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Tumorati di Dio

Tumorati di Dio
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Consegna prevista Febbraio 2022

Gabriele è solo nella camera matrimoniale che ha condiviso con Johanna, primo e ultimo amore, fotografa polacca conosciuta negli anni felici dell’università a Roma. Un amore che il destino ha scagliato a 1600 km di distanza. Una presenza costante nei lunghi anni dell’assenza che nei giorni più bui, questi ultimi, torna a palpitare più forte, a tu per tu con un finale incombente. A un anno dalla prima diagnosi di melanoma, il terribile cancro della pelle, e a un mese da quella delle metastasi al polmone e al cervello, Gabriele decide quindi di dar voce alla sua condizione di Tumorato di Dio. Ci sono la malattia, l’infanzia e l’adolescenza costernate da una famiglia disfunzionale, un’inaspettata vita professionale nel music business, la storia d’amore con Johanna, che è una rivoluzione. Ma alle rivoluzione seguono sempre massacri. Quelle di Gabriele sono pagine pregne di dolore e commovente bellezza per qualcosa che deve finire. La nostra vita.

Perché ho scritto questo libro?

Credo che la letteratura sia il miglior strumento per avvicinarsi all’orlo del precipizio: puoi mantenerti a distanza di sicurezza, esorcizzare (i libri sono esorcismi), vivere “come se”, scendere e poi risalire da un abisso. Sicuramente diverso, forse più ricco.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Si può iniziare a scrivere un memoir a 36 anni alle h 06:24 del giorno di Ferragosto a Milano, chiusi nel chiarore rarefatto di una camera da letto matrimoniale, vacante per metà, se una decina di giorni prima ti è stato annunciato – con l’efferata e così algida professionalità medico-ospedaliera – l’increscioso accaduto della diffusione di cellule metastatiche ovvero maligne da un tumore originario che custodivi gelosamente dentro di te da più o meno un anno.  O meglio, sopra di te, trattandosi di melanoma o, più banalmente, fatale e a quanto pare imbattibile cancro della pelle.

Il sole poco fa era rosso, ora è chiaro, pallido. Emaciato. Sono sveglio da dieci minuti e sto fumando una sigaretta senza neanche aver bevuto il caffè. Ho già sbagliato. Ascolto il secondo o terzo tram che esce dal deposito del’Atm vicino casa, rompendo il silenzio assurdo della notte, di ogni notte. L’alba sarebbe una cosa fantastica se poi non ci fosse tutto il resto. Se poi non ci fosse tutto il resto, se vivessi dentro un’alba perenne, potrei anche smettere di bere e forse di fumare.

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Il tram striscia sulle rotaie e dal rumore che fa sembra portarsi dietro un carico di macerie. I netturbini passano a spazzare la strada sotto la finestra della nostra stanza. Uno di loro intanto raccoglie i sacchi della differenziata lasciati sul marciapiede e li getta sul camion col vigore di un corpo sveglio da poco. Canticchia allegro una canzone che non mi sforzo di riconoscere.

Ho sempre amato questo lavoro curativo, il gesto apotropaico del raccogliere e buttare via. Fare pulizia, liberare. Togliere di mezzo ciò che è rimasto del giorno e poi del buio per consegnarlo prima ai miasmi del camion e poi al fuoco dell’inceneritore. Monatti del nuovo secolo. Quando finisce un concerto, io che lavoro dietro le quinte, non mi stanco mai di osservare incantato la platea vuota di pubblico sotto quei grossi fari al neon che squarciano il velo del circo e riportano la sala a sapere nuovamente di linoleum e di niente, e poi la squadra degli uomini delle pulizie che come tante laboriose formichine raccolgono decine di chili di plastica fra bicchieri e cianfrusaglia.

I miei melanociti, le cellule presenti nello strato più profondo dell’epidermide, un anno fa si sono radunati sediziosamente a grappolo per darsi una veste inedita, formando sulla mia cute un nuovo nido o nevo o neo, esattamente a metà tra l’inguine e la cavità ascellare sinistra. Una mattina come tante i melanociti battezzarono la nuova creatura che identificai subito sotto la doccia come corpo estraneo, con poco sgomento in realtà, nonostante la sgradevole forma estetica che ricordava una stella mal disegnata da un bambino alla scuola materna. Dopo un esame dermatologico effettuato con microscopio in epiluminescenza e l’asportazione chirurgica in sede ambulatoriale, l’esame istologico consultato on line attraverso il mio Fascicolo Sanitario Elettronico parlò di tumore maligno.

Prodigi del sistema sanitario lombardo.

Da dodici mesi circa, è giusto chiarirlo in via preliminare, nessuno all’infuori di mio fratello Paolo, del sottoscritto e dei medici a cui si è rivolto, sa o sospetta nulla. Fortunatamente segni evidenti di malattia fino a non molto tempo fa non si sono rivelati e recitare è risultato un gioco forse emotivamente tremendo ma non troppo arduo. Non tanto per qualità attoriali mai possedute, quanto per la miseria del mio capitale relazionale. Vedo per lavoro decine di persone ogni settimana, ci chiacchiero lo stresso necessario, ma quelle che conosco veramente si possono contare sulla punta delle dita. E poi il mio carattere riservato, schivo, riesce nel miracolo di rendermi spesso invisibile agli altri.

Per un anno sono andato in giro per le strade di questa città in compagnia di un gemello malvagio, quello ammalato, programmato per trascinarmi negli abissi. Lui che negli abissi della mia carne è nato e li abita, lavorando incessantemente a cambiare la natura delle cellule per trasmutarle in spiriti maligni.

Le avvisaglie della disfatta, tuttavia, stanno ora comparendo e non potrò più mentire a nessuno. Io e il mio gemello siamo diventati una persona sola.

Ho avuto una crisi epilettica i primi di luglio, il mio secondo giorno di ferie. L’epilessia, non il morbo sacro degli antichi greci, ma l’indizio che qualcosa nel mio cervello si era messo decisamente sulla strada sbagliata. Ero in un bar gestito da cinesi vicino casa, all’ora dell’aperitivo. Un bar senza pretese, brutto da ogni punto di vista, di quelli aperti 365 giorni l’anno. Il bar dove solitamente compro le sigarette e bevo il caffè prima di andare al lavoro. Nei giorni difficili anche una birra, un prosecco o uno Sbagliato. Si chiama “Bar Sport 85” come un milione di vecchi bar italiani e Jian, il giovane proprietario cinese che lo ha rilevato qualche anno fa, ne va particolarmente fiero da grande tifoso qual è, di calcio, ping-pong e badminton (il nostro volano), gli sport nazionali del suo Paese. Stavo leggendo il Corriere in disparte, Repubblica l’aveva presa come sempre il signor Arturo – Altul, come lo chiama con affetto Jian -, un vecchietto che passa le sue giornate al Bar Sport 85 a leggere il giornale e a guardare gli altri con un’espressione un po’ assente. Non dice mai niente, beve aranciata amara spruzzata con vino bianco, già di prima mattina. Ero in un angolo lontano dagli altri, anche da Arturo, per osservare anch’io senza essere visto. Non per atteggiarmi a bohemienne fuori sede o per chissà quali velleità sociologiche, ma per via della congenita timidezza che m’affligge, soprattutto. Davanti a me una ciotola di arachidi salatissimi (sono pronto a scommettere che il sale lo aggiunga Jian per aumentare il consumo delle bevande) e un’altra di salatini vecchi come gli arredi (fine anni Ottanta). Dalle casse dello stereo la solita musichetta pop orientale insopportabile, alla tv sintonizzata su un canale cinese una partita di ping-pong. La voce del commentatore infervorata come durante una nostra finale di coppa del mondo. Per il resto poche chiacchiere a parte gli improperi intermittenti dei giocatori delle videolottery, nascosti agli occhi del mondo da un pannello di compensato, e la puzza di fumo di sigarette fumate con nervoso e neanche troppo in segreto. Il bicchiere della birra doppio malto che avevo in mano ha cominciato a tremare all’improvviso, inizialmente piano e poi forte, fortissimo, ed io con lui. Interamente e letteralmente, dalla testa ai piedi. Per lo spavento ho provato ad alzarmi, ma le gambe era come se fossero già uscite dal bar, e non hanno retto. Sono caduto per terra lasciando fortunatamente il bicchiere sul tavolo, sicuro di essere nel bel mezzo di un infarto. Non ho visto la vita passarmi davanti agli occhi come un in un film o come avrei dovuto, credo, ma ho comunque avuto un’illuminazione, insieme alla percezione netta di un pugno sferratomi sul ginocchio sinistro. Allora in quell’attimo ho pensato che non fosse il cuore ma il male nascosto, il gemello – demone che ho dentro che mi stesse tradendo. Si era svegliato, sbavando dalla fame che aveva ed ha di uccidermi. Ho sentito chiasso, confusione, sedie spostarsi e grattare il pavimento, sconosciuti che si agitavano. Un paio di avventori sono corsi dal bancone in mio aiuto, un tizio che sapeva di vino bianco rancido e Campari mi reggeva la testa, un giovane muratore barbuto armeggiava pallido al cellulare. Aveva le mani usurate come quelle del nonno, i pantaloni sporchi di vernice bianca incrostata dagli anni.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabio Costanza
Sono nato nel 1982 a Seregno, tra Milano, dove vivo, e il lago di Lecco. Dal 2010 al 2018 sono stato Direttore Artistico dell'area Carroponte di Sesto San Giovanni, una delle principali arene estive italiane. Da tre anni dirigo Via Audio, società di produzione di eventi di musica dal vivo. Sono artist manager del miglior poeta professionista vivente, Guido Catalano, e papà di Ettore.
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