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Ti porto nel mio mondo

Ti porto nel mio mondo
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Consegna prevista Ottobre 2022

Il testo ha come scopo quello di narrare in modo semplice delle storie che portano con sé un bagaglio morale e culturale. Gli elementi fantastici si mescolano così alla realtà, alla storia e alla letteratura auspicando la formazione di un primo interesse, soprattutto per i più piccoli. I racconti narrati tengono inoltre a sottolineare alcune tematiche che l’autore ha a cuore, primo fra tutti il rispetto per la natura e i suoi esseri viventi, ma anche l’amore sconfinato per alcuni giganti della nostra letteratura (Dante), o ancora, l’amore per le donne. L’opera dunque, nonostante la sua semplicità, fornisce, attraverso storie fantastiche, nozioni vaste e differenti che portano il testo al confine con l’enciclopedismo.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea nasce da un bellissimo progetto a cui ho potuto partecipare con onore e cioè quello di scrivere storie per ragazzi disabili che vivono all’interno di case famiglia. I racconti sono stati pubblicati sul giornalino mensile “Il giornalino delle case famiglia” con l’intento di narrare eventi e fatti storici e letterari attraverso la semplicità del linguaggio e con un pizzico di fantasia. Ogni racconto ha una sua tematica (a seconda anche del mese in cui è stato scritto) ed una sua morale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

IL PICCOLO LUCIO E IL SUO PELUCHE

Il signor Remo era il proprietario del negozio di giocattoli più grande del paese. Fin da quando era bambino, amava passeggiare per le vie della cittadella alla ricerca di vecchi giocattoli buttati nei cassonetti dell’immondizia. Raccoglieva tutto ciò che trovava: vecchie bambole, pupazzi senza una gamba o un braccio, soldatini scoloriti, piste di macchine mal messe etc. Ogni sera tornava a casa con il suo “bottino” e, nonostante le grida della madre che lo voleva grande studioso, il piccolo Remo si chiudeva in camera (o meglio il suo “laboratorio”) ed iniziava a riparare tutti i giocattoli raccolti durante la giornata. Passarono gli anni, terminò la scuola dell’obbligo e decise di affittare a sue spese un piccolo box impolverato situato alla fine della strada principale del paese. Portò con se tutti i giocattoli a cui aveva ridonato bellezza durante la sua infanzia ed adolescenza e iniziò a venderli. Un giorno una donna suonò il campanello del suo negozio e con aria superiore ed adirata lasciò al signor Remo un piccolo cerbiatto di peluche. Alla domanda di Remo sul perché gli stesse lasciando il pupazzo, la donna rispose che era una grande distrazione per suo figlio, che passava tutto il giorno a giocare con il peluche e tralasciava lo studio. Il signor Remo sentì d’improvviso sobbalzare una grande tristezza nel suo cuore: la scena a cui aveva appena assistito, gli ricordava la sua infanzia e sua madre che tentava di dissuaderlo dall’amore per i giocattoli.

Con aria triste e commossa prese così il piccolo cerbiatto di peluche e lo mise in prima fila in vetrina, sperando per lui un futuro migliore.

I giorni passavano e nessun bambino rimaneva attratto da quell’oggetto in prima fila; ciò che invece balzò agli occhi del signor Remo era una cosa strana e inspiegabile: ogni mattina, quando apriva il suo negozio, trovava il piccolo cerbiatto a terra, sotto la vetrina, in una posizione quasi accasciata. Lo raccoglieva e lo rimetteva al suo posto ma il giorno seguente aveva davanti agli occhi sempre la stessa scena.

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Il proprietario del cerbiattino era un bambino di nome Lucio ed ogni giorno, all’insaputa della madre, si nascondeva dietro un grande albero davanti al negozio di Remo ed osservava il suo amico ormai lontano piangendo. Proprio per questo, il pupazzo cercava ogni volta di raggiungerlo, cadendo dallo scaffale della vetrina e rimandando l’incontro al giorno successivo.

Il piccolo Lucio era disperato. Non voleva andare a scuola e non voleva neanche mangiare; passava i suoi giorni chiuso in camera a fare disegni che ritraevano il suo amico di pelo.

Gli altri giocattoli del negozio, assistevano ogni giorno alla caduta del cerbiattino intento a raggiungere il suo padrone e nonostante avessero cercato di convincerlo che ogni suo gesto risultava inutile, lui continuava imperterrito.

Mancando tre giorni alla notte della vigilia di Natale, il signor Remo era solito organizzare nel suo negozio un incontro con tutti i bambini del paese che gli portavano la loro letterina chiedendogli di fabbricare per loro i giocattoli richiesti, in attesa che Babbo Natale li passasse poi a prendere.

Durante la lettura delle lettere, Remo rimase sorpreso soprattutto da una che recitava così: “Ciao sono Lucio, per Natale rivorrei soltanto il mio cerbiatto. È nella tua vetrina e mi è stato rubato da mia madre. Non chiedo altro.”

Il giocattolaio capì dunque immediatamente che il pupazzo di cui parlava era proprio quello che giorni addietro la signora misteriosa aveva portato nel suo negozio e decise di risolvere la situazione.

La notte del 23 dicembre ebbe l’idea di non chiudere il negozio per vedere se anche questa volta il piccolo cerbiatto si sarebbe mosso. Ad un certo punto sentì degli strani rumori provenire dalla vetrina; si guardò intorno, abbassò lo sguardo e rivide il pupazzo a terra. Sorpreso ed anche un pò impaurito, si avvicinò lentamente alla sua vetrina per cercare di darsi una spiegazione logica a quell’evento fantastico. In lontananza, fuori dal suo negozio, vide una piccola sagoma che d’improvviso si nascose dietro ad un albero. Il signor Remo uscì cautamente e con passi silenziosi si avvicinò all’albero scoprendo il piccolo Lucio in un bagno di lacrime. Dopo avergli chiesto spiegazioni ed essersi assicurato che il vero padrone del pupazzo fosse lui, gli disse: “Giovanotto tu sei speciale ed oggi mi hai dato una grande lezione di vita: hai dimostrato quanto per te valga quel cerbiatto e nonostante avevi la possibilità di chiederne uno nuovo a Babbo Natale, tu hai preferito riavere il tuo, nel quale hai posto tanto amore. Proprio per questo ti vorrei come mio aiutante; ti andrebbe di andare in giro a raccogliere giocattoli abbandonati e rotti?

Gli occhi del piccolo Lucio si illuminarono di gioia e rispose “Sarebbe bellissimo. Ma posso portare con me il mio peluche?”. Il signor Remo annuí, gli restituì il pupazzo e gli disse di tornare il giorno dopo per una prova.

Passata la notte abbracciato al suo cerbiatto, Lucio tornò al negozio di giocattoli entusiasta di iniziare questa nuova avventura. Non appena varcò la porta, vide che Remo aveva riprodotto circa venti peluche uguali al suo e ognuno di essi aveva un cartellino intorno al collo con un nome: Giovanni, Luca, Rachele, Fabio etc. Quando chiese spiegazioni al giocattolaio egli rispose: “Caro Lucio, oggi hai una missione importante: stanotte sarà la vigilia di Natale e voglio che tu vada a consegnare casa per casa questi pupazzi. Ognuno di loro ha il nome del futuro proprietario. I bambini mi hanno chiesto giocattoli diversi nelle loro lettere, ma quest’anno ho deciso di fare loro un dono diverso. Voglio che sia proprio tu a consegnare loro il peluche e a raccontare ad ognuno la tua storia. Essi capiranno che il valore affettivo per un oggetto a noi caro, non è sostituibile con niente di nuovo. Buon natale Caro Lucio”.

RE ASTIANATTE E LUNA DEI LUPI

n un bosco ai confini con la città, viveva una giovane donna di nome Luna in compagnia di un branco di lupi. Si era costruita una piccola casetta di pietra da cui usciva costantemente il fumo del suo camino, che teneva sempre acceso.

I lupi e Luna avevano costruito un loro equilibrio: mangiavano insieme, passeggiavano insieme e si proteggevano a vicenda. Tutto questo fu possibile solo perché, qualche anno prima, la ragazza salvò un cucciolo che stava annegando in un fiume e lo riportò tra i lupi. Da quel momento essi non riuscirono a staccarsi da quella figura umana che si era mostrata amorevole nei loro confronti e la accolsero nel loro branco come un vero e proprio membro.

Durante una giornata in apparenza tranquilla, mentre Luna era intenta a raccogliere bacche, un’enorme nube di fumo invase il bosco rendendo impossibile la vista del cielo. I lupi iniziarono a correre all’impazzata e si ripararono dentro casa della giovane. Dopo una lunga riunione, decisero di mandare i tre lupi più forti alla scoperta di quella nube misteriosa, e di avventurarsi quindi verso la città. Al loro ritorno il branco scoprì che la città limitrofa era andata a fuoco ed erano state distrutte la maggior parte delle abitazioni con annesse le provviste di cibo. Alcuni lupi festeggiarono in quanto gli umani non si erano mai mostrati gentili con loro ed in quel momento, con la città in fiamme, avrebbero potuto attaccare i greggi dei pastori lasciati incustoditi.

Leonte, il lupo più anziano e saggio del branco decise invece di non dichiarare guerra alla città, rispettando per il momento la sofferenza del popolo. Luna, d’accordo con la posizione di Leonte, propose di raccogliere cibo e caraffe d’acqua per la gente della città e tutti si misero in raccolta. Passarono circa due giorni quando, la notte del terzo giorno, i lupi sentirono degli strani rumori provenire dalle boscaglie. Il cielo si era fatto più scuro del solito, quasi volesse avvertire di un oscuro presagio; i rumori si facevano sempre più intensi e i lupi, con coraggio e fierezza si misero in piedi a schiera davanti alla casa della ragazza pronti a proteggerla e in attesa che quei rumori si rivelassero. Dall’alto della collina avvertirono un forte grido di voce umana al cui seguito  arrivarono, con in mano fiaccole infuocate, circa trenta uomini. Gli animali si prepararono alla battaglia e misero immediatamente a riparo i loro cuccioli, mentre quella nube di fuoco umano si avvicinava sempre di più. Quella notte fu una vera guerra: gli umani, accecati dalla rabbia e dalla fame, saccheggiarono il bosco e distrussero l’habitat del branco, mietendo anche due vittime: Leonte e suo fratello Minervo. I due vecchi, si erano posti in prima linea durante la battaglia, consapevoli che sarebbero morti per salvare tutti gli altri. La mattina seguente, passata la battaglia, i lupi si recarono nella casa di pietra di Luna per accertarsi che stesse bene in quanto, dalla notte precedente, essa non si era mai alzata dalla sua poltrona e fissava il camino con sguardo spento. I lupi cercarono in tutti modi di far reagire la giovane, portandole bacche e radici di cui era ghiotta, ma ogni azione si rivelava inutile. Passarono così parecchi giorni, e il branco piano piano ricostruiva il suo bosco, cercando di rimediare all’enorme danno causato dall’uomo. L’inverno era nel suo pieno splendore; era gennaio e il freddo secco e potente. La città, nonostante avesse in parte superato l’incendio, viveva ormai da giorni in assoluta povertà. Dopo un lungo periodo di silenzio, Luna uscì dalla casa di pietra e radunato il branco disse: “Miei cari compagni, la mia bocca ha taciuto per giorni perché il mio cuore è spezzato. Abbiamo perso due membri fedeli e saggi. Siamo stati saccheggiati ed uccisi. La rabbia umana si è barbaramente avventata su di noi, nonostante non avessimo colpe. Anche io, come ben sapete, sono un essere umano; ma tempo fa ebbi il privilegio di essere accolta tra di voi ed imparai tanto. Oggi anche io sono un lupo: conosco cosa sia l’amore e la lealtà, la protezione e la bontà d’animo. Da millenni noi umani tentiamo di distruggervi, perché l’essere umano tende ad abbattere ciò che non conosce e si impone con la forza perché si crede superiore. Oggi però, saremo noi ad elevarci ad un livello superiore di quello umano: andremo tutti in città pacificamente e porteremo con noi anche i nostri cuccioli, che non sono poi così diversi da quelli loro umani. Andremo in città e consegneremo cibo, quel poco che ci è rimasto dopo il saccheggio.”

Nonostante il malcontento di alcuni, la maggior parte dei lupi fu d’accordo con le parole della loro amica e, raggruppate le poche provviste che avevano, si misero in cammino verso la città. Era il 6 gennaio quando il branco arrivò alle enormi porte di legno che separavano la cittadina dal bosco. Entrarono fieramente con a capo Luna, tra gli sguardi attoniti ed impauriti della gente e posero a terra sacchi di bacche, erbe naturali, legna e qualche caraffa d’acqua. Il popolo, stupito, raccolse immediatamente le provviste e fece largo al proprio Re. Avvicinatosi cautamente ai lupi e a quella strana donna, Re Astianatte chiese il perché di quel gesto insolito e, alla risposta della ragazza che sottolineava la differenza etica e morale tra di loro, si mise in ginocchio e scoppiò in un pianto. La città si risollevò in poco tempo e tra le due specie iniziò a regnare la pace.

Da quel giorno, Re Astianatte proclamò una legge: il 6 gennaio di ogni anno, lupi ed umani avrebbero mangiato insieme scambiandosi dei doni. Da quel giorno, prese vita una leggenda simile a quella della Befana; una giovane solitaria che di notte, con l’aiuto dei suoi lupi, porta pace e ristoro.

DANTE TRA REALTA’ E FANTASIA

Cari amici, mi presento: mi chiamo Giovanni Boccaccio, sono nato molti anni fa rispetto a voi e forse qualcuno ha ben presente chi sono. Per chi non lo sapesse sono un poeta fiorentino, ma oggi voglio parlarvi di un altro personaggio.

Qualche anno prima di me, nacque a Firenze un uomo molto particolare. Da quello che potei udire da chi lo conobbe, credo che camminasse curvo, a passo lento e che era sempre molto attento a tutto ciò che incontrava nel suo cammino. Indossava sempre una veste rossa e il suo capo era coperto da un cappuccio che lasciava intravedere di profilo il suo grosso naso aquilino. Della sua famiglia seppi poco e niente, l’unica notizia certa fu il nome dei suoi genitori; sua madre si chiamava Monna Bella e suo padre Alighiero. Quello che tutti sapevano per certo in città, era che egli amava perdutamente una ragazza di nome Beatrice Portinari. Ella era bella davvero, con la pelle candida e i movimenti leggiadri, gli occhi celesti e la voce da usignolo. La prima volta che i due si incontrarono, il nostro personaggio aveva nove anni e rimase estasiato da tanta grazia e bellezza. Il secondo incontro, quello più importante, avvenne nove anni dopo, quando egli ricevette per la prima volta il saluto di lei. Da quel giorno decise che avrebbe scritto per lei un’opera fantastica e ne avrebbe elogiato ogni sua virtù. Ancora non avete capito di chi sto parlando? Esatto! È Dante Alighieri. Il maggior poeta di Firenze, colui che insieme a me e Francesco Petrarca fa parte delle cosiddette “Tre corone fiorentine”, ovvero i tre poeti più grandi di Firenze. Come come? Perché ho deciso di raccontarvi proprio la sua storia? Perché Dante fu un personaggio fantastico, quasi al confine tra realtà e finzione. Su di lui infatti, ruota una leggenda antichissima; si narra che egli, dopo la veduta di Beatrice, ogni volta che era sulla sua scrivania intento a scrivere, vedeva scendere dal cielo un capello della beata e trovava ispirazione per ogni componimento. Esatto, proprio così. Quando il capello cadeva leggiadramente sul suo foglio, esso iniziava a scriversi e a comporsi da solo. La pagina da bianca iniziava a riempirsi di versi e rime e finché Dante non spostava il capello magico dalla scrivania, questo processo non cessava mai. Notte e giorno era curvo sul suo scrittoio e narrava di lei. Raccontava tutto: i loro incontri, i suoi sorrisi, le sue gesta quasi divine e descriveva con cura anche la sua veste bianca, che la faceva assomigliare ad un bellissimo angelo.

Un giorno, come suo solito, rincasato dalla passeggiata, si sedette in attesa della scesa del capello, pronto a continuare la sua narrazione. Aspettò più del solito ma del capello non vi era traccia. Iniziò così a preoccuparsi finché dalla sua finestra non entrò un gufo che portava un messaggio: “Beatrice è morta, rendila immortale con un’altra opera”.

Alla lettura di tale messaggio Dante si disperò, buttò a terra tutto ciò che aveva scritto e scoppiò in un pianto disperato.

Quella notte, quando riuscì ad addormentarsi, Beatrice gli apparve in sogno e lo consolò dicendogli di stare bene nel posto in cui si trovava, quel posto si chiamava Paradiso. Al suo risveglio, Dante sentì balzare nel suo cuore un’improvvisa voglia di narrare quel luogo fantastico descrittagli in sogno dalla sua lei. Prese carta e penna ed anche questa volta, nonostante l’assenza del capello, il foglio prese forma da solo ed apparve magicamente la parola “Commedia”. Continuò a scrivere non facendo caso a quel dettaglio strano, perché la mano muoveva da sola la penna e non poteva distrarsi. Passarono mesi e mesi e Dante aveva smesso anche di uscire di casa. Non aveva tempo per le passeggiate perché oramai aveva una missione: doveva raccontare la seconda vita di Beatrice, quella che era venuta dopo la sua morte e che si svolgeva in Paradiso, chissà in compagnia di chi. Dopo circa un anno di scrittura, la sua opera non era ancora completa, ma iniziava a delineare un percorso preciso nella mente di Dante; ed ecco che, nel bel mezzo del nulla, apparve al poeta un aggettivo che rappresentava perfettamente ciò che stava scrivendo: Divina. Questa parola comparve nel foglio per circa 33 volte e Dante ebbe l’intuizione di collegarla a quell’altra che tempo prima aveva temporaneamente ignorato, “Commedia”. Nacque così l’opera più straordinaria di sempre. L’opera che tutt’ora oggi, voi uomini moderni, leggete con ammirazione ed entusiasmo. Nacque la Divina Commedia, composta da 33 canti, come le volte in cui apparve la parola “divina”. Era l’opera che raccontava dell’ascesa di Beatrice in Paradiso ed era l’opera in cui essa era delineata come una guida verso la salvezza. Una guida per Dante e per tutti gli uomini che peccano. Beatrice rimase così nella storia, accomunata per sempre a quell’uomo curvo e strambo quanto geniale ed eterno.

2022-01-14

Aggiornamento

Car* lettor*, sono lieta di comunicarvi che abbiamo appena superato il 30%! Sono talmente felice che (paradossalmente) non trovo le giuste parole per ringraziarvi. Continuiamo così!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Complimenti, storie bellissime!

  2. Cecilia Corazzi

    Consiglio vivamente la lettura di questo libro. Lho comprato ed ho potuto leggere L anteprima che mi è piaciuta moltissimo… È un libro per ogni età ma soprattutto adattissimo per i nostri ragazzi che possono imparare tramite la fantasia. Super!!!!

  3. Laura Tozzi

    (proprietario verificato)

    Un libro che non posso fare altro che consigliare! L’anteprima mi ha già incuriosito moltissimo…non vedo l’ora mi arrivi a casa!! Ho preso entrambi i formati (cartaceo e digitale) in modo da poterlo portare sempre con me, ovunque vado 🙂

  4. Santo Marcello Rizzotto

    Complimenti Rebecca…bravissima

  5. Rebecca Ruiti

    Grazie per le belle parole; spero che il resto di ciò che dovete ancora leggere, vi stupirà sempre di più!

  6. (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima e mi è bastata per innamorarmi di questo libro pieno di racconti, spero di riceverlo il prima possibile e di leggerlo ai miei nipotini.

  7. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di riceverlo cartaceo a casa. La bozza mi ha incuriosito tantissimo!

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Rebecca Ruiti
Rebecca Ruiti nasce a Roma il 08/12/1996, frequenta il liceo Maria Montessori e si laurea in lettere moderne a luglio 2020 presso l’Università di Roma “La Sapienza” con una tesi su “Matilde Serao tra letteratura e giornalismo”.
Attualmente è specializzanda in Filologia Moderna presso l’Università di Roma la Sapienza. Le sue passioni sono da sempre la scrittura, la letteratura e l’insegnamento, strada questa, che ha iniziato ad intraprendere.
È un’amante degli animali ed è sempre pronta a difendere i loro diritti anche, se non soprattutto, attraverso la scrittura. Ha molti sogni che trapelano dai suoi occhi e sta iniziando a realizzarli.
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