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I regni degli uomini

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A Serna la pace tanto invocata non ha portato la prosperità che tutti speravano, ma la condanna a un declino lento e inesorabile, un’agonia a cui nessuno sembra avere la forza di opporsi. A sconvolgere il rassegnato disfacimento del Regno arrivano però le parole di un Oracolo, la cui profezia annuncia l’approssimarsi della fine del mondo. Secondo il vaticinio solo due fratelli potranno opporsi alla sciagura, prendendo nelle loro mani le sorti del mondo. In molti si contenderanno la loro fedeltà, coinvolgendoli in un gioco di potere che li porterà su strade diverse e inconciliabili.

LA PROFEZIA 

Prologo

Tutto cominciò all’alba di un piovoso giorno d’inverno, il ventesimo da quando gli annalisti avevano stabilito l’inizio della Terza Era.

Non c’era gioia nell’aria, il vento spirava freddo come metallo, mischiando il bianco del nevischio alla pioggia che continuava a cadere, incessante.

I due gemelli vennero al mondo come due neonati qualsiasi, piangendo fra le braccia della levatrice e incuranti di quello che il destino aveva in serbo per loro. Era stata una notte lunga e difficile, spezzata dalla luce dei lampi e scossa dai tuoni di una tempesta che non accennava a placarsi. Quei primi vagiti si confusero col tremendo vento che ancora gridava forte fra gli alberi e dal quale vennero trasportati per miglia e miglia. Volarono sopra fiumi bianchi di spuma e valli verdissime, superando alture e foreste, fino alle inaccessibili Montagne Celesti ai confini del mondo.

Là, fra gli innevati picchi inondati di sole, risplendevano le bianche mura di un tempio, antico quasi quanto il mondo. Le sue sacre pareti risuonarono di quei lontanissimi lamenti, diffondendo l’impercettibile suono nel marmo delle sue sale, propagandolo fin dentro i bui sotterranei, scavati nella viva roccia dei monti.

Sin da tempo immemore, lì riposava un enorme volto scolpito nella dura pietra delle pareti: la vibrante fiamma delle fiaccole ne faceva emergere i lineamenti, arcigni e minacciosi al pari di scogli strappati a un mare d’oscurità.

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Un guardiano, una reliquia di un tempo dimenticato, come ridestata dal lontano pianto, la scultura prese vita, scrollandosi via la polvere dei secoli, poi, con una voce che sembrava provenire direttamente dalle viscere della montagna, pronunciò la sua profezia:

«Il tempo è giunto.

«Sono nati dallo stesso grembo i campioni che decideranno le sorti del mondo: due gemelli, due anime affini ma diverse che forgeranno il nostro futuro.

«Un prescelto dell’Ordine, portatore di Legge; distruttore dell’Ordine, l’altro. Si affronteranno quando la tenebra calerà sul mondo e solo il consanguineo potrà fermare l’Araldo del Caos per riportare ordine nelle Terre degli Uomini».

Terminato il suo compito, l’Oracolo di pietra tornò al silenzio, immobile come la semplice statua che avrebbe dovuto essere sin dal principio.

Il Gran Sacerdote assistette al prodigio con la calma dell’esperienza, poi mandò a chiamare tutti i suoi adepti. Sapeva già cosa fare: i due gemelli andavano trovati e tenuti sotto controllo, al sicuro, il destino del mondo dipendeva da loro.

PARTE PRIMA

Capitolo 1

Kendall smontò da cavallo e imprecò non appena i suoi stivali toccarono terra affondando di tre dita nel fango.

Ci sarebbero volute ore per ripulirli.

Continuando a inveire fra sé e sé si voltò indietro, verso i quattro uomini ai suoi ordini. Li guardò in faccia uno a uno, a lungo, per cercare di indovinarne il morale.

Non ci mise molto a rendersi conto che non era dei migliori: variava dall’esausto al risentito ma non poteva certo biasimarli. Erano due giorni che pioveva a secchiate e loro, cavalcando a tappe forzate, non si erano persi nemmeno una goccia. Ma non era quello il problema. Erano una pattuglia della guardia di frontiera

Ecco che ho ottenuto a inimicarmi le alte gerarchie dell’esercito! Mi hanno spedito a comandare un distaccamento della guardia di frontiera, un pugno di uomini nel mezzo del nulla più assoluto. Comando un decimo degli uomini che avevo prima ma con un territorio venti volte più grande da pattugliare. Una farsa! Questo stesso corpo non ha più alcuna ragione di esistere, troppo piccolo e disorganizzato per avere una qualsiasi utilità. Ormai viene usato come discarica d’uomini, mandano qui solo i peggiori, i reietti e gli insubordinati. Il posto perfetto per togliersi di mezzo gli ufficiali scomodi. Quelli come me.

-Eudrig Velari, ufficiale della guardia di frontiera, Lettera a un’amante-., erano abituati anche a dormire in sella a turni, se necessario. Il problema era la missione.

Quella proprio non riuscivano a mandarla giù, era troppo per loro.

Quei ragazzi erano degli scavezzacolli in cerca di avventure, soldati troppo indisciplinati per servire come milizie cittadine; non si facevano problemi a contestare un superiore o a rifiutare un ordine che non condividevano. Erano gente schietta e orgogliosa, l’unico modo per tenerli in riga era trattarli da pari e non da semplici sottoposti. Ci aveva messo anni a guadagnarsi il loro rispetto e, alla fine, avevano imparato a fidarsi di lui, del suo giudizio. Ormai non avrebbero preso ordini da nessun altro, eppure, stavolta, non era stato facile nemmeno per lui convincerli a seguirlo in quella missione.

Specie senza potergli spiegare come stavano veramente le cose.

“Informazioni confidenziali” gli avevano detto al comando, non poteva farne parola con nessuno.

Facile per loro, che non avevano uomini da convincere.

I suoi ragazzi poi, avevano una particolare antipatia per la segretezza e odiavano obbedire a occhi chiusi, come fossero burattini.

Avrebbero disertato piuttosto, lo sapeva bene.

In genere condivideva con loro tutto quello che sapeva ma questa volta non era stato possibile, non poteva violare un ordine diretto, neanche per i suoi uomini.

E loro non gliel’avevano ancora perdonato.

In realtà, neanche lui conosceva tutta la faccenda nei dettagli ma gli avevano detto abbastanza da convincerlo che valeva la pena rompersi la schiena, sfiancando i cavalli giorno dopo giorno.

I suoi ragazzi, invece, si erano dovuti accontentare di sapere che era una richiesta che veniva dal re in persona, a loro non aveva potuto dire altro.

E che richiesta poi!

Farsi settimane di viaggio fino ai margini delle Regioni Esterne

“I re dell’Ovest hanno provato per secoli a sottomettere queste terre, più per principio che per reale necessità. Hanno speso montagne d’oro e di uomini per cercare di pacificarle ma hanno finito solo con l’accumulare fallimenti su fallimenti. A un certo punto erano anche riusciti ad annetterle come provincia del Regno ma al costo di veder scoppiare una nuova rivolta ogni settimana, con carri di rifornimenti presi d’assalto fra le montagne e pattuglie sgozzate nei boschi. Un giorno, alla fine, qualcuno si rese conto che non c’era niente che valesse la pena conquistare, solo montagne e foreste sconfinate. L’esercito dell’Ovest quel giorno fece i bagagli e tornò a casa, lasciandosi dietro solo rovine di piazzeforti e accampamenti che nessuno avrebbe usato mai più.”

-Bastion, detto Passosvelto, Le selvagge Terre d’Occidente, Cap. II-solo per cercare un paio di gemelli, due bambini appena nati che nessuno a Corte aveva mai visto. Sembrava la pretesa di un pazzo, non c’era da sorprendersi che non saltassero di gioia.

Nei loro panni si sarebbe messo a ridere, probabilmente.

Certo, a loro non avevano detto che tutto partiva da una profezia dell’Oracolo ma, anche così, non sembrava comunque una proposta molto ragionevole.

All’inizio aveva reagito esattamente come i suoi uomini: aveva pensato a uno scherzo, solo che lui non aveva avuto la faccia tosta di dirlo in faccia al suo comandante. Aveva iniziato a capire quanto fosse seria la faccenda solo dopo aver scoperto che non erano l’unica pattuglia con quell’incarico, ce n’erano decine, forse centinaia: un dispiegamento di forze mai visto prima, neanche per catturare i peggiori ricercati.

Che poteva aver mai detto l’Oracolo per scatenare una simile agitazione?

In ogni caso gli ordini del comandante erano chiari: non rientrare prima di aver passato al setaccio tutta la zona che gli era stata assegnata.

Ci sarebbero volute settimane per farlo, ma non se avessero trovato subito i gemelli che tutti stavano cercando. Era quello a cui puntava: trovarli alla svelta e tornare a casa.

E forse, ora, erano finalmente sulla pista giusta.

Lo sputo di villaggio in cui erano capitati era il nono che visitavano da quando erano partiti, ma poteva essere l’ultimo: erano stati indirizzati lì dalla levatrice di un paese vicino che giurava di aver fatto nascere due gemelli maschi identici non più di un mese prima. Se aveva ragione, e i bambini erano ancora vivi, il loro viaggio era giunto al termine.

«Dannazione!» imprecò uno dei suoi uomini, l’unico a portare una folta barba nerissima. «Sono zuppo fino alle ossa!»

«Non dirlo a me…» gli fece eco un altro, sfregiato da una lunga cicatrice che scendeva dalla tempia fino alla guancia sinistra. «Ne ho piene le palle di questa maledetta caccia al tesoro! Se non troviamo quei dannati bambini neanche stavolta, giuro che piuttosto diserto e me ne vado a vivere di caccia nei boschi! Non è per questo che mi sono arruolato!»

«Eh…» sospirò platealmente un terzo, con in testa una zazzera di rari capelli rossissimi, quasi arancioni. «La guardia di frontiera non è più quella di una volta…»

«Ci puoi scommettere!» insistette il barbuto. «È tutta colpa di questa dannata era di codardi3

3 È con grande orgoglio che sua Maestà, re Eron VI, il Mai Vinto, annuncia la stipula di una grande alleanza con i Domini del Nord e il Regno dei Maghi, volta a stabilire una pace stabile e duratura fra i nostri popoli. Il re auspica che, da oggi in poi, siano la diplomazia e il buonsenso a dirimere tutte le future controversie con i nostri vicini e che mai più ci sia bisogno di ricorrere alla violenza delle armi…

– Anonimo banditore reale, annuncio della Grande Alleanza al Regno dell’Ovest –. Ai suoi tempi non era così, vero capitano?»

Kendall annuì, ma senza convinzione.

Aveva più di quarant’anni, lì in mezzo era l’unico ad aver vissuto abbastanza della Seconda Era da ricordarne qualcosa.

E non erano bei ricordi.

Certo, quegli scapestrati non avevano tutti i torti: il pacifismo esasperato dal re aveva privato il Regno dell’indole guerriera che l’aveva sempre contraddistinto ma aveva anche inaugurato il più lungo periodo di pace che si fosse mai visto nella storia. Nessuno, prima di lui, era riuscito a interrompere l’infinita serie di guerre che si erano succedute una dopo l’altra nel corso dei secoli precedenti. Una pace così duratura non aveva precedenti ma, come tutte le conquiste, anch’essa aveva richiesto un prezzo altissimo da pagare. Era stata una specie di rivoluzione: l’esercito era stato smantellato, uomini e donne nati e cresciuti idolatrando il valore militare sopra ogni cosa, si erano improvvisamente ritrovati a dover lasciare le armi per diventare fabbri, mercanti, contadini.

Da allora era come se la spinta che aveva portato il Regno all’apice della sua potenza si fosse improvvisamente spenta, facendolo contrarre su se stesso, a crogiolarsi nei racconti dei gloriosi tempi passati. La nostalgia per quei fasti sanguinosi diventava sempre più forte, era evidente, e ne era preoccupato. La vedeva aumentare nei discorsi della gente anno dopo anno, sempre più forte, man mano che il ricordo degli orrori della guerra spariva dalle loro menti, troppo giovani o ormai stordite dalla vecchiaia.

Non era così semplice per chi, quegli orrori, li aveva vissuti sulla propria pelle.

Lui la guerra l’aveva guardata dritta negli occhi, aveva visto che dentro la sua anima nera non c’era traccia dell’eroismo e della poesia cantata dagli aedi. La guerra era solo sangue e fango, morte e tradimento. Non c’era proprio niente da celebrare, uccideva i migliori degli uomini e lasciava in vita i peggiori.

Ma i suoi uomini questo non lo sapevano, non lo capivano, come potevano, inebriati dall’avventatezza dei loro vent’anni? Avrebbero dovuto vederlo con i loro stessi occhi per crederci, era quello l’unico modo per convincere degli scavezzacolli come loro. Kendall ormai lo sapeva perfettamente, del resto, un tempo era stato uno scavezzacollo anche lui.

Non valeva la pena mettersi a discutere.

«Muoviamoci!» disse alla fine. «Se questa è la casa giusta, potremo finalmente metterci sulla via del ritorno.»

Seguito dai suoi uomini, si diresse verso la casupola isolata che gli era stata segnalata dalla levatrice. Era un edificio semplice, non troppo grande e interamente in legno, eccezion fatta per la canna fumaria di pietra grezza. Accanto aveva un piccolo orto pieno di erbe di forme e colori appariscenti. Con una rapida occhiata indovinò che erano tutte piante medicinali, il che doveva rendere il proprietario un guaritore o qualcosa di simile.

Bussò forte alla porta, presentandosi come “uomini del re”, poi fece un passo indietro, in attesa che qualcuno venisse a rispondere.

Si sentirono dei rumori all’interno, poi la porta si socchiuse e un bell’occhio di donna si fissò su di loro. Quell’iride particolarissima, celeste con un alone marrone tutt’intorno alla pupilla, li osservò per un attimo, poi la donna spalancò bruscamente la porta.

Era inaspettatamente bella e tutto sembrava fuorché una delle contadine che di solito s’incontrano in quei villaggi. Niente denti storti, mani callose o pelle rovinata dal sole. La sua bellezza aveva un che di raffinato, elegante, più adatta alle vie di città o alla Corte di un castello. Era sui trent’anni, con lunghi capelli nocciola e l’espressione stanca di chi non dormiva da giorni.

Li guardava con disprezzo, senza minimamente curarsi di nasconderlo.

«Siete piuttosto lontani dal palazzo del re…» disse fra i denti. «Che siete venuti a cercare fin qui?»

«Cerchiamo due bambini» spiegò lo sfregiato, senza troppi giri di parole. «Due gemelli, maschi. Nati non troppo prima della scorsa luna nuova.»

«Qui non c’è niente di simile. Andate via» rispose lei, facendo per richiudere la porta.

Il barbuto, con buona prontezza di riflessi, glielo impedì mettendo uno stivale in mezzo allo stipite: «La levatrice che li ha fatti nascere sostiene il contrario…».

La donna sbuffò e li guardò con disappunto.

«Cos’è, il re si è messo a rapire bambini adesso? A quel bastardo non basta quello che ha già fatto alla mia famiglia?»

«Bada a come parli, donna!» la minacciò il barbuto. «Siamo pur sempre uomini del re e questo sputo di villaggio è ancora sotto la sua legge!»

«Possiamo impiccarti come traditrice, se non collabori!» gli fece eco lo sfregiato.

Kendall non prendeva parte al diverbio, era assorto, come rapito dallo sguardo della donna.

Quegli occhi, dal colore così particolare, erano inconfondibili, indimenticabili. Li aveva già visti da qualche parte, tanti anni prima.

«Camalia!» esclamò a un tratto. «Tu sei la piccola Cam!»

«Nessuno mi chiama più così da anni» disse lei, stralunata. «Chi sei?»

«Sono Kendall, ero l’attendente di tuo padre, non ti ricordi di me? Ti prendevo sempre sulle spalle quando venivi a trovarlo!»

«Kendall… È passato tantissimo tempo ma mi ricordo di te. Eri sempre gentile, mi tenevi compagnia quando mio padre era occupato… Sei davvero tu?»

«Sì, Cam, sono proprio io. Non credevo ti avrei più rivisto, non dopo tutti questi anni. E invece eccoti qui, bella come tua madre…»

Lei abbozzò per un attimo un sorriso imbarazzato, poi però la sua espressione tornò subito fredda e ostile.

«Certo,» disse «hai avuto un bel coraggio a restare nell’esercito del re, dopo tutto quello che è successo…»

«Sono un soldato. Cos’altro avrei dovuto fare?»

Lei rispose con una smorfia. «Siete tutti uguali. Dei cani sempre pronti a saltare al minimo cenno del vostro padrone. Perché hanno mandato te? Sperano che mi farò convincere più facilmente da una faccia conosciuta? Mi credono così stupida?»

«Non sapevo fossi tu la madre dei bambini che ci hanno mandato a cercare, lo giuro sui miei antenati!»

«Che volete dai miei figli?»

«È una faccenda complicata. Credo sarebbe il caso di parlarne anche con il padre.»

«Non ce l’hanno un padre i miei gemelli. Potete dire a me tutto quello che avete da dire.»

«Capisco. Possiamo entrare a parlarne, invece che restare qui fuori a inzupparci di pioggia?»

Camalia lanciò un’occhiata, prima a lui, poi ai suoi uomini.

«Gli scagnozzi del re restano fuori» disse. «Tu puoi entrare, ma solo se prima ti togli quegli stivali infangati.»

Kendall obbedì e si tolse le scarpe, poi si scambiò un cenno d’intesa con il barbuto e sparì dietro la porta.

I suoi uomini cercarono riparo sotto al cornicione del tetto e stettero lì, fermi, ad aspettare il loro comandante.

Trascorse una buona mezz’ora, con la pioggia che continuava a scivolare sui loro mantelli cerati.

Il rosso starnutì proprio quando videro l’uscio riaprirsi.

«Allora?» chiese lo sfregiato, vedendo Kendall affacciarsi alla soglia. «Sono i bambini che cerchiamo?»

«Sono loro. Potete tornare a casa e riferire che la missione è compiuta.»

«Come? Da soli? Tu non torni con noi?»

«Era già qualche tempo che volevo smetterla di spezzarmi la schiena tutti i giorni in sella, è arrivato il momento giusto per farlo. Per ritirarmi.»

«E i gemelli? Abbiamo fatto tutta questa strada e adesso non li riportiamo nemmeno indietro con noi?»

«La madre non è d’accordo. Le strappereste forse via dei figli ancora in fasce?»

I quattro soldati si guardarono fra di loro, confusi.

«Ma gli ordini…» provò a obiettare il barbuto.

«Conosco gli ordini meglio di voi!» tagliò corto Kendall. «L’importante era trovare i due gemelli e assicurarsi che fossero al sicuro. Abbiamo portato a termine la prima parte dell’incarico. Ora, per concludere anche la seconda, resterò qui con loro, a proteggerli. Dite questo al comando. Poi, quando saranno grandi abbastanza, li porterò personalmente da loro.»

«Vuoi davvero restare in questo buco di villaggio?» gli chiese lo sfregiato.

«È arrivato il momento di tenere fede a una promessa fatta molti anni fa. Andate, e non voltatevi!»

«Ma…» provò a insistere il rosso.

Il barbuto lo fermò, mettendogli una mano sulla spalla: «È inutile provare a fargli cambiare idea. Il capitano ha preso la sua decisione. È tempo di tornare a casa».

Kendall salutò i suoi uomini con un cenno, poi li osservò montare a cavallo e sparire nella pioggia. Dietro di lui, Camalia lo aspettava sulla soglia della sua nuova casa.

20 Marzo 2017
Messaggio dall'autore:

Abbiamo raggiunto le 50 copie! Questo vuol dire che, da oggi le vostre copie sono certe, le riceverete in ogni caso al termine della campagna. Il semplice pensare che, nel giorno di qualche mese, in molte case ci sarà una copia del mio libro mi riempie di emozione e gratitudine. Un'emozione che esiste solo grazie a voi. Grazie a tutti, e continuate a parlare de "I Tre Regni Degli Uomini", la meta è vicina!
PS
Per approfondimenti e aggiornamenti sul libro cercatemi su Facebook (Basta cliccare in fondo a questa pagina)

Commenti

  1. Mattia Maresi

    (proprietario verificato)

    Da poco che ho letto, mi sembra interessante.
    In questo Fantasy sento già l’odore del cuoio e lo sfrigolio della Magia!

  2. (proprietario verificato)

    Non saprei, ma questo Tislan mi piace da morire!!! Me ne sto innamorando…
    Che ve ne pare di Vlaas? Io ancora non saprei

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Corrado Cerfogli
Corrado Cerfogli, classe 1990, dopo la maturità classica si laurea in Marketing Management presso l’Università Bocconi. Durante gli studi, collabora con la Sergio Bonelli Editore come soggettista per la serie Dampyr. Attualmente è product manager presso The European House Ambrosetti. I Regni degli uomini è il suo romanzo d’esordio.
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