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Consegna prevista Luglio 2020

Un ristretto gruppo di persone, diversissime fra loro e provenienti da zone diverse del mondo, si ritrova a condividere un incredibile esperimento: visionare le immagini delle proprie vite passate e future. I protagonisti vengono a conoscenza di fatti e situazioni che daranno senso a parti irrisolte delle proprie esistenze. Si mescolano, qui, elementi fantastici e religiosi, fino alla prefigurazione di un “nuovo inizio”. Un romanzo non facile da incasellare (velata autobiografia? Fantascienza? Letteratura glocale?). Ma è proprio questa sua non appartenenza a un filone immediatamente riconoscibile a renderlo originalissimo. Le intense storie personali di ognuno dei protagonisti si saldano, attraverso l’esperimento, ad un commovente epilogo dalla potenza profetica.

Illustrazioni di Silvano Brugnerotto.

 Perchè ho scritto questo libro?

Benché la poesia mi abbia dato molte soddisfazioni, dal 2012 ho desiderato dedicarmi alla prosa. Scrivevo articoli per una settimanale locale, ma non mi bastava. In agosto mi sono recata presso una struttura religiosa per un periodo di riposo mentale. Una notte ho sognato due gemelle di nome Theresya e Karola (ho poi scoperto che si trattava di plausibili nomi tedeschi). Nel sogno, stavano osservando la propria vita passata. Da lì è nato un racconto e in seguito il romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

NICOLA ESPOSITO

La coscienza di don Fabio

Nicola si rigirava sulla sedia da ufficio con movimenti rotatori, descrivendo semicerchi nell’aria con le sue adorate All-Stair marroni ai piedi; ogni tanto si bloccava, staccava gli occhi dallo schermo troppo grande e luminoso e sbuffava dalla noia, sbattendo ripetutamente i talloni sul pavimento, come i bambini quando non ne possono più. Dalla finestra lasciata aperta perché uscisse l’odore di sigaretta, che sua sorella odiava, entrò uno spiffero gelido, e Nicola si strinse nel cardigan blu con un atteggiamento femminile. Aveva una voglia matta di rivedere sua sorella dopo tanto tempo, ma lei non si decideva a tornare.
Giornalista pubblicista, era uscita per assistere ad un consiglio comunale sul bilancio e sarebbe rientrata a notte fonda.Continua a leggere
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Non poteva andare a letto senza prima averla abbracciata. Lei sarebbe tornata stravolta dal sonno, senza alcuna voglia di conversare, ma lui sarebbe stato egoista e avrebbe cercato di farla parlare. Aveva il magone, stava piangendo. Il disturbo post traumatico da stress lo aveva reso un uomo solo. Sua madre, sua moglie e sua figlia vivevano altrove, assieme ai nonni ormai vecchi. La sua casa editrice non esisteva più. Non illustrava più, non riusciva a tracciare una sola riga, sebbene avesse ricevuto alcune proposte di lavoro. L’idea di illustrare racconti e favole scritte da qualcuno che non fosse Cesare, lo faceva stare male.
Era fuggito, condannato all’infelicità. Pazienza. Non voleva mai più essere felice. E così aprì Internet e tornò a visionare tutti gli articoli di giornale che lo riguardavano. Quelli sulla crisi e sul fallimento della sua casa editrice, quelli sul suicidio del suo collaboratore. Cesare non aveva lasciato lettere di addio. Non sempre i suicidi lasciano messaggi di addio o spiegazioni. Chi resta si porrà domande per tutta la vita: potevo fare qualcosa? È stata anche colpa mia? Dove sarà adesso? Avrà sofferto?
Quando si naviga in Internet il tempo scorre velocemente. La sua concentrazione era totale, nonostante i singulti soffocati. Sua sorella Valeria era rientrata e lui non se n’era nemmeno accorto. Sussultò e tentò di coprire lo schermo del computer con le mani, arrossendo.
– Da quanto tempo mi stai osservando? –
Lei lo guardava imbambolata. Come aveva previsto, era troppo assonnata anche solo per discutere con lui.
Iniziarono giorni tutti uguali, ma almeno era insieme a sua sorella. Da qualche mese ormai si alternavano al ristorante gestito dallo zio, ma entrambi si sentivano fuori posto tra le portate di polpo con patate e le linguine al pesto. “Voi il cibo sapete mangiarlo, ma cucinarlo non imparerete mai”, era la frase che lo zio pronunciava per ferirli. Ma era stato lo zio a prendere in mano la situazione, a salvare un locale che stava per chiudere, a pagare i debiti, a effettuare le ristrutturazioni. Il ristorante era segnalato come uno dei migliori del sudovest milanese, costituiva la base della loro esistenza. Ed entrambi lo odiavano, fin da quando era una semplice trattoria senza pretese e i camerieri non indossavano divise a righe e il loro padre ne era il proprietario e padrone assoluto.
A quei tempi, la madre sgobbava tutto il giorno, spesso indossando maglie a maniche lunghe, perché capitava che lui la afferrasse per le braccia, scuotendola e spingendola verso gli spigoli dei tavoli, e i lividi bisognava nasconderli.

No, non era per i rimproveri dello zio che Nicola non riusciva più a lavorare. Non era nemmeno il suicidio, improvviso, dell’amico Cesare. Non era ancora pronto per rivedere moglie e figlia. Voleva solo sua sorella. Così simile a lui. Gemelli. Erano stati inseparabili fino alla prima elementare. In seguito, all’atto d’iscrizione alla scuola media, gli insegnanti avevano consigliato di metterli in classi diverse. Sua sorella, più autonoma nello studio a casa, era stata iscritta al tempo normale, che si svolgeva in un’ala diversa dell’edificio. A scuola non si vedevano mai. Lui al tempo pieno aveva conosciuto il Carogna, un ragazzino odioso che con i suoi crudeli scherzi non aveva fatto che aggravare una situazione già molto pesante. Così, con maestre e professori diversi, con compagni di classe diversi, libri di testo diversi, gite scolastiche diverse, le loro vite avevano preso direzioni differenti. Ma in definitiva erano giunti assieme nello stesso vicolo cieco.

La vita era come una battuta di pesca, si gettava l’amo e si aspettava. A volte, perché il pesce abboccasse, bisognava agitare le acque. Era una persona determinata, Valeria, lenta ma costante nell’ottenere risultati. E lui? Una sera che era proprio stufo di tutto, navigando in Internet aveva dato una scorsa veloce a qualcosa di strano. Un programma che ti cambiava la vita. Aveva messo il sito tra i preferiti, poi erano accadute altre cose e non ci aveva più pensato. Punto primo: suo zio aveva assunto nuovi aiutanti per il locale, camerieri professionisti. Punto secondo: Valeria era rientrata a casa con gli occhi che le scintillavano. Per Nicola il fatto che in parrocchia fosse arrivato un nuovo coadiutore non era nemmeno una notizia. Non riuscì a nascondere un sorriso ironico e sua sorella si offese:
– Non ho capito cosa c’è da ridere! –
– È questo che pubblicate sul vostro giornale? L’intervista al vice parroco? –
– Certamente! Sai chi è? Ti ricordi quel ragazzino con i riccioli biondi che frequentava la nostra scuola? Quello che lavorava nel mondo dello spettacolo? Non ci crederai: è diventato prete! Vedi che la notizia c’è –
Nicola diventò rosso in viso. Riccioli biondi, occhi azzurri, un sorriso accattivante…
Una volta una bidella gli aveva fatto i complimenti per i riccioli biondi e gli occhi azzurri, gli aveva detto che sembrava un angioletto. L’angioletto era in realtà un demonio. Nicola lo sapeva: i bambini possono essere volontariamente cattivi.
Fabio Tristano sapeva essere particolarmente sadico, godeva delle sofferenze che procurava al prossimo e ci metteva anche un che di morboso, quando sceglieva le sue vittime. Il Carogna, lo avevano soprannominato. Fabio era un bravo studente, e questo lo distingueva dagli altri elementi disturbatori della scuola, che erano per la maggior parte ripetenti e pluriripetenti.
Fabio era circondato da ragazzine adoranti perché era una giovane star. Aveva iniziato a tre anni con gli spot pubblicitari; a sei aveva cominciato a sfilare e a nove era esploso come giovane divo di una fiction di grande successo. A dieci aveva recitato la parte di un piccolo cieco in un film che era stato candidato all’Oscar come miglior pellicola straniera.
In prima media veniva a scuola solo quattro giorni a settimana. Gli altri giorni lavorava a pieno ritmo, ospite fisso di un programma serale che aveva scatenato le ire di un’associazione di genitori e le rimostranze dei professori. Aveva perfino registrato un cd con brani rap, presentato nelle scuole di Milano e di Roma. E tutto questo mentre Nicola Esposito conduceva la più insignificante delle esistenze. Lo aveva invidiato. Lo aveva odiato. Il padre era un avvocato, la madre una professoressa di inglese (Fabio era stato cresciuto bilingue, tanto per non farsi mancare nulla). Abitavano in una villa con giardino e piscina e una volta Nicola era stato invitato ad una sua festa e ricordava quanto fosse bella la casa.
L’attore bambino aveva tutto, eppure si divertiva a molestare i compagni più deboli fino a farli piangere; li spogliava, li umiliava…
Nicola avvertiva in bocca il sapore della cattiva digestione. Una sottile pellicola di sudore gli copriva la fronte, il cuore tachicardico gli premeva il petto. Contemporaneamente, si vergognava. Non poteva reagire così! Erano stati compagni di classe nella seconda metà degli anni Novanta. Adesso avevano 40 anni. Uno era diventato sacerdote e l’altro aveva una moglie e una figlia (e due nonni).
Nicola attese due giorni, nei quali elaborò a grandi linee una strategia. Chiese alla sorella il numero del nuovo prete e lo chiamò. – Ah, lei è il fratello della giornalista che mi ha intervistato? Perché non passa a trovarmi?-
Ecco chi era Nicola Esposito: il fratello della giornalista. “Ecco: come ultimo affronto, finge di non riconoscermi!”.

Don Fabio indossava un paio di anonimi jeans, un semplice maglione blu scuro e logore scarpe da tennis. Aveva preparato personalmente un the al limone buonissimo e aperto una confezione di biscotti senza marca, con la granella di zucchero. Si stava bene insieme a lui. Parlarono dell’Inter, della Corea del Nord, del tempo. Era proprio lui, con gli stessi occhi piccoli.
Quando era bambino quegli occhi erano freddi come schegge di ghiaccio, ora invece avevano un’espressione ridente. Quel prete era un uomo sereno. Nicola non voleva rovinare quella perfetta atmosfera di tranquillità ma nel suo petto si gonfiava il magone e infine scoppiò a piangere, sentendosi un cretino.
Poco prima, mentre camminava verso l’Oratorio per incontrare il sacerdote, aveva immaginato una scena carica di tensione, con ingiurie urlate e una bella scazzottata, come ai vecchi tempi. E invece fu contento di farsi confortare da quel prete. Il bambino cattivo non esisteva più. Parlarono molto e don Fabio arrossì molte volte, perché le malefatte compiute in gioventù affioravano alla sua memoria. Nicola era colpito dalla capacità del sacerdote di arrossire senza imbarazzo. Anche lui doveva fare i conti con il proprio passato.

Nei giorni seguenti apparve chiaro che don Fabio avvertiva il senso di colpa, e con grande fatica cercarono di diventare l’uno amico dell’altro. Don Fabio usciva a correre ogni mattina e si trascinava dietro Nicola, che era solito dormire fino a tardi (e a volte dormiva anche durante il pomeriggio). Poi c’era Cristina, la sorellina di Fabio. I genitori di Fabio avevano divorziato perché la tensione tra di loro si era fatta insostenibile. La madre era la classica isterica che riversava sul figlio le proprie frustrate ambizioni. Gli aveva fatto crescere i capelli con quei ricciolini folti e biondissimi. Suo padre odiava quella pettinatura e non voleva che il figlio facesse l’attore e il modello. Si erano lasciati dopo anni di litigate furiose.
– Mio padre si è risposato con una donna più giovane di me e ha avuto questa bambina, che è la mia gioia più grande. Ho il permesso di averla in custodia ogni tanto. I miei genitori non si parlano. Ho dato ai poveri buona parte di quanto avevo guadagnato, e del resto non era rimasto molto, dopo alcuni investimenti sballati di mia madre. La mia carriera era finita. Mi proponevano parti in commedie commerciali volgari. Sai come si dice, diventati adulti non si possono più interpretare ruoli da bambino. E io non mi ero mai chiesto cosa volessi dalla vita, dato che ritenevo di avere già tutto. Adesso non è semplice, per me, avere due genitori divorziati –
Questo gli confidava durante una delle loro cene davanti alla televisione. Nicola aveva iniziato ad attendere quelle serate. Inviava sms a don Fabio e si preoccupava se non riceveva immediatamente risposta. Aveva voluto conoscere la sorellina, Cristina, una piccolina di quasi tre anni, deliziosa.
Nicola leggeva la Bibbia per la prima volta in vita sua e aveva dubbi su molti temi, come l’eutanasia. Le Scritture non erano forse favorevoli all’eutanasia quando dicevano: “Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia cronica”?

Fu a don Fabio che Nicola parlò di Trevite…

09 novembre 2019

Aggiornamento

Valentina Simona Bufano riesce bene a narrare episodi emblematici della vita di alcune persone in particolare, e di noi tutti in generale. Perché quanto avviene nelle sue Trevite è, in fondo, ciò che accade nella nostra vita.
MARIO FURLAN

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Valentina Simona Bufano
Valentina Simona Bufano nel 2009 è comparsa su “Il Giorno” nella rubrica “Il Personaggio”.
Il suo primo romanzo “3 ragazzini e il Fato” ha ricevuto ottime critiche e vinto il premio della Giuria al Trofeo del Lupo. Ha pubblicato racconti sul settimanale “Confidenze” (Mondadori) e creato il personaggio dell’elfo Tipot.


Silvano Brugnerotto pittore, illustratore e grafico, ha tenuto mostre di livello nazionale e internazionale in Italia e all'estero. Ha lavorato per testate storiche come "Frigidaire" e "Oltre".
Realizza illustrazioni per la pubblicità e per l'editoria, collaborando con aziende private ed enti pubblici.
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