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Ti avevo avvertita

Ti avevo avvertita
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Consegna prevista Settembre 2022

Una figlia e una madre. Un rapporto opprimente di reciproca dipendenza psicologica. Non c’è dialogo, ma disistima, accuse senza parole soffiate addosso, pigrizia. Ma Raffaella vuole decollare, scappare. Non servirà rispondere ad un richiamo erotico. Ivan le attraverserà la vita solo per devastarla. Ma quel richiamo fatto di voglia di accogliere, di salvare, di salvarsi è troppo forte. E Raffaella sbaglierà ancora.
Solo sulle macerie dei propri errori, si può costruire la propria vera casa. E la casa di Raffaella non è solo approdo, ma ripartenza.

Perché ho scritto questo libro?

La storia di Raffaella era lì, nel cassetto, dietro una scatoletta di pillole, sotto dei fazzoletti. Doveva venir fuori, dovevo aiutarla. Perché da una storia anonima, di una persona come tante, qualcosa di buono viene sempre fuori. Allora l’ho tirata fuori, Raffaella, da quel cassetto e le ho chiesto di raccontarsi. L’ha fatto senza remore

ANTEPRIMA NON EDITATA

Passarono circa tre mesi, in quel modo, con quel copione. Le acrobazie sul divano o sul tavolo però, cominciavano a diradarsi ed i suoi monologhi, a spezzettarsi in monosillabi che ricadevano sulla tovaglia,  la sera a cena.

“Com’è andata oggi? gli chiesi mentre gli servivo le cotolette di carote.

Lui guardava nel piatto.

“Ivan?”

“Cosa? Scusami…”

“Volevo sapere com’è andata oggi, al giornale.”

Lui aveva continuato a guardare in basso senza dimostrare interesse per le cotolette.

“Bah! Il solito!” rispose cominciando a prendere le posate.

“Il solito? Cioè?”

Evidentemente non mi volevo arrendere.

“Domani ti andrebbe se viene un amico a cena?” disse improvvisamente, glissando come al solito, su ciò che cercavo di dirgli.

“Un amico? Certo. Chi è?”

“Il mio assistente fotografo, Marco. Dovremmo fare un grosso lavoro insieme.”

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Usava, di quando in quando, l’espressione grosso lavoro. Immaginavo un servizio giornalistico di una certa importanza, immaginavo foto da cercare sul web, ma nulla al di fuori degli striminziti articoletti su Obiettivo news , il giornaletto on line al quale collaborava, fra gli altri. Però mi stavo zitta poiché immaginavo che in fondo, soffrisse in silenzio per la mancanza di una svolta concreta. Svolta che non dichiarava di voler raggiungere, mostrando una plateale gratificazione per quanto svolgesse.

“D’accordo, ne sarie lieta” risposi chiedendomi chi cavolo potesse essere Marco, persona sulla quale non avevo sentito pronunciare nessuna parola da parte di Ivan.

La sera successiva, verso le nove, era tutto pronto. Avevo preparato una quiche di verdure e varie insalate, avevo apparecchiato la tavola con gusto, aggiungendo un vaso di gerbere, comprate dopo la scuola.

Arrivarono dopo le dieci, mentre stavo per prendere sonno sul divano. 

Marco mi sembrò gioviale, cordialissimo e sorridente ma la cosa che mi colpì maggiormente, fu la tipologia di ragazzo simile ad Ivan. Fisico asciutto e palestrato, non troppo alto. Gli stessi jeans attillati, la camicia leggermente aperta sul petto, taglio di capelli castano scuro, rasati sulla nuca, barba curatissima, disegnata ad arte sulle guance e sul mento. Notavo gli accessori ostentati, un orologio Daniel Wellington a sinistra ed un laccetto fine d’argento al polso destro. All’orecchio, un minuscolo pearcing.    

Mi strinse la mano con vigore e mi sentii alleggerita. Temevo infatti, una serata in silenzio mentre i due avrebbero chiacchierato alacremente. Ma Marco in questo, era diverso da Ivan, non sembrava interessato a tenere la scena.

Ci sedemmo a tavola dopo aver servito un aperitivo. Ivan sembrava più che mai distante.

“Allora, Marco”, dissi mentre servivo la quiche.

“Ivan mi ha detto che ti occupi di fotografia.”

“E be’, sì!”, rispose con un sorriso che mi sembrò davvero cordiale.

“Che formazione hai?”, gli chiesi volgendo, non so perché, lo sguardo verso Ivan.

Era seduto alla mia sinistra, mentre Marco era dall’altro lato del tavolo. Ebbi forte e chiara la sensazione che Ivan fosse contrariato dal mio intervento, con le narici leggermente dilatate e le labbra strette, quasi come se gli avessi tolto qualcosa, un’attenzione o non so che. Ma volli insistere. Avevo preparato con cura tutto, meritavo di esserci.

“Mi sono diplomato all’Accademia delle belle arti qui, a Napoli,  e ho uno studio fotografico in società…”

“Allora come pensi di organizzarti?”, intervenne quasi brusco Ivan.

“Oh! Ho già pronto qualcosa, mi piaceva l’idea di partire da una visione di quartiere, una serie di immagini che seguono un filo logico.”

“Interessante! Continua.”

Ivan mi aveva tolto la parola. Il suo stile non si smentiva. Quella cena mi confermò l’idea che avevo già chiara nella testa. Stavo con un narcisista viziato e stupido, infantile quanto scorretto.

Quando iniziai a sparecchiare, i due erano completamente assorbiti dalla conversazione professionale. Marco aveva tirato fuori dalla cartella che aveva con sé, del materiale fotografico che avevano sistemato sul tavolo.

Iniziò una battaglia interiore. Uno scontro lacerante, dentro di me. La rabbia e il desiderio che si prendevano quasi a botte. Uno scontro a sangue potrei dire, finalmente.

“Mi piace da morire! Lo amo, cazzo! In fondo è un bambino che deve ancora crescere, posso fare molto per lui!”, pensavo.

E subito dopo : “Sei un’idiota! È il sesso, la fissazione del suo corpo, l’idea di possederlo nel tuo cerchio, la fuga da casa di mamma. Tutto il resto è nulla e lui forse, ti usa pure”!

E poi ancora : “sta’  zitta, stronza”!,  dissi quasi a voce alta, mentre un bicchiere cadeva dalla mano e si infrangeva a terra.

“Tutto bene, di là?” La voce di Ivan fu un trasalire violento.

“Sì, sì, scusatemi, nulla di grave!”     

Dopo mezzanotte, entrai in salotto per congedarmi dall’ospite.

“Raffaella!”, disse Ivan con enfasi quasi come se  non aspettasse che me.

“Si è fatto tardi, abbiamo ancora molto da lavorare, mi piacerebbe ospitare Marco…”

“Ma no dài! Non voglio importunarvi!”, rispose pronto Marco, alzando le due mani lisce verso l’alto.

Non me lo feci dire una seconda volta ed iniziai col tirare dall’armadio del corridoio, lenzuola, coperta e trapuntino. Sentivo ancora le blande proteste di Marco mentre mi accingevo ad aprire il divano e a trasformarlo in un comodo letto.

Alla fine, fui felice del lavoro fatto, quasi una compensanzione alla dolorosa battaglia in cucina, dentro di me.

“Be’, buonanotte!”

“Buonanotte e grazie!”, rispose Marco sorridendo e mostrando la graziosa fossetta che notavo solo in quel momento.

“Buonanotte, tesoro. A dopo!” disse Ivan, senza  guardarmi e continuando ad analizzare il lavoro di Marco, sul tavolo.

La battaglia continuò nel lato del letto di Ivan che occupavo.

“Non vedi che non ti dà spazio? Parlate pochissimo, quasi nulla!”

“È fatto così! Di poche parole…e vuole me!”

“Cretina!”

“Lasciami dormire!”

E caddi in un sonno profondissimo, probabilmente. Mi svegliai verso le quattro e avvertii senza dovermi voltare per constatarlo, che Ivan non c’era accanto a me. Non osavo muovermi,con la coperta fin sotto gli occhi. Ad un certo punto sentii la porta della camera aprirsi lentamente. Non so perché, richiusi rapidamente gli occhi, lasciando solo un sottilissimo spiraglio, sotto le ciglia. E lo vidi. Si muoveva con cautela. Ivan era nudo con un’asciugamano attorno ai fianchi. Serrai nuovamente  gli occhi. Con passo felpato si diresse molto probabilmente, verso il suo lato del letto ed ebbi il tempo di vederlo uscire con in mano il pigiama e richiudersi adagio la porta alle spalle.

A quel punto mi voltai e constatai, col cuore che aveva iniziato a sbattermi  fin quasi ad uscire fuori dal petto, che non aveva dormito con me. Il suo posto era intonso, come l’avevo preparato il giorno prima.

Poi la porta  della camera da letto si aprì con meno attenzione. Feci in tempo a richiudere gli occhi ed Ivan col pigiama addosso, venne a stendersi. Mi diede le spalle e dopo un po’, dormiva pesantemente.

Il lavoro mi salvava, riempendo d’ossigeno le mie scarse riserve.

Non amavo la scuola, ci ero finita dentro con la convinzione che i miei studi non portassero ad altro. Un’inutile laurea in lettere non sembrava offrirmi alternative.

E mi aveva stancato presto il relazionarmi con adolescenti scorretti, viziati e insofferenti. Eppure, in quei giorni, la scuola mi sembrò il rifugio, il santuario d’accoglienza. Arrivavo trafelata, col fiatone e tra un guizzo di lucidità ed un lampo di rinsavimento, mi dicevo che quel pomeriggio stesso, sarei scappata da quella casa, avrei lasciato un bigliettino, fatto cadere le chiavi nella cassetta della posta. Tiravo lunghi sorsi d’aria mentre i ragazzi mi guardavano incuriositi.

“Che si è fumata?” sentii dire da qualcuno. Finsi  nulla.

Col suono della campanella però, dopo aver lasciato gli alunni ai cancelli, sapevo dove mi avrebbero portato i miei passi. Prima tappa, la metro. Poi all’uscita, proseguivo  a piedi guardando a terra, uno ad uno, i cubetti della pavimentazione.

Li contavo in verticale per poi fermarmi ad un certo punto. Da lì, misuravo lo spazio mancante e tiravo ad indovinare quanti sampietrini mancassero all’appello prima di svoltare a destra, nella traversa che portava all’edificio dove abitava Ivan. Se il numero era più o meno esatto, avvertivo una sensazione pacifica che mi convinceva che la giornata sarebbe sfumata via in tranquillità.

Nei giorni trascorsi da Ivan, non sentii mia madre. Un paio di volte avevo provato a telefonarle. Non aveva un cellulare ma disponeva di un fisso con le chiamate visibili e non rispondeva.

Accettai quelle cose come inevitabili ma mi preoccupava il futuro. La sua salute non era delle migliori. Anche lei era in sovrappeso, con problemi di diabete e di circolazione. Spesso dimenticava i farmaci e mi chiedevo chi l’aiutasse in mia assenza.

Mi capitava di svegliarmi la notte, nello spazio ristretto del letto, addosso al cuscino che Ivan metteva di traverso per non subire invasioni, e mi tormentavo al ricordo delle statine o del glipizide che mamma avrebbe potuto dimenticare di assumere .

Con la crescente consapevolezza dell’assurdità commessa, rispondendo al capriccio di Ivan, tornavo a considerare casa di mamma come unico rifugio, ritorno all’ovile. I suoi steccati erano ancora lì ad attendermi. Sarei tornata da lei, certo. Al momento, non disponevo di altra abilità che non fosse il passare da una gabbia all’altra.

La preoccupazione per mia madre, risiedeva nella paura che morisse. E la morte mi avrebbe privata di qualcosa di cui ancora avevo bisogno. La mia mente era come i miei chili di troppo, ci stavo incastrata dentro. La dimensione della mia vita doveva essere una formina come quelle in cui pressavo la sabbia da piccola, sulla spiaggia. Una tartaruga, una barchetta. Avevo la  necessità di sentirmi contenuta in  un luogo dalle pareti asfittiche ma definite. Dovevo essere figlia, compagna, forse un giorno madre. Dovevo incasellarmi e perdere i miei contorni all’interno di altro da me, così funzionava.

Nel frattempo, continuavo a spiare Ivan. “Adesso si avvicina” pensavo. “Vorrà fare l’amore!”, “adesso mi chiede come va, ma non ascolterà la risposta. E mi concederà mezzo sorriso. Ma cosa vuole da me? Cosa vuoi? Chi sei? Chi sono?”

E ripercorrevo il perimetro dell’appartamento lindo, cercando di tenermi impegnata o di fingere di avere cose da fare. L’intuizione circa quel gioco che mi aveva rifilato per attirarmi all’interno della sua dimora, si delineava poco a poco. Ogni giorno aggiungevo un pezzetto. I suoi discorsi fatui sulle aspettative dei genitori nei suoi confronti, sulle sue scelte libere, sulla creatività del suo lavoro, si frantumavano sotto il peso di un odio feroce, costipato,  che scorreva  da una perdita, da una crepa sottile, al momento. Sentivo  però, che si stava dilatando e che sarebbe diventata una specie di  cratere. E da lì, il magma mi si sarebbe riversato addosso. Rischiavo, lo sapevo, a restare in quel posto. Forse rischiavo l’incolumità, forse c’era un sostrato violento che aspettava solo l’occasione per emergere.

La sera, sul divano, con gli occhi attaccati allo schermo della tivvù, senza guardare niente, aspettavo di captare qualche segno, qualche gesto che mi lasciasse intuire che l’attacco stava per cominciare. E invece iniziava con i suoi massaggi circolari e non smetteva. Sotto quei polpastrelli che accarezzavano la pelle della nuca, continuavo a cedere, l’istinto mi suggeriva che quelle carezze erano esclusive, erano riservate a me, alla Raffaella che l’avrebbe salvato. E dopo un po’, dalla mente già sovraccarica, fuorisciva un pensiero del tipo :“scappa, stupida! Scappa adesso! Salta via da quel divano ingannevole. Ti sta solo preparando al prossimo giorno che viene, quando amorevolmente, gli preparerai il ragù di funghi e gli stirerai le camicie”.

“Zitta!” replicavo a me stessa, “sta’ zitta, lui ha bisogno di me. Io sono sua madre!” Mentre gli occhi mi si chiudevano lentamente sotto l’effetto soporifero delle sue dita.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Angela Minolfi
Angela Minolfi è nata a Napoli nel 1961. Insegna lingua e civiltà francese. Si è avvicinata alla scrittura attraverso il suo lavoro di educatrice. È infatti autrice di cicli di racconti didattici per la scuola secondaria di primo grado. “Cécile, un racconto nella rivoluzione”, “Il vetro rotto, storie di bulli e baby gang”, sono in adozione nelle scuole italiane. Adesso, però, è il momento di cimentarsi in qualcosa di diverso, per un pubblico diverso.
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