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Siamo tutti figli di Eva

Siamo tutti figli di Eva
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Consegna prevista Agosto 2021
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Dopo la fine di un lungo matrimonio, il meglio che la vita riserva ad Adele è l’amicizia con Karasi, una giovane donna scappata dal Sudan e approdata nella casa d’accoglienza di cui lei è coordinatrice.
Un affetto che il destino le strappa poco tempo dopo, a causa della prematura scomparsa dell’amica. Di lei le restano solo Amina, la piccola figlia di tre anni, e un diario, che Adele decide di tenere per sé.
Quelle pagine la costringono a guardare il mondo con gli occhi di Karasi; un mondo fatto d’intolleranza e discriminazione.
Un luogo che la fragile donna sperava di poter chiamare casa e che l’ha respinta come il peggiore degli invasori.
Un viaggio tra i ricordi di un infanzia segnata dalla guerra e narrata con nostalgia, attraverso i colori di una terra straordinaria.
Una lettura che rimette in discussione tutte le certezze di Adele e la convince a voltare le spalle a ciò in cui ha sempre creduto. Nella sua vita adesso c’è un solo obiettivo: riprendersi e difendere Amina.

Perché ho scritto questo libro?

Troppe persone hanno l’assurda convinzione che tutto ciò che non sia come loro sia da additare come diverso. Diverso è chi ha il colore delle pelle più scuro, chi ama una persona del suo stesso sesso, chi ha il coraggio di essere una voce fuori dal coro. Con questo libro ho voluto urlare la mia indignazione e mostrare l’altra faccia della medaglia. In un mondo ideale, che dovrebbe invece essere reale, la diversità non esiste… Siamo tutti esseri umani, siamo tutti figli di Eva.

ANTEPRIMA NON EDITATA

                                                                                            1

                                       Dalla ferita esce sangue ma entra saggezza

La notte che precedette l’arrivo di Karasi nella mia vita fu una notte insonne e agitata. Da pochi mesi avevo messo la parola fine a un matrimonio morto e sepolto da svariati anni, con un uomo che pensava solo a inseguire il sogno di diventare uno scrittore famoso e dedicava gran parte delle sue giornate a scrivere un manoscritto che stava diventando eterno, senza preoccuparsi del mutuo da pagare, delle bollette che si accumulavano sul mobiletto posto all’ingresso del nostro appartamento, e del frigorifero, che si svuotava alla velocità della luce. A quello dovevo pensare io, con il mio misero stipendio. Eppure quando lo avevo conosciuto mi era sembrato un tipo assennato, con pochi grilli per la testa.

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Aveva delle grandi ambizioni per il futuro e lo ammiravo per quello. Da poco era stato assunto nella redazione di un famoso quotidiano milanese, ed era un giornalista sufficientemente bravo per ambire a una brillante carriera. Io cominciavo a muovere i primi passi nell’intricato mondo dell’assistenza sociale, ma ero già abbastanza disillusa da tutto il cinismo da cui ero circondata. Con Gianluca sperai di trovare una solida spalla su cui contare, invece, pochi anni dopo il nostro matrimonio, proprio quando la sua carriera stava per decollare e la mia volevo mandarla a rotoli, arrivò la sua decisione di lasciare il lavoro per provare a scrivere un libro. Sentiva che quella era la strada giusta da percorrere, così rimisi nel cassetto i miei propositi di cambiamento e mi dedicai anima e corpo al suo desiderio, cominciando a provvedere da sola a tutto il ménage famigliare. Quando la mattina del mio quarantesimo compleanno mi svegliai ancora una volta sola nel grande letto matrimoniale, mi resi conto che per aiutare lui avevo lasciato passare troppi treni. Quel maledetto libro lo stava scrivendo da otto lunghissimi anni e ancora non s’intravedeva la luce in fondo al tunnel. In un attimo ebbi la certezza che nessun editore avrebbe mai avuto la possibilità di leggere quelle pagine, così mi feci il regalo più bello della mia vita: un paio di valigie nuove di zecca, che riempii con gli abiti di Gianluca, e che lo accompagnarono lungo il tragitto che lo avrebbe condotto nuovamente a casa dell’ormai anziana mammina. Ora sarebbe toccato a lei provvedere ai bisogni del figlio, per quanto mi riguardava, avevo sopportato anche troppo.

Da quel momento nella mia vita erano comparse due fedelissime amiche: ansia e insonnia. Il nostro legame era talmente stretto, che quando mi capitava di dormire per tutta la notte, senza svegliarmi nemmeno una volta in preda alla tachicardia, mi convincevo di avere i minuti contati e correvo a prendere una decina di gocce di Lexotan.  La notte che precedette il mio primo incontro con Karasi, la trascorsi proprio in quel modo: a letto, a chiedermi perché non arrivasse il solito attacco di panico, e in cucina, a spremere la boccetta di ansiolitico, per prevenirlo.

Quando la mattina seguente mi trascinai fino alla casa famiglia dove prestavo servizio, un luogo dove si accoglievano donne in difficoltà, non immaginavo nemmeno lontanamente che avrei conosciuto colei che mi avrebbe guarito. Mentre arrancavo, con il fiato corto, maledicendo il mio stato d’ansia perenne, intravidi sulla soglia la mia collega Stefania, insieme a un paio di agenti di polizia. Vicino a loro una piccola donna dalla pelle scura, con il ventre arrotondato dalla gravidanza e lunghi capelli ricci e neri, che ricadevano selvaggiamente sulle spalle. Nei suoi occhi un’espressione smarrita, mentre le mani, chiuse a pugno, erano rigide lungo i fianchi. Ondeggiava lentamente, ed ebbi l’impressione che stesse per svenire.

«Cavolo,» mormorai, accelerando il passo «È possibile che non si accorgano di nulla?»

Arrivai giusto in tempo per stringere tra le braccia quell’esile creatura, sotto lo sguardo seccato dei poliziotti, i quali non avevano nessuna voglia di gestire quella complicazione.

«Non vedete che questa donna sta male?» Sbraitai contro di loro.

L’agente più giovane scrollò le spalle, infastidito «A me sembrava stesse bene. Forse finge per non essere lasciata qui.» Rispose.

Lo incenerii con lo sguardo. Brutto bastardo, non era la prima volta che lo vedevo a Villa Arcobaleno e sapevo con quanta durezza trattasse le donne che conduceva da noi.

«È incinta, vi siete preoccupati di darle qualcosa da mangiare?»

«Arriva dalla Sicilia, le avranno dato la colazione sull’aereo.» Rispose il pallone gonfiato, e dovetti contare fino a cento per non posare le mie delicate manine sulla sua faccia da schiaffi.

«Ne dubito fortemente.» Borbottai, dedicandomi a quella povera donna.

Sicuramente nessuno aveva pensato a lei o al bambino che portava in grembo.

Non appena fu in grado di reggersi sulle gambe la aiutai a entrare in casa e la feci accomodare nel grande salotto. Le portai un bicchiere di succo di frutta e un panino al formaggio; lei mi guardò a lungo, incerta se fidarsi o meno. Sarei stata l’ennesima persona che l’avrebbe presa a calci in faccia, oppure l’avrei aiutata veramente? Dopo un attento esame finalmente annuì, aveva deciso di fidarsi di me. Una lunga fila di denti bianchissimi si affacciò sulla sua bocca carnosa, e i suoi occhi scuri scrutarono l’ambiente circostante. Restai incantata da quel meraviglioso sorriso e senza pensare la strinsi in un abbraccio.

«Ti prometto che qui nessuno ti farà del male.» Bisbigliai. In cambio ricevetti uno sguardo perplesso, carico di interrogativi. Già, probabilmente non aveva capito una sola parola di quello che avevo appena detto. Scossi la testa ridendo e seguendo ancora l’istinto le baciai una guancia. Poteva non comprendere le mie parole, ma i gesti erano facili da interpretare.

La nostra fu amicizia a prima vista! Da quel giorno trascorsi gran parte delle mie giornate con lei, e piano, piano, superammo lo scoglio della comunicazione. Le insegnai la nostra lingua, quel tanto che le serviva per farsi comprendere, e Karasi si mostrò da subito un’allieva sveglia e ricettiva.

Arrivava dal sud del Sudan, dove per anni aveva vissuto l’inferno della guerra civile, ed era giunta da noi dopo essere stata tratta in salvo al largo delle coste siciliane. Uno scafista senza scrupoli l’aveva abbandonata in mare, insieme a tutte le altre persone a bordo di quel barcone che avrebbe dovuto rappresentare la speranza di un futuro migliore. Quella notte Karasi aveva perso il marito, il bambino che aspettava era l’unica cosa che le restasse.  Era una donna umile ma contemporaneamente energica. Non si tirava indietro di fronte a nulla, cercava di non restare mai senza qualcosa da fare, anche quando tutti le intimavamo di riposare. Il giorno che nacque Amina ci fu una grande festa. In quella casa avevo visto nascere decine di bambini ma nessuno mi aveva emozionata in quel modo. Quel tenero frugoletto, con la pelle nera come la notte e gli occhi grandi e lucenti come stelle, si impossessò del mio cuore in meno di un secondo, esattamente come aveva fatto sua madre.

2020-12-02

Aggiornamento

Buongiorno, vi ricordo il mio intervento di stamattina, alle ore 11,10 sulle frequenze di Radio Lombardia. Si parlerà di crowdfunding e del mio nuovo romanzo in campagna: Siamo tutti figli di Eva. Ascoltate per conoscere i protagonisti di questa storia.
2020-12-02

Evento

Milano Mercoledì 02 dicembre ore 11.10 sarò in collegamento come ospite nel programma radiofonico di Monica Stefinlongo "Mattino Lombaradia", c/o Radio Lombardia. Si parlerà di crowdfunding e del mio nuovo romanzo "Siamo tutti figli di Eva". Sintonizzatevi anche voi, per conoscere meglio i protagonisti di questa nuova storia.
2020-11-23

Aggiornamento

Siamo tutti figli di Eva racconta l'amicizia, l'amore verso il prossimo, ma mostra anche l'altra faccia della medaglia, quella più brutta, dove chi viene emarginato e costretto in un angolo, non sempre ha la forza per lottare.

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Viviana Bardella
Milanese di nascita e cittadina del mondo per moltissimi anni, oggi vivo nuovamente nella mia città, insieme alla mia famiglia.
Sono una “giovane donna” di 47 anni e di me si dice sia testarda, complicata, ribelle, nonché disordinata. Io preferisco definirmi caparbia, intricata, diversamente remissiva e circondata da un organizzatissimo disordine.
Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli e traguardi da superare. Per me ogni meta conquistata non rappresenta un traguardo ma un nuovo punto di partenza. Nei miei romanzi, protagoniste assolute sono le donne. Donne innamorate della vita e dell’amore, nelle quali è facile immedesimarsi, che vivono la quotidianità all'interno di una società che non regala nulla a nessuno; capaci di superare ostacoli all'apparenza insormontabili, con ironia, sfrontatezza e quel pizzico di follia che le caratterizza.
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