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Tutta colpa di un Ruinart Rosé

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Cleo Castaldi è una giornalista enogastronomica e quando non è in giro per il mondo a scoprire cose nuove da raccontare, il suo luogo di ritrovo è il “Church”, dove con le tre amiche del cuore parla di vita, sesso e amore, sempre sorseggiando una buona bottiglia di vino. Nella sua vita sembra che tutto sia perfetto: il lavoro va a gonfie vele e Roberto, l’uomo ideale che stravede per lei, dopo anni di fidanzamento le ha appena chiesto di sposarlo. Cleo, però, sente che qualcosa non gira per il verso giusto, a partire da Paolo Montalto, il suo grande amore incompiuto. Tra colpi di scena e figure maschili intriganti, la vita delle quattro amiche scorre scandita da calici che tintinnano, ricette golose e sabrage seducenti. Da un paio di Loubotin a un calice di champagne, il compromesso tra amore, amicizia e carriera è raccontato attraverso la vita di una nuova generazione di donne che elegge il vino e il cibo a nuovo simbolo di emancipazione.

Prologo

La bottiglia di Krug era rovesciata sul parquet in ebano e il sole che filtrava dalle tapparelle la trasformava in un’abat-jour da boudoir anni Venti. A poca distanza due calici vuoti e un piatto con qualche fetta squagliata di formaggio Chablis, un paio di fichi secchi ricoperti di cioccolato fondente, un raspo d’uva da cui penzolavano acini blu cobalto. Erano le prime cose che Cleo aveva visto al risveglio, con il viso ancora sprofondato nel cuscino. Si rigirò nel letto, sentì le lenzuola scivolarle addosso come la carezza morbida di una pesca. Non erano le sue lenzuola di lino, profumavano di lavanda e di lui.

Chiuse gli occhi un istante, si portò una mano alle labbra e scosse la testa, accennò un sorriso.

Si voltò a guardarlo, la sua schiena era nuda e tentatrice. Dormiva ancora, respirava lento e profondo. Osservò compiaciuta il disegno del suo corpo sotto le lenzuola: lui aveva l’abitudine di vestire in modo formale, completi grigio fumo e camicie bianchissime chiuse ai polsi da un paio di gemelli sempre stravaganti; fin dalla prima volta che si erano incontrati Cleo aveva desiderato di poterlo spogliare e aveva fantasticato sulla sua pelle tesa e il corpo tonico almeno un milione di volte. Alla fine era successo ed era stato come se l’era immaginato da sempre.

La sensazione di compiacimento durò poco. Il ticchettio dell’orologio riportò Cleo al presente, erano le sette. A Tokyo sono circa le due del pomeriggio, pensò mentre lo stomaco iniziava a contorcersi, Roberto era volato in Giappone da qualche mese e lei era già nel letto di un altro. Era bastato così poco? Cleo non si riconosceva più.

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Roberto era sempre stato innamorato come il primo giorno, lei invece si era sempre sentita in gabbia, scostante, preda di alti e bassi. Eppure aveva deciso di investire nei sentimenti che provava per lui.

Ripensò alla mattina in cui Roberto le aveva fatto la proposta. A lui piaceva portarle la colazione a letto, lo faceva quasi tutti i giorni. Anche quel giorno si era svegliata con il profumo di caffè, si era stiracchiata e aveva aperto gli occhi per guardarlo. Poi aveva teso le braccia per portarlo a sé e dargli un bacio: «Buongiorno amore» gli aveva detto con un gran sorriso.

«Stamattina sei bellissima»

Cleo gli aveva dato un altro bacio, aveva iniziato a sorseggiare lentamente il caffè, poi aveva preso il telefono e iniziato a sfogliare l’agenda digitale per passare in rassegna gli appuntamenti della giornata.

Roberto si era schiarito la voce e le aveva posato una mano sul braccio.

Lo aveva guardato sorpresa, lui le aveva preso l’iPhone dalle mani e lo aveva appoggiato sul comodino. Cleo istintivamente aveva incrociato le braccia sul petto.

«Ho una cosa da dirti» la voce di Roberto tradiva un’incertezza.

«Dimmi» gli aveva risposto con il tono più morbido possibile, aveva un’ora per essere dall’altra parte della città. Nella sua mente frazionava il tempo fra il farsi una doccia, truccarsi, vestirsi per non arrivare in ritardo all’appuntamento, piccole strategie femminili. Sperava che Roberto e il suo discorso non le portassero via troppi minuti. Continuava a sorseggiare il caffè e lo studiava, non capiva perché non si decidesse a parlare. Era un uomo premuroso e per lei era impossibile non restituirgli la dolcezza che lui le riservava. Gli sorrise, gli accarezzò il viso e gli prese una mano fra le sue, si accorse che stava stringendo qualcosa. Guardò il pugno chiuso, poi puntò gli occhi nei suoi, Roberto era nervoso e trepidante.

Lui dischiuse lentamente la mano, nel palmo teneva un anello, una riviere di diamanti. In un soffio disse: «Vuoi sposarmi?».

Cleo non se lo aspettava. Roberto era già stato sposato e l’esperienza lo aveva talmente scottato che non aveva fatto mistero di non volerlo rifare mai più. Su di lei la fede al dito non aveva mai esercitato grande fascino, sapeva bene che non garantiva amore eterno. Eppure all’improvviso con un solo gesto Roberto aveva cambiato tutte le carte in tavola e lei era rimasta a bocca aperta senza sapere cosa rispondergli.

Lui la fissava con il fiato sospeso, non aveva idea di quale reazione avrebbe potuto avere finché Cleo non gli buttò le braccia al collo e iniziò a baciarlo dappertutto: «Sì, sì, sì mille volte sì».

La parte più irrazionale e istintiva, quella più sognante, aveva preso il sopravvento. È inutile, nemmeno una come Cleo poteva vincere contro le favole millenarie su principi, cavalli e castelli.

La tensione di Roberto si era sciolta in un sorriso estasiato, gli occhi si erano riempiti di emozione. Senza gesti pomposi, le aveva infilato l’anello al dito e lo aveva baciato per suggellare la loro promessa. Cleo tremava per l’agitazione, le immagini di Cenerentola, Pretty woman e Carrie Bradshaw si sovrapponevano in un gigantesco caleidoscopio di abiti bianchi addobbi floreali e magnum di Dom Pérignon che saltavano.

«Fissiamo subito una data» il tono di Roberto era entusiasta, Cleo invece non si sentiva pronta per affrontare nella realtà quello che stava accadendo. Un conto era sognare a occhi aperti matrimoni da film, un conto era tornare con i piedi per terra e iniziare immediatamente a gestire l’organizzazione del proprio. Voleva vivere ancora qualche giorno nelle sue fantasie di bambina.

«Possiamo farlo in un altro momento?» gli aveva risposto quasi con automatismo e subito se ne era pentita, Roberto si era immediatamente irrigidito.

«Aspettiamo qualche giorno, voglio godermi tutta la magia di questo momento, senza pensare a nient’altro» si era affrettata ad aggiungere e si era accoccolata come una gatta fra le sue braccia.

Roberto aveva sorriso e l’aveva baciata dolcemente, con fare quasi paterno. Amava Cleo e sapeva che di tanto in tanto le piaceva lasciarsi scivolare in atteggiamenti infantili, l’adorava anche per questo.

Quella volta però si sbagliava, non era il capriccio di un momento, trascorsa una manciata di giorni Cleo era caduta in preda a una lacerante indecisione. Era stata assalita da dubbi e insicurezze, aveva passato un paio di notti insonni ad arrovellarsi sul perché non avrebbe dovuto sposarlo: sulla carta era tutto perfetto, lui era perfetto, il modo in cui le aveva fatto la proposta, il modo in cui l’amava. Nessuno l’aveva mai amata così, eppure qualcosa continuava a disturbarla e girarle in testa, un ronzio basso e ininterrotto che guastava ogni pensiero ragionevole.

Era sul punto di vuotare il sacco quando una notizia improvvisa le tolse le castagne dal fuoco, almeno per il momento.

Roberto lavorava per una società che rimetteva in piedi altre società, operando tagli chirurgici là dove erano necessari. Era il loro samurai migliore, per questo lo pagavano e lo trattavano bene, non volevano correre il rischio che li mollasse. Ormai si era fatto un nome nell’ambiente e gli sarebbe bastato poco per mettersi in proprio e diventare un concorrente temibile sul mercato. Non l’avrebbe mai fatto, né per soldi, né per prestigio o potere personale. Roberto era leale, per lui la correttezza era qualcosa che non si poteva scambiare con nient’altro. In azienda lo portavano in palmo di mano e lui girava il mondo per riorganizzare, risanare e rimettere in piedi aziende in difficoltà.

Questa volta era toccato alla filiale di una multinazionale di cosmetici a Tokyo. Non sarebbe stato semplice e indolore, l’azienda dava lavoro a molte persone e il Giappone non navigava in acque floride, già immaginava che non sarebbe riuscito a ricollocare tutti i dipendenti nel nuovo riassetto, si rischiava un bagno di sangue. Roberto partiva con l’ombra di questo peso.

Lo aveva accompagnato in aeroporto con largo anticipo, si erano diretti nella lounge riservata ai viaggiatori di prima classe e si erano accomodati in una sala di check-in privata dove il personale avrebbe sbrigato tutte le formalità, mentre un facchino si era già occupato dei bagagli.

«Che lusso» gli aveva bisbigliato sottovoce, cercando di non farsi sentire dalle hostess che gli ronzavano intorno.

«Ti va di bere qualcosa di buono?» le aveva proposto strizzandole un occhio con fare sicuro.

«Certo, ci vuole un “vino della partenza”» Cleo con aria frizzante si mise a studiare la proposta bar della lounge. Scorse la lista un paio di volte, poi decise per un Nebbiolo. Non lo amava in modo particolare, ma aveva note intense di violetta che nel linguaggio dei fiori vuol dire “pensa a me” ed è simbolo di un amore romantico e sincero, capace di superare la lontananza e i chilometri. Era un vino malinconico come un addio, perfetto per quel momento e per il suo stato d’animo.

«A noi» Roberto aveva alzato il bicchiere e lo aveva fatto tintinnare guardandola dritta negli occhi con un’espressione tenera e preoccupata.

Cleo gli strinse una mano: «Riparleremo del matrimonio quando tornerai». La sua preoccupazione si sciolse in un sorriso, decise che doveva fidarsi di lei, le serviva soltanto del tempo per rivedere la sua vita alla luce di un anello e di una promessa. Era un uomo concreto e risoluto, dotato di un inguaribile ottimismo.

Cleo rispose con un sorriso sincero, sollevata di sentire che non l’avrebbe perso nei mesi di lontananza e che avrebbe avuto il tempo e la libertà di mettere a fuoco tutte le sensazioni in cui si dibatteva. Ripensò alla loro storia: Roberto era un uomo tutto d’un pezzo, senza tentennamenti, indecisioni, increspature. Sapeva sempre guardare in faccia i problemi senza paura di affrontarli. Alla solidità accompagnava un’attenzione e un ascolto fuori dall’ordinario: si ricordava tutto quello Cleo gli raccontava e non perdeva occasione di festeggiare un suo successo, anche se piccolo. La sosteneva e partecipava alla sua vita, quasi un extraterrestre.

E allora perché era finita nel letto di Paolo? Lui era tutto quello da cui una donna avrebbe dovuto tenersi alla larga: narcisista, scaltro, con una testa che girava sempre a mille all’ora e una misteriosa pacatezza che sapeva tanto di snobismo.

Cleo non contava più le volte in cui le aveva dato buca all’ultimo momento. Era successo anche di recente. Con la scusa di festeggiare la chiusura di un contratto, l’aveva invitata a cena, Cleo aveva tentennato e lui aveva insistito così tanto che alla fine aveva accettato.

Il furbo aveva prenotato in un ristorantino in collina, tutto boiserie e tendine ricamate, non esattamente il posto per una chiacchierata di lavoro. Cleo si era accomodata, una leggera eccitazione le attraversava il corpo. Voleva ordinare un bicchiere per stemperare la tensione, ma decise di aspettarlo. L’attesa durò più di un’ora. Imbufalita, ordinò un paio di piatti che per la rabbia non riuscì a finire e due calici di Sangiovese, un vino che era sempre in grado di curare le delusioni. Rientrata a casa non era riuscita a prendere sonno, si era infilata un maglione e si era seduta in terrazza a rimuginare.

«Questa volta non gliela perdono» ripeteva fra sé e sé, immaginando quali parole usare quando si sarebbe fatto vivo. Era assorta in questi pensieri bellicosi quando aveva sentito il rombo di un’auto arrivare sotto casa, si era sporta fra i vasi di fiori per vedere chi fosse e, come immaginava, aveva visto Paolo: «Che fuso orario hai? Sei in ritardo di quattro ore!» gli gridò dal balcone. «E non pensare che ti apra, è tardi e vado a dormire» aggiunse.

Paolo l’aveva guardata con la sua solita faccia da mascalzone pentito: «Ho portato una bottiglia di Amarone del ’95, il vino perfetto per le chiacchiere notturne». Era questo il suo solito modo di chiederle scusa, prendere o lasciare, se ne era fatta una ragione.

Non riusciva a cacciarlo fuori dalla sua vita una volta per tutte. Paolo toccava delle corde che nemmeno lei sapeva di avere e in sua presenza vibravano di un suono dolce e misterioso. L’attrazione che provava per lui era una bomba a orologeria. Forse le mancava il non averlo mai avuto, il non essersi mai scontrata quotidianamente con il suo narcisismo. Se fosse successo avrebbe capito che Roberto era l’uomo della sua vita e non avrebbe più avuto dubbi, o forse no.

Se solo Paolo non avesse combinato quel pasticcio anni prima.

1. Favole e Ruinart

Ricordava il giorno in cui si erano conosciuti come fosse stato ieri. La finanziaria per cui Paolo lavorava aveva appena acquisito il controllo di un’importante catena alberghiera e per dare notizia dell’operazione l’ufficio marketing e comunicazione aveva invitato la stampa al ristorante Terrazza Danieli, a Venezia. Difficile trovare una scenografia migliore per un primo incontro: il bacino di San Marco all’imbrunire, con l’isola della Giudecca e San Giorgio all’orizzonte, il Canal Grande, i campanili, i velluti rossi, gli specchi antichi, i tessuti da parati barocchi, le candele e le rose. Terrazza Danieli, con la vista mozzafiato a 180 gradi sulla laguna e gli ambienti fastosi era uno dei posti più maledettamente perfetti che Cleo avesse mai visto. Venezia era così, come il Pinot Nero, aveva il fascino di una donna libera che potevi sperare di domare ma che non avresti mai potuto possedere.

Paolo si era avvicinato con due calici di Ruinart Rosé, mentre Cleo era rapita dalle sfumature del cielo al tramonto e dai giochi delle ombre lunghe dei palazzi.

«Permette? Sono Paolo Montalto, risk manager del Gruppo INK» le disse porgendole prima il calice e poi la mano.

«Mi scusi se l’ho interrotta, la laguna non si può contemplare senza un calice di Ruinart.»

Cleo sorrise appena nell’accettare l’offerta, una frase del genere aveva attirato la sua attenzione. Lo aveva guardato con curiosità e un’espressione divertita, squadrandolo da capo a piedi: indossava un abito Conduit cut blu di Serge, una camicia chiara, gemelli a forma di carte da poker e una cravatta di Marinella punteggiata di cuori, quadri, fiori e picche.

Abbassò gli occhi, le scarpe erano il punto debole del novanta per cento degli uomini. Non per lui, le sue Crockett & Jones erano perfette. Fu così che iniziarono a parlare, gli occhi verdi di Cleo dentro gli occhi grigi di Paolo socchiusi dal vento di grecale, le mani lunghe di lui che sfioravano di tanto in tanto il braccio di lei, mentre sorseggiavano champagne insieme per la prima volta. Cleo era divertita, si sentiva lusingata dalle attenzioni di Montalto, anche se lo aveva inquadrato subito: un uomo abituato a ottenere senza grandi sforzi tutto quello su cui metteva gli occhi, sicuro di sé, a tratti quasi sbruffone. Insieme allo champagne, pregustava il momento in cui gli avrebbe dato il ben servito, calando un poker d’assi e sparigliando i suoi giochi prevedibili.

Dopo un’ora di chiacchiere sui numeri del mercato del leisure, sulle prospettive nel medio e lungo periodo e sull’evoluzione del gusto dei consumatori e dei concetti di lusso, mondanità ed eleganza, era arrivata l’ora di cena. La INK aveva organizzato le cose in grande, con un menù a sei portate che presentava alcuni cavalli di battaglia dello chef resident, Gian Nicola Colucci. Paolo aveva chiesto a Cleo di accomodarsi al tavolo con lui e un paio di suoi colleghi, sempre che non preferisse trascorrere la serata in compagnia degli altri giornalisti.

Lei si era guardata intorno. Il serioso Luca Ferrazzi stava ascoltando annoiato i racconti di quella snob di Lucia Cocchi. Se la tirava peggio di una star di Hollywood solo perché la sua segretissima relazione extraconiugale con il direttore del giornale – di cui tutti erano a conoscenza – le era valsa una promozione a caposervizio delle pagine degli spettacoli e una rubrica fissa di food. Poi c’era Alberto Fini, che dopo aver fatto il filo a tutte le giornaliste stava cercando nuove prede nell’area dei blogger, concentrati a twittare, postare e condividere foto su Facebook, Instagram e Pinterest. Cleo non si era mai trovata a suo agio nell’ambiente, sapeva che coltivare relazioni era necessario alla sopravvivenza, ma quella ormai lei se l’era garantita con il lavoro nell’agenzia di comunicazione di Zoe. Era stato un colpo da maestra, l’entrata fissa dell’agenzia le dava la libertà di scegliere con quali giornali collaborare, di chi parlare e come. Svolgeva la sua professione di giornalista con la massima serenità e non doveva sottostare a ricatti o compromessi di sorta. Per paradosso essere un outsider le aveva fatto guadagnare la stima di molti, nell’ambiente il suo palato e la sua penna erano rispettati e temuti.

Dopo aver passato in rassegna tutti i tavoli, pensò che accettare l’invito di Montalto non fosse una brutta idea. L’aveva fatta accomodare di fronte a lui, alla sua destra c’erano il direttore di INK e il responsabile commerciale. Cleo si aspettava una serata a parlare di numeri e tabelle, invece i due erano veri buongustai, gaudenti che amavano la bella vita e la buona cucina. Per Montalto contava molto di più cosa gli versavano nel bicchiere e osservava Cleo con attenzione mentre lei commentava ogni sfumatura dei piatti che scandivano il ritmo della serata.

«Questo cappuccino di porri, seppie e tartufo nero è davvero un foodgasm, non trovate?» aveva detto Cleo deliziata dal sapore intenso del piatto, trovava che fosse una creazione culinaria eccitante. Aveva usato quella parola per provocare Montalto, voleva vedere come avrebbe reagito di fronte a qualcosa di esplicito.

«Foodgasm?» aveva chiesto sorpreso e contrariato, mentre i suoi due colleghi ridevano di gusto.

«Sì, foodgasm, orgasmo gastronomico. Probabilmente lei Montalto sarà più un tipo da winegasm» rispose Cleo seria senza farsi mettere in imbarazzo. Era spiazzato, non gli capitava spesso di avere a che fare con qualcuno che gli tenesse testa, soprattutto una donna.

L’insalata di astice e pesche era “un abbinamento inaspettato, come un bacio che non ti aspetti”; la terrina di foie gras, crudo di scampi al sale e composta di zucca era “lussuria allo stato puro”; il Mont-blanc al marron glacé era “il dolce perfetto dopo una notte d’amore”. Cleo era incontenibile e spumeggiante come lo champagne che avevano nel bicchiere e Paolo l’ascoltava rapito, come un bambino davanti a una favola.

Gli uomini proposero di chiudere la serata con un Bas Armagnac in terrazza.

«Mi dispiace signori, sono stanca e preferisco andare a riposare. Sono sicura che saprete gustare l’XO del ‘76 anche senza di me».

Paolo la agganciò con gli occhi come per trattenerla. Lei strinse a tutti la mano e si lanciò in una traversata della sala sui suoi tacchi 15. Mentre aspettava il taxi d’acqua, Montalto la raggiunse: «Scusi, vorrei un suo contatto, mi piacerebbe…».

S’interruppe, non sapeva come proseguire, era senza parole. Cleo aveva fatto bingo, lo tolse dall’imbarazzo e gli allungò un biglietto da visita.

Il taxi arrivò e il conducente le offrì una mano, lei salì senza voltarsi e senza aggiungere altro. Mentre la barca si allontanava e prima che lui scomparisse del tutto dalla sua vista gli lanciò uno sguardo che lo trafisse, colpito e affondato. Per la prima volta nella sua vita Paolo rimase muto e senza fiato di fronte a una donna.

Passarono un paio di settimane perché lui si decidesse a chiamarla. Cleo gli aveva concesso quindici giorni. Era certa che Montalto non avrebbe chiamato l’indomani né i giorni seguenti, non era il tipo. Amava essere sempre al centro dell’attenzione, voleva avere tutto sotto controllo e allo stesso tempo non gli piacevano le certezze.

Dopo 13 giorni e qualche manciata di ore dal loro primo incontro, ricevette una telefonata dalla segretaria di Paolo, chiedeva la sua disponibilità per un incontro il pomeriggio stesso.

«Il dottor Montalto si scusa di non averla avvisata prima, mi ha detto di riferirle che ha delle note di lavoro da comunicarle.»

Rita si aspettava una risposta immediata e affermativa. Cleo si prese del tempo per riflettere.

«È sempre in linea dottoressa Castaldi?»

«Dica a Montalto che ci sarò. Mi dà le coordinate dell’appuntamento per favore?».

«Questa sera alle 19 al wine lounge ExSense di via Roma, se per lei va bene.»

L’ExSense era un locale mondano, con una delle collezioni di champagne più ampie che avesse mai visto.

«Sì va bene, la ringrazio.»

Cleo aveva appena troncato una relazione con Sergio, un ragazzo di Rimini. La loro storia era corsa veloce: si erano visti e piaciuti in un ristorante di Cervia e dopo tre settimane erano già insieme per un weekend a Forlì a incontrare la famiglia di lui. Il venerdì pranzo con la nonna e i cappelletti fatti in casa, il sabato cena romantica con tanto di Giulio Ferrari, il vino che Sergio aveva scelto per dirle “mi sto innamorando di te”, lunedì il gelo siberiano. Si era persa qualcosa? Il meteo del cuore era improvvisamente impazzito? La risposta era più semplice: la sua ex ci aveva ripensato, gli aveva scritto una lunga lettera d’amore e lui aveva deciso di darle una seconda possibilità. In fondo erano stati insieme cinque anni. E così arrivederci Sergio e tutte le sue pompose frasi d’amore.

Quando Cleo aveva incontrato Paolo la rottura era fresca e l’orgoglio ferito, si era ripromessa di non cacciare più il naso in situazioni complicate. Per l’appuntamento partiva in posizione di difesa, lui non l’aveva ancora ferita in nessun modo ma Cleo intuiva il suo magnetismo e aveva già fiutato il pericolo. Saranno solo lacrime, pensava in taxi.

Paolo era fuori dal locale ad attenderla. L’aveva intravista seduta sul sedile posteriore dell’auto intenta a rovistare nella borsetta, si era avvicinato, aveva aperto la portiera e le aveva offerto una mano per scendere.

«Buonasera, ben ritrovata Cleo.»

«Buonasera Paolo» rispose Cleo posando il palmo della mano sul suo, mentre adagiava le décolleté Giuseppe Zanotti nuove di zecca sul marciapiede. Erano splendide e lo erano anche le calze Marlene di Wolford, con una piccola mano stilizzata che teneva la riga all’altezza della caviglia. Mentre gli camminava davanti per raggiungere il tavolo, sentiva i suoi occhi correre compiaciuti lungo il filo nero che dai tacchi finiva sotto la gonna e chissà dove si fermava. Si accomodarono e Paolo ordinò una bottiglia di Ruinart Rosé con due porzioni di sushi.

«Ruinart è il suo champagne preferito Montalto?»

«No, è quello che abbiamo bevuto a Venezia e volevo dargli onore al merito.»

«Lo eleggiamo nostra bevanda ufficiale?» Cleo aveva usato un tono beffardo e Paolo l’aveva osservata serio.

«Perché no? E potremmo anche smettere di darci del lei, che ne dici?» Le aveva risposto con una risolutezza che non lasciava alternative e che Cleo trovò eccitante.

«A cosa devo il piacere dell’invito Paolo?» chiese per concentrarsi su qualcosa di diverso dalla sensualità che emanava in ogni gesto. Distolse lo sguardo per il timore che i suoi occhi facessero trasparire l’attrazione che provava per lui.

«Volevo avere la tua opinione su un’operazione che potrebbe fare la INK»

«E perché?»

Le parole le sfuggirono dalle labbra, Cleo non s’intendeva di operazioni ad alto rischio, non era il suo settore.

«Mi fido del tuo giudizio».

La risposta di Paolo uscì diretta quanto la domanda di lei. Cleo avrebbe scoperto molto tempo dopo che dire mi fido per Paolo era come dire ti amo, lui che era naturalmente predisposto alla diffidenza. Quella sera ancora non lo sapeva e non diede alla frase il peso che avrebbe dovuto. C’era qualcosa che le diceva di stare alla larga da un uomo così poco intelligibile.

Paolo sorseggiò lo champagne e aggiunse: «Di solito non chiedo alle donne consigli su come muovermi in affari. Con te è diverso».

Parlò in modo così franco da coglierla in contropiede e lei reagì con l’ultima domanda che avrebbe voluto fargli e l’unica che davvero le interessava: «Sei fidanzato?».

«Sì, fra un anno la casa sarà pronta, ci sposiamo» le rispose con una risolutezza da contabile, come se stesse parlando di numeri e bilanci. Fu un colpo inatteso, la delusione di Cleo era più grande di quanto lei si aspettasse. Era il momento giusto di andarsene, non lo fece.

Spostò la conversazione sul motivo ufficiale del loro incontro, la nuova operazione che INK aveva occasione di fare nel settore enogastronomico.

«Di cosa si tratta?»

«C’è una grande cantina molto nota che potremmo rilevare»

Paolo le spiegò per filo e per segno tutta la questione e ascoltò attento quello che ne pensava Cleo. Lei aveva un modo tutto suo di vedere le cose e analizzarle, un punto di vista fresco, riusciva a trasformare la competenza in osservazioni semplici ed efficaci. Non aveva mai conosciuto una donna così.

Parlarono per tutta la sera di lavoro e di altro. Il locale stava per chiudere e lui si offrì di accompagnarla a casa, ma Cleo volle a tutti i costi prendere un taxi. Attesero l’arrivo dell’auto in silenzio, cercando di mantenersi a distanza di sicurezza. Sapevano bene che tipo di notte avrebbe potuto aspettarli, entrambi avevano delle buone ragioni per evitarla.

«Ci vediamo mercoledì prossimo sempre qui?» Paolo pronunciò quelle parole tutto d’un fiato mentre Cleo si infilava nel taxi. Lei non riuscì a fare altro che assentire con il capo senza dire una parola, il buio lo rendeva ancora più affascinante. Lo osservò da dietro il finestrino mentre la seguiva con lo sguardo, fermo sul ciglio del marciapiede con le mani in tasca.

L’ExSense divenne il loro ritrovo. Ogni settimana chiacchieravano di lavoro, di cose viste, di sapori nuovi, di vita. Cleo scoprì che la futura moglie si chiamava Antonella.

Antonella sapeva da sempre di non essere l’unica, ma lo amava e non poteva fare a meno di lui. Era l’amore disperato di chi sceglieva l’infelicità minore: vivere senza di lui sarebbe stato peggio che vivere con lui e le sue scappatelle.

«Sei sicuro di amarla veramente?» gli chiedeva Cleo di tanto in tanto. Lui non rispondeva e rabboccava i bicchieri con il Ruinart.

Quando Antonella venne a conoscenza della loro amicizia, iniziò a pressarlo: voleva sapere di Cleo, di loro, del perché si frequentavano. Aveva notato dei cambiamenti in Paolo e aveva percepito ciò che Cleo non voleva ammettere e che lui ancora ignorava.

Un giorno Cleo aveva risposto a una chiamata da un numero sconosciuto:

«Cleo Castaldi?»

«Sì sono io»

Non aveva nemmeno fatto in tempo a chiedere chi fosse.

«Sono Antonella, la futura moglie di Paolo»

«Che sorpresa» le disse con un leggero imbarazzo nella voce, la telefonata era arrivata come una doccia ghiacciata.

«Ti chiamo per parlare di Paolo»

«È successo qualcosa?»

«Devi smettere di vederlo»

La voce di Antonella non aveva vacillato nemmeno per un attimo, Cleo non seppe cosa risponderle. Ci voleva coraggio per andare da un’altra donna e dirle chiaro in faccia di farsi da parte. Antonella era decisa a sposare Paolo e Cleo non era disposta a rinunciare ai suoi appuntamenti settimanali: «Non devi parlarne con me, parlane con Paolo».

«È più facile se sei tu a sparire. Ci sono tanti altri uomini in giro, fattene una ragione.»

«Non posso farlo mi dispiace.»

Antonella senza rispondere niente aveva riattaccato. Cleo fu assalita da una strana agitazione, come un presagio, che da lì a poco si fece realtà. Dopo qualche settimana Antonella chiese a Paolo di scegliere: «O me o lei» gli aveva detto perentoria.

All’inizio lui aveva preso tempo, ma la posizione di Antonella era così radicale da arrivare a mettere in dubbio il matrimonio. Di fronte all’eventualità Paolo aveva ceduto.

«Le donne come Cleo sono prede troppo appetibili. Passerei la vita a preoccuparmi di tutti quelli che me la vogliono rubare» aveva confidato un giorno a Gigi, l’anziano barbiere che gli tagliava i capelli da quando aveva dieci anni.

«La signorina Cleo non mi sembra il tipo che si fa sedurre dal primo che passa».

«È intelligente, divertente, fa sempre mille domande, un’autentica rompiscatole»

«È una brutta cosa?»

Paolo si era guardato nello specchio, aveva accarezzato la chioma di capelli mossi biondo scuro, si era sistemato il nodo della cravatta e poi aveva concluso: «La mia vita è già troppo faticosa. Antonella è paziente e comprensiva, è la donna giusta per un uomo come me».

Gigi aveva inarcato un sopracciglio e si era morso la lingua per non rispondere al ragazzo che aveva visto crescere e che gli sembrava molto più in gamba sul lavoro che con i sentimenti.

La decisione di Paolo fu per lei un colpo durissimo, inaccettabile.

«Che razza di uomo è uno che si fa dire dalla fidanzata chi deve frequentare?»

Paolo non reagì e continuò a guardarla serio, con gli occhi carichi di dispiacere e determinazione. Cleo non poteva sopportare il suo silenzio, attaccò di nuovo: «Non sarò certo io a impedirti di rinunciare al nostro rapporto, è chiaro che per te non conta così tanto».

Non voleva lasciargli il tempo di capire quanto male le stesse facendo, un dolore che non sapeva di poter provare. Si alzò di scatto, lasciò sul tavolo delle banconote per pagare la sua parte di aperitivo e se ne andò con passo spedito, senza voltarsi nemmeno quando sentì la voce di Paolo pregarla di tornare indietro.

Guidò senza meta nella notte, incredula e furiosa. Poi tornò a casa, si buttò a letto senza togliersi le scarpe e rimase al buio per due giorni, finché Zoe non andò a bussarle alla porta e a tirarla fuori a forza dal buco nero in cui si era cacciata.

La verità era apparsa chiara solo in quel momento di rottura forzata: lei amava Paolo. Nonostante questo, si impose di non cercarlo più e si comportò come una scolaretta diligente.

Negli anni in cui non si frequentarono, aveva continuato a pensare a lui, sposato, magari con un paio di bambini e molte amanti. Era venuta a sapere che aveva lasciato la INK per ricoprire il ruolo di direttore generale di una grande compagnia assicurativa americana appena arrivata in Italia. La sua carriera stava decollando. Anche lei non se la cavava male, anche se per molto tempo aveva cercato un po’ di lui in tutti gli uomini che le erano capitati. Poi aveva incontrato Roberto e i suoi modi da cavaliere d’altri tempi avevano avuto la pazienza di cancellare Paolo dal suo cuore o almeno così aveva creduto Cleo finché non se lo era trovato davanti.

«Ciao Cleo» le aveva detto con la sua faccia da attore di cinema.

Dopo cinque anni di silenzio si era presentato di punto in bianco in redazione. Lei era in riunione e lui l’attese per più di due ore. Quando lo vide seduto su una poltroncina a due passi dall’ascensore, non riuscì a credere ai suoi occhi. Il cuore le batteva all’impazzata, non trovava nessuna parola, nessuna frase da dire di fronte al ritorno repentino dell’uomo che le aveva affettato il cuore in mille piccoli pezzi. Come sempre la sua testa le suggerì la cosa più saggia da fare: scappare a gambe levate, inventare una scusa, farsi venire un improvviso lancinante mal di testa.

«Sì certo» si sentì invece pronunciare con disinvoltura quando Paolo la invitò a scendere a bere qualcosa. Era irrecuperabile, in modo definitivo.

«Ci facciamo un San Leonardo?» Paolo non amava i vini rossi, tranne quelli di grandissima struttura. Il San Leonardo era un taglio bordolese di raffinata eleganza, denso, cremoso, in continuo equilibrio fra dolcezza e acidità, perfetto per celebrare un ritorno in grande stile.

Non sapeva come dirle che aveva provato a stare senza di lei, ma non c’era riuscito, il San Leonardo era caparbio, sfrontato, con una nota dolce non del tutto dissimulata, proprio come lui.

«Non mi sono mai sposato con Antonella e non sapevo come dirtelo» disse.

Cleo spostò lo sguardo altrove, non gli avrebbe permesso di scompaginarle la vita, ora toccava a lei sposarsi e nessun Paolo o Mario o Claudio avrebbero mandato le carte a quarantotto.

Lui era deciso come non mai a riconquistare la sua fiducia e non mollò la presa: «Ho bisogno della tua presenza, dei tuoi consigli, di condividere le cose con te come facevamo ai vecchi tempi».

«Sei fuori tempo massimo» aveva risposto lei senza guardarlo, fingendo freddezza e una determinazione che non sentiva.

Nei giorni a seguire la felicità di averlo ritrovato s’insinuò nelle sue giornate come un fiume sotterraneo. Era decisa a tenerlo a distanza e a non farsi confondere le idee sul rapporto con Roberto, ma il suo futuro marito si trovava dalla parte opposta del mondo e i buoni propositi di Cleo si erano definitivamente sgretolati durante la notte trascorsa con Paolo.

L’amore è tutto carte da decifrare, cantava Ivano Fossati, e nel loro caso aveva proprio ragione.

12 luglio 2017

Vanity Fair

Su Vanity Fair Anna Mazzotti consiglia Tutta colpa di un Ruinart rosé di Francesca Negri tra i dieci titoli da portare in valigia quest’estate.
19 Maggio 2017
Sul Corriere del Trentino potete leggere questa bella recensione di Tutta colpa di un Ruinart Rosé!

Commenti

  1. Aurora Redville

    (proprietario verificato)

    Appena acquistato! Mi pregusto già un week end di lettura, ho letto l’anteprima e mi ha conquistata. Complimenti Francesca!!

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Francesca Negri
Francesca Negri è giornalista, scrittrice e wine tutor. Nel tempo libero colleziona vecchie macchine da scrivere e sciabole per il sabrage dello champagne. Sul suo blog, geishagourmet.com, da anni racconta il lato femminile dell'enogastronomia.
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