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Tre quarti di me

Tre quarti di me
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Consegna prevista Agosto 2021
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Pensare al nostro amico d’infanzia e vederlo il giorno dopo, sentire sempre la stessa vecchia canzone, farsi una domanda e ricevere la risposta, magari leggendo una scritta su un muro. Queste coincidenze Jung le definiva Sincronicità, eventi straordinari che ci accompagnano quando accadono cambiamenti radicali dentro e fuori di noi e quando esiste una possibilità di individuarci, ossia di divenire ciò che realmente siamo destinati ad essere. Spesso incontrare il nostro destino si accompagna a faticose scelte di vita, che tutti prima o poi siamo chiamati a compiere. Ma restando in ascolto, chiunque può accorgersi che c’è una guida che indica la strada, che si nasconde tra le pagine di un libro, nel ritardo di un treno o nel volo silenzioso degli uccelli. Sono i nostri futuri possibili, versioni migliori di noi che ci chiamano a farle esistere. Sintonizzarci su di loro è possibile, abbandonando ogni certezza, ascoltando la voce del nostro cuore e mettendoci sulla strada dell’autenticità.

Perché ho scritto questo libro?

Ho trascorso tre anni a contatto con qualcosa di inspiegabile. Quando credevo di non avere la forza di cambiare la mia vita, qualcosa mi ha guidata e sostenuta. La realtà sembrava parlare di ciò che avevo dentro e mi aiutava ogni giorno a conoscermi di più. Dopo, la mia vita non è stata più la stessa. È diventata più simile a me. Ho voluto raccontare l’essenza di quello che mi è accaduto, attraverso situazioni e personaggi in cui potersi specchiare per iniziare la ricerca dei tre quarti di sé.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Siena, 22 ottobre 2015

Una strada sterrata si arrampica su una collina. È bianca, come la faccia della luna. A guisa di cavalieri, i cipressi le fanno da scudo. Silenziosi e alteri, poco si concedono alla vita, presi come sono dall’ansia di giungere altrove. Un tempo, un seme di cipresso fece un patto con la terra: se lei lo avesse fatto nascere nel posto più bello del mondo, lui sarebbe riuscito un giorno a farle toccare il cielo. Così i cipressi sono come i campanili, guardano in una sola direzione. Asceti per destino, vivono circondati dalla bellezza, ma non riescono mai a goderne, rinchiusi per sempre tra gli aghi dei loro rami.

Come i cipressi sono anch’io, che abito in fondo a quella via.

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Sto tornando dal centro di Siena, dove ho incontrato una persona che non non vedevo e non sentivo da tre anni. E sul perché non vedessi la mia più cara amica da tre anni preferisco sorvolare, per ora.

Sulla porta di casa mi aspetta Luca, l’uomo con cui ho condiviso due terzi della mia esistenza. Ci siamo dati un bacio quando eravamo adolescenti e da allora non ci siamo più lasciati.

Ci conosciamo come le caramelle. Quando le scarti, sai esattamente quello che ti aspetta. Ne conosci la dolcezza, la consistenza, la sapidità, perfino la durata. E ogni volta che ne infili una in bocca hai l’impressione che sia esattamente quella di prima: un loop temporale dal quale è impossibile uscire, se non quando finisci il pacchetto.

In casa c’è un buon odore di zuppa di ceci, la mia preferita. Mio marito sa pensare a me con una devozione che neanche mia madre ha mai osato avvicinare. Una devozione profonda, innata come un talento, che esibisce incondizionatamente con tutte le persone che ritiene meritevoli della sua benevolenza.

Luca entra in cucina con due tronchetti di legna che con un gesto secco fa brillare nella stufa. Se dovessi definirlo con una parola, mio marito, lo definirei un intero. L’intero non manca di nulla, non ha bisogno di nulla. L’intero non cerca i suoi pezzi per strada, non si spezza, non si piega. I gesti dell’intero sono interi a loro volta, con un arrivo che non devia mai l’intenzione dalla partenza. Sono lenti oppure veloci, ma non perdono mai l’intensità del volere, neanche per un attimo. Nel mondo dell’intero tutto torna. Anche le cose che tornano nel mondo dell’intero sono intere: il loro senso è solo quello che hanno sempre avuto e che l’intero ha loro attribuito. L’intero non si domanda cos’è un intero o perché è un intero, semplicemente non ne ha bisogno. E io a volte mi domando se davvero mio marito abbia bisogno di me, perché un intero non ha mai una metà della mela.

Ho sempre pensato che crescere figli con un intero sarebbe stata una grande benedizione. Servono uomini interi per procreare figli interi, che non sentano la mancanza di nulla; che sappiano sempre distinguere il bene dal male, la verità dalla menzogna, il bianco dal nero. Perché mi è stato insegnato che l’equilibrio psichico si basa sulla concordanza di significato e che crescere vuol dire ridurre gli infiniti significati delle cose a uno solo, quello sul quale tutte le persone, o almeno quelle giuste, si trovano d’accordo. Anche se ciò contrasta con ciò che nella vita ho appreso durante i miei studi presso la facoltà di filosofia di Siena, questo non conta. Col tempo, ho imparato a lasciare la filosofia fuori dalla mia vita privata e penso sia stata la decisione più saggia che ho preso finora, a parte forse quella di richiamare Manuela.

I figli li avevamo cercati, sì. E quello, dopo il 1990, fu il periodo più doloroso della mia vita. Tre aborti al secondo e al terzo mese mi avevano lasciata vuota come un sacchetto di plastica. Un sacchetto di plastica bucato, incapace di svolgere l’unica funzione per cui era venuto al mondo. Così, mentre le altre donne mettevano in mostra le loro maternità come abiti firmati, io me ne stavo chiusa in casa, guardandomi allo specchio e chiedendomi cosa avessi fatto di male a Dio per non meritarmi la gioia della creazione.

Fu in quel periodo che il mio premuroso marito aveva iniziato a parlarmi del progetto dell’agriturismo. Un progetto a cui ho iniziato piano piano ad affezionarmi, fino a ridimensionare quel desiderio biologico che mi aveva resa bucata e inutile di fronte alla vita.

Ancora pochi mesi e finalmente il B&B inizierà a prendere forma. Quattro camere da letto, ognuna con bagno privato, e una stanza comune per la colazione. Da lì, chiunque potrà sprofondare in una notte stellata senza luci facendosi bucare il cuore dall’infinito, perdersi in uno dei tramonti

più suggestivi d’Italia, osservare le colline rincorrersi in un movimento fermo e silenzioso, fatto di luci e ombre, terra e cielo.

Tutto sarà pronto a primavera e fino ad allora io potrò continuare a godere di uno splendido panorama sul futuro, dal quale in vita mia non ho mai neanche per un attimo tolto gli occhi. Già mi vedo a preparare crostate. E poi brioches, pane, marmellate, crepes, uova, yogurt, biscotti. Immagino i volti dei miei ospiti: famiglie, coppie, viaggiatori solitari. Vedo un barbecue sul prato, una tavola apparecchiata e tante lanterne accese tra gli alberi. Vedo nuovi amici che torneranno a trovarmi, stranieri con cui allenare il mio inglese, giovani, pensionati, manager di grandi aziende. Sì, vedo tutto questo nell’ala ovest di casa mia, lasciata al grezzo due anni fa per ospitare quel progetto futuro. E più la guardo e più affondo dolcemente in quel pensiero, perché è lì che oggi sento scorrere la vita, quella vita che esce dal presente, per vivere un domani che non c’è ancora.

Ma non mi illudo, perché in me l’euforia vive da sempre accanto alla tristezza. Sono vicine di casa. Abitano sullo stesso pianerottolo, al quarto piano di un palazzone anni settanta. E come due vecchie amiche, si sostengono a vicenda. Quando la tristezza non ce la fa più bussa all’euforia e le chiede un caffè. Quando l’euforia ha finito lo zucchero bussa alla tristezza, che le dà la stevia. Solo che la stevia ha un gusto orrendo. Puoi mascherarla con mille altri ingredienti, ma prima o poi ti accorgi che c’è. E forse il problema è proprio questo. Tutti i miei progetti, il mio B&B, le mie crostate e le mie marmellate, alla fine, sanno solo di stevia.

 

Genova, 22 ottobre 1988

Mi chiamo Andrea Picasso e ho nove anni. Non so perché i miei genitori hanno voluto darmi un nome da maschio. Anche se mi piace perché mi fa sentire speciale più di tutte le altre, a scuola ho dovuto pagarla cara. E non solo perché mi chiamo Andrea e sono una femmina, ma anche perché il mio cognome è uguale a quello di Pablo Picasso, un pittore che disegna le persone tutte rovesciate e storte, come fossero appena uscite dal frullatore. Come dice mia nonna “L’invidia è una brutta bestia” e io credo molto a mia nonna. Se i miei compagni mi prendono in giro è perché ho un nome speciale e perché il mio è un cognome famoso. Altro che quei Pittalunga, Pastorino, Cànepa, Ferrando eccetera eccetera. Quelli sì che sono cognomi brutti, e anche banali.

Ma la vita di una bambina può essere molto difficile se la tua classe non ti accetta. Per prima cosa, nessuno ti passa i risultati delle verifiche. Anche se sei più brava di tutti e non hai bisogno del loro aiuto, questo ti fa sentire molto sola. Poi nessuno ti vuole nella sua squadra, sei sempre l’ultima ad essere scelta. Ma la cosa peggiore è che le tue compagne ti cercano solo quando hanno bisogno. Se una di loro per caso è sola perché ha litigato con le altre, allora corre da te e ti dice che sei l’unica di cui si fida. Balle. Appena quelle la rivogliono ti molla lì come un baccalà, senza neanche provare a farti entrare nel gruppo.

Se non fosse per la Manu, andare a scuola sarebbe insopportabile. Manuela è la mia migliore amica. Ci conosciamo da quando andavamo all’asilo. Un giorno ci siamo prese per mano e non ci siamo più lasciate. Così le nostre mamme ci hanno iscritto insieme anche alle elementari, chiedendo che fossimo messe nella stessa classe. Lei è il contrario di me: ha gli occhi azzurri ed è magra. Io invece sono un po’ cicciotta e ho gli occhi scuri. All’asilo mi dicevano che se mangiavo le carote mi venivano gli occhi azzurri come la Manu. Allora, ho capito che avere gli occhi marroni era una

sfortuna. In terza elementare ho capito anche il motivo: ai maschi piacciono solo quelle con gli occhi azzurri. In ogni caso, io le carote non le ho mai mangiate. E per questo, penso che non mi sposerò mai.

Oggi è una brutta giornata. Fuori piove e c’è buio anche se è giorno. Stamattina sono venuti quelli dell’USL a farci la tubercolina. È una specie di cosa con quattro spilli che ti infilano nel braccio. Ti rimangono i buchi almeno per una settimana. Poi, subito dopo c’era matematica e io matematica la odio, soprattutto mi fa paura il maestro.

Il nostro maestro è quadrato. Nel senso che ha la faccia quadrata e tutto il corpo un po’ quadrato. Lui ci fa ridere, ma ci fa anche paura, perché quando non capiamo qualcosa si mette a gridare e una volta ha anche attaccato Giancarlo Gavassa all’attaccapanni. Un’altra volta poi ha legato Fabio alla sedia perché non sta mai fermo. Lui lo fa per scherzare, ma non riusciamo mai a capire quando scherza e quando è arrabbiato per davvero. E io non ce la faccio a dirgli che non ho capito le divisioni.

La nostra maestra invece è molto strana. È un po’ grassa e sputa sempre quando parla. Ha il rossetto rosso e se lo dà metà sulla bocca e metà sui denti. Ma lei non mi fa paura, infatti mi dà sempre Lode specialissima nei temi. Lei non lega i bambini alle sedie, ma fa delle cose molto buffe, tipo che quando entra in classe deve pulire tutti i banchi, la cattedra e i muri con l’Aiax Multiuso (quello della pubblicità), perché dice che ci sono i microbi. Allora il maestro la prende in giro e quando c’è silenzio, perché magari stiamo facendo una verifica, sbatte la mano forte sulla cattedra e grida “Ecco. L’ho preso il microbo!”.

La campanella è suonata, finalmente torno a casa. È venuta a prendermi la mamma e ora attraversiamo la città con la nostra Autobianchi. È una macchina bruttissima e molto piccola, ma qui a Genova deve essere così, altrimenti non riesci a parcheggiarla. Se è piccola la infili dappertutto, dice papà, e se è brutta non hai paura delle portierate, dico io.

Abitiamo in un condominio arancione sulla litoranea. Abbiamo un balcone che dà sulla strada. Papà dice a tutti che è vista mare, ma siccome siamo al primo piano, per vedere il mare uno deve fissare un punto preciso tra un condominio e l’altro, quindi di solito ci si stanca subito e invece del mare si finisce per guardare nelle case degli altri. Poi sul balcone c’è sempre odore di smog e non puoi mangiarci, quindi la mamma lo usa per metterci le bottiglie di vetro vuote.

Mio papà ha una ditta di tessuti. Lavora tutto il giorno e torna a casa stanco, ma fa delle cose bellissime. Le nostre tende e alcuni miei vestiti sono cuciti con le sue stoffe. Per questo le mie compagne di classe, che come dice la nonna sono molto invidiose, un giorno si erano fissate che ero ricca. Eravamo in mensa e loro continuavano a dirmi che dovevo dare i soldi ai poveri perché mio papà guadagnava tanto e mia mamma poteva permettersi di non lavorare. Ovviamente sono scoppiata a piangere e non ho neanche finito di mangiare. Una cosa che non riesco proprio a capire è perché tutti quanti ce l’abbiano sempre con me.

Quando non ho molti compiti, verso le cinque e mezza vado a giocare con Tiziana, che abita nella casa di fianco alla mia. Tiziana è buona come il pane e non litighiamo mai. Almeno a casa, un po’ di tranquillità. Insieme giochiamo a Barbie, nascondino, un due tre stella, strega comanda color, Indovina Chi, Brivido. Lei è miope e porta gli occhiali molto grandi. È un’amica fantastica, ma il problema è che se non ci vedi, prima o poi fai dei casini. Una volta avevamo adottato una lumaca e l’avevamo chiamata Poiu. Le avevamo costruito una casa di lusso, con foglie di insalata, scivoli, giochi acquatici e un letto morbido fatto con gli scampoli di papà. Poi però, non so come, la Poiu è finita per terra. L’abbiamo cercata tantissimo, fino a che Tiziana non si accorta di avere qualcosa sotto la scarpa. Era lei, spiaccicata come una Big Babol. Che tristezza. La Titti piangeva come una fontana e io cercavo di consolarla, ma nessuno veniva a consolare me. Tanto per cambiare.

A volte viene a giocare con noi anche un bambino che abita nella casa di Tiziana. È biondino con gli occhi azzurri ed è sempre vestito bene. Non è come i miei compagni di classe. Non gioca a calcio, non dice le parolacce e soprattutto non mi prende in giro. Per questo Federico mi è simpatico. Legge un sacco di libri e li sfoglia in un modo strano, perché gli piace il rumore e l’odore della carta. Poi si ferma a fissare una pagina senza leggerla, come se ci vedesse dentro qualcosa che gli altri non vedono. Non so perché, ma sento che a scuola deve averla pagata cara anche lui.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Daje!

  2. (proprietario verificato)

    Carissima Ross, sei una fonte inesauribile di energia, di capacità di dare colore ad ogni momento, ad ogni cosa. Attendo il momento di avere tra le mie la tua opera. A presto

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Rossella Carboni
Ero una bambina perennemente in cerca di qualcosa, che fossero i poteri magici, gli alieni o il piccione di turno che ad un tratto, ne ero certa, si sarebbe messo a parlare. Sapevo che la vita prima o poi mi avrebbe stupita: la realtà doveva essere più grande di quella in cui gli adulti mi avevano insegnato a credere. Poi incontrai la filosofia, che fu amore a prima vista, e un lavoro come copywriter in un’agenzia di pubblicità. Non sto a raccontare le coincidenze che mi portarono in quel posto, ma fu lì che imparai a scrivere, mescolando spesso i miei lavori a quella fame d’altro che non mi era mai passata. In ogni progetto, oggi cerco di trovare quella profondità che mi appaga, che mi fa pensare che dentro a ogni cosa, anche quella più superficiale, può nascondersi un insegnamento prezioso. E come quando ero bambina, riesco a trovare nella realtà sempre molto di più di quel che c’è.
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