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Ti scrivo per abbracciarti

Ti scrivo per abbracciarti
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Consegna prevista Maggio 2022

Beatrice ha da poco perso il suo primogenito e decide di rinchiudersi nel proprio dolore, dimenticando di avere un marito, altri due figli e un lavoro che amava tanto.
Dopo mesi trascorsi in un abisso fatto di disperazione (“perché proprio Davide?), rimpianti (“se l’avessi abbracciato di più”), rimorsi (perché l’ho sempre ostacolato nel suo sogno di fare il musicista?), e rabbia (perché l’amico, invece, si è salvato?), finalmente due piccole frecce, una dal passato e l’altra dal presente, riescono a raggiungerla e a darle la forza per reagire: il desiderio di realizzare il sogno di suo figlio e la scoperta di un vecchio diario in cui una certa Camilla scriveva al figlio partito per il fronte durante la seconda guerra mondiale.
In tutta la narrazione si alternano passato e presente, Camilla e Bea, e ci si rende conto che le emozioni e i contrasti che agitano l’animo umano non sono cambiati e che spetta a ognuno di noi decidere di far prevalere l’amore e la speranza. La vita, insomma.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro dopo aver incontrato due donne, in momenti diversi.
La prima viveva congelata nel ricordo del figlio, la seconda del marito. Entrambe si nutrivano del proprio dolore, fatto di rimpianti e di rabbia, incapaci di continuare a vivere.
“Ti scrivo per abbracciarti” è nato per incoraggiare chi è nella prova – di qualsiasi tipo – a trovare la forza per riuscire in un’impresa molto difficile: attraversare il proprio dolore e trasformarlo per non renderlo vano.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Oggi è il 5 aprile. Lo dice il calendario. Oggi Davide compie vent’anni.

Bea stringe gli occhi. Avresti compiuto vent’anni. Non escono lacrime dai suoi occhi. Non possono. Perché lei ha desiderato morire, davanti allo specchio, e forse c’è riuscita. Non fisicamente, certo, eppure lei si sente morta. Parla poco, mangia poco, si lava e si veste quando Irene la costringe. Non gira più per casa, sì è rinchiusa nella sua camera, come se fosse una cella. I figli, il marito, Irene e Carlo vengono a controllarla spesso e lei ignora i loro sguardi preoccupati. Lei non permette a nessuno di loro di penetrare nella sua fortezza. Vuole rimanere lì dentro, perché lì dentro il suo Davide è vivo. Uscire allo scoperto significa accettare che lui è andato via per sempre.

La primavera è testarda. Nonostante il gelo dell’inverno lei ritorna frizzante e spavalda ogni anno, con i suoi tepori e le sue promesse. Bea se n’è accorta che è arrivata, anche quest’anno, e prova una grande rabbia. Come ha potuto essere così sfrontata? Non l’ha forse saputo che Davide non c’è più? Che non può più andare in giro in bici, non può più raccogliere le margherite e portargliele, e sistemargliele sui capelli e dietro le orecchie?

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Lei se n’è accorta del suo arrivo perché la vestaglia grigia di lana pesante la fa sudare, dalla finestra il cielo azzurro e sereno la sfida, le giornate si sono allungate e lei invece ora preferisce il buio, non quel sole che non vuole più andare a dormire tanto presto. Come un bambino che gioca e si sta divertendo.

Silvia, nella tarda mattinata di un sabato, bussa alla sua porta. Bea riconosce la sua voce e l’invita ad entrare. La figlia le mostra felice il foglio rosa, ha appena superato l’esame di guida. Lei le dice brava! ma prova vergogna. Aveva dimenticato che andava a Scuola Guida. Le viene in mente il giorno in cui anche Davide aveva preso la Patente. Lei aveva fatto un dolce, per festeggiare, lui le aveva fatto fare un giro in macchina. Ora teme che anche Silvia si aspetti un dolce da lei.

Signore… fa che non mi chieda di fare un giro in macchina con lei!

Ma Silvia non le chiede niente, né il dolce né il giro in macchina. Ha imparato a leggere dietro gli occhi di sua madre.

Carlo viene a giorni alterni, quando finisce di lavorare allo studio. Le sembra passato un secolo, almeno, da quando lei ci ha messo piede per l’ultima volta. Lui la informa sui progressi dei tirocinanti, le porta i loro saluti, le chiede consigli sul progetto a cui stanno lavorando.

Qualsiasi cosa dica Carlo, però, su di lei scivola come l’acqua su un tessuto idrorepellente. Ecco… lei è diventata repellente a tutto. Bruciasse la casa, lei sarebbe contenta di bruciare insieme a lei. Arrivasse una tromba d’aria, lei sarebbe felice di entrare nel suo vortice ed essere portata via.

Ma non succede niente di tutto ciò. La vita scorre tranquilla, la sua casa continua a rimanere in piedi, Gabriele, i suoi figli e tutti gli altri stanno bene.

E’ la fine di luglio, ormai, ma per Bea è sempre inverno. Dentro e fuori di lei.

Dopo la primavera, anche l’estate è arrivata puntuale. Un’altra sfrontata.

Enrico è stato promosso in prima media, con ottimi voti. Silvia si è diplomata con 100. Lei ne è stata felice, naturalmente, quando entrambi sono entrati nella sua camera e gliel’hanno comunicato. Felice ma incapace di dimostrarglielo.

E’ spenta, nessuna emozione traspare dai suoi occhi, per cui qualsiasi parola di lode rivolga ai suoi figli risulta fredda e distaccata. E questo la fa sentire ancora peggio.

Oddio che… vergogna! Possibile che… mi fa rabbia che gli altri miei due figli, il sangue del mio sangue… stiano ottenendo ottimi risultati mentre…

No… non è possibile… che madre sono diventata!

-Ho detto… usciamo a fare una passeggiata? – le ripete Gabriele.

-No. Non mi va.

-Dimmi tu una cosa che ti va! Non capisci che se non ne parliamo rischiamo di allontanarci l’uno dall’altra? – grida lui esasperato.

-E di cosa vorresti parlare… eh? Del fatto che lui è morto e il suo amico invece è vivo?

-E’ stato un incidente! Ancora non si sa come è successo esattamente. L’amico… Paolo, non superava il tasso alcolico, non si sa se si è distratto o che altro… si è ripreso solo da poco tempo… ha riportato diverse ferite…

-Però è vivo! E invece…

-Basta! Pensi che dare la colpa a Paolo faccia ritornare in vita Davide?

-Certo che no! Ma perché è capitato a Davide? Perché è capitato a noi?

Inizia a piangere. Gabriele le tende una mano ma lei si ritrae.

-Mi aveva detto che avrebbe fatto tardi… e invece non è più tornato. Era così contento quando l’ho sentito al telefono… doveva parlarmi di due cose… Era così pieno di vita e adesso è morto! E sono morta anch’io… – singhiozza sempre di più.

-E invece devi trovare la forza di tornare a vivere. Anche per me non è facile, ci hai pensato? Però abbiamo altri due figli e non è giusto nei loro confronti. Anche loro stanno soffrendo.

Si gira ed esce dalla stanza. Bea continua a piangere. Piange per Davide e per lei, che non riesce a dare un senso a quello che è successo, a trovare un motivo per ritornare ad essere una mamma.

Ogni giorno compie sempre le stesse azioni: si alza, si lava, si veste, beve il caffè che qualcuno le porge (Gabriele? Irene?) ma per lei si tratta solo di presenze. Quello che le succede intorno non la riguarda più. Si alza di scatto, prende la chiave dal primo cassetto del comò e va dritta in camera di Davide.

Lì dentro osserva le sue cose. Sempre gli stessi gesti. Sfiora il sassofono, accarezza gli spartiti, apre l’armadio e prende uno dei suoi giubbotti. Se lo stringe al petto.

Glielo aveva visto addosso il giorno prima che se ne andasse per sempre. La sera, quando se lo tolse, le disse facendole quello sguardo scanzonato a cui lei non sapeva dire di no: – Mammina… me lo porti in lavanderia?

Invece il giorno dopo se ne dimenticò. Meno male! Così posso sentire ancora il suo odore!

Se lo abbraccia, come se volesse spremerne l’ultima goccia di vita di suo figlio.

Ha sofferto… prima di morire? Ha pensato a me, mi ha chiamata? O è morto subito dopo lo schianto? Nessuno le ha raccontato la dinamica dell’incidente e lei non ha mai fatto domande… perché preferisce questa seconda versione.

Perché non ho avuto il tempo di dirgli che sapevo che era un ottimo musicista e che lo adoravo quando suonava il sax? Perché l’ho ostacolato nella sua passione? Perché non gli ho detto al telefono quanto lo amavo?

E’ sempre ferma davanti all’armadio. Sta ancora respirando l’odore di Davide. Due pensieri, due lampi accecanti, le attraversano la testa.

Devo conservare sana la mente e non devo più pensare alla mia morte. Devo vivere, invece, e soffrire per la perdita di Davide.

Questo, proprio questo, deve essere il mio castigo.

-Tieni… – Irene le porge l’impermeabile, sopravvissuto alla espulsione furiosa di Bea dall’armadio perché incolore. Può apparire grigio ma anche, a volte, beige. Non è di un colore allegro e brillante, in ogni caso. È stata la sua salvezza. – Mettilo, dobbiamo uscire.

-Non ci penso nemmeno. E comunque… dove vorresti andare?

-Mi sono informata, qui in città c’è un’associazione di genitori che hanno perso un figlio. Si riuniscono e… andiamo a vedere!

-Scordatelo. Io non voglio parlare con nessuno e non voglio ascoltare nessuno. Perché sei così ottusa?

Si stringe ancora di più la cintura del prendisole, dello stesso colore del deserto, per proteggersi dagli attacchi di Irene.

-Ma che ci perdi… eh? Andiamo, vediamo, ascoltiamo…

-Lasciami in pace, non te lo ripeto più. Lasciami sola!

Irene sospira. Anche questo tentativo è fallito. Non è riuscita a scalfire, neppure minimamente, le pareti di ghiaccio che circondano Bea.

-Mamma! Ha chiamato papà! Enrico si è fatto male!

-Cosa? Enrico…?! – Bea farfuglia, intontita dal sonnifero che ha preso solo qualche ora fa, dopo l’ennesima notte insonne.

-Sbrigati! Dobbiamo andare al Pronto Soccorso! – la scrolla Silvia.

Oh, no… non di nuovo!

Si sveglia completamente. L’istinto di mamma ha la meglio sui farmaci. In un minuto è pronta e segue la figlia fino alla macchina.

-Che ti hanno detto di preciso… eh? – chiede Bea con un filo di voce. Si sente divorata dall’ansia. Sta rivivendo quell’altra corsa in macchina, anche allora direzione Pronto Soccorso.

-A me niente. Mi ha chiamato papà e mi ha detto di raggiungerlo in Ospedale – risponde Silvia mentre accende il motore.

Al Pronto Soccorso Bea entra di corsa e attraversa come inseguita da una muta di cani il percorso ben noto, ignorando le persone in attesa. Spalanca le porte e cerca Enrico. E’ seduto su un lettino, pallido ma vivo. L’abbraccia piangendo, lo stringe come aveva fatto con il giubbino di Davide, lo strapazza di baci sulla testa, sui capelli…

-Ehi… signora… così gli provoca qualche frattura! – la sgrida bonariamente il dottore, lo stesso che aveva comunicato a lei e a Gabriele il decesso di Davide.

-Che è successo? – Bea glielo chiede con un filo di voce.

-Niente di grave. Giocava a pallone e si è slogato una caviglia. Gliel’ho rimessa a posto e l’ho fasciata. Questo giovanotto ne avrà per una ventina di giorni.

-Grazie a Dio! – Bea fa un lieve sospiro. Gabriele e Silvia se ne accorgono e le sorridono.

-Allora ti importa ancora di me! – le sussurra Enrico in un orecchio.

-Eccome! Sono tornata, piccolo mio. La tua mamma è tornata.

E’ appena salita in macchina. Al posto di guida. È la prima volta che ci sale da allora.

Tocca lo sterzo, mette la marcia in folle, guarda avanti. Mette la prima e, pianissimo, sfiora l’acceleratore.

Le fa uno strano effetto ricominciare a guidare. Fa qualche giro nella piazzetta di fronte casa, poi azzarda un giro nei vicoli intorno. Ha scelto le prime ore del pomeriggio, infatti c’è poco traffico e poca gente. Man mano che guida si sente più sicura e si allontana, dirigendosi verso il centro. Appena vede un parcheggio libero si ferma e spegne il motore. Osserva i pochi passanti, le vetrine del negozio di calzature dove andava sempre, prima. Le scarpe lì sono sempre molto belle, il suo sguardo esperto ne valuta le forme e i colori insoliti. Ma non l’attirano più. Se anche gliele regalassero non le indosserebbe di certo. Sospira e gira la chiave dell’accensione. Spegne di colpo.

Sul marciapiedi, da quel negozio, stanno uscendo Paolo e una ragazza. Si salutano, poi la ragazza attraversa la strada, lui prosegue sul marciapiedi. D’impulso, Bea riaccende il motore e lentamente lo segue. Lui gira a destra, in una traversa a senso unico.

Lui è vivo. Davide è morto. Lui ha una ragazza, continua a suonare, fa quello che vuole. Davide non può fare più niente.

Accelera. Non sa perché, ma qualcosa la spinge ad andargli vicino, sempre più vicino.

Basta poco per investirlo. Non è difficile. Ecco… l’ho raggiunto.

Frena all’improvviso. Paolo si gira e si guardano, per un lunghissimo istante. È lei a distogliere lo sguardo per prima. Riparte sgommando. Non l’aveva mai fatto finora.

Guida veloce ed esce dalla traversa. Vuole allontanarsi il più possibile da quella zona, le sembra di sentire le sirene della Polizia che l’inseguono. Quando vede uno spiazzo isolato si ferma e si gira a guardare indietro, nel lunotto posteriore. Si rende conto che le sirene erano solo nella sua testa. Mette le mani sul volante, su di esse posa il capo e scoppia a piangere.

Smette solo quando le squilla il cellulare.

-Pronto…

-Senti… devi venire qui allo studio.

-Carlo…perché?

-Perché ho bisogno di te. Tutti, qui dentro, abbiamo bisogno di te. Quando ritorni?

-Non lo so… presto. Voglio prima sbrigare alcune cose.

-D’accordo, ma fai presto. A te piace il tuo lavoro e lo fai molto bene. Vedrai che ti aiuterà a risalire dall’abisso in cui sei sprofondata. E così… – Carlo abbassa la voce – potrai tornare a fare del bene a chi ti sta intorno.

-Che ne sai tu del mio abisso… Carlo?

-Che ne so? Dimentichi che passavi più tempo con me che con tuo marito e che ti conosco più di me stesso?

Fare del bene. Io…?!

Butta il cellulare sul sedile accanto.

Se mi avesse vista un minuto fa…quando stavo per ammazzare il miglior amico di Davide…

2021-08-31

Aggiornamento

Ed è arrivato il momento di presentarvi Camilla Contini, l’altra protagonista di “Ti scrivo per abbracciarti“. Lei vive in piena seconda guerra mondiale, è sposata con Luigi e ha un figlio, Roberto. Ecco cosa scrive, un giorno, nel suo diario: Cucinare ogni giorno qualcosa di decente e che nello stesso tempo ci sfami, soprattutto Roberto, Luigi e Giorgio, è diventata un’impresa eroica. I piatti che porto in tavola sono sempre più poveri, per cui mi ingegno ogni volta di attirare la vista per ingannare il palato: decoro i piatti con ciuffetti di prezzemolo o di altre erbette (di queste ne ho in abbondanza), con pomodorini tagliati come fiorellini, qualche listarella di peperone, un dischetto di limone. E poi tante zuppe di cipolle, perché si possono condire con un solo cucchiaio d’olio, e il caviale senza caviale, cioè olive nere tritate. Oh… sono diventata una vera maestra dell’illusione! A Roberto preparo perfino la cioccolata in tazza senza cioccolata. Bettina ed Ersilia sono scoppiate a ridere quando gliel’ho descritta: faccio imbrunire la farina bianca in una pentola di ferro, aggiungo latte, zucchero e cannella e lascio cuocere. La tolgo dal fuoco quando vedo che si è addensata come una vera cioccolata in tazza. Bea sorride ma, nello stesso tempo, ammira questa donna straordinaria che non si perde mai d’animo. Sfoglia il taccuino, in cerca di altre ricette. Con Ersilia e Bettina sto inventando altri modi di preparare le stesse pietanze che cucinavamo prima, prima che iniziasse questa aberrante follia. E così abbiamo messo a punto i passati di buccia, la crema senza uova, la torta Margherita senza farina, il Pan di Spagna senza uova… Ogni giorno diventiamo sempre più brave a cucinare con poco o con senza. Il burro prima costava 250 lire al chilo, in poco tempo è aumentato a quasi 400 lire. Lo zucchero da 90 a 200 lire. Il carbone è finito. Il caffè vero si trova solo al mercato nero, al mercato libero non si trova più da tre anni. Ersilia e Bettina mi hanno detto che in città le donne che hanno argenteria, lenzuola, biancheria ricamata le vendono per comprare cibo. Vendono anche orologi e oggetti antichi. E ora ritorniamo nel nostro tempo. Per scrivere questa parte del libro sono andata a spulciare nelle ricette di cucina di quell’epoca e ne ho trovate molte a dir poco fantasiose. Per esempio…hai mai provato a cucinare la pastina senza la pasta? La ricetta della pastina senza la pasta è molto facile: si prepara un brodo di verdure (quelle che si riesce a trovare) e vi si grattugia una patata. Sarà proprio questa a dare l’illusione della pasta! Anche Camilla, come Beatrice, è una donna forte ma gli orrori della guerra e il dolore per la partenza di suo figlio per il fronte prosciugheranno il suo coraggio e la sua determinazione. Quasi…non del tutto. Se leggerai la sua storia ti sentirai incoraggiato a rialzarti e a rimboccarti le maniche per affrontare i tuoi giganti. Te lo dico perché questo è successo a me mentre scrivevo. Le donne di quel periodo collaboravano per sopravvivere, in tutti i sensi: mettevano insieme le idee e sceglievano le migliori per tutte loro. Anche questa esperienza di riunirci per uno scopo comune – pubblicare “Ti scrivo per abbracciarti” – richiede collaborazione. È questa che ci aiuta a crescere e a migliorare. La collaborazione ci fa andare avanti, molto più della competizione.
2021-08-26

Aggiornamento

“Perché non l’ho abbracciato più spesso? Perché non gli ho detto più spesso quanto lo amavo…quanto lo amo? Perché non gli ho dato più baci? Se quel giorno avessi saputo che era l’ultima volta che lo vedevo uscire da quella porta ne avrei fatto una scorta, di baci e di abbracci, come una scorta di provviste in previsione dell’inverno. Solo che a me, quella scorta di baci e abbracci, che non ho fatto, sarebbe dovuta bastare per tutta la mia esistenza, un eterno e gelido inverno”. (da “Ti scrivo per abbracciarti” – p. 27) Quanti tipi di abbracci ci sono? Per esempio c’è… …quello sensualissimo degli amanti del “Cantico dei Cantici”; …quello tenerissimo tra Maria e Elisabetta e i loro figli nel grembo; …quello gioioso di Simeone che abbraccia il bambino Gesù; …quello amorevole di Gesù che abbraccia i bambini; …quello accogliente del Padre misericordioso verso il figlio prodigo (e forse anche verso l’altro); … e, infine, l’abbraccio divino che accoglie l’intera umanità, sulla croce. E tu, vuoi aggiungere qualche altro tipo di abbraccio a questa lista? Cosa rappresenta per te un abbraccio? Ci sono abbracci che non hai dato e che non puoi più dare? Sai che cosa vuoi intendere quando chiudi un messaggio o una telefonata con “ti abbraccio”? Vuoi scoprire se Bea riesce a superare il rimpianto di non aver dato abbastanza abbracci al figlio che non c’è più? La storia di Bea ti sconvolgerà, ti coinvolgerà, ti stravolgerà e ti…abbraccerà.
2021-08-09

Aggiornamento

Tu che faresti al mio posto? Leggi prima la mia storia. Quando Bea arriva alla piazzetta è puntuale, eppure Paolo è già lì. Sta tirando un calcio a una foglia e smette appena si accorge della sua presenza. “Buongiorno, Signora Savoldi. Grazie per essere venuta.” Glielo dice tutto d’un fiato, temendo di perdere, parlando piano e scandendo le parole, quel poco di coraggio che è riuscito a racimolare per l’appuntamento con lei. Ma lei non ricambia il suo sguardo, né il suo saluto. Si guarda intorno e poi: “Sediamoci su quella panchina.” Il ragazzo la segue e si fa forza. Il freddo della frase che lei ha pronunciato con una voce che lui non riconosce ha abbassato ancora di più la già debole fiammella del suo coraggio. “So che mi ritiene responsabile dell’incidente e forse ha ragione… o forse no.” Si strofina le mani sulle cosce e il tessuto dei suoi jeans sfrigola come le foglie secche a terra. “Il fatto è… che non so di preciso perché sono finito fuori strada! Era buio, la strada era poco illuminata… ma le assicuro che non avevo bevuto!” Si ferma un attimo, aspetta una reazione da parte di Bea, una qualunque, ma lei rimane in silenzio e guarda davanti a sé. Come se Paolo non avesse ancora parlato. “Credo di aver visto, all’improvviso, due occhi luminosi sulla strada, a pochi metri davanti alla mia macchina e nello stesso istante Davide ha gridato: attento! Io, invece di frenare, forse ho deviato verso destra poi… lo schianto.” Ora sposta le mani fra i suoi capelli già arruffati e si alza in piedi. Si gira a guardarla. Lei è sempre lì, sguardo fisso, mascelle contratte, neanche sembra respirare. Paolo si siede di nuovo accanto a lei. “Mi sono risvegliato in ospedale, dopo due giorni di coma, con diverse contusioni. Solo dopo quattro giorni, finalmente, mi hanno detto la verità.” Fa una piccolissima pausa poi: “…che… Davide era morto.” Le ha appena sussurrate, le ultime, tremende parole, sicuro che lei non le ha sentite. Ma non è così. Sta strizzando gli occhi, finalmente il primo segno che non è diventata una statua del parco. Paolo si alza di nuovo in piedi e agita le mani: “Lei non sa quante volte, in questi mesi, ho cercato di chiamarla! Per chiederle perdono! Io stesso non ci sono ancora riuscito… a perdonarmi, voglio dire. Non riesco a farmene una ragione. Perché non ho frenato? C’era davvero un animale fermo, in mezzo alla strada? E’ stato il grido di Davide che mi ha mandato in confusione? Non lo so!” Allarga le braccia. “Quello che so è che ho perso il mio migliore amico, un fratello, che forse è morto per colpa mia.” “Perché mi hai telefonato ieri?” La sua voce è metallica e continua a non guardarlo. Il ragazzo si gira verso di lei. “Perché ho visto il suo sguardo… quando le è venuto l’istinto di investirmi. E vi ho letto il mio stesso dolore.” Si ferma, fa due respiri profondi, si arruffa di nuovo i capelli. I suoi riccioli sono diventati una matassa ingarbugliata. ” Davide non lo riavremo più, lei forse non riuscirà a perdonarmi, però… forse… noi due insieme… possiamo fare qualcosa per ricordarlo. Almeno.. possiamo dare un senso al nostro…dolore.” Lei si gira e lo fissa negli occhi. Poi aggrotta le sopracciglia e scuote la testa. “No. Non è possibile. Ogni volta che ti guardo non riesco a fare a meno…”. Ritorna a guardare davanti a sé, la schiena rigida, le mani in grembo. “… di chiedersi perché è toccato a Davide e non a me” continua lui al posto suo. Di nuovo un sussurro. Lieve come la foglia che si è appena staccata dal ramo sopra di loro. Bea si alza di scatto, come se avesse visto un pericolo davanti a sé. Sta ferma un attimo, sta valutando cosa fare. Alla fine si allontana con passi veloci. Paolo rimane seduto, prende quella foglia da terra e la sbriciola con entrambe le mani. (tratto da “Ti scrivo per abbracciarti”) Sono Beatrice Savoldi e questo è ciò che è avvenuto quel giorno, quando ho incontrato dopo tanti mesi dall’incidente il miglior amico di mio figlio. E questa è stata la mia reazione. Tu…che avresti fatto al mio posto?
2021-08-03

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L'arteCheMiPiace - Blog Arte e Cultura Per la sezione Libri da leggere 𝗟’𝝠𝗥𝗧𝗘𝗖𝗛𝗘𝗠𝗜𝗣𝗜𝝠𝗖𝗘 ha il piacere di presentare “TI SCRIVO PER ABBRACCIARTI”, il nuovo libro di Letizia Guagliardi L’Artechemipiace supporta con piacere questa sfida di #crowdfunding, un progetto #bookabook, attraverso il quale, un pubblico attento e coinvolto ha la possibilità di diventare editore morale di questo nuovo lavoro letterario di Letizia Guagliardi. Il libro si preannuncia come una storia toccante e intensa, che trasmette un insegnamento valido. infatti la sua forza dominante sta nell’affrontare con coraggio un argomento così delicato. Quale donna, quale mamma soprattutto, rimane indifferente ad un racconto così carico di dolore? La ricerca e la speranza di una rinascita allude a un finale in cui l’autrice ci farà riscoprire una verità spesso ignorata da molti, cioè la consapevolezza che la vita va amata oltre ogni misura.
2021-08-01

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SOLO QUANDO CI ROMPIAMO SCOPRIAMO DI CHE COSA SIAMO FATTI Ci sono momenti che ci riducono come un vaso caduto a terra: in mille pezzi. Ti sei mai sentito così? Hai mai guardato i frammenti di te, sparsi sul pavimento, a volte grandi, altre volte piccoli (a seconda dell’urto) chiedendoti che fare? C’è una tecnica giapponese, si chiama Kintsugi (da Kin, che significa oro, e da tsugi, che significa “riunire” “riparare”, “ricongiunzione”) che non butta via i cocci ma li raccoglie con delicatezza, li riunisce uno ad uno con pazienza e poi li incolla con…l’oro! Il risultato? Con l’oro l’oggetto che ne verrà fuori sarà reso prezioso perché si sarà dato risalto e valore alle crepe, alle ferite e alle imperfezioni. Questa tecnica la utilizzo anch’io nella mia vita e la utilizza (guarda caso) anche Beatrice Savoldi, la protagonista di “Ti scrivo per abbracciarti“. Qui di seguito puoi leggere un estratto. Racchiude il momento in cui lei si accorge di essere come il vaso che le aveva regalato suo figlio Davide (morto in un incidente stradale), caduto a terra perché lei, in uno scatto di nervi, ha allungato il braccio urtandolo . Lei si sente proprio così: frantumata. Sua figlia Silvia su Internet scopre che Laura, una restauratrice esperta di Kintsugi, può aggiustare il vaso: “Avete portato tutti i frammenti?” chiede Laura. “Sì… eccoli.” Silvia le porge una busta. “Bene. Vi state chiedendo come riuscirò a ricomporre il vostro vaso, vero? Avete sentito parlare di Kintsugi?” chiede la giovane restauratrice mentre esamina i numerosi cocci. “Io avevo letto qualcosa tempo fa. Poi, quando il vaso si è rotto, mi è venuto in mente, ho cercato su Internet e ho visto il tuo sito” risponde Silvia. “Io invece… no” ammette Bea. “Ve lo spiego, sedetevi. Allora… per farla molto semplice e breve…incollo tutti i pezzi e poi, nelle fratture, faccio colare l’oro o l’argento, come preferite, così si evidenziano e si impreziosiscono.” “Quindi, se ho capito bene, tu dai una nuova bellezza a questo vaso che ora è ferito, giusto?” chiede conferma Silvia dando un’occhiata a sua madre. Vuole che si accorga che stavolta ha usato la parola “ferito” invece di “rotto”. “Proprio così. L’oro che cola nelle ferite aggiunge valore a questo vaso rotto. E diventa unico e irripetibile. Se mi portassero altri cento vasi rotti, o mille, non ce ne sarebbero mai due uguali, una volta riparati con l’oro, perché ognuno avrà ferite diverse, ma tutti belli e preziosi.” “Magnifico! Allora te lo lasciamo. D’accordo, mamma?” “Sì, ci tengo a questo vaso” sussurra Bea, gli occhi persi nei frammenti di ceramica sparsi sul grande tavolo. “Tranquilla, signora” Laura attira la sua attenzione. “Vedrà che dalle crepe e dalle ferite può nascere ancora qualcosa di bello e di utile.” Bea accenna un sorriso impercettibile, un lieve e rapido allungarsi della bocca, ma le due ragazze se ne accorgono e in quel momento ne hanno piena consapevolezza: il vaso di Davide non è caduto a terra per caso. Il vaso riparato da Laura sarà più bello di prima e anche noi lo saremo, se utilizziamo la stessa tecnica. Perché ? Perché non dobbiamo considerare le nostre ferite come una vergogna, o una colpa o un fallimento. Anche se legate a un grande dolore, con il tempo, la pazienza, la cura e l’amore (sono questi il metallo prezioso che fa da collante) impareremo a considerarle come una risorsa (utile per chi vuole incoraggiare gli altri) o come un’opportunità di cambiamento (che può usare, per esempio, chi ha perso il lavoro o desidera trovarne uno migliore). Beatrice, dopo aver visto il vaso a cui tiene tanto ritornato intero e più bello di prima, capisce finalmente che anche lei può essere riparata. Il suo percorso è lungo e a volte scoraggiante ma sa che non è da sola.
2021-07-31

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STAVOLTA È DIVERSO Potevo pubblicare di nuovo con una casa editrice e il mio libro, forse, sarebbe già pronto. E non l’ho fatto. Potevo auto-pubblicarmi (le piattaforme, molto note, non mancano). E non l’ho fatto. Stavolta voglio alzare l’asticella. Voglio uscire di nuovo dalla mia zona di comfort e allontanarmi ancora di più. Ora che il manoscritto è finito non sono io a decidere di pubblicarlo. Ora che ha passato la prima selezione, quella della casa editrice, deve affrontare quella altrettanto dura e ma anche più delicata: la selezione dei lettori. Ora il manoscritto non è più soltanto mio, è vostro, è nostro. Ognuno di voi, ordinandolo, decide che può fare un altro piccolo passo verso il traguardo. Ogni vostro ordine è un prezioso gesto di fiducia nei suoi confronti e nei miei. Grazie! Ma l’obiettivo, ripeto, non è solo la pubblicazione. C’è qualcosa di più ampio, di coinvolgente e utile, che avviene durante il cammino. Io e le persone che mi stanno aiutando – già dalla fase di pre-lancio- vogliamo che si formi, in modo naturale, una community di lettori “vivi”, che abbiano a cuore la condivisione delle idee belle e utili, la passione per la creatività e l’entusiasmo per le piccole cose che ogni giorno – anche se non sempre ce ne accorgiamo – ci accadono e che ci farebbero migliorare, se solo ci soffermassimo a guardarle, ad ascoltarle. Ho già ringraziato personalmente chi ha già dato una piccola ma potente opportunità a “Ti scrivo per abbracciarti” perché sono consapevole che siamo all’inizio e non è facile unirsi a uno sparuto gruppetto di persone (tali eravamo il primo giorno) e camminare su una strada sconosciuta. La strada è nuova (per noi) ma abbiamo bene in mente l’obiettivo. Vuoi unirti a noi?
2021-07-30

Aggiornamento

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sofferto per una perdita: una persona cara, un amico, qualcuno persino un figlio e ognuno di noi vive questa esperienza in modo diverso. Alcuni, addirittura, non vivono più. Come Beatrice, la protagonista del mio nuovo romanzo “Ti scrivo per abbracciarti”. Ha perso un figlio, all’improvviso, in un incidente stradale. E decide di non vivere più, pur respirando ancora, suo malgrado. Si rinchiude nella sua camera e non permette quasi a nessuno di entrare nella sua prigione volontaria. Varcano quella soglia e per pochi minuti soltanto la sua migliore amica – che prepara i pasti per la sua famiglia – il marito e gli altri due figli. Per il resto delle sue giornate resta da sola, a ricordare il suo Davide, immersa in uno stagno vischioso di Rimpianti, Rimorsi, Rabbia e Rancore. Le 4 R: a volte le proviamo tutte, uno dopo l’altra, come Bea, altre volte solo un paio…dipende. Finché, un giorno, succede qualcosa. Dagli spiragli che provengono dalla tapparella della sua finestra quasi totalmente abbassata un giorno, dopo un tempo lunghissimo, si insinua qualcosa che ha il sapore della speranza. Questa storia può essere utile anche a chi non ha subìto un lutto ma una perdita di qualsiasi tipo: il lavoro, una separazione, un progetto in cui credeva, un insuccesso, un fallimento. Le storie degli altri sono le nostre, ci possono aiutare e incoraggiare. Perché noi siamo le nostre storie.
2021-07-28

Aggiornamento

Il travaglio è iniziato ieri pomeriggio alle 17:30 e durerà finché la mia e nostra creatura non vedrà la luce. Avere un manoscritto, guardarlo con amore, ricordare i lunghi mesi passati a curarlo, a nutrirlo, a preservarlo da ogni possibile rischio (ansia, momenti di stanchezza, scoraggiamento, dubbi e incertezze) e chiedersi: vedrà la luce? Diventerà un libro? Durante la gestazione è stato amato (ho ricevuto molte manifestazioni di apprezzamento e vi ringrazio) e vorrei che insieme a me in sala parto entraste tutti voi che avete partecipato alla fase di pre-lancio perché si sa che lì dentro si passano momenti dolorosi, travagliati ma anche felici. Ognuno di voi, preordinandolo, aiuterà il manoscritto di “Ti scrivo per abbracciarti” ad arrivare alla pubblicazione (per questo, nei giorni scorsi, è stato importante leggere un estratto, e il riassunto e poi il passaparola). Se ti è piaciuto l’estratto e se pensi che l’argomento e il suo messaggio possano esserti utili (anche per quelli che ti stanno intorno) sappi che il tuo contributo è davvero prezioso. Arrivederci, allora, e…grazie!
2021-07-27

Aggiornamento

Beatrice Savoldi è un architetto di successo e ama la sua vita: giornate piene di progetti e di impegni, divisa fra lo studio, la casa, il marito e i tre figli. Tutto cambia all’improvviso una mattina all’alba quando il suo primogenito, Davide, muore in un incidente stradale. Da quel momento si rifugia nella sua camera, interrompe la sua vita e comincia il suo personale letargo. Non permette a nessuno di scalfire la prigione di ghiaccio in cui si è rinchiusa. Dopo mesi trascorsi in questo abisso fatto di dolore (“perché proprio mio figlio?), rimpianti (“se l’avessi abbracciato di più”), rimorsi (perché l’ho sempre ostacolato nel suo sogno di fare il musicista?), e rabbia (perché l’amico, invece, si è salvato?), finalmente qualcosa riesce a raggiungerla e a darle un motivo per ritornare alla vita. Paolo, l’amico di Davide che guidava la macchina nel momento dell’incidente, le rivela che suo figlio aveva un sogno di cui le avrebbe parlato proprio il giorno in cui è morto: ristrutturare una casa antica scoperta per caso per farne un grande centro musicale, culturale e artistico. Nel primo sopralluogo in questa casa addormentata da decenni Bea ritrova delle lettere e un diario scritto da una certa Camilla. Scopre così che qui ci abitava lei con suo marito e il figlio Roberto, partito nel 1942 per il fronte. Gli avvenimenti, raccontati direttamente da Camilla che sembra ritornata da un passato ormai lontano, le fanno scorrere davanti agli occhi le immagini sconvolgenti della seconda guerra mondiale, i rastrellamenti, le deportazioni degli ebrei, le sofferenze e le privazioni. Le lettere, il diario e anche la casa trasformano giorno dopo giorno il dolore di Bea in qualcosa che le danno la forza di voler realizzare il sogno di suo figlio. È consapevole che ristrutturare la casa di Camilla corrisponde a ristrutturare anche la sua vita. Solo dopo molto tempo Bea fa un’altra scoperta: sia lei che Camilla scrivono lettere ai propri figli e scelgono con cura e amore le parole da posare sui fogli: sentono che così li abbracciano e ne avvertono il calore. In questo modo, danno parole al proprio dolore, perché il dolore che non parla bisbiglia al cuore inzuppato e gli ordina di spezzarsi (W. Shakespeare, “Macbeth”, atto IV, scena III). In tutta la narrazione si alternano passato e presente, Camilla e Bea, Roberto e Davide e ci si rende conto che i sentimenti, le emozioni e i contrasti che agitano l’animo umano non sono cambiati e si mescolano di continuo. E che spetta a ognuno di noi, comunque, decidere se far prevalere l’amore e la speranza. La vita, insomma. Questa storia è per chi si trova in mezzo a sconfinate distese di sabbia sferzate da un vento incessante, solo e privo di forze. Ovunque sposti lo sguardo non vede nulla, non sente nulla. Eppure… è proprio qui che può ritrovare la sua anima e, finalmente, attraversare il suo personale deserto.

Commenti

  1. Maria Capristo

    (proprietario verificato)

    Partecipo volentieri a questa iniziativa, perché credo nei sentimenti veri e questo libro come d’altronde tutti gli altri scritti da Letizia mi hanno fatto emozionare! Ho il piacere di conoscere di persona l’autrice e non vedo l’ora di avere questa meravigliosa opera tra le mani!!! Un abbraccio a te Letizia e a tutti coloro che leggeranno: “Ti scrivo per abbracciarti”.
    Maria Capristo

  2. (proprietario verificato)

    Mi sono piaciuti i precedenti lavori di questa scrittrice e questo in particolare si rivela ancora più coinvolgente e utile per chi lo leggerà. Mi entusiasma anche questo nuovo modo di pubblicare. Il crowdfunding mette alla prova un autore perché si sottopone a ben due giudizi – quello della casa editrice e quello dei lettori – e sprona alla collaborazione: tante persone motivate che contribuiscono attivamente per raggiungere un unico obiettivo.

  3. (proprietario verificato)

    Conosco tante persone che hanno subito un lutto così grave; prego sempre per loro perché immagino quanto possa essere devastante! Dicono che la scrittura, in generale, è liberatoria…ma anche la lettura e quindi la condivisione di una storia simile può aiutare…il distacco può anche essere non così grave…ognuno di noi, durante la qvita può avere avuto un motivo per scrivere o leggere e ricevere così un aiuto, un’illuminazione per vivere il dolore e rinascere…complimenti!

  4. Vanna Dimitri

    SOLO QUANDO CI ROMPIAMO SCOPRIAMO DI CHE COSA SIAMO FATTI . Ecco, partirò da qua per leggere “Ti scrivo per abbracciarti”. Quante volte ho immaginato una situazione così, la perdita di un figlio, come un dolore inconcepibile, senza nessuna possibilità di ripresa. Eppure chi ama profondamente un figlio ama tanto anche chi lo circonda e lì ci troverà un conforto e una ragione di vita. Aspetto con ansia il libro di Letizia , compagna di momenti di viaggio spensierati ma anche di condivisione di pensieri e riflessioni. Eh si, ho scelto il libro: da sfogliare, leggere, riporre con il suo profumo inconfondibile.

  5. (proprietario verificato)

    Come… Beatrice,dopo aver visto il vaso a cui tiene tanto ritornare intero e più bello di prima, capisce finalmente che anche lei può essere riparata…anche noi lo saremo,se utilizzeremo la stessa tecnica… Perché non dobbiamo considerare le mostre ferite come una vergogna…ma come un’opportunità di cambiamento…Un grazie all’autrice, perché “Ti scrivo per abbracciarti”è una storia che da speranza ma soprattutto ci aiuta a guardare il dolore con occhi nuovi…

  6. (proprietario verificato)

    A giudicare da come è presentato e dal tema trattato, sono sicuro che questo libro sarà l’ennesima conferma del talento dell’autrice. Gli ingredienti per emozionare ci sono tutti: talento dell’autrice, tema trattato interessante, mix di sentimenti contrastanti che creano spunti di riflessione al lettore. Non vedo l’ora di vederlo pubblicato per gustarne ogni pagina….

  7. (proprietario verificato)

    Che dire di questo libro…
    Non ho modo di esprimere il mio apprezzamento per quest’ultimo.
    I temi sono veramente molto profondi, ma, al contrario di quanto qualcuno pensa, queste storie particolari servono a prendere coscienza del fatto che comunque siamo solo di passaggio in questo mondo. Proprio per questo è necessario VIVERE la vita, godersi i figli quando ci sono, esprimere apprezzamento nei loro riguardi.
    Nient’altro da aggiungere. UN GRAN BEL LIBRO, molto riflessivo, LO VOGLIAMO PUBBLICATO!!!

  8. Rita Capristo

    È un libro che mi incuriosisce molto, affronta temi della vita: la morte, il distacco, la sofferenza e il riscatto. Non vedo l’ora di leggerlo!!! Complimenti alla nostra Letizia!

  9. (proprietario verificato)

    Conosco Letizia, l’autrice, e mi fido ciecamente delle sue opere. Aver interpretato la sua nuova opera sulla importanza degli abbracci da voce, attraverso la storia, a ciò che più ci ha colpito collettivamente con la pandemia: doverci fermare a distanza di fronte a persone care e non poterci abbracciare. Aspetto pazientemente il libro… Ma lo leggerò appena arriva.

  10. (proprietario verificato)

    ….e la lettura di uno stralcio- anteprima mi ha conquistato e avvolto in un abbraccio emozionale che ha ne reso irresistibile l’acquisto. La vita ci riserva lutti e strappi che bisogna affrontare ed elaborare, per non essere sopraffatti dal dolore e dalla rabbia. Con quanta maestria vengono narrate queste storie di rinascita e quanto coinvolgimento sorprende il lettore che viene piacevolmente accompagnato nella narrazione di queste vicende che ci accomunano tutti. La luce si mostra, sempre, anche dopo dopo le tenebre più dolorose.
    Una lettura di speranza

  11. barbara corapi

    (proprietario verificato)

    Il titolo di un libro è la prima cosa che colpisce noi lettori. È in questo titolo ” Ti scrivo per abbracciarti” c’è una contraddizione intrigante, una sorta di ossimoro ….ti scrivo implica una lontananza per abbracciarti implica invece una vicinanza. È secondo me questa la chiave di lettura della vicenda ….il dolore della lontananza, della perdita….la speranza della vicinanza di chi è rimasto e di chi pur non essendoci più sentiamo vicino. Sono sicura che questo libro potrà aiutare chi la speranza crede di averla perduta …..Barbara Corapi

  12. (proprietario verificato)

    Già il titolo di questo libro esprime un forte sentimento che accomuna noi tutti: il piacere e la forza di un abbraccio!
    Essendone stati privati ne sentiamo la mancanza e ne apprezziamo il grande valore.
    La protagonista di questo romanzo, a causa di una tragedia, non può più abbracciare suo figlio. La storia si intreccia con la sua disperazione, il suo rifiuto di elaborare il dolore e, nello stesso tempo, si apre ad una speranza. Ella continuerà, per mezzo delle parole, ad “abbracciare” il figlio amato.
    Anche Letizia, donna e scrittrice creativa, determinata e appassionata, desidera con questo “suo scritto”, abbracciare, incoraggiare, chiunque si trovi nelle prove della vita.
    Anche le più intricate storie di dolore e sofferenza hanno una luce e una via d’uscita.
    Daniela Guagliardi

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Maria Letizia Guagliardi
M. Letizia Guagliardi è insegnante, blogger e scrittrice, tutto per passione. Ogni giorno trova il tempo per continuare a fare quello che le piace e la fa sentire bene: leggere, disegnare, ascoltare la musica, riciclare oggetti, parlare con gli altri. Tutto il giorno è impegnata a curiosare e ad aguzzare la vista, a casa, a scuola o in viaggio: tutto può diventare una storia.
Scrivere per lei è soddisfare un bisogno: le storie possono incoraggiare, riconoscere le emozioni e trasferirle sulla pagina aiuta a sentirsi meglio. In ogni suo libro o post sul suo blog c’è qualcosa di lei. Ha tenuto dei corsi di scrittura creativa nelle scuole e finora ha pubblicato: “Sulla linea…la mia vita dietro le sbarre (coautrice con Francesco Carannante), “Il giardino dei fiori proibiti”, “Liquirizia e Clementino-Una storia di amicizia e di coraggio a Corigliano Rossano” e “Il sussurro di un vento leggero
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