungerle e mi incammino verso di loro a passo lento, quasi come se fosse una passeggiata. Il cielo comincia a farsi scuro e capisco che non ho più tempo. Accelero, so che giungere da quelle persone è il mio obiettivo e non posso fallire. Il cielo diventa sempre più cupo, l’erba assume un colore grigiastro e, ovunque metta piede, le piante si sgretolano come se venissero bruciate, fulminate. Non finisco nemmeno di constatarlo che alzo lo sguardo e vedo due muri giganteschi alla mia destra e alla mia sinistra. A ogni secondo si avvicinano per unirsi. La mia meta è ancora lontana e il tempo sta per scadere. Mi volto indietro e vedo il prato, la luce, il cielo. Vedo persino un fiorellino arancione uguale a quello che ho colto. Il rumore delle mura che si avvicinano sempre di più mi fa trasalire e poi prendere una decisione. Non so se sia proprio una scelta, a dire la verità, ma alla fine volto le spalle a quell’immagine. Non posso più tornare indietro. Mi metto a correre verso quelle persone. Da dove sono non ne distinguo nemmeno i visi, ma a mano a mano che mi avvicino, a mano a mano che le mura si stringono e rischiano di schiacciarmi, colgo alcuni lineamenti familiari. Due metri e i blocchi di cemento giganteschi mi stritoleranno. Possibile che con tutto quello che ho corso non sia ancora riuscita a raggiungere quelle persone? Rallento per la stanchezza, ed è così che realizzo che la mia meta si sta spostando. A ogni passo che faccio mi avvicino, è vero, ma loro si allontanano.
«No. Perché?» chiedo, disperata e confusa.
Vorrei andare più veloce ma ormai le mura mi stanno per comprimere.
No, un attimo, penso. Un attimo, no!
Premo le braccia sulla superficie liscia del cemento mentre continuo a muovermi addossata con la schiena all’altro muro.
«No! Fermi! Aspetta!» strillo mentre il mio corpo viene schiacciato. Mi metto a urlare per il terrore.
Sto per morire, oddio sto soffocando.
Sento i crack delle gambe e poi del resto del corpo. Mi si stanno spaccando le ossa, sono bloccata e… non ho raggiunto la meta.
Non ce l’ho fatta, sono appena morta.

Quando apro gli occhi ho un pensiero fisso in testa: ospedale.
C’è una luce fioca nella stanza, come se delle tende impedissero ai raggi di entrare. La prima cosa che riesco a delineare è la struttura del soffitto. È di legno ed è obliquo. Possenti travi scure incombono su di me. Mi viene in mente il finale del sogno, ed è come se un blocco pesantissimo mi venga gettato sul petto. Mi manca l’aria e il fatto di essere sdraiata non mi aiuta a respirare meglio. Provo a mettermi seduta ma mi blocco gemendo: il movimento mi ha causato una fitta al fianco sinistro. Vorrei controllare, ma… sono fasciata. Una benda di un bianco immacolato mi cinge tutta la vita.
Ora ho un problema. Anzi, più di uno.
Non so chi mi abbia medicato, non so dove e con chi mi trovi, non so perché sia qui, e non so perché abbia addosso un pigiama e non i miei vestiti sporchi e a brandelli. Vengo invasa da una certa ansia e dalla paranoia e comincio a guardarmi attorno, timorosa di trovare Dracula che mi fissa e che aspetta il momento giusto per uccidermi.
Poi la voce della ragione sussurra qualcosa che, anziché rassicurarmi, mi raggela: non serve cercare i mostri nella fantasia, ce ne sono già troppi nella realtà.
Ho paura.
La stanza in cui sono è di gusto rustico. Non c’è molto, solo un piccolo mobiletto di legno lucido messo in un angolino, un tavolo rettangolare con due sedie ai lati, un minuscolo armadietto con un’unica anta scorrevole e la porta. La porta. Devo andarmene. Scivolo dal letto e noto subito delle stampelle addossate al muro. Sembra che sia stato tutto calcolato per me. Appena in piedi, barcollo per un lunghissimo secondo vedendo tutto nero e a puntini. Maledizione, dovevo alzarmi con più calma. Attendo che quella fastidiosa sensazione sparisca per arrivare alle benedette stampelle. Non ho mai avuto la necessità di usarle e adesso che sto pianificando una fuga eccole che mi intralciano. Senza indugiare troppo sbircio fuori dalle tende e mi si contrae lo stomaco vedendo alberi, alberi e ancora alberi. Sono in mezzo a un bosco. Non ci voleva, come dovrei fare a scappare orientandomi in un bosco? Lascio andare la tenda frustrata abbandonando comunque l’idea di uscire dalla finestra visto che ci saranno almeno cinque metri da terra. Provo a pensare alle possibilità che ho, e cavoli, non ne ho nemmeno una. Decido quindi di non pensare, seguirò il mio istinto.
Arrivo alla porta, ci accosto l’orecchio. Non sembra esserci nessuno, quindi appoggio una mano sulla maniglia e spingo verso il basso. Mi faccio coraggio e spio dallo spiraglio che ho aperto. Nessuno. Espiro. Decido poi di abbandonare una stampella e di tenerne solo una. Zoppico fuori e vedo altre due porte per fortuna chiuse. Sono su un pianerottolo in cui l’unica cosa presente è un attaccapanni nero. Mi avvicino al corrimano e mi affaccio per guardare il piano di sotto. Riesco a vedere solo una parte di un piccolo soggiorno. Anche lì non mi sembra che ci sia nessuno. Una scarica di adrenalina allucinante mi fa scendere le scale ad una velocità notevole considerando un fianco distrutto e una stampella. Vedo la porta d’ingresso, anzi la porta d’uscita, il mio cuore galoppa mentre io mi affretto per raggiungere quel pomello dorato. Sono a mezzo metro di distanza, e quella maledetta porta si apre. Mi si spezza il cuore, sento il corpo raffreddarsi come se la temperatura fosse scesa di colpo sotto lo zero. Un groppo enorme in gola quasi mi blocca dal respirare.
«Melsie,» mormora lui sorpreso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Imen Ferchichi
Nata nel 1999 nella bella città di Trento. Ha origini tunisine. Ha scritto questo libro quando aveva 16 anni e una fervida immaginazione. Per lei scrivere è sempre stato qualcosa di privato e personale, per questo ci è voluto molto tempo prima che prendesse la grande decisione di pubblicare il suo romanzo. Ha sfruttato il genere fantasy, per cui oltretutto aveva perso la testa durante il periodo adolescenziale, per affrontare in maniera sottile temi importanti.
Oltre che per la scrittura, ha una grande passione per il cinema.
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