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Consegna prevista Giugno 2020

Moira è una donna annichilita dal dolore; immobile sul letto, segue con gli occhi i percorsi del fumo della sua sigaretta e osserva il soffitto abbassarsi sempre un po’ di più sulla sua testa.
Un uomo entra ogni notte nello stesso bar, vuoto e silenzioso, portando con sé un dolore tanto forte da renderlo privo di colori.
Arturo non aveva mai visto una stella così luminosa nel cielo, tanto ostinata e brillante da fare luce su un passato che ha sempre avuto bisogno di ascolto.
Joyceline, invece, è stanca di tenere separati il cielo e la terra con la sola forza del proprio corpo, e ora vorrebbe solo riposare il proprio dolore, un dolore che le fa mancare la voce e che le fa sperare, prima o poi, di riuscire veramente a chiudere il mondo fuori dalla sua stanza da letto.
Quattro storie che raccontano come la sofferenza, se non ascoltata a fondo, possa rendere trasparenti le vite delle persone a tal punto da farle scomparire nel vuoto silenzio della quotidianità.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro nasce dal desiderio di provare a raccontare una declinazione del dolore umano, quello trattenuto dentro al corpo come un prigioniero che non trova vie d’uscita; quello che rimane sopito a lungo, entro i dettami della ragione, e non ha voce per urlare, né mani per gettare colori sulle pareti; quello che cambia i connotati alle persone e le rende schive, primordiali nel loro modo di difendersi; quel dolore che, se strillato, troverebbe ascolto e non renderebbe più le persone trasparenti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La cariatide

Joyceline tornò a casa anche quella mattina. Salì le scale e raggiunse la porta bianca del suo appartamento. Ogni volta che arrivava davanti all’ingresso, prima di inserire la chiave nella toppa ed entrare, i suoi occhi finivano inevitabilmente sul soffitto bianco del pianerottolo e sulla moquette arabescata del corridoio su cui affondava i passi. La sinestesia che quei due elementi suscitavano in lei, le restituiva un’altra sensazione, quella di essere inscatolata, come se il soffitto fosse troppo basso o la moquette troppo spessa, ed entrambi cercassero di avvilupparla per poi non restituirla più al mondo. Qualche anno prima avrebbe sopportato quella condizione meglio di chiunque altro, con coraggio e spirito d’iniziativa; ma le cose erano mutate, e, nel corso del loro cambiamento, avevano spinto Joyceline ad occupare la scomoda posa di chi si trova tra il sotto e il sopra, tra il cielo e la terra, come una cariatide, forte e resistente, ma ormai stanca di tenere un peso addosso di cui non conosce la forma o l’entità se non attraverso la propria fatica. Non le rimaneva che guardare in avanti senza curarsi dell’onere che ricadeva sulla sua testa, senza instillarsi il dubbio che tutto quell’enorme sforzo fosse vòlto a tenere in piedi qualcosa che sarebbe potuto benissimo non esistere. Un giorno – si ripeteva con mestizia – ne sarebbe rimasta senz’altro schiacciata; nel frattempo, però, poteva continuare a danzare con gli occhi sulla linea dell’orizzonte, come faceva quando era bambina, almeno finché la sua schiena avrebbe retto lo sforzo, almeno finché i suoi occhi fossero rimasti pronti a ospitare parti di quel mondo sgretolato che si profilava dinanzi a lei. Quello che c’era fuori e quello che c’era dentro, Joyceline non ne sapeva più distinguere il confine.

Continua a leggere

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Le chiavi nella borsa si erano smarrite. Per quanto rovistasse con la mano all’interno, non riusciva a trovare nulla di metallico: assorbenti, pettini, scatola dei trucchi, qualche sigaretta sbriciolata dalle sue dita innervosite da altre giornate come quella e l’angoscia di rimanere ancora più tempo nella morsa del corridoio che sembrava rimpicciolirsi un po’ di più ogniqualvolta con lo sguardo ne misurava compulsivamente il perimetro. Tolse la mano dalla borsa, per qualche secondo chiuse gli occhi e gettò via un lungo sospiro. Si sentì leggera subito dopo, e, nonostante fosse la sensazione in cui sperava di ricadere, ne ebbe improvvisamente paura, paura di prendere il volo e finire con lo sbattere la testa contro il soffitto, facilitando così un processo già prospettato come imminente. Le tornò in mente una frase che forse aveva letto tempo prima in uno dei tanti libri non terminati che teneva addossati l’uno all’altro sul comodino, come tanti soldati a ranghi serrati, affinché non lasciassero penetrare nemmeno una piccola porzione del mondo di fuori: “la leggerezza richiede il coraggio di riempirsi dei propri vuoti”. La ripeté ancora una volta, stavolta bisbigliandola.

Joyceline mise ancora la mano dentro alla borsa, imperterrita, stavolta con più foga, gettando a destra e a sinistra oggetti che in quel momento avevano perso il loro scopo nel mondo, finché non tirò fuori le chiavi, come la spada di Re Artù, e tosto le mise nella toppa, girandole freneticamente. Il tintinnìo del metallo creò un foro nella cortina di silenzio che la avvolgeva e sparpagliò dei pensieri che avevano intrapreso direzioni non auspicabili, guidati dal potere delle reminiscenze.

Non appena aprì la porta, il suo appartamento emanò un riflesso bianco, generato dal sole che penetrava dalla finestra del salone e rifrangeva la luce: il mobilio aveva l’aria di nuovo, come quella fredda che si respira negli hotel, asettica e impersonale, nonostante fosse piuttosto vissuto. Fece un passo all’interno e le sembrò di essere sfuggita a un pericolo, anche se conservava una sottile diffidenza nei movimenti. Nel corso della sua vita aveva compreso che era facile fidarsi di qualcosa che è candido e luminoso per natura, mentre affidarsi a ciò che è scuro è un atto di coraggio, uno slancio che non sempre si è pronti a fare. La sua casa vestiva di bianco, e insieme alla luce, rifletteva anche il suo modo di scegliere la strada sicura; tuttavia, qualcosa, all’interno di quel candore, quella mattina non la stava convincendo a rimanervi troppo a lungo, così quando vi entrò, d’impeto, la sua mente finì per eclissarsi da quel luogo e cominciò a occupare spazi fantasiosi in cui ciò che prima le era stato strappato via, ora le veniva restituito con gentilezza.

Con un colpo secco chiuse la porta dietro di sé e accese la luce. L’orologio segnava le 12:30 e lei non sapeva nemmeno con quale slancio avesse deciso di uscire, né tantomeno la ragione per cui avesse pensato di rientrare. Gettò la borsa a terra, si tolse le scarpe col tacco e poi si sedette sulla sedia, accanto al tavolo della cucina, esattamente sotto l’orologio, pesante e rumoroso, coi numeri grassi e neri di pece, dalle bocche larghe, pronti a trangugiare ogni secondo, ogni minuto, ogni ora spesa dentro a quella stanza. Un po’ più in alto, su quel muro, invece, c’era la sua foto di quando era giovane, di quando cantava e il silenzio era diverso da quello che aveva intorno adesso e ne si poteva godere, perché era un velo sottile con cui coprirsi dal resto del mondo nei momenti di fragilità, e soprattutto era una scelta personale, non obbligata, incondizionata. La foto ritraeva Joyceline durante un’esibizione al Royal Albert Hall, ed era l’unica cosa viva dentro quella stanza. Non ce n’erano altre. Persino la frutta adagiata sul tavolo della cucina, perfettamente matura e fresca all’esterno, era invece putrescente nel profondo e incedeva verso la morte già da tempo con una sofferenza che, a discapito delle apparenze, si era già amalgamata nei contorni turgidi della maturazione e ne occupava interamente lo spazio.

Tutto era brillante in quella stanza, persino il tavolo, la pelle del divano, il tappeto, il pavimento e il frigorifero; era lucente, di quella brillantezza che accieca, che non fa capire se si è al buio o se c’è troppa luce, se dentro c’è dolore o piacere, se è tutto bianco o tutto nero, se c’è da fidarsi o da non fidarsi.

04 settembre 2019

Aggiornamento

La nascita dei racconti

L'idea di raccogliere i quattro racconti presenti in Trasparenze è nata diverso tempo dopo aver concluso la stesura degli stessi. Quando ho iniziato a scriverli, non avevo idea che in qualche modo essi si sarebbero ricollegati ad un'idea di fondo, centrale, che è quella del lasciar presagire ciò che è avvenuto, senza descriverlo in dettaglio, ma occupandosi, invece, delle conseguenze sul piano umano.

I personaggi delle storie hanno subito o sono stati artefici di drammi personali che non vengono specificati a fondo, ma che hanno modificato il loro modo di intendere la vita, di viverla, e lo hanno fatto in modo trasparente, invisibile, silenzioso. Ciò che è capitato loro può essere ipotizzato seguendo i ritmi del loro vivere, i loro pensieri e comportamenti, ma non si può essere mai veramente sicuri di ciò che hanno dentro, se non ascoltandoli profondamente. Tali personaggi sono esseri comuni, soggetti ad una vita che li ha trascinati in qualche luogo altro, e hanno bisogno di essere ascoltati; il dolore per loro è divenuto una vera e propria domanda rivolta al mondo e a loro stessi, domanda che ha necessità di essere accolta senza la presunzione di essere capita a fondo.

Questi personaggi sono nati dentro di me ancor prima che io lo scoprissi, e quando sono finiti sulle mie pagine, è stato come averli riconosciuti. Tracciare i loro profili è stato come portare avanti un viaggio che non ci si era programmati di fare, a volte a velocità eccezionali, altre volte al ritmo di un lento.

Dopo averli terminati, ho constatato di essere finito un posto che non immaginavo di visitare, un posto che ha richiesto un'attenta esplorazione.

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Modesto Vignapiano
Nasce ad Aprilia (LT) il 1 dicembre del 1989.
Dopo aver conseguito la maturità scientifica, si iscrive alla facoltà di Psicologia e consegue una laurea magistrale in Psicologia Clinica e Tutela della Salute presso "La Sapienza" di Roma.
La scrittura è da sempre una sua passione, ed è convinto che il raccontare storie o raccontarsi siano processi di estrema utilità per il benessere psicologico.
Attualmente svolge la libera professione come psicologo.
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