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Un angelo dalle ali scarlatte

Un angelo dalle ali scarlatte
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Consegna prevista Maggio 2022
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Chi è l’angelo dalle ali in fiamme? E’ l’innocenza calda di Maria, la sensualità travolgente della donna-vaso, la ribellione focosa di Asia, la frustrazione rabbiosa di Greta, l’aereo dalle ali rosse che fa volare Sofia, la speranza elettrica di Eva. E’ Bella, più ardita della Bestia nel corteggiamento; è un albero-madre che racchiude una donna vivente in grado di ascoltare il richiamo del suo grembo ed accettare la maternità, non subirla. L’elemento surreale emerge da dettagli sensoriali che trascinano le protagoniste in una dimensione onirica.
La forza interiore della figura femminile nasce dalla sua percezione fiabesca della realtà. Le protagoniste sono vittime che si riscattano, spettatrici passive che riprendono le redini della loro esistenza, creature dai doni inusuali, tutte ugualmente colte nell’istante in cui riafferrano il loro destino per imprimergli una svolta definitiva.
L’angelo dalle ali scarlatte è una donna che forse non sempre vince, ma sicuramente mai si arrende.

Perché ho scritto questo libro?

Nel primo lockdown, non potendo partire verso luoghi conosciuti e sconosciuti, mi sono incamminata su un tortuoso percorso interiore e ho raccolto momenti preziosi lungo la via. Il viaggio non è solo esperienza fisica tra finte coincidenze e piccoli miracoli, è un museo sterminato di stanze dove ci si innamora, ci si lascia, si trascorre il tempo pregando di non perdere il senso dell’umorismo e trovare la forza di ricucire le proprie ferite. Siamo condannati a vivere nel mondo in cui crediamo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il teatro dei burattini

L’inverno dei suoi sedici anni Eva scoprì di essere diventata una donna. Passava le ore a segnare col dito le forme del corpo, scartandosi come una caramella per lo sposo inventato che la avvolgeva in un caldo abbraccio e le sussurrava parole dolci all’orecchio. Dopo aver fissato per minuti interminabili il suo volto allo specchio, i tratti diventavano liquidi e altri visi di donna si sovrapponevano ai suoi occhi color miele, salutandola da un futuro affascinante. La vecchia governante le aveva mostrato le sembianze di un uomo nei fondi di caffè, ma nel disegno aveva individuato influenze negative ed imprevisti. Dettagli inutili per lei che camminava con un ondeggiamento sognante su un altro pianeta.

La notte non riusciva a dormire. Si rigirava nel letto in una battaglia con le lenzuola, i nervi a fior di pelle, come irritata dallo stridio sgradevole di un gesso sulla lavagna. Allora si alzava e andava nella stanza guardaroba mentre i genitori dormivano e si divertiva a provare i vestiti della madre. Sceglieva fra le bottiglie di profumo quello che preferiva e lo passava con un dito nell’incavo del collo come avesse un appuntamento importante, apriva i portagioie e si infilava qualche anello; infine completava l’opera scegliendo una collana che si intonasse con l’abito che le stava grande.

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Restava affascinata dalla biancheria di pizzo senza osare indossarla e, con un’espressione incantata, si pettinava i lunghi capelli rossi, raccogliendoli in una treccia asimmetrica o lasciandoli ricadere sulle spalle come un’onda in fiamme che le bruciava la pelle trasparente. “Sono davvero così bella?” si chiedeva incredula in quelle notti estive, bagnata dalla luce lunare che colava dalla finestra accarezzandole il collo nudo. Il mondo fuori si stendeva come una terra magica e incontaminata, tutta da esplorare. A volte, prendeva il suo cane lupo e usciva nella notte immobile, cantando sommessamente come cappuccetto rosso, accesa nel buio dallo scialle morbido dei suoi capelli ramati. L’erba rabbrividiva ai suoi piedi, gli alberi frusciavano parole misteriose, la faccia rotonda della luna le sorrideva muta, mentre avanzava con passi lenti, senza meta. La vita era tutta in quella notte sommersa, fuori dal tempo. Nella foresta, col lupo al guinzaglio, non si sentiva in pericolo e sorrideva, pensando di non essere il bocconcino di nessuno.

Una tarda mattina di un nuvoloso martedì due poliziotti bussarono alla porta. Colpi così forti ed improvvisi che il cucchiaio le cadde nella minestra, lasciando una macchia sulla tovaglia. La governante rientrò in cucina scuotendo il capo sconsolata e non ci fu bisogno di dire nulla, se non che si affrettasse a finire quello che aveva nel piatto, perché certi eventi spiacevoli non hanno bisogno di spiegazioni e si affrontano meglio a stomaco pieno. I genitori non sarebbero mai più scesi da quel treno deragliato in corsa col suo regalo di Natale. Il calore e la magia delle feste avevano lasciato improvvisamente il posto ad un inverno gelido e nella sua luce grigia Eva immaginava la locomotiva sfrecciare inarrestabile, la vedeva emergere dalla nebbia con tutti i passeggeri fra cui gli amati genitori, una pioggia di occhi urlanti che precipitavano nel fiume dove da piccola faceva navigare le sue barchette di carta. Il fiume traditore li aveva ingoiati tutti, chiudendo su di loro l’enorme bocca d’acqua, un mostro marino che lasciava intravvedere sotto le sue scaglie lucenti i corpi evanescenti, come ricordi già sbiaditi nella memoria. Ora anche lei era diventata un pesce senza parole né occhi per i colori e la confusione del mondo. Viveva sul fondo sabbioso e sbiadito di una realtà sommersa, dove sbatteva le porte e bucherellava la pelle con la punta della penna, come per tatuare un segno che le ricordasse di essere ancora viva.

“Domani ti trasferirai da tuo zio e io dovrò cercarmi un altro impiego” le spiegò mestamente la governante, mentre riordinava la cucina. La tazza che raccolse dal tavolo mandò un lampo sinistro e la ragazza si ricordò delle giocose letture dei fondi del caffè per predire il futuro. Le mani le tremarono dalla rabbia e la tazza cadde a terra. Le schegge andarono ovunque e il cane piegò la testa con aria interrogativa. “Non preoccuparti, pulisco io” le disse la donna “Mi mancherai tanto, mi devi promettere che sarai forte” aggiunse, trovando inutile prodigarsi in ulteriori raccomandazioni. Le loro

strade si dividevano, Eva apparteneva ad un’altra casa ormai, ad altre persone. “Non conosco mio zio. L’ho visto una volta soltanto, in foto. Papà non ne parlava mai. Ricordo solo l’orribile bambolotto che mi ha regalato” disse Eva dubbiosa, con un impercettibile filo di voce. Il pupazzo era arrivato per posta in una scatola nera. Il suo sguardo vitreo e inquietante e suoi tratti sgraziati l’avevano riempita di disagio; la aggrediva persino nei suoi incubi con un ghigno diabolico sotto il trucco da clown. “Non essere stupida”, si era detta, “E’ solo una bambola.” Ma quelle parole le rimbombavano in testa come non fossero sue e, un giorno, aveva deciso di farlo sparire e aveva raccontato che l’aveva perso.

Cadde in un pozzo di disperazione. Si sentiva come se la parte di sé che stava timorosamente sbocciando, quel timido fiore, fosse stato reciso da un paio di forbici spietate e ora le restavano solo foglie inutili su uno stelo fragile e l’incapacità di abituarsi all’assenza di ciò che le era stato strappato. I petali erano sparsi a terra come i volti dei genitori che vorticavano nell’acqua del fiume. “Vivamente addolorati per la scomparsa dell’illustrissimo direttore e dell’amata consorte”. Orfana, un Oliver Twist al femminile e più cresciuta, col terrore di essere fagocitata dal grottesco Fagin, l’ebreo, e dalla sua banda di ladruncoli disperati.

2021-08-03

Aggiornamento

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Irene Dilillo
Mi sono laureata in lingue e letterature straniere moderne all'università di Trieste. Ho lavorato come assistente di volo ed interprete e traduttrice in fiere, congressi e aziende. Attualmente insegno lingua e letteratura inglese nelle scuole superiori.
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