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Un buco in testa

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Consegna prevista Marzo 2021
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Zoran di lavoro fa il sicario. È un uomo dal passato rocambolesco a cui viene commissionata l’uccisione di un prestigioso editore italiano. Così si ritrova in un albergo di lusso a Nizza, con un piano già organizzato dai suoi mandanti; tutto quello che deve fare è entrare nella suite dell’editore e abbattere l’obiettivo. Quando riesce a infilarsi nella camera, non lo trova, ma curiosando s’imbatte in un portatile lasciato con la pagina di Gmail aperta. Zoran legge una conversazione in cui l’editore chiede al suo amico informatico di recuperare il file di un manoscritto andato perduto, asserendo che l’inedito in questione potrebbe essere la causa diretta di un triste episodio avvenuto in redazione e del conseguente furore mediatico. Posato sul comò trova il manoscritto rilegato in fogli A4. Così il sicario, non trovando di meglio per ingannare l’attesa, inizia a leggere “La lobotomia”.
Lo scritto riporta dieci novelle fini a se stesse. Nella lettura di ognuna Zoran s’imbatte in simbologie legate alla sua vita, che ripercorre lungo tutta la storia del libro. Dall’infanzia passata a subire la violenza del padre alcolizzato, alla fuga dall’assedio di Sarajevo; dalla pampa Argentina alle capanne in Nicaragua.
I racconti affrontano i temi più disparati: un bambino che va in cerca della sorella morta annegata, uno scorcio distopico di Amsterdam, una vicenda di porn revenge, una vecchia che uccide il diavolo, il fantasma di un obeso che vaga per un bordello e altre storie deliranti. Tra le rappresentazioni che daranno da rimuginare al protagonista, ricorre proprio ciò che lui non può accettare: la figura del padre come Dio. Il proseguirsi della lettura ingoierà il sicario in un vortice di incertezze e risentimento, fino a rigurgitarlo nella realtà effettiva, dove i ruoli di vittima e carnefice s’invertono, lasciando al lettore la mera crudezza di un mondo condannato. Colpi di scena a seguirsi per questa storia politicamente scorretta, sicché, come Zoran suggerisce, per un’esecuzione precisa bisogna sparare due volte consecutive al disopra delle sopracciglia.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per scrivere. Sembrerebbe una risposta futile, sputata tanto per tacere le curiosità scomode dei lettori. Ma non è così. La scrittura è terapeutica: allevia, guarisce, esorcizza. Scrivendo si possono rievocare i defunti, farli viaggiare in qualsiasi anfratto la mente umana intenda. Si può schernire, sviare, indicare, proporre, sussurrare e maledire al lettore, e in più persino lasciare la rabbia ai posteri. Perché avrei dovuto non scriverlo?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quando giunse dinanzi alla struttura indugiò a contemplare il cielo. Sembrava che qualcuno avesse scaraventato secchi di porpora su di una tela azzurra; e con mano ferma e ferocia sfumato i primi accenni di crepuscolo. 
Rimase incantato dagli stormi di rondini che punteggiavano la volta come migliaia di graffi inferti con la punta d’una matita. Troppe cose stavano cambiando. Una primavera maldestra si era affacciata in largo anticipo sulla scena dell’inverno. In Provenza erano già arrivate le rondini, o se ne stavano andando.
Zoran era un professionista, in quanto tale sapeva che tutte le quisquilie vaganti avevano l’obbligo di mimare quelle migrazioni. Era lì per un lavoro, quei tipi di compiti che solo a pensarci in vasca da bagno, al caldo riparo di quattro mura domestiche, fanno tremare le mani e pentire di non essere il fratello scemo del prete; un fesso ben voluto da tutti, con un posto mediocre da impiegato concesso senza titolo di merito e un loculo prenotato nel buco di culo di qualche paradiso romanzato da chissà quale poeta errante in hiv conclamata e l’alito di genepy. Si trattava di uno di quei compiti che fanno impazzire il cuore come sull’orlo della portiera di un aeroplano. Ma lì, a tu per tu col dovere, aveva imposto all’animo suo di rimanere pacato, imperscrutabile. Come un fiore del deserto su cui schizzano frammenti di una giugulare aperta in due da una sciabolata.
Aveva ricevuto ordini concisi: un buco in testa. Si erano pronunciati alla stregua di operatori del settore, ma non ne sapevano niente. Quando si esegue qualcuno, per avere maggiori probabilità di successo bisogna sparare due volte consecutive al disopra delle sopracciglia. Niente più.
La facciata dell’hotel teneva fede alla promessa di un relais chateaux penta stellato. Suggeriva l’idea di una reggia fiabesca appartenuta a reali dai sotterranei pieni di controversie esoteriche. Un’altra torre di babele romanzata fino alla nausea: il lume vuole essere luce, la luce il sole, il sole, Dio. Il lusso non conosce termini di misura, più l’uomo ci sguazza come un porco nella merda e più ne esige. E più la torre s’innalza fino al punto di offendere Dio, più devastante tuona lo schianto del crollo.

Continua a leggere

Nizza profumava di mare e architettura italiana, tuttavia sia l’olfatto che la vista dell’uomo già non davano più adito alle piccolezze che gli fluttuavano intorno. Era talmente rapito dal lavoro assegnato che in funzione di rito propiziatorio e, peccando di stravaganza, aveva oscurato tutto il circostante. Vedeva soltanto se stesso a cento metri dalla porta d’ingresso. Lui e l’hotel. Tutto nero intorno. Un’altra storia già vista migliaia di volte: la gloria del capitale che frantuma la bellezza delle piccole cose, come mattoni cementati sulla superficie del mare. Nonostante i suoi quarantasei anni Zoran aveva dentro di sé un fanciullino neanche lontanamente imparentato con quello di Pascoli, ma che a ragion del vero lo impegnava a formulare fantasie infantili come l’attuale isolamento dal mondo. Oppure a fermarsi per strada ad accarezzare qualsiasi cagnolino incrociasse, offrire cibarie ai gatti randagi, o semplicemente fare le beffi e sghignazzare con altri bambini. Se Dio mai ogni tanto avesse voluto buttare un occhio sulla terra, avrebbe senz’altro optato per vedere cosa diavolo mai stesse combinando quella sagoma di Zoran. Era un personaggio altalenante tra il thriller e la commedia, un personaggio grottesco finito per sbaglio sul set di una pellicola drammatica; e la circostanza che lo vedeva ancora all’aria aperta, beato in Costa Azzurra ad accingersi nello svolgimento dell’ennesimo lavoro, con indosso un’artigianale camicia in lino bianco e bretelle in pelle nera, era l’icastica prova che Dio stava dalla sua parte. Ad aggiungere fortuna alle sue disgrazie, l’aspetto dai pronunciati connotati Balcani vantava un grosso naso aquilino che ringhiava arroganza già dalle fototessere ogni qualvolta gli controllassero i documenti. Gli occhietti neri e rotondi ricordavano vagamente quelli di un procione e, tornando al discorso del fanciullino, gli sorridevano dando un contrasto combattuto nel suo disperato insieme somatico. Non c’erano vie di mezzo: se incontravi Zoran o ti contagiava un sorriso o doveva ucciderti. Con quegli occhi che, nei momenti clou perdevano la freschezza come un pesce che marcisce in timelapse, deformavano dall’allegria allo squilibrio nello scatto rapido di una normale conversazione che muta in scippo. Istantanei come il giro sfortunato di una roulette russa.
Prima di avviarsi all’entrata consultò il suo casio f 91w al polso. Erano le diciannove e tredici del 29 Febbraio. Attese un minuto, lo sfruttò per inforcare una mascherina, dopodiché agguantò la sua borsa nera di alta sartoria italiana e s’incamminò risoluto verso la struttura.
A primo impatto avvertì una folata di peccato e opulenza schiantarglisi addosso. All’interno un lampadario mastodontico, minuziosamente composto di cristalli ciondolanti, sovrastava il centro della hall. Un nero, umile dentro una parca camicia bianca e gilet rosso, ne spolverava le strozzature e i filamenti godendo dell’ultima luce del giorno che ancora si proiettava generosa dai finestroni imperiali, indicando dove agire alla mano consunta del dipendente. Dalla scala pieghevole e malferma che lo reggeva a tre metri da terra provenivano degli scricchiolii sospettosi, istintivamente intelligibili con quanto fosse una buona idea smettere subito e portare via l’attrezzatura prima di ritrovarsi in terra con una manovra acrobatica da contorsionista. Senza contare quanto stonasse nel lusso una scala da carpentiere che pure una Madonna in un bordello avrebbe trovato le sue ragioni.
Il simbolo della struttura era ritratto nel gioco delle mattonelle in marmo alla stregua di un mosaico gigante ebano e nocciola. Rappresentava una chiave stilizzata inserita dentro un triangolo senza base. Tutto armonizzava come la prova di erudizione architettonica: dai muri dorati ai grandi archi in pietra, alle colonne bianco candido poste a incorniciare il lampadario, il soffitto dipinto da eleganti ghirigori ridondanti. Zoran azzardò il passo accusando come l’impressione che i quadri appesi alle pareti gli rimproverassero occhiate di sufficienza, ostentando il loro incommensurabile valore. All’angolo si ergeva imponente, tra il ritratto di una bambina e un paesaggio balneare che altro non doveva essere Nizza anni ’50, un pendolo d’epoca a cui il tempo era stato magnanimo, conservandogli l’antico splendore dei giorni passati. Senza sapere da dove attingere buon auspicio, prima di dirigersi alla conciergie, l’uomo decise di dedicare l’attenzione su quel curioso pezzo da museo, come in cerca di un segno caritatevole lasciato dalla sua stella. Se la saggezza del proverbio recita che il tempo è tiranno, il pendolo n’era la più azzeccata personificazione materiale: due metri di acacia dall’aria severa con ghingheri aurei a esaltarne i particolari. Le lancette ferme alle ventitré passate erano in totale discordanza con il casio e l’avvicendarsi del mondo fuori, dando l’impressione che quel diavolo di pendolo, ottenebrato dalla propria maestosità se ne infischiasse di cosa effettivamente succedeva intorno a lui.
L’uomo contemplò l’arte magistralmente applicata in quell’amalgama di oro e legno, tastò con le dita gli arabeschi capricciosi e osservando attentamente il quadrante, gli parve che dall’altra parte qualcuno a sua volta lo guardasse, come se all’interno mulinasse una profondità invisibile a occhio nudo. Si scosse dalla sensazione e riavendosi gli sovvenne un aneddoto di quando era poco più che bambino. 
Suo nonno, un contrabbandiere di prestigio internazionale, era solito portare al polso un orologio di fattura svizzera, un pezzo studiato ad arte per l’élite meno modesta. Zoran bambino rimaneva affascinato dall’immagine del nonno che tirava da tasca malloppi di banconote a fisarmonica, e sempre scorgeva lo sfavillio del quadrante, quando il nonno agitava il polso per ostentare arcobaleni di carta moneta. Gli chiedeva sovente di mostrarglielo, e visto l’interesse del nipote, una sera l’anziano promise che in punto di morte quell’orologio sarebbe stata la sua eredità.
Zoran non era neanche ragazzo, una malattia condannò l’anziano a soli tre mesi di vita. Un giorno i due passeggiavano vicino a una balaustra vacillante, a ridosso di un corso d’acqua poco distante dalla loro cascina. Il nonno si trattenne a guardare lo scorrere impetuoso del fiume, il bambino fece lo stesso senza tradire il silenzio imposto dall’adulto che, sfilato l’orologio glielo mostrò chiedendogli se sapesse a cosa servisse. Zoran diede la risposta che poteva: la più banale, cagionando disappunto nella mimica del nonno. Il nocciolo della questione forse era troppo profondo per un imberbe, poiché era troppo altresì per un anziano come lui.
“Il tempo è la ricchezza più grande che possiedi, e un orologio non serve a sapere che ore sono, bensì per tenere il controllo dei momenti che passano. Quindi non conta che orologio porterai indosso, conta come saprai utilizzare il tuo tempo.”
Detto ciò, l’ex contrabbandiere d’armi che aveva passato la vita a spendere i suoi soldi guardandosi le spalle, si fece scivolare dalle dita il monile, lasciando che le acque torbide se lo ingoiassero.
Quella lezione rimase talmente vivida nel bambino ormai fatto uomo, che Zoran si raccolse nell’atteggiamento più snob che poteva concedere a un pendolo, come un gatto che piscia sulla ruota di un Ferrari e, sgombro di qualsiasi pensiero, si presentò al banco d’accoglienza con l’aria beata di un cadavere appena proclamato santo.
“Bonsoir à tout le monde.”
Il segno benigno che aspettava si mostrò al ricevimento, bastava andare avanti per far sì che si svelasse. Appunto, il soggetto presente dietro il raffinato banco di marmo e rovere era un giovane distratto con un lembo di camicia che penzolava svergognata fuori dallo smoking, il nodo della cravatta fiacco, la spilla sul bavero figurante lo stemma della struttura al contrario e come se non bastasse portava una scarpa slacciata.
“Bonjour, oh… buonasera. Je peux vous aider?”
“J’ai une réservation sous le nom de Achille Guerra Morales, s’il vous plait” Zoran teneva la voce a un bisbiglio, come se le parole gli salissero dallo stomaco.
“Pardon monsieur, je parle un peu français…” si scusò il giovane sfregandosi la nuca con toni cordiali, come per recuperare dell’incompetenza.
“We can speak english…”accomodò il cliente con sinuosa affabilità.
“Italiano is very better se… se lei vuole…”
“Italiano va benissimo giovanotto.”
“Aah menomale, la ringrazio monsieur” sorrise il ragazzo, nel tentativo di ingraziarsi la simpatia dell’ospite.
“Avrei una prenotazione a nome di Morales.”
“Sì, sì, sì, sbrighiamo delle pratiche e l’accompagniamo in camera, un attimo per favore.”
Zoran stette a osservare il giovane affaccendarsi dietro il banco. Gli solleticava un sorriso vederlo così esagitato e fuori posto.
“Allora signor Achille. Una notte in camera e colazione. Perfetto, solo un attimo per favore…”
“Tutti gli attimi che le servono.”
Un indugio, che seppe ben mascherare, colse Zoran alla sprovvista; il giovane aveva portato la cornetta all’orecchio e con nuda nonchalance disse “è arrivato.”
L’ambiguità di quel gesto acquistava volume nello sterno, come una mongolfiera che si appresta a spiccare il volo. L’uomo si limitò a studiare in fondo agli occhi del ragazzo per captare una spiegazione, la ricevette solo in parte:
“Arriva il capo per il check in…”mormorò sfuggendo dallo sguardo affilato dell’ospite.
C’era qualcosa che non andava…
Dal retro del banco fece capolino la testa grigia di un uomo vestito inappuntabilmente. Portava uno smoking sgargiante, sul cui bavero brillavano delle spille dorate dell’ormai noto stemma della struttura e una G in corsivo. Da sotto gli occhialini, pretesi senza remore dall’età, si stendeva fittizio e squallido un sorriso appeso, alla stregua di protesi rimovibile all’occorrenza. A parte la nausea data dalla cravatta a strisce viola che proclamava la disfatta del buon gusto, Zoran pensò che quel sorriso doveva essere piuttosto scomodo da tenere per andare a dormire.
“Bonsoir monsieur, comment allez-vous? Avez-vous fait un bon voyage?” chiese il nuovo arrivato.
“Oui monsieur, trés bien, merci” proferì Zoran elargendo altrettanta educazione.
“Signor Eraldo, vede che il signor Achille parla benissimo l’italiano” puntualizzò con garbo il portiere trasandato.
“Luigi, la prego di dedicarsi alle faccende che la competono, si dilegui!”
Se fino a un attimo prima la compitezza circonfusa attorno aveva innalzato svolazzanti farfalle colorate, bastò lo sgarbo repentino di poche parole per far cadere le ali del momento. Il vecchio si impadronì delle attenzioni di Zoran, immeritate, ma le aveva.
“Benvenuto signor Guerra, io sono Eraldo, il capo concierge, molto lieto. La stavamo aspettando…” il dubbio che qualcosa potesse essere andato storto si dissolse dal petto di Zoran. Il giovane aveva chiamato rinforzi per la mera ragione di incompetenza professionale. Quel ragazzo era proprio un segno genuino del caso.
“Molto bene. Mmh, avrei cortesemente bisogno di un documento e delle chiavi della macchina…”
“Non ho la macchina” dichiarò l’ospite strisciando sul banco un passaporto blu della mercosur con su scritto REPUBLICA ARGENTINA.
“Bene mmh, molto bene, grazie…” si lusingava il vecchio portiere e di tanto in tanto intercalava un verso di compiacimento che elevava al quadrato il viscidume già ben radicato nell’aspetto. Raccolse il passaporto dal banco e lo mise via come da buone maniere, diede il modulo della privacy da compilare. Nel frattempo silurava di informazioni il povero ospite.
“Il nostro hotel è attivo da quarant’anni e trova nel soddisfare le esigenze del cliente la prima e importante gratificazione. Inoltr…”
“Mi scusi ma non mi interessa, potrebbe rendermi il documento?”
“Lo terremo pochi minuti, giusto il tempo di registrarla.”
“Mi faccia il piacere di registrarmi subito e rendermelo.”
“Come desidera. Luigi!” il vecchio chiamò ai comandi il portiere più giovane e con fare che nulla aveva da spartire al senso civile, chiese di registrare immediatamente il cliente.
Il ragazzo scattò sull’attenti e sollecitato da un “corra che non dobbiamo fare notte” si rifugiò nel retro a svolgere il compito assegnato. Zoran sorrise per incoraggiarlo e risollevare l’umore ferito dalla malagrazia del vecchio, ma con la mascherina indosso quel sorriso nacque e morì lì, senza essere visto.
Nell’attesa decise di dare le spalle al vecchio per evitare conversazioni. Proprio non gli andava a genio, tuttavia l’etica e la professionalità gli vietavano di esternare il proprio disprezzo nei confronti di quell’uomo. Non si era scordato che il suo lavoro era iniziato nel preciso momento in cui aveva messo piede dentro l’hotel. L’empatia di Zoran, poiché nonostante tutto ne aveva da vendere, gli anteponeva l’evidenza che se lui fosse stato un receptionist un poco tardo, ma comunque dai modi puri e gentili; un capo vecchio e scontento l’avrebbe trattato senza garbo come con il povero Luigi. Mentre lì, da ospite di una struttura a cinque stelle, quel vecchio capo scontento riservava a Zoran secchiate di ossequio che gli si appiccicavano addosso scomode come catrame.
“Mi scusi signor Achille…” richiamò l’attenzione il giovane trasandato.
“Signor Guerra Morales! Lo deve chiamare signor Guerra Morales, per la semplice ragione che non è suo amico! Possibile che lei abbia la testa vuota come un tamburo?”
“Mi può chiamare Achille, nessunissimo problema…”
“Mi scusi, signor Morales… ecco il suo documento.”
Zoran l’aveva vista lunga. La sua buona stella aveva pensato di lasciargli quel ragazzo lungo il cammino, e lui aveva saputo sfruttare al meglio la circostanza. Il passaporto, falsato a regola d’arte, apparteneva a un certo Achille Guerra Morales, nato a Buenos Aires in Argentina. La foto ritraeva un uomo più giovane che poteva sì essere il Zoran di sei, sette anni fa, ma non lo era mica. Con la scusa della psicosi da Covid-19 che imperversava a livello globale, l’ospite aveva trovato il pretesto per indossare una mascherina, così da occultare almeno in parte il proprio volto. Come ultima strategia, aveva fatto in modo che il passaporto fosse visionato e registrato dagli occhi inesperti del giovane e, una volta ritornato in tasca al proprietario, la prima fase di rischio era stata portata a termine con successo.
“Grazie giovanotto, sei molto professionale.”

09 giugno 2020

Aggiornamento

La rivista di cultura pop sarda "Degheottennes" ha rilasciato un articolo sul libro! Leggilo al link:
https://degheottennes.com/2020/06/09/un-buco-in-testa-un-libro-del-mondo-dalla-sardegna/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una lettura originale e interessante. L’autore costruisce le vicende della storia attraverso contorti marchingegni narrativi, come un castello di carte che, soltanto nelle ultime pagine, crollerà con un colpo di scena per nulla scontato. Un romanzo dalle mille sfaccettature tutto da gustare, dove le luci si incupiscono e tornano accecanti a intermittenza, dando cinematograficità alla narrazione. Una denuncia cruda e genuina della società odierna. La trama in sé, è l’essenza dell’andare oltre le apparenze, dal momento che nel romanzo si scoprirà che “niente è come sembra”; del resto come nella realtà.
    Il lettore si ritroverà in viaggio per il mondo, ripercorrendo importanti date storiche: da Sarajevo all’Argentina, Amsterdam, Londra, per finire in una Sardegna inedita. Non è un libro per tutti ma che farebbe bene esser letto da tutti. Consigliato per chi è stufo di cliché e romanzetti medi. A me personalmente è piaciuto. Complimenti a Mezzettieri.

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Angelo Mezzettieri
Nato in Sardegna nel 1992, a vent'anni sono andato via di casa. Ho lavorato e vissuto in Italia, Regno Unito e Olanda. Viaggiare è la mia passione, e le mille sfaccettature della letteratura che permettono di scoprire e scoprirsi, apprendere, imbattersi e disincantare; sono ciò che più si avvicinano al concetto di viaggio. Mi piacciono le birre torbide e fare tardi la sera. Non ho mai pubblicato alcunché sebbene questo sia il terzo libro che firmo, esclusivamente per me stesso. Ho provato almeno dieci mestieri e cambiato altrettanti posti di lavoro. Al momento occupo il mio tempo nelle reception degli alberghi, dove ogni tipo di umanità che mi strascica davanti è ispirazione per le mie storie.
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