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Consegna prevista Maggio 2020

Mi chiamo Luca Segarelli e a volte, quando mi addormento, mi capita di sognare di essere travolto da uno tsunami di proporzioni bibliche. Di tutti i sogni che ho fatto in venticinque anni questo è l’unico che riesco a ricordare, come se a ogni occasione quel disastro naturale si scagliasse veramente con tutta la sua potenza distruttiva sulla mia inerme pelle. Non ne ho mai parlato con nessuno, ma la cosa non mi ha mai spaventato eccessivamente: insomma, è sempre stato solamente un sogno no?! Sì, fino a che non dovetti affrontare tutto, nell’abitacolo di una vecchia Toyota Corolla rossa insieme a Mike, Chiara e Gio, quelli che fino a dieci anni fa avrei facilmente chiamato “i miei migliori amici”.

L’assurdo quanto inaspettato viaggio on the road verso una destinazione in comune fu l’unica possibilità che avevamo per ricostruire un rapporto lasciato a decadere lentamente nel tempo. Tra lunghi e assordanti silenzi, vecchie tensioni, scheletri nell’armadio e il mio tsunami che non mi lasciava pace nemmeno in una situazione critica come quella. Mi bastarono pochi secondi per intuire che la decisione di prendere parte all’avventura più complessa della nostra vita coincidesse anche col mio più grosso errore di sempre. Oppure, con la miglior cosa che potesse succedermi. L’unica certezza era che i sedili posteriori della vecchia carretta mi avrebbero spezzato in due la schiena.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Tsunami perché proprio come accade a Luca nel racconto anche io sono stato assillato da questa storia. Ogni volta che tornava a trovarmi, il mio tsunami si portava dietro un pezzo nuovo, e man mano la storia prendeva sempre più forma. Tsunami però è anche e soprattutto un racconto di amicizia, di rapporti umani e del tempo che passa. Tutto accade dentro un’automobile che incorpora un microcosmo in continuo moto di rivoluzione all’interno di una galassia autostradale.

La sensazione era pessima all’interno della vecchia Toyota Corolla rossa. Rimasi seduto per ore nello spazio di un sedile posteriore senza un granché da fare per ingannare il tempo.

Eppure mi trovavo proprio lì di mia volontà, a rigirarmi annoiato verso il finestrino gettando lo sguardo al di là del vetro mentre la strada sfrecciava veloce al di fuori. Ma era solo una mera illusione, il mondo continuava a essere costantemente immerso nella sua blanda quiete. Immobile, statico.

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I mie occhi verdi si posavano esclusivamente su infinite distese di campi da almeno una quarantina di minuti. Ogni tanto vedevo sbucare una qualche casa di mattoni isolata, qualche fattoria nel bel mezzo del nulla, ma prevalentemente stavo guardando distese di terra che si estendevano per chilometri.

A intervalli poco regolari lo sguardo cadeva sul riflesso del mio viso sul vetro del finestrino. Notai subito i miei capelli castani, fin troppo lunghi per il mio gusto. 

“Santo Iddio Luca” mi auto rimproverai tra me e me. Mi ero promesso di andare dal barbiere il giorno prima della partenza ma il mio procrastinare me lo aveva impedito. Per quante volte provassi a mandarlo indietro, quel ciuffo continuava a ricadermi in avanti quasi a sfiorarmi le ciglia, lo trovavo fastidiosissimo.

Come trovai altrettanto fastidioso il condividere un passaggio in auto con un gruppo di amici che non vedevo da oltre dieci anni.

Nell’auto regnava un silenzio tombale, smorzato solamente dalla musica che veniva vomitata fuori da una radio tenuta rigorosamente a volume basso, talmente basso che faticavo a riconoscere le canzoni che passavano una dopo l’altra, non perché non me ne intendessi di musica, ma perché qua dietro non arrivava una singola nota e le casse posteriori erano scollegate o addirittura nemmeno esistevano in questo catorcio fatto prevalentemente di fredda lamiera rossa.

Tutta quella situazione sembrava giungere a livelli storici di disagio ogni minuto che passava. Pensavo fosse una buona idea condividere il viaggio con delle persone che conoscevo, piuttosto che gettarmi in un triste vagone classe economy di un treno insieme a de perfetti sconosciuti, per la maggior parte scorbutici sconosciuti. Ci misi poco a notare che la situazione nell’abitacolo dove mi trovavo, non era poi così tanto diversa dal treno, eppure ci conoscevamo tutti. Sì, dieci anni fa.

Di solito si dice non sei cambiato di una virgola quando rincontri qualcuno che non vedevi da tanto tempo, e nel nostro caso specifico eravamo tutti completamente differenti da come ci eravamo lasciati. Iniziavo sinceramente ad avere la sensazione di stare in una macchina con dei perfetti ignoti. Forse per rompere il silenzio dovevamo distorcere l’alone di disagio all’interno della micro atmosfera che avevamo creato inconsapevolmente, e molto probabilmente prima di fare ciò avremmo dovuto rompere l’iceberg formato Titanic che galleggiava tra di noi. Cristo, iniziai a pensare che funzionasse a livelli, come in un videogioco, e io sono sempre stato bravo con i videogiochi, ma quella era tutt’altra situazione, era la realtà.

Staccai lo sguardo dal finestrino, ero deciso a tentare di fare la prima mossa e stavo per rompere il silenzio.

Mi bloccai subito dopo, non seppi per nulla cosa dire o da dove cominciare, così iniziai a fissare la parte posteriore del sedile passeggero sul quale era seduto Gio e la mia mente iniziò a fare tutto ciò che non avrebbe dovuto fare in un momento come quello: distrarsi nell’infinità di pensieri, domande irrisolvibili e cose a caso riemerse da un passato che nemmeno ricordavo fosse di mia proprietà.

Insomma, eravamo in viaggio da tre quarti d’ora, mancavano dodici ore per arrivare a destinazione, nemmeno una parola era ancora uscita dalle nostre bocche se non un timidissimo saluto prima di partire.

Si prospettava un lungo e scomodo viaggio. La peggior idea che potesse venirci in mente in venticinque anni di vita.

*

Feci una sorta di scommessa con me stesso su chi avrebbe ceduto per primo e quale sarebbe stata la tanto agognata prima parola ad uscire dalla bocca del temerario che l’avrebbe sputata fuori.

Gio è sempre stato il più estroverso del gruppo. Il più temerario, quello sempre pronto a gettarsi nelle fauci del leone per il gusto dell’avventura. Era lui la mia scommessa. Ricordo un mucchio di storie assurde tutte uscite dalla sua larga bocca, credevamo solo a una piccola parte delle sue storielle perché le farciva sempre di aneddoti assurdi e surreali. Ma era sempre divertente starlo ad ascoltare, era il nostro cantastorie. Da quando eravamo in macchina insieme dopo dieci anni mi sembrò quello più scocciato di tutti, e la cosa mi destabilizzò non poco, qualcosa in tutto questo tempo doveva aver sopito il suo entusiasmo esuberante. Sembrava che un qualche strano essere uscito dalle sue strampalate storie gli avesse quasi del tutto prosciugato la linfa vitale.

Alla guida c’era Mike, il biondo, lo chiamavano tutti così e la cosa mi faceva sempre scompisciare dal ridere, perché in realtà i suoi capelli sono scuri come la pece. 

Non si è mai capito né da chi, né da dove provenisse quel soprannome, ma tutti ormai ci eravamo abituati a chiamarlo in quel modo. Era sempre un delirio provare a parlare con Mike. Un ragazzo molto criptico e cupo dai lineamenti spigolosi e labirintici, come il suo carattere. Aveva tutto un suo modo di dirti le cose, stava poi a te mettere insieme i pezzi del puzzle e capire le sue reali intenzioni, un vero e proprio casino ambulante.

Paradossalmente era l’unico in quella macchina che mi sembrava rimasto completamente immutato. Silenzioso e impenetrabile.

Infine alla mia sinistra c’era Chiara, condividevamo i due posti posteriori dell’auto, era la timidona del gruppo. Un tempo io e Gio ci dilettavamo a stuzzicarla e ogni volta andava a finire che ci prendevamo un carico di botte meritatissime per averla innervosita. Dietro quel suo viso sontuoso e timido si nascondeva una guerriera dai tratti amazzoni. Era tosta, menava forte, e noi non imparavamo mai la lezione, ma non ne potevamo fare a meno delle sue botte. Chiara aveva sempre avuto una cotta segretissima per Gio e notai fin da quando mise piede in macchina che rivolgeva sguardi assassini al suo indirizzo.

– Oh merda! 

Non riuscii a trattenere l’imprecazione che rimbombò per tutto l’abitacolo. All’improvviso tutti mi diedero attenzione, e oltre al danno la beffa, avevo appena perso la mia scommessa, tradito da me medesimo. Quell’esclamazione fu la prima parola ad uscire dalla bocca di uno di noi dopo un tratto lunghissimo trascorso nel silenzio più totale.

Cercai le motivazioni giuste per spiegare il motivo di questa mia improvvisa e assolutamente non richiesta uscita quando improvvisamente Gio giunse in mio soccorso tirando fuori una fragorosa e longeva risata di pancia.

– Sapete, iniziavo a pensare che veramente avremmo passato tutto il viaggio nel più tombale silenzio assoluto.

Iniziai a sentirmi sollevato nell’udire tali parole uscire dalla sua bocca.

– Stavo seriamente cominciando a pensare verso quale chilometro mi sarei dovuto buttare fuori dall’auto in corsa, non vi avrei sopportato tutto il tempo così – continuò Gio. 

Fui contento di risentire finalmente quella voce, era rimasta la medesima, sempre con quel pizzico di tagliente ironia che lo contraddistingueva.

– Quindi? Come ve la passate? – chiese Gio.

Mike rimase impassibile a fissare attentamente la strada tenendo saldamente il volante alle dieci e dieci, proprio come insegnano alla scuola guida. Lo fissai per qualche secondo cercando di capire se stesse per rispondere o se avrebbe ignorato completamente il tentativo di Gio di far partire definitivamente una discussione, infine il biondo si decise.

– Abbastanza bene… ma non starò qui a negarvi che potrebbe andare meglio di così.

Classica risposta alla Mike, ai miei occhi continuava a non sembrare per nulla diverso in fin dei conti.

Aspettai la risposta di Chiara che nel frattempo aveva voltato lo sguardo fuori dal  finestrino. La sua risposta alla domanda di Gio non arrivò mai, ne approfittai decidendo di prendere l’iniziativa. Toccava a me spezzare definitivamente il blocco di ghiaccio che ci attanagliava fastidiosamente.

– Adesso va  meglio – presi una pausa per poi continuare – Sinceramente, iniziavo a pensare di essermi ritrovato in un auto con dei perfetti sconosciuti con una semplice parvenza dei miei vecchi amici.

Volevo aggiungere un ulteriore battuta per rendere l’aria finalmente il più amichevole possibile, ma fui fermato da un improvvisa e raggelante esternazione di Chiara.

– Mettiamo subito in chiaro una cosa. Non lo sto facendo per voi. 

*

Piombò di nuovo il silenzio nello inconfortevole e minuscolo spazio che l’auto di Mike ci metteva a disposizione, con un unica differenza rispetto a prima.

Lo spazio tra il mio sedile e i miei compagni di viaggio mi sembrava più oscuro. Il breve siparietto scaturito dal mio pensiero a voce alta fu solo uno scorcio di sole in una giornata tempestosa.

Comprendere la situazione non era una di quelle cose per le quali devi aver conseguito una laurea in enigmistica, era evidente che il tempo passato distanti l’uno dagli altri ci avesse portati a fare esperienze diverse, ad incontrare persone differenti, a cambiare e sopratutto a trovarci nuovi amici con cui uscire e socializzare. Il filo che ci legava un tempo si era completamente sfilacciato. 

Pensai che fosse normale provare un pò di vergogna nel cercare di ricreare un qualcosa che funzionava in modo così naturale un tempo e che ora faceva così fatica a riprendere quota. Ognuno di noi aveva la propria vita da mandare avanti, fatta di preoccupazioni e imprevisti. Quattro strade scollegate da seguire e a quanto pareva alcuni di noi avevano deciso di abbandonare momentaneamente i propri percorsi per infilarsi in una macchina che viaggiava nella direzione opposta a quei sentieri personali da chissà quanto.

Non riuscii a focalizzarmi in modo preciso su un singolo pensiero, mi sembrava quasi di star scarabocchiando le nuvole oltre il finestrino con un ammasso di pensieri e domande che mi frullavano in testa tutte insieme. In quel momento iniziai a sentirmi sempre peggio.

Mi maledissi per essermi lasciato sfuggire quell’imprecazione, era come se all’improvviso stessimo condividendo tutti e quattro una parte completamente vuota della nostra vita. Una porzione che era li solo di passaggio, di quelle in cui stringi forte i denti e incroci le dita nervosamente sperando che passi tutto il più velocemente possibile, così da permetterci di ritornare ad una parte di vita che più ci aggrada e che ci renda felici di nuovo a stare in questo mondo. Odiai ritrovarmi in quella situazione e il non sapere come uscirne mi fece sentire costantemente in pericolo, come se da un momento all’altro le nuvole che stavo guardando al di fuori del finestrino sarebbero diventate d’acqua e scoppiando avrebbero travolto la nostra auto in uno tsunami.

Questo pensiero mi riportò improvvisamente con i piedi sul tappetino dell’auto completamente consumato, facendo riemergere dai miei ricordi l’ultima catastrofe naturale che colpì il nostro gruppo. Esattamente dieci anni fa uno tsunami ci aveva colpiti in pieno.

Preferii abbandonare quel pensiero sul nascere, appena i primi sintomi di pelle d’oca fecero la comparsa su di me. Per me era giunto il momento di tornare ai miei bellissimi campi che si estendevano per chilometri e chilometri.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianluca Saitto
Gianluca Saitto non risuonerà come Peter Parker ma certi giorni nella mia testa suona di gran lunga meglio. Mi piace definirmi come un tipo eclettico, nato il 16 ottobre 1991 a Milano. Sono rimasto fortemente abbagliato fin dai primi anni di vita da tutto ciò che trovavo di giocoso e che riusciva a intrattenermi intorno a me. Crescendo ho approfondito nel mio privato tutte quelle passioni che mi hanno segnato profondamente e ispirato come persona: film, fumetti, videogiochi, musica e libri. L'instancabile e morbosa curiosità è Il motore che mi spinge violentemente ad alzarmi e ad andare là fuori a scoprire qualcosa che mi è ancora sconosciuto, o a chiudermi in stanza a conoscere un autore che non avevo ancora mai approcciato. Dipende da come mi sveglio la mattina.
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