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Un altro tipo di make-up

Un altro tipo di make-up
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Consegna prevista Giugno 2021
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Alex, Sylvia ed Helle vivono una Milano post-moderna dove le persone assomigliano più ad oggetti di consumo piuttosto che ad esseri umani. Una Milano dove loghi, brand, vestiti e manichini si mescolano tra loro facendo scomparire totalmente la linea che li separa. È proprio all’interno di questa realtà che i tre si muovono e scelgono di esibire il proprio disagio, mettendo in scena performance teatrali ideate sotto forma di gioco: entrare nell’appartamento di comuni cittadini per vivere la vita di ognuno di loro, impossessandosi dei vestiti di appartenenza per impadronirsi della loro identità. Ed è dentro questo modo di vivere che ognuno dei personaggi attraversa e si scontra con le proprie fobie sociali, paure più intime, ossessioni e dipendenze.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro è stato scritto per infastidire il potere, o almeno provarci, per dare una rappresentazione di quelle che sono le sue sfumature all’interno della società. Potere in tutte le venature di una propria definizione: potere come assoggettamento ad una classe sociale, potere come sudditanza nei confronti di un genitore, potere come dipendenza da qualcosa da cui è impossibile slegarsi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

OLD SCHOOL

Lui aveva ventisette anni, Lei un paio di meno. Alex invece era fuori da loro due, avevano fatto solo un paio di classi insieme al liceo. Con Helle si conoscevano meglio perché per brevi periodi erano stati insieme per strada, ogni tanto facevano fuga insieme e stavano in giro con chi una casa non ce laveva mai avuta. Lo faceva per giorni, che in quel tipo di vita erano mesi. Dormire per terra, voleva dire tra le altre cose che il tempo si dilatava. E ti rendevi conto di tutti gli istanti buttati via nella quotidianità. Quelli sprecati a parlare con le persone di cui non te ne importava, o a guardare immondizia televisiva. Questo ci stava dal punto di vista di Lui, lintensità del momento. Ma per il resto gli appariva come unesistenza vuota sprecata a non realizzare niente. E poi cera stata quella volta che erano stati fermati. Si erano chiusi in uno dei bagni pubblici in centro, e la polizia li aveva presi da dietro. Facce al muro, e unattenta perquisizione. Salite in macchina” e ad Alex, che qualcosa in tasca ce laveva sempre, era toccata la gabbia. Questa era la seconda volta che lo fermavano, quindi non cera stato niente da fare. Helle invece ne era uscito pulito, neanche il foglio di via. Non era un tipo da galera lui. Da quella volta, non  si erano più visti.

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“Dio, guarda lì, non ne vogliono più questi” dice Sylvia, mentre Helle la osserva “eh già”,  “fuori la realtà se ne va a male e loro chiusi in una gabbia dorata” interviene Alex che guarda intorno, neanche fosse uno di quei appartamenti del sud Italia, dei quartieri spagnoli o ancora più giù, alla Vucciria, dove le donne rimangono intrappolate in casa mentre fuori il mondo se ne va a male. Quelle gabbie che sembrano pulite solo se viste dall’interno, come modo di proteggersi dallo sporco. La stessa sensazione che si può provare andando in giro nei paesi del nord europa, le nazioni più pulite e lo schifo del mondo che non deve entrare. Talmente pulite che se provi ad allungare la mano per avvicinare il paesaggio se ne viene via tutta la scenografia. E così è lo squatt, fatto su tre stanze, la classica roba che trovi in centro per poco meno di mille. Per quello che c’era all’interno erano stati fin troppo stupidi a non blindare la porta. Le pareti verniciate in varie tonalità, un sacco di accessori inutili e costosi, tutto stile minimal, il modo che hanno i ricchi per rendere bella qualunque cosa. E Sylvia che ruba subito un vestito dall’armadio. Lo alza, lo guarda, lo prova  “come facevi a saperlo Alex???” la guarda perplesso “non lo so”. “Vieni!!!! Guardati questi, in totale anestesia” chiude lei mentre Helle apre l’armadio, guarda tutti i vestiti e non sa bene quale scegliere. Muove le dita sugli abiti, neanche fossero le pagine di una rivista. Ci vive di questo, ma non lo dice ad alta voce.

Lo faceva anche da bambino, sinfilava a casa degli altri, e prendeva gli abiti sono solo cambiate le modalità”. Per Lui era come un gioco da fare a casa dei genitori o di altri in famiglia. Non aveva importanza. Limportante era infilarsi il vestito di un altro.

 

FIRSTIME

Per Sylvia invece era diverso, perché lei la vita se lera divisa con Helle, atteggiamenti compresi. Avevano deciso di metterla insieme quando erano piccoli, quando passavano le giornate al parco. Quando i trascorsi in famiglia non erano il massimo. Lei con una madre troppo autoritaria e Lui che faceva questioni col padre. Ma tra loro riuscivano sempre a trovarsi, riuscivano sempre a crearsi un mondo nel quale proteggersi. Come vivere in unaltra stanza, fuori dalle case dei genitori. Come stare uno sullaltra, e isolarsi da quel tipo di vita che non gli piaceva. Loro avevano veramente qualcosa in comune, solo che forse non era completamente vero. Era quel genere di cosa che li faceva sentire meglio, che li rendeva distanti da tutto quello che non gli piaceva. Poi il tempo era trascorso e quei giochi nel parco erano diventate le prime scopate, le prime ubriacature, i primi pianti e le prime sensazioni distorte. La prima perdita di controllo, le prime delusioni, le prime vergogne, i primi rimorsi. Tutte quelle prime esperienze che li avevano resi stupidi agli occhi degli altri, e forse anche di loro stessi. Le prime volte che ti rendono uguale alle altre persone.

Ed è proprio quello che vogliono fare, cambiarsi negli altri, e con un’ansia addosso che la metà gli basta, ribaltano ogni tipo di costume, scegliendo quale mettere.

“Siete tutti sbagliati” dice Helle, mentre Sylvia li sfoglia tutti; solleva per un attimo lo sguardo verso Alex, “Io lo odio il bianco, te lo puoi anche buttare questo”. “Sono bambocci perfetti, gente evoluta” continua Helle mentre Sylvia si mette un abito davanti “Io è un’altra” guardandosi allo specchio. “Il mio giocattolo preferito” continua Helle in una sorta di monologo “toccherà sposarsi prima o poi in mezzo a tutto questo schifo” mentre Alex “un altro paio di coglioni messi in coppia”. E Sylvia sta già in ansia e toccandosi la pancia pensa ad alta voce “speriamo di non essere in tre” anche se Helle ne è già sicuro “ma non sei incinta, cazzo, non vedi che sei un chiodo?”. Ed Alex che un posto suo non lo trova mai, che nelle conversazioni degli altri non ci sa entrare pensa: “E io che mi annoio, inizio a girare casa. Sia mai che ci sia qualcosa di meglio da rubare. Recupero vodka e anfetamine per il momento. Mentre loro due continuano ad aprire gli armadi, uno ad uno. Sono in quattro a dividersi l’appartamento, si vede perché ci sono quattro generi di ogni cosa, anche se si assomigliano un po’ tutti. Helle già lo sapeva, e trova delle loro immagini scattate nei meglio locali, la moda del momento, “uno più bello dell’altro, delle bambole perfette” le dice. Sono due per sesso, anche se in quest’ambiente la sessualità ha dei confini sottili, ci ha spiegato anche questo Helle, che l’asessualità è tendenza, è l’essere umano fatto come un bamboccio, senza alcuna pulsione. Non scopano come gli altri, sono più un oggetto a consumo. Il corpo diventa come una patina. Un altro tipo di persone, un po’ più false, un po’ più attente a come sembra, un po’ più perfette. Ottimi frammenti di realtà. Sembrano dei vestiti con due sessi dentro. E guardando come si vestono loro, cerca di capire come deve mettersi lui.

“dio, ma avranno diciassette anni” dice Lei.

“qualcosa di più, solo non li dimostrano”

“E guarda cosa indossano qua, i bambini amano le cose semplici e preziose” continua sollevando una fotografia di famiglia che paralizza lo sguardo di Helle. “È da adulti che si peggiora” dice, mentre s’intromette Alex che gioca a tirare fuori soldi e gioielli da un porta oggetti. “Che strana vita”

“Bella vita” recita Helle  “dovevano essere di più, ma la mia dolce metà ha deciso di tenersene un po’”

“Ah sì???”

“Sì, sono tutti falsi” gli risponde mentre Sylvia si mette in mezzo “sembrano veri visti da qua”

“Sembrano veri anche visti da vicino”

“tieni Sy’, che un pò ti assomigliano”

Alex osserva e pensa “certo che sono pieni di cose con cui celebrare la loro esistenza sti’ ragazzetti” “Fammi vedere” ordina Lei, prendendo i gioielli dalle mani di Alex. Allora Lui inizia a girare le altre stanze, le camere da letto, gli spazi comuni. Apre gli armadi, uno ad uno. Trova pastiglie, coca e pessimi dischi; trova se stesso. Se la tenevano nascosta sotto uno scaffale, incollata con del nastro isolante. “Che stupidi” pensa, solo chi non sa niente di niente poteva nasconderla a questo modo. “Guarda sti’ scemi” dice ad Helle, ma a loro non interessa molto, loro non usano, quasi mai. Hanno un altro modo di vedere la realtà, un altro stile su come pensare il proprio io. E infatti neanche lo ascoltano in quel momento, mentre Sylvia vuole solo l’attenzione di Helle, come se quello che le ha detto in qualche modo l’ha infastidita. Allora Lui si gira, la prende per mano e se la porta nel bagno. Devono stare un po’ da soli, hanno qualcosa da dire o da fare.

“Dai Sy’ passiamo di là” le dice tirandola a sé, e chiamandola con quel nome un po’ stupido, che si erano attaccati addosso al liceo, quando saltavano le lezioni o le passavano chiusi nel bagno a fare altro.

HIGHSCHOOL 

Era normale per la loro adolescenza, bisognava modificarsi per forza, mescolando linguaggi diversi. Se lerano inventati una volta che stavano chiusi nel bagno, da piccoli, saltando la lezione. Alex era andato a cercarsela unaltra volta, in unaltra aula, e finito di nasconderla dietro la porta col nastro isolante, avevano attaccato a parlare di fare hardcorepunk, e poi di cambiare nomi in inglese, che fa più vissuto. La loro generazione era stata un podistorta dallimperialismo di quel linguaggio, quindi Alessandro era diventato Alex, Sylvia si scriveva con una lettera non sua, ed Helle invece si era cambiato il cognome. Che a lui il suo nome neanche gli  piaceva, gli sembrava da frocio, ripeteva spesso. Allora laveva diviso in due. Per intero si leggeva Helleman. Aveva origini tedesche. Gli era sembrato meglio. Più come voleva sembrare per gli altri.

Accosta la porta Helle, ma senza sbatterla sugli infissi, senza sigillare niente o girare la chiave. Ha sempre la tendenza a lasciare aperte le cose, nel caso dovesse cercare una via di fuga. Non chiude mai le cose davanti perché è lasciando gli spazi aperti che si possono mescolare meglio bugia e verità. Sylvia lo stringe forte, gli sta con il viso sul suo. Seduta sulla lastra di marmo che ricopre il rubinetto del bagno, con la schiena che da verso lo specchio. E gli passa le mani sui fianchi, appoggiando la testa sulla sua spalla, alza il volto, il suo modo per farsi baciare, per dargli la possibilità di cancellare quello che ha detto. Anche se dev’essere Lui a prendere l’iniziativa, così nel caso dovesse cambiare idea può tirare indietro il collo e dire che non era vero. Ma non succede questo giro. E mentre la bacia le passa subito la mano sul seno, sullo stomaco, le slaccia gli shorts, le toglie la maglia e le fa cambiare posizione. La gira come vuole, facendola appoggiare sullo specchio, quello che regge la struttura di tutto, così adesso è Lui a stare dietro, a gestire il rapporto. Messo in quel modo, può tirarle i capelli, parlarle alle spalle, cambiare idea su quello che ha detto e modellarle la realtà attorno. Da quella posizione può aprire la porta per farsi vedere. E infatti è quello che sceglie di fare. Usa Alex come pubblico questo giro. Piace esibirsi ad Helle, e non ha importanza, si conoscono da una vita, e poi lei non ha visto. “fanculo” pensa “si può anche lasciar correre quando nessuno vede”. E in fondo stanno insieme da troppo tempo e si sono lasciati troppe volte. E poi viene di fuori, tra le sue cosce. Non ha più voglia, non gli va più e basta. Ogni tanto capita.

A dire il vero ad Helle capita abbastanza spesso. Aveva sempre avuto uno strano rapporto col suo orgasmo. A volte veniva, a volte no. A volte presto, tardi, per finta, per davvero, per niente. Non lo sapeva neanche lui. Lunica cosa di cui era certo è che su questo aveva un tipo di sensibilità femminile che poco coincideva con la sua seconda pelle. E così era stato anche con Sylvia, ma in modo un podiverso, il sesso è sempre ripetizione per Lui, invece per Lei era da un altro punto di vista, e se la ricordava bene la prima volta che avevano scopato.

MINIMAL 

Era stato per caso, stavano dai suoi genitori, quando lei aveva sedici anni. Cera questo tizio che le piaceva, e ad Helle la cosa dava fastidio. Allora nel mezzo della festa se lera portata di sopra con una scusa, si erano sdraiati sul letto, come facevano ogni volta. Lui le metteva lorecchio sullo sterno per ascoltare il battito del cuore, e stavano così per giorni, con roba minimal di sottofondo, bevendo litri dalcool. A Sylvia questo piaceva, molto più di qualsiasi altro ragazzo. Solo che quella volta, mentre stavano nel loro modo, Lui le aveva messo la mano sulla gamba, poi sui  fianchi, sullo stomaco, e di nuovo in basso, fino allinguine. E senza neanche rendersene conto aveva già rovinato tutto. Helle in fondo lo sapeva, era per quello che non aveva mai voluto farci niente. E così era stato. Così come sapeva che le sarebbe piaciuto sentire il suo cuore battere veloce dopo lorgasmo. Le sapeva tutte queste menate Lui, ed era proprio per quello che si era  promesso di non farlo. Aveva sempre pensato che così avrebbe reso tutto più banale, più sporco, sarebbero finiti per fare quello che faceva tutta la gente qualunque. Allora se lera tenuta da parte, in un posto nascosto, dove non cera bisogno di altro, in un posto chiuso a chiave, dove non poteva entrare nessuno. Ma quella volta, cera quel tizio di mezzo, era quasi un obbligo, lo dovevano fare per forza, così almeno potevano rimanere da soli. E così, da quella volta, erano diventati come gli altri, e come gli altri si raccontavano di essere unici. Mentendosi a vicenda, fuori dallinnamoramento e dentro la realtà. Tanto per sporcare tutto quello che di bello poteva esserci.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Viral Unaesthetic
L’autore sceglie che non c’è, e a questo proposito prende un nome e lo spacca in due. Il primo pezzo per parlare di un modo di diffondere arte, il secondo per riflettere sulla costruzione di una maschera utile a distorcere l’identità di chi vi sta dietro. Maschera vuol dire persona, e persona individuo in grado di creare, partecipare ed essere all’interno di una collettività. Da sempre nel corso della storia si è dato valore alla creazione di oggetti artistici considerandoli come unico ed imprescindibile legame con la persona che li ha generati. Scegliere un nome che nega un’estetica è come scegliere un nome che nega l’individuo che l’ha realizzata, per sostenere che dietro questa ce ne sono tante altre, almeno quanto la maschera di ogni essere umano è fatta dell’identità molteplice che temporaneamente la occupa.
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