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Un amore (im)possibile

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Consegna prevista Giugno 2020

Nel suo ultimo romanzo, ambientato nella Catania bene, Pippo Cutrera è scrittore e protagonista. C’è dentro la sua realtà ma, soprattutto, Tonia, vera fonte d’ispirazione.
Tempo addietro Cutrera aveva lasciato il manoscritto incompleto all’amico Capretta. Arrivando a casa sua, lo trova barricato in terrazza mentre brandisce il manoscritto e gli urla contro terrorizzato: “Mi hai ucciso nel romanzo, mi vuoi uccidere davvero!”. Ne segue un alterco che si conclude con Capretta che precipita dal sesto piano. Cutrera, angosciato a morte, scappa via. Sconvolto e disorientato, trova rifugio in un negozio per sfuggire alla folla e alla polizia che s’interroga: omicidio o suicidio?
Un libro la cui realtà parallela finisce per confondersi con l’altra, quella vissuta concretamente dallo scrittore-protagonista.
E se la rinuncia alle pagine già scritte, disperse da un benefico vento, potesse fornire l’opportunità di una riscrittura della vita più autentica?

Perché ho scritto questo libro?

Volevo scrivere una storia nella storia, un romanzo il cui vero protagonista fosse il libro stesso che, nel suo sviluppo, si muovesse autonomamente, libero dalle intenzioni, dalla meccanica prevedibilità di cui è inevitabilmente responsabile il suo autore.
L’obiettivo è quello di lasciare al lettore il dubbio o la curiosità di sapere se a terminare il romanzo sia stata la penna dello scrittore, che è parte integrante della storia, o il naturale naufragare degli eventi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sì, insomma, gli uffici postali sono più puliti, non ci sono urla, la gente è quasi più educata. Nel senso che il tagliacode, in fin dei conti, è una gran trovata; uno ha il suo numero e con questo aspetta il suo turno.
Nell’ufficio postale di Corso Italia, ad esempio, c’è all’ingresso una colonnina gialla di un metro e mezzo circa, con sopra un grande touchscreen bianco alla destra del quale campeggia la voce in blu: tutte le operazioni. E non è mica semplice. Questo è un popolo aduso al burocratese estremo, quindi meno ci si scrive, chiù domande uno si fa.
Ci sono, infatti, vecchi e meno giovani che di fronte sta roba si tormentano di dubbi. Prima di tutto: devo premere sulla voce o sullo schermo? Tutte le operazioni, cioè quali sono? Quali devo fare? La sola informazione rientra tra tutte le operazioni?
Davanti alla colonnina si forma una nuova coda, longa e ingombrante, che servirebbe un altro tagliacode per smaltirla.
Ci sono certuni che, addirittura, si prenotano il turno da casa ma, arrivati alla posta, spacchiusi e boriosi, aspettano lo stesso con il numero che lampia sul cellulare.
A Pippo Cutrera la confusione non piace. Gli furria la testa e gli pompa nervosamente la giugulare. Le mani sudano copiosamente e nell’attesa, lui che non ha internet, e lui che non ha pacienzia, gioca con la sua Montblanc passandosela di dito in dito.

Continua a leggere

Continua a leggere

Dalla finestra, opacizzata dalla polvere e adesso rigata dalla pioggia, scorge casa dell’amico Capretta. S’accascia per taliare meglio, due vecchietti, assisi e imbalsamati sulle sedie, con le crepe del tempo sul viso, si scucchiano lentamente per offrire una migliore visuale allo scrittore.
«Tutto chiuso!» borbotta Cutrera che s’arraspa ora il mento raso con la penna.

Niscendo dall’ufficio postale, pioggia che sembrano aghi, Cutrera, saltando di basola in basola con il giornale sulla testa come riparo, e schizzandosi l’acqua ‘ncoddu, decide di fare visita all’amico e spiargli un paio di cosette. Inequivocabilmente importanti.
Sono mesi che Ture non dà segni di vita, che non risponde alle sue chiamate, si nega e lo fa senza un’evidente ragione.
«Sembra quasi che si sia offeso» riflette Cutrera mentre cerca di evitare le pozzanghere. Le scarpe tuttavia si inzuppano ugualmente d’acqua, i calzini li sente per questa ragione unchiati e i piedi, di conseguenza, arrunchiati.
«Offeso, e per forza!» conclude arrivato sotto casa sua «Quanto vuoi ci si mette a leggere un romanzo così breve! Ma perché?»
Capretta sta all’ultimo piano di un palazzo che si affaccia proprio sul chiassoso Corso Italia. Pippo è fradicio e il giornale si può ittari. Allora lo appallottola e lo getta nel cestino dell’adiacente tabaccaio.
Pisciotta. Il cognome si legge appena.
Al citofono non risponde nuddu. L’androne è tutto al buio. E l’ascensore non funziona.
«Si vede che è saltata la corrente» pensa giustamente.
Trafelato, dopo cinque piani, suona alla porta e ad aprire è Natella, la mamma sorda di Capretta.
Natella ha più rughe che capelli, una signora minuta, con zigomi rossi e pronunciati. Lo accoglie sorpresa ed entusiasta,
«Pippo, chi sii vagnatu, figlio mio?» esordisce,
«Due gocce sono, Naté».
Natella gli dice di aspettare un minutino. Con passetti veloci ma legnosi scompare nell’oscurità del corridoio per riapparire poco dopo con un asciugamano con cui sprimaccia la testa umidiccia di Cutrera.
«Fa… faccio da solo Naté, grazie».
«Matri mia» esclama battendo le mani «chi sii sciupatu» schiude le piccole labbra in una smorfia di sospetto «che fai? Non mangi gioia?»
«Naté, mangio, picca e a casaccio
«E a chi lo dici, tesoro, sto tempaccio fa male alle mie vecchie ossa» risponde amareggiata e scuotendo la testolina vizza come quella di una rapa.
«Casaccio, ho detto, Nati, quale tempaccio!»
«Stu tempaccio» continua con toni lagnosi e facendo strada allo scrittore «è incostante. U sole nesci, u soli s’ammuccia».
«Sì, è vero, Naté, non resta che vestirsi a cipolla».
«No? Con la colla, gioia e che ci concludi?»
«Cipolla, Nati» urla Cutrera.
Natella ride e tutte le rughe si arrampicano sulla fronte. Gli occhi li tiene schiusi come se le palpebre pesassero troppo.
C’è la stessa puzza di sempre, di chiuso e di roba appena cucinata. Alcuni mobili, così le poltrone, sono coperti da un telo di cellophane. L’appartamento, che non è tanto vecchio, come mobilia s’intende, sembra sempre in stato di abbandono.
«Ti posso offrire un caffè, tesoro? L’ho appena preparato»
«Sì, grazie, Naté»
Pippo si accomoda su una sedia traballante in cucina. La serranda è abbassata quasi del tutto e gli infissi sono sigillati. Spiragli di luce s’insinuano fiochi per spegnersi definitivamente ai piedi del tavolo.
«Com’è?» domanda «vuoi dello zucchero?»
«No, lo prendo amaro»
Natella sorseggia silenziosa il caffè tenendo la tazzina con entrambe le manine. Una spirale di fumo s’intreccia in aria.
«Naté, Ture dov’è, sta a casa?»
Natella annuisce ma fa la vaga. Un sorriso forzato svela un leggero imbarazzo.
«E dove sta?»
Solleva un dito adagio e vagamente colpevole.
«In terrazza, gioia» fa lei «è acchianato appena ti ha sentito entrare».
«È scappato il vigliacco» risponde «non ha ancora letto il mio romanzo».
Natella cerca di trattenerlo con argomentazioni speciose e affettate che trovano solo un muro davanti. Pippo, infatti, senza pensarci un attimo, si fionda sul terrazzo. Fa i gradini due alla volta. Trova la porta semichiusa, gli dà n’ammuttuni e finalmente si trova all’aria aperta.
Ha finito di piovere. C’è il gradevole odore di asfalto bagnato. Il cielo è coperto e l’aria è calda. Una Moretti da 66 vuota pencola per terra. Cutrera la calcia via, colto dalla rabbia.
«Capretta, unni sì» bercia con l’ira in gola.
Trova l’amico che gattona per terra, circospetto e vigile.
«Che fai, scappi, da chi, perché?»
L’amico si alza scantatu, è pallido. Gli trema la voce. Indietreggia con gli occhi vitrei di chi si sta trovando davanti a un fantasma.
«stammi lontano» schigghia stendendo un braccio.
Cutrera cade dalle nuvole.
«Che ti prende, Ture? Sei scomparso. Non ti sei fatto più sentire. Non rispondi neppure alle mie chiamate. Mi stai evitando».
Capretta raccoglie la moretti da terra e la brandisce contro l’amico.
«Vai via, vai!» grida con tutto l’odio in gola.
«Ture, che hai? Sai per cosa sono venuto, no?»
Capretta arretra a ogni passo di Cutrera, vacilla come chi è sul punto di cadere con il sedere per terra,
«Fermo lì. Chiamo la polizia»
Gocce di sudore gli colano copiose sul viso.
«Quel romanzo… tu… pazzo sei!»
Pippo non capisce, scrolla le spalle e allarga le braccia in segno di pace.
«Sta mania di scrivere che hai. Sei pericoloso!»
«Molla quella bottiglia, sei impazzito? Possiamo farci male!»
«Lo sapevo che saresti arrivato. Ti aspettavo Pippo, ti aspettavo» Capretta scaglia la bottiglia contro il parapetto. Frammenti di vetro schizzano un po’ ovunque. Pippo si protegge il viso con il braccio.
«Ture…».
Capretta corre verso il parapetto avvinghiandosi sul ciglio e arrampicandovisi sopra.
«Stai fermo» urla Cutrera incredulo «che fai? Scendi, sei fuori di testa!».
Dalla tasca posteriore Capretta tira fuori il romanzo. È avvoltolato e fende l’aria per non far avvicinare l’amico.
«Assassino e vile. Tu mi vuoi morto!» grida con il sangue negli occhi.
Qualcuno sul controviale sente tutto. Alza lo sguardo perplesso e preoccupato ma non vede nulla. L’altezza, il rumore cittadino, tutto ottunde quello che succede sulla terrazza. Pippo cerca di calmare l’amico con toni concilianti e ragionevoli.
«Capretta, la gente potrebbe fraintendere. E se chiamano la polizia?»
«La chiamassero pure, magari. Assassino che sei!»
«Assassino io?» Cutrera cerca di avvicinarsi «ma che dici, queste calunnie sono!»
«Hai programmato tutto, ed è tutto qui dentro. Qui, la prova. Carta canta» sbatacchia il romanzo per aria.
Cutrera, finalmente, capisce il problema e cerca di ammansire l’amico.
«Capretta, ma è solo un romanzo. È finzione!»
«Quindi scherzavi?»
Cutrera ci pensa un po’.
«Beh, no. Scherzare no, parlavo di finzione».
Cutrera approfitta di un attimo di esitazione dell’amico per strappargli di mano il romanzo ma questi si divincola facilmente e riesce a mantenere una distanza di sicurezza.
«No…» incalza «questo finirà sul tavolo della polizia, Pippo».
«Ma tu babbii, Capretta. Ma di che parli? Polizia, che polizia!» La cosa è tanto assurda che strappa un sorriso allo scrittore.
«Tu ridi e iu babbiu? Leggo testuale» apre il romanzo, trova il punto con un dito che non riesce a controllare tanto trema «…gli ho dato uno spintone, così, istintivamente, volevo, non so cosa volevo, forse farlo spaventare, invece scappottò dall’altra parte del parapetto, dove l’ho visto precipitare per sei piani…».
Cutrera, a quel punto, si fa serio in faccia. Si guarda intorno con circospezione. Un leggero ghigno, adesso, gli increspa il viso. Non si sente per questo colpevole ma certe parole, sa bene, suscitano immagini ed emozioni nel lettore, che uno scrittore non può prevedere.
«Senti qui» continua Capretta con una voce strozzata dall’angoscia «non ho finito… finì spalmato su un tettuccio di una Yaris bianca. La gente, terrorizzata, accorse vicino al corpo. Urlavano tutti. Alcuni chiedevano aiuto. Ma non c’era più nulla da fare. Ture Capretta non respirava più».
Capretta ripete quelle ultime parole, indignato, con l’amaro in bocca di chi si sente pugnalato alle spalle,
«Potevi almeno chiamarmi in un altro modo. Qui, qui, invece, c’è nome e cognome» strepita agitando il romanzo sopra la testa.
«È finzione, ti ho detto, Ture» cerca di rabbonire l’amico senza perdere d’occhio il suo romanzo che vede in pericolo.
«Fnzione?» replica «e perché non fingevi con Nello o… con mio fratello eh?»
Cutrera vorrebbe spiegarsi ma la verità comprometterebbe il lavoro, il suo rapporto con l’amico e, soprattutto, la ragione per cui ha montato su tutta quella storia. Capretta non capirebbe, né è escluso che si sentirebbe raggirato.
«Perché… perché Ture?» risponde energicamente per inculcare fiducia «perché sei tu il protagonista, no? Loro sono delle semplici comparse. Sei tu che eri innamorato di…»
«Io, protagonista o no…» lo interrompe affatto convinto «Chiamo la polizia», sfila il cellulare dalla tasca e compone il 113,
«Ture, amonì, sii ragionevole. Posa quell’aggeggio. Facciamo una figura di merda, credimi. Fesserie sono!»
Capretta, che teme evidentemente che l’amico lo aggredisca, lo tiene a distanza allungando un braccio.
«Polizia… polizia, volevo denunciare un tentato omicidio».
La voce dall’altra parte esita un istante.
«Con chi parlo, mi scusi?»
«Polizia, è urgente. Mi vogliono fare fuori»
«Stia calmo, lei è…?»
«In pericolo, agente, in pericolo!»
«Signore, il suo nome…»
«Il nome?» risponde in ambasce Capretta che vede l’amico avvicinarsi «Pippo Cutrera, si chiama Filippo Cutrera, signore».
«Attenda in linea signore…»
«Come attendo in linea?» sbotta incredulo, «mi vogliono ammazzare. Che aspetto?»
Una voce robotizzata annuncia in quel momento che la chiamata è stata presa in carico e che l’ambulanza arriverà a destinazione non più tardi di cinque minuti.
«Come l’ambulanza?» piagnucola, fissando lo schermo si accorge di aver chiamato il 118.
Cutrera approfitta dell’equivoco per avventarsi sul cellulare.
«Dammi questa cosa, Ture» gli urla in faccia «sei tutto scemo, dammi» insiste.
Capretta cerca di liberarsi ma è inutile. Cutrera, stringendogli il polso dietro il braccio, l’ha neutralizzato. Il romanzo scivola ai suoi piedi, i fogli si sparpagliano per terra.
«Aiuto polizia!» strilla allora come un invasato dal parapetto, «aiutatemi», sugli occhi sembra si possano contare i minuti rimanenti di vita. Terrorizzato, scalcia, impreca, per poi gradualmente desistere. Quando succede, però, inavvertitamente scivola lungo il ciglio del parapetto e, perso l’equilibrio, precipita dall’ultimo piano, come un sacco di patate.
Lo schianto è inevitabile. Cutrera vede sconvolto e impotente il corpo finire sul parabrezza di una Bmw Suv nera, posteggiata su un passaggio carraio. Parte l’antifurto. La gente affluisce con il fiato sospeso attorno alla macchina. Due signore, che escono da un supermercato bio, a quella vista cominciano a strillare, portandosi le mani ai capelli. Un gruppetto di ragazzini in bici chiedono aiuto con una voce pigolante.
Cutrera soffoca un urlo con una mano. Poi raccoglie da terra, concitatamente, le pagine del romanzo. Ha l’animo in subbuglio. Non riesce a credere a quello che è appena successo. Gocce di sudore piovono sui fogli.
In lontananza si sentono le sirene dell’ambulanza. Cutrera trova finalmente la pagina incriminata, compulsa ogni singolo rigo con un dito, sfila dall’orecchio la sua Montblanc e, con un moto pieno di frenesia e paura, cancella Yaris bianca per scriverci sopra Bmw Suv nera.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questo primo capitolo stuzzica la curiosità di leggere i seguenti. La sicilianità e nello specifico la ‘catanesianità’ ironica che traspare dall’uso di termini dialettali accarezza il lettore e lo accompagna nella lettura passo dopo passo aumentando il suo appetito. La lettura è scorrevole seppur risulti piacevole soffermarsi sulle parole scelte con perizia da parte dell’autore, per coglierne il significato. La trama che si intravede, fitta di possibilità, fa venire voglia di leggere ancora… Quindi: aspettiamo il proseguo!

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Adriano Fischer
Adriano Fischer vive, lavora e scrive a Catania.
Laureato in legge, insegna diritto penale e procedura penale.
Sposato, ha un cane di nome Beer.
Ha pubblicato due romanzi con Robin, "Dissipatio H.G."e "L’Italia s’è mesta", uno con Nulladie dal titolo "Bella Cohen" e "Racconti" con Delfino Editore.
Ama i Pink Floyd, Roth, Celine e Houellebecq in questo preciso ordine.
Suona la chitarra molto male, ma la suona.
Gestisce “Il Gruppo di Polifemo”, una rivista culturale on line che ammicca all’isola.
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